Letture d’invasione. Il romanzo coloniale italiano tra mercato e propaganda
Francesco Casales, Raccontare l’Oltremare. Storia del romanzo coloniale italiano (1913-1943), Le Monnier, Milano 2023, 324 p. Scheda a cura di Silvia Benini
Il «romanzo coloniale» fu un prodotto culturale «fiancheggiatore» del colonialismo: diffondeva storie che alimentavano l’immaginario, spingevano all’«avventura», mettevano in scena i rapporti che avrebbero dovuto instaurarsi tra colonizzatori (dominatori) e colonizzati (dominati), propagandava e legittimava l’idea della «missione civilizzatrice». Francesco Casales, muovendosi tra analisi letteraria e storiografica, indaga sul caso italiano, mostrando come questi libri, che pure non ebbero grande successo di pubblico, diedero il loro contributo all’opera di propaganda e di legittimazione della conquista e dell’oppressione delle colonie. Dopo la guerra, perse le colonie, questa «eredità» ha continuato ad agire anche nell’Italia repubblicana.
Riflettere sul colonialismo italiano
Il 2025 segna il novantesimo anniversario dell’invasione italiana dell’Etiopia (iniziata nell’ottobre 1935, la guerra si concluse nel maggio 1936), che segnò al tempo stesso il momento culminate e l’ultima breve fase della storia del colonialismo italiano. Riflettere oggi su quella guerra e, più in generale, sul colonialismo italiano, significa interrogarsi non solo sugli eventi, ma anche sugli strumenti attraverso cui tale «impresa» fu narrata, giustificata, immaginata. È proprio in questa direzione che si colloca il lavoro di Francesco Casales, Raccontare l’Oltremare, che propone una storia del romanzo coloniale italiano dal 1913 al 1943, cioè dalla guerra di Libia fino alla caduta del fascismo.
Che cos’è il romanzo coloniale?
Casales apre il volume precisando l’oggetto del suo studio: per «romanzo coloniale» non si deve intendere qualsiasi produzione letteraria di argomento africano o esotico, ma un tipo specifico di romanzo, storicamente collocato, che presenta alcuni tratti costanti. La ricerca si sofferma di più su alcuni titoli, che vanno da Anthy. Romanzo di Rodi, di Guido Milanesi (1913), definito da Casales il «primo romanzo coloniale» italiano (p. 4), a Il cimitero degli elefanti di Mario Appelius (1928) e La sposa bianca di Pina Ballario (1931). Particolare rilevanza assumono due romanzi (benché non corrispondano del tutto al canone): Sambadù amore negro di Mura (pseudonimo di Maria Volpi Nannipieri, 1934) e il «romanzo storico» di Riccardo Bacchelli, Mal d’Africa (1935). Quasi tutti questi titoli ebbero varie edizioni e ristampe (quello di Bacchelli anche nel dopoguerra).
Tipicamente, il «romanzo coloniale» mette in scena rapporti di dominio e di alterità secondo la prospettiva dei colonizzatori, strutturando trame e personaggi in base a opposizioni razziali, di genere e di classe. Inoltre, è un prodotto editoriale che punta a una diffusione di massa, ed è caratterizzato dalla subalternità al sistema politico dominante e da una spiccata volontà pedagogica e propagandistica: presentare le colonie come spazi di opportunità, giustificare l’operato dello Stato e legittimare l’idea della missione civilizzatrice italiana.
Un altro aspetto cruciale, che Casales definisce già nel primo capitolo, è la collocazione «transnazionale» del romanzo coloniale: il genere italiano non può essere compreso senza inserirlo nella più ampia galassia della narrativa coloniale europea e statunitense. Questi romanzi dialogavano con modelli stranieri e allo stesso tempo cercavano di tradurre in chiave nazionale schemi narrativi che altrove avevano riscosso successo.
Tipicamente, il «romanzo coloniale» mette in scena rapporti di dominio e di alterità secondo la prospettiva dei colonizzatori, strutturando trame e personaggi in base a opposizioni razziali, di genere e di classe. Inoltre, è un prodotto editoriale che punta a una diffusione di massa, ed è caratterizzato dalla subalternità al sistema politico dominante e da una spiccata volontà pedagogica e propagandistica: presentare le colonie come spazi di opportunità, giustificare l’operato dello Stato e legittimare l’idea della missione civilizzatrice italiana.
Un altro aspetto cruciale, che Casales definisce già nel primo capitolo, è la collocazione «transnazionale» del romanzo coloniale: il genere italiano non può essere compreso senza inserirlo nella più ampia galassia della narrativa coloniale europea e statunitense. Questi romanzi dialogavano con modelli stranieri e allo stesso tempo cercavano di tradurre in chiave nazionale schemi narrativi che altrove avevano riscosso successo.
Il paradosso del romanzo coloniale
Dopo aver definito che cosa sia il romanzo coloniale, quale sia il suo ruolo in altri Paesi europei e chi ne siano gli autori, Casales cerca di ricostruire la «catena produttiva» (p. 79) di questi romanzi in Italia e ci fornisce un dato sorprendente: tra il 1913 e il 1943 furono pubblicati oltre 170 romanzi coloniali (l’autore li elenca in appendice, offrendo anche una breve sinossi), un numero significativo, soprattutto se si considerano i bassi dati di vendita. Malgrado lo scarso successo commerciale, queste opere continuavano a essere pubblicate. Perché? L’autore propone varie spiegazioni possibili, ma la più convincente, a suo avviso, è che gli editori non puntavano realmente a un pubblico di lettori, ma a immettere sul mercato libri che, anche se poco letti, avessero una funzione simbolica e propagandistica, intercettando così le aspettative del governo. In questo senso, il romanzo coloniale si rivelò una scommessa fallimentare sul piano economico, ma coerente con il progetto politico: un genere che serviva più che altro a mettere in circolazione un immaginario e che trovò così la propria ragion d’essere anche al di là dei dati di vendita.
In altre parole, il romanzo coloniale non «funzionò» come fenomeno letterario in senso stretto, ma ebbe invece un ruolo rilevante come strumento culturale e politico. È proprio per questo forte legame con il sistema politico che l’autore definisce questo genere di romanzi come «parassitario» (p. 4).
In altre parole, il romanzo coloniale non «funzionò» come fenomeno letterario in senso stretto, ma ebbe invece un ruolo rilevante come strumento culturale e politico. È proprio per questo forte legame con il sistema politico che l’autore definisce questo genere di romanzi come «parassitario» (p. 4).
Un’analisi storiografica e letteraria
Il libro di Casales si muove lungo due assi interpretativi che dialogano costantemente. L’analisi letteraria (al centro del quarto e quinto capitolo) permette di entrare nel cuore dei testi e di individuare le strutture narrative ricorrenti. Emergono così personaggi tipici e figure stereotipate: l’uomo bianco che trova nella colonia il luogo della propria «rigenerazione»; la donna bianca fragile e bisognosa di protezione; la donna indigena ridotta a oggetto di desiderio o, al contrario, a minaccia; i «meticci» segnati da ambiguità e condanna; le folle africane raffigurate come masse caotiche e pigre, da disciplinare. Questi dispositivi non erano semplici artifici narrativi, ma strumenti attraverso cui venivano veicolati messaggi di ordine razziale e di genere, funzionali alla legittimazione del dominio coloniale. È interessante sottolineare come l’autore noti, però, un’evoluzione di questi topoi nel corso del tempo. In particolare, secondo Casales, a metà degli anni Trenta, in corrispondenza della guerra d’Etiopia, si nota un «notevole rallentamento» della rappresentazione sessualizzata dei personaggi femminili indigeni, e specialmente africani e, più in generale, un calo del romanzo erotico-esotico, a vantaggio del romanzo coloniale d’impronta più espressamente pedagogica, rivolto a un pubblico più giovane (p. 110). Ragione di questo cambiamento, l’introduzione di una politica razzista e segregazionista: subito dopo la conquista dell’Etiopia, il regime si preoccupò di separare i colonizzatori bianchi, «cittadini dell’impero», dai «sudditi indigeni», orientamento formalizzato a partire dalla legge del 1937 che proibiva le relazioni di «indole coniugale» tra italiani e donne africane (non più oggetto di desiderio, ma di disprezzo), e poi via via irrigidito con altre misure.
Sul piano dell’analisi storiografica – che presta un’attenzione particolare alla ricostruzione della storia editoriale, condotta nel secondo e terzo capitolo – l’autore colloca il romanzo coloniale, in quanto merce di consumo, nel più ampio panorama della cultura italiana del Novecento. Casales ricostruisce il profilo degli autori, spesso giornalisti, militari, missionari o coloni, che si cimentavano nella narrativa attingendo alla propria esperienza o a repertori stereotipati già consolidati. Indaga il ruolo delle case editrici, le strategie di collocazione sul mercato, i circuiti di distribuzione, mostrando come questo genere fosse «all’intersezione di una scommessa editoriale e di un progetto politico» (p. 79). In tal modo il romanzo coloniale appare non soltanto come un repertorio di storie, ma come un prodotto culturale a pieno titolo, parte integrante di un ecosistema culturale.
Sul piano dell’analisi storiografica – che presta un’attenzione particolare alla ricostruzione della storia editoriale, condotta nel secondo e terzo capitolo – l’autore colloca il romanzo coloniale, in quanto merce di consumo, nel più ampio panorama della cultura italiana del Novecento. Casales ricostruisce il profilo degli autori, spesso giornalisti, militari, missionari o coloni, che si cimentavano nella narrativa attingendo alla propria esperienza o a repertori stereotipati già consolidati. Indaga il ruolo delle case editrici, le strategie di collocazione sul mercato, i circuiti di distribuzione, mostrando come questo genere fosse «all’intersezione di una scommessa editoriale e di un progetto politico» (p. 79). In tal modo il romanzo coloniale appare non soltanto come un repertorio di storie, ma come un prodotto culturale a pieno titolo, parte integrante di un ecosistema culturale.
Dopo il 1943: un passato (coloniale) che non passa
Sebbene l’autore delimiti l’arco cronologico al 1943, l’epilogo mostra che il romanzo coloniale non morì con la caduta del fascismo. Continuò ad agire, sottotraccia, nel dopoguerra: alcuni autori proseguirono la loro carriera, certe rappresentazioni rimasero in circolazione, e la cultura repubblicana preferì rimuovere piuttosto che elaborare il passato coloniale. Questa persistenza silenziosa, unita alla rimozione collettiva, spiega la difficoltà che ancora oggi la società italiana incontra nel confrontarsi con la propria eredità coloniale.
Ottobre 2025
Immagine: illustrazione della battaglia di Adua, tra truppe del Regno d’Italia e del Regno di Etiopia. Dalla rivista inglese The Graphic, dell’11 aprile 1896.
Ottobre 2025
Immagine: illustrazione della battaglia di Adua, tra truppe del Regno d’Italia e del Regno di Etiopia. Dalla rivista inglese The Graphic, dell’11 aprile 1896.