Dal mito degli «italiani brava gente» alla storia globale del colonialismo italiano: la storiografia e le più recenti tendenze

di Emanuele Ertola

Emanuele Ertola, autore di importanti lavori su questi argomenti, ripercorre l’itinerario degli studi coloniali e della storiografia sul colonialismo italiano. In un campo di ricerca sempre soggetto a forti tensioni politiche e culturali, questi studi sono solo lentamente usciti da una posizione «ancillare» o giustificazionista del progetto politico di espansione coloniale, però oggi giungono a proporre un punto di visita interpretativo e critico non solo di quelle vicende, ma del passato complessivo dello Stato e della società italiana. Attraverso il colonialismo e le sue eredità vanno riletti temi cruciali come razzismo, uso della violenza, transizione tra fascismo e repubblica, definizione della cittadinanza, rapporti di genere, relazioni tra Italia e mondo.

 

La «storia coloniale» ai tempi del colonialismo

La storia degli studi sul colonialismo italiano ci dice che, per molto tempo, questo non è stato un campo di ricerca come gli altri. È stato piuttosto uno spazio fortemente condizionato dal contesto politico e culturale in cui prendeva forma. In altre parole, prima ancora di chiedersi quali fossero i soggetti e i temi delle indagini, e come fossero studiati, bisogna interrogarsi sulla funzione a cui rispondeva quella produzione di conoscenza.

Prima della Seconda guerra mondiale, la cosiddetta «storia coloniale» era una disciplina sostanzialmente integrata nella costruzione del consenso nazionale intorno al progetto politico di espansione coloniale. Gran parte degli studi era scritta da autori che condividevano – o comunque non mettevano in discussione – l’idea della legittimità del colonialismo italiano. Il punto di vista adottato era quasi esclusivamente quello della metropoli: Roma, i governi, le élite politiche e militari. Il colonialismo veniva così raccontato come una sequenza di decisioni strategiche, campagne militari e iniziative economiche, inserite in una cornice interpretativa che presentava l’espansione come un fenomeno positivo e necessario: da un lato, come risposta ai bisogni dell’Italia, in particolare come valvola di sfogo per il surplus demografico e come alternativa all’emigrazione verso altri Paesi; dall’altro, e soprattutto, come strumento di progresso per i territori colonizzati, ai quali si riteneva di portare civiltà, sviluppo economico e opportunità di lavoro, secondo una visione fortemente gerarchica e paternalistica dei rapporti tra europei e popolazioni africane.

In questo quadro, gli ambiti di ricerca privilegiati erano soprattutto la storia politica, diplomatica e militare, mentre le colonie, più che soggetti di studio autonomi, erano scenari nei quali si dispiegava l’azione dello Stato italiano. Negli studi storici pertanto le popolazioni locali, quando comparivano, lo facevano di norma sul fondale, passive o come ostacolo da superare, di rado come soggetti dotati di una propria capacità di iniziativa. Peraltro furono pochi gli studi nel periodo liberale – fra questi si segnalano per esempio i lavori dello storico ed economista Gennaro Mondaini (1874-1948) –, quando era più abbondante invece una pubblicistica di natura non scientifica all’interno della quale, deve essere sottolineato, agli interventi apologetici delle vicende coloniali si aggiungevano non pochi testi critici da parte di intellettuali come Gaetano Salvemini (1873-1957), che fu anche tra i più accesi oppositori della guerra di Libia nel 1911.

Più numerosi, ma inevitabilmente aderenti alla propaganda di regime, gli studi prodotti durante il fascismo, quando furono le esigenze di politica interna ed estera a dettare la linea di studi coloniali spesso scritti da «scienziati funzionari», attori a vario titolo protagonisti nella costruzione dell’«impero».

 

L’Italia post-coloniale può attendere

Gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale costituirono solo in minima parte un momento di discontinuità. Con la firma del trattato di pace a Parigi nel 1947 – crollato il regime fascista, sconfitto e occupato militarmente dagli Alleati l’impero coloniale –, l’Italia fu costretta a rinunciare formalmente a tutti i territori precedentemente colonizzati. Per tutta la seconda metà degli anni Quaranta, tuttavia, i primi governi dell’Italia democratica, con il supporto sostanzialmente concorde dell’intero arco parlamentare antifascista, tentarono di mantenere una qualche forma di controllo sulle ex colonie pre-fasciste (con l’esclusione dunque dell’Etiopia, troppo strettamente associata al regime di Mussolini). Fin quando il destino delle ex colonie restò sospeso, in discussione sul tavolo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (cioè, almeno per quanto riguarda l’Eritrea, fino a tutto il 1950), l’Italia chiese quindi un ruolo nell’ex «Africa italiana» sulla base di precise rivendicazioni, che vertevano in larga misura sul riconoscimento del ruolo positivo svolto dal lavoro italiano e sulla «benevolenza» dei colonizzatori italiani. Richieste che restarono disattese a eccezione dell’amministrazione fiduciaria della Somalia, affidata a Roma dall’ONU tra il 1950 e il 1960.

In questo contesto, la continuità caratterizzò non solo la politica ma anche gli studi sul colonialismo. L’accademia italiana si trovò di fronte alla necessità di ridefinire il proprio rapporto con questo passato, e una delle strategie adottate fu quella di «neutralizzare» il campo di studi sul piano lessicale, per esempio abbandonando categorie (come «razza») e retoriche (come il continuo richiamo all’impero di Roma) tipiche del fascismo, o trasformando progressivamente le cattedre di «Storia e politica coloniale» in «Storia e istituzioni dei paesi afroasiatici». Ma la sostanza e i contenuti restavano in gran parte intatti.

 

La «nuova» solita storia del colonialismo: controllo delle fonti e sostegno a miti duraturi

Nuovi studi latitarono per lungo tempo: si consideri che l’opera di Raffaele Ciasca (1888-1975), Storia coloniale dell’Italia contemporanea. Da Assab all’impero, scritta alla fine degli anni Trenta (la prima ed. uscì nel 1938) e dunque in pieno periodo fascista, continuò per decenni a essere pressoché l’unica sintesi disponibile sull’argomento. Peraltro, vi fu una sostanziale continuità (che non sorprende affatto, considerando più in generale come avvenne la transizione tra fascismo e Italia repubblicana) anche a livello di uomini, con i principali accademici ed estensori di storie «coloniali» che erano stati protagonisti in tempo reale – come studiosi o spesso come funzionari direttamente coinvolti – dell’espansione coloniale italiana, e che nel dopoguerra furono i protagonisti di una «nuova» storia del colonialismo che invero era assai vecchia: uomini come l’ex funzionario coloniale e studioso Enrico De Leone (1906-1983), o Carlo Giglio (1911-1977), «decano» degli studi (ex) coloniali, studiosi diversi eppure entrambi fino agli anni Settanta espliciti sostenitori del ruolo positivo della colonizzazione italiana.

Ci fu dunque una presa di distanza solo formale dal passato «imperiale», che ebbe anche l’effetto di isolare la storia del colonialismo italiano entro un ambito specialistico, una nicchia poco o per nulla connessa ai grandi dibattiti storiografici, sia nazionali sia internazionali.

In questa fase, inoltre, pesò in modo significativo il controllo delle fonti. Il Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa, costituito nel 1952 sotto l’egida del ministero degli Affari esteri, esercitò un ruolo centrale nella raccolta e nella gestione delle carte d’archivio. Composto in larga parte da ex funzionari coloniali e pochi studiosi (come appunto Ciasca e Giglio), il Comitato promosse una lettura fortemente selettiva del passato, contribuendo a consolidare un’immagine autoassolutoria dell’esperienza coloniale, oltre a mantenere un ferreo controllo sull’accesso alle fonti.

Fu in questi primi tre decenni repubblicani che si affermarono con particolare forza alcuni miti fra loro interconnessi: quello degli «italiani brava gente», secondo cui la condotta degli italiani (in questo caso nei confronti della popolazione soggetta alla conquista coloniale) sarebbe sempre stata contraddistinta da un atteggiamento mite e bonario; e quello dell’«impero del lavoro», una narrazione che insisteva sulle opere infrastrutturali, sulle strade e sulle bonifiche, lasciando in ombra gli aspetti più violenti, razzisti e coercitivi del dominio coloniale. Una ricostruzione autoassolutoria e nostalgica che certo non vide, negli studiosi, un argine o un controcanto.

 

La svolta negli studi: dagli anni Sessanta alla fine del XX secolo

Bisogna attendere gli anni Sessanta e soprattutto Settanta perché emergano, fra molte difficoltà, approcci significativamente diversi. Una nuova generazione di studiosi, fra cui spicca senz’altro il giornalista e storico Angelo Del Boca (1925-2021), iniziò a interrogare criticamente quel patrimonio interpretativo, spostando l’attenzione su temi fino ad allora marginalizzati: la violenza nelle guerre coloniali e l’uso di armi chimiche, le politiche razziali, le pratiche di repressione indiscriminata contro la popolazione civile.

Fra molte resistenze, sia da parte degli accademici che dei circoli dei reduci, studiosi come Angelo Del Boca e Giorgio Rochat (1936-2024) iniziarono quindi a scrivere una nuova storia, finalmente critica, del passato coloniale italiano. In questo nuovo contesto, la ricerca cominciò ad avere accesso alla documentazione archivista e anche – seppur gradualmente – a includere una prospettiva «periferica», riconoscendo che le dinamiche locali e le scelte delle popolazioni africane avevano inciso in modo rilevante sulle vicende dell’impero.

Con il decennio successivo, ma soprattutto con gli anni Novanta, il salto in avanti fu ancora più significativo. Sulla scorta di grandi trasformazioni negli studi internazionali (il Cultural Turn, i Subaltern e Postcolonial Studies, la New Imperial History), anche in Italia si verificò una svolta quantitativa e qualitativa. La strada aperta dagli studi pionieristici condotti da Del Boca e da Rochat insieme a pochi altri, venne ora percorsa da generazioni più giovani di studiosi, sempre più numerosi.

Questo passaggio segnò l’avvio di una trasformazione più ampia, che riguardò non solo gli oggetti di studio ma anche il modo stesso di fare storia. Innanzitutto, a differenza delle generazioni precedenti, gli studiosi che hanno operato nell’ultimo decennio del XX secolo hanno avuto uno sguardo attento e sensibile verso il grande dibattito storiografico internazionale, riconoscendo il ritardo accumulato dagli studi italiani e, in dialogo con quanto si era scritto e si scriveva all’estero, cercando di colmarlo. Inoltre, accanto ai documenti ufficiali, hanno cominciato a essere valorizzate fonti diverse: lettere, diari, memorie, materiali visivi e prodotti culturali. Allo stesso modo, è a cavallo tra i due secoli che la storiografia italiana ha iniziato ad approfondire categorie come razza e genere, nel loro continuo intreccio sia nella metropoli sia nelle colonie. Si è aperta così, finalmente, la possibilità di restituire una rappresentazione più complessa e stratificata dell’esperienza coloniale, meno centrata sul punto di vista dello Stato e più attenta alle molteplici voci che hanno attraversato quella storia; non più limitata all’«azione trasformatrice» dell’Italia in Africa ma, viceversa, attenta a quanto siano state le colonie a trasformare la madrepatria.

 

Ambiti e sguardi delle ricerche più recenti

Negli ultimi venti anni, questa trasformazione si è ulteriormente approfondita e l’ormai vasta storiografia sul colonialismo italiano, dopo aver colmato (forse non in tutti gli ambiti, ma certamente in larga parte) il ritardo precedentemente accumulato rispetto alle storiografie sugli altri imperi coloniali, ha ora ampliato in modo significativo le scale e gli oggetti dell’analisi. E continua a farlo, dimostrandosi un campo di ricerca in continuo movimento.

Dopo una lunga fase, corrispondente più o meno ai primi due decenni del XXI secolo, in cui hanno prevalso sguardi su ciò che è avvenuto in Italia (molti gli studi su cultura, rappresentazioni e immaginari) con una crescente attenzione alle lunghe e complesse eredità materiali e culturali del colonialismo nell’Italia repubblicana, ora gli studi sembrano tornare a concentrarsi sul periodo coloniale, spostando lo sguardo dalla metropoli alle colonie e ampliando gli oggetti d’analisi.

Nuove direzioni di ricerca, per esempio, spostano l’attenzione dall’impero come struttura unitaria alle pratiche che lo componevano, cioè l’insieme di dispositivi – amministrativi, economici, culturali – che operavano su scala locale. Si indagano ambiti prima trascurati come le forme del controllo amministrativo, la vita associativa, le pratiche del tempo libero, le attività economiche e culturali, le infrastrutture entro cui queste attività si svolgevano. L’effetto complessivo, auspicabilmente, potrebbe essere una comprensione più precisa dei meccanismi attraverso cui il dominio coloniale si esercitava nella vita quotidiana.

In questo quadro si inserisce anche una rinnovata attenzione per la dimensione economica e politico-diplomatica, che non viene più studiata isolatamente ma in connessione con altri livelli di analisi e soprattutto con altri imperi. Le ricerche più recenti mostrano infatti come i colonialismi – non solo quello italiano – non siano fenomeni isolati e impermeabili, bensì inseriti in un sistema «trans-imperiale» di competizione, concorrenza e collaborazione. Da queste analisi emerge infatti una rete di scambi e movimenti di persone e pratiche che attraversa i confini delle colonie e degli imperi e che naturalmente riguarda anche il caso italiano.

La storia sociale, a lungo particolarmente negletta, da alcuni anni – su stimolo di studiosi come Nicola Labanca – ha preso vigore. E, nello sguardo sulla società, particolare attenzione viene riservata alla presenza femminile – su cui già negli scorsi decenni molto è stato scritto – come elemento centrale nella costruzione di un ordine coloniale nel quale le politiche razziste contro il «meticciato», la regolazione delle relazioni affettive e la definizione dei ruoli di genere sono strumenti fondamentali per il mantenimento delle gerarchie razziali. In aggiunta a questo, le nuove ricerche in corso mostrano come la vita quotidiana nelle colonie fosse attraversata da tensioni, adattamenti e contraddizioni che sfuggono sia alle rappresentazioni ufficiali sia a una rigida contrapposizione tra colonizzatori e colonizzati. Il risultato che sembra emergere è quello di società coloniali assai complesse e ricche di sfumature.

Recentissimi lavori stanno perseguendo fonti e metodologie prima poco esplorate. Penso per esempio alla storia ambientale (che prende in esame la relazione tra società e territorio); alla storia dell’istruzione sia per quanto concerne la manualistica nelle scuole italiane (indagata da più tempo) sia riguardo il funzionamento delle istituzioni scolastiche nelle colonie; agli studi sulla cultura materiale e visuale, che guardano all’impero come un insieme di rappresentazioni diffuse nella società italiana attraverso immagini, oggetti, prodotti editoriali e pratiche culturali: fotografie, cinegiornali, riviste, musei, libri e – questo forse l’aspetto più innovativo – oggetti d’arte e di consumo quotidiano diventano fonti essenziali per comprendere come il colonialismo fosse interiorizzato e reso familiare attraverso la produzione di immaginari.

 

L’ombra lunga del colonialismo sul tempo presente

Infine, un ambito ancora assai rilevante riguarda lo studio dell’eredità del colonialismo nel presente. Negli ultimi anni, la ricerca ha mostrato come la fine dell’impero non abbia coinciso con la fine dei suoi effetti, perché la mancata elaborazione pubblica dei crimini coloniali e la persistenza di narrazioni autoassolutorie hanno contribuito a mantenere vivo un insieme di rappresentazioni e di atteggiamenti che influenzano tuttora la società italiana. Per questo, oggi, studiare le eredità coloniali significa osservarne i segni visibili, come monumenti, lapidi, nomi di strade: si pensi alla piazza dei Cinquecento a Roma (denominazione che ricorda i soldati italiani morti nella battaglia coloniale di Dogali del 1887) o alle dispute decennali per la restituzione dell’obelisco di Axum (trasferito dall’Etiopia in Italia come bottino di guerra nel 1935, e reso al governo etiope solo settant’anni dopo); questi segni sono stati a lungo interpretati non come simboli di un’oppressione, ma come testimonianze di un valore nazionale o di un’opera civilizzatrice da difendere. L’eredità coloniale si ritrova però anche in segni meno evidenti: abitudini linguistiche, immagini ricorrenti dell’Africa, modi di rappresentare le migrazioni e forme di esclusione dal corpo sociale che hanno contribuito a definire, anche dopo la fine dell’impero, i confini simbolici della comunità nazionale. In questo senso, è significativo il processo che ha portato gli italiani a riconoscersi come «bianchi» e «civili» per contrasto con le popolazioni colonizzate, che ha avuto origine nel periodo liberale, è sopravvissuto alla caduta del fascismo e poi ha influenzato la legislazione della Repubblica – si pensi per esempio a quella sulla cittadinanza. Così come significative sono state le forme di esclusione sociale verso gli ex sudditi o i figli di unioni italo-africane, ai quali lo Stato ha spesso negato il riconoscimento per preservare un corpo nazionale immaginato come omogeneo.

Oggi, la crescente consapevolezza di queste dinamiche spinge dunque a rileggere i segni del colonialismo non come semplici “resti” di un’epoca conclusa, ma come strumenti che continuano a definire i confini simbolici della comunità nazionale, condizionando in modo significativo la cultura e la politica.

 

La proposta di rileggere la storia italiana attraverso il colonialismo

Per chi insegna storia, i risultati di questo rinnovamento storiografico, di lungo corso e di recente accelerazione, hanno implicazioni importanti. Non si tratta soltanto di aggiornare le conoscenze sul colonialismo italiano, ma di cambiare il modo in cui lo si integra nel racconto della storia dell’Italia contemporanea. Il colonialismo non è più un capitolo marginale o separato, ma è parte integrante della storia (e dunque dell’identità) italiana; e costituisce una chiave interpretativa che permette di rileggere temi centrali come la transizione tra fascismo e democrazia, il razzismo, la costruzione della cittadinanza, la percezione dell’alterità, e il rapporto tra Italia e mondo extraeuropeo. In questo senso, la recente storiografia sul colonialismo italiano offre strumenti preziosi per una lettura più consapevole e critica del passato.

Maggio 2026

Immagine: Asmara in una cartolina del 1937-1938, quando era la principale città dell’Africa Orientale Italiana, entità creata da Roma nel 1936 unificando le vecchie colonie Eritrea e Somalia e l’Etiopia appena conquistata.

 

Bibliografia essenziale

Carmen Belmonte, Arte e colonialismo in Italia. Oggetti, immagini, migrazioni (1882-1906), Marsilio, Venezia 2021.

Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, trad. di Mariacristina Cesa e Nicolina Pomilio, Rizzoli, Milano 2018.

Francesco Casales, Raccontare l’Oltremare. Storia del romanzo coloniale italiano (1913-1943), Le Monnier-Mondadori Education, Milano 2023.

Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, 4 voll., Laterza, Roma-Bari 1976-1984.

Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia, 2 voll., Laterza, Roma-Bari 1986-1987.

Valeria Deplano, La Madrepatria è una terra straniera. Libici, eritrei e somali nell’Italia del dopoguerra (1945-1960), Le Monnier-Mondadori Education, Firenze 2017.

Valeria Deplano, Alessandro Pes, Storia del colonialismo italiano. Politica, cultura e memoria dall’età liberale ai nostri giorni, Carocci, Roma 2024.

Emanuele Ertola, In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero, Laterza, Roma-Bari 2017.

Emanuele Ertola, Il colonialismo degli italiani. Storia di un’ideologia, Carocci, Roma 2022.

Beatrice Falcucci, L’impero nei musei. Storie di collezioni coloniali italiane, Pacini, Pisa 2025.

Nicola Labanca, Studi storici sul colonialismo italiano. Bibliografia (2000-2024), FrancoAngeli, Milano 2024.

Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, il Mulino, Bologna 2025 (prima ed. 2002).

Gianmarco Mancosu, Vedere l’impero. L’Istituto Luce e il colonialismo fascista, Mimesis, Milano-Udine 2022.

Quel che resta dell’impero, a cura di Valeria Deplano e Alessandro Pes, Mimesis, Milano-Udine, 2014.

 

Per approfondire

Su alcuni dei temi evocati da Emanuele Ertola si possono vedere tre articoli della rubrica «Fonti» in questo stesso spazio online: I manuali di storia come oggetti di studio e fonti per la ricerca storica, di Silvia Benini, che tra le altre cose ricorda il volume La Libia nei manuali scolastici italiani (1911-2001), a cura di Nicola Labanca, Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente, Roma 2004; Successo e disgrazia di una canzone. Sfumature del razzismo fascista durante la guerra d’Etiopia, di Filippo Benfante, che tocca i temi delle politiche razziali e della loro eredità nell’Italia repubblicana; La repubblica partigiana, «defascistizzata» e «decolonizzata» dell’Ossola, di Filippo Benfante, che riprende un caso di intervento nello spazio pubblico, nel settembre-ottobre 1944, per distruggere le lapidi che ricordavano l’«impresa coloniale» in Etiopia.

Nella rubrica «Letture» è disponibile una scheda del libro di Francesco Casales citato nella bibliografia: Letture d’invasione. Il romanzo coloniale italiano tra mercato e propaganda, a cura di Silvia Benini.

Infine, segnaliamo che Nicola Labanca, citato nell’articolo, ha contribuito alla rubrica «Calendario civile» con un intervento dedicato alla giornata del 20 settembre.

 

L’autore

Emanuele Ertola insegna Storia contemporanea all’Università di Siena. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia del Novecento, con particolare attenzione ai colonialismi, ai movimenti migratori, al processo di decolonizzazione, e al modo in cui le democrazie hanno affrontato e affrontano le eredità culturali e materiali dei colonialismi e dei regimi autoritari. Tra i suoi lavori più recenti: In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero, Laterza, Roma-Bari 2017; Il colonialismo degli italiani. Storia di un’ideologia, Carocci, Roma 2022; Tracce fasciste. L’eredità materiale del Ventennio, Laterza, Roma-Bari 2026.