Successo e disgrazia di una canzone: sfumature del razzismo fascista durante la Guerra d’Etiopia
A cura di Filippo Benfante
La guerra d’Etiopia, a cui il regime fascista diede inizio il 3 ottobre 1935, ebbe la sua colonna sonora. La mobilitazione di soldati e civili, sul fronte di guerra e sul fronte interno, si fece anche al ritmo di canzonette che spingevano all’avventura coloniale. La più famosa fu Faccetta nera che, a passo di marcia, magnificava una conquista erotica: una «bella abissina» da liberare dalla schiavitù etiopica, salvo ridurla in «schiavitù d’amore» e vestirla in camicia nera. Oggi pensiamo a quella canzone come a un canto fascista, transitato nel repertorio dei nostalgici del regime. Eppure, dopo la conquista dell’Etiopia (maggio 1936) cadde in disgrazia. Dal 1937, il testo – pur connotato dal razzismo e dal maschilismo tipico di ogni impresa coloniale – non si confaceva più alla politica «imperiale» di Mussolini, ancora più razzista e segregazionista. Un percorso tra alcuni documenti del colonialismo italiano.
La guerra per il «posto al sole»
La grande adunata nelle piazze di tutta Italia fu preparata dal primo pomeriggio del 2 ottobre 1935: «A un ordine del Duce trasmesso dal Segretario del Partito nei più lontani Comuni del Regno, quarantaquattro milioni di cittadini erano scattati in piedi. Roma, capitale dell’Italia una, partecipava alla gigantesca mobilitazione con il fervore del suo grande animo e la massa imponente della sua popolazione che progredisce verso il milione e duecentomila abitanti», riferiva il cronista della Stampa con uno zelo demografico che superava persino le parole di Mussolini. Il dittatore si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia, a Roma, verso le 18,30 del 2 ottobre 1935, rivolgendosi a una platea più selezionata: «Venti milioni di uomini occupano in questo momento le piazze di tutta Italia. […] Venti milioni di uomini: un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola». Era l’annuncio dell’avvio all’aggressione contro l’Etiopia, il momento in cui il regime faceva valere «il diritto» di «un popolo intero di quarantaquattro milioni di anime» (eccola qui, dunque, la contabilità del cronista) al suo «posto al sole», l’espressione con cui correntemente si indicava il dominio coloniale.
Mussolini concludeva il suo discorso con queste parole: «Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi! Fa’ che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di sprone agli amici e di monito ai nemici in ogni parte del mondo; grido di giustizia, grido di vittoria!».
Era un richiamo al passato del colonialismo italiano e alla sua peculiarità: le sue «ragioni» (ottenere terra, colonie dove le braccia dei lavoratori italiani avrebbero trovato una meta alternativa all’emigrazione di massa) e le sue «suggestioni» («la grande proletaria si è mossa», secondo la celebre frase coniata dal poeta Giovanni Pascoli per sostenere la guerra di Libia nel 1911). C’era un richiamo all’ultima battaglia della prima guerra mondiale (Vittorio Veneto), e quindi al mito della «vittoria mutilata»: gli obiettivi dell’espansionismo che i governi dell’Italia liberale non avevano saputo far valere di fronte alle altre potenze vincitrici (gli Stati Uniti, e soprattutto Francia e Gran Bretagna, con i loro imperi coloniali già acquisiti). Questo il messaggio di Mussolini: l’Italia nata dalla marcia su Roma di tredici anni prima, quella della «Rivoluzione fascista», avrebbe fatto meglio dell’Italia liberale, su tutti i tavoli e a dispetto delle altre potenze.
Mussolini concludeva il suo discorso con queste parole: «Italia proletaria e fascista, Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in piedi! Fa’ che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in Africa, di sprone agli amici e di monito ai nemici in ogni parte del mondo; grido di giustizia, grido di vittoria!».
Era un richiamo al passato del colonialismo italiano e alla sua peculiarità: le sue «ragioni» (ottenere terra, colonie dove le braccia dei lavoratori italiani avrebbero trovato una meta alternativa all’emigrazione di massa) e le sue «suggestioni» («la grande proletaria si è mossa», secondo la celebre frase coniata dal poeta Giovanni Pascoli per sostenere la guerra di Libia nel 1911). C’era un richiamo all’ultima battaglia della prima guerra mondiale (Vittorio Veneto), e quindi al mito della «vittoria mutilata»: gli obiettivi dell’espansionismo che i governi dell’Italia liberale non avevano saputo far valere di fronte alle altre potenze vincitrici (gli Stati Uniti, e soprattutto Francia e Gran Bretagna, con i loro imperi coloniali già acquisiti). Questo il messaggio di Mussolini: l’Italia nata dalla marcia su Roma di tredici anni prima, quella della «Rivoluzione fascista», avrebbe fatto meglio dell’Italia liberale, su tutti i tavoli e a dispetto delle altre potenze.
Il colonialismo fascista: la repressione in Libia
All’inizio degli anni Trenta, il regime fascista aveva appena completato ciò che considerava la «riconquista» o la «pacificazione» della Libia, formalmente occupata dal 1912, al termine del conflitto contro l’Impero ottomano, ma di fatto non ancora acquisita al controllo italiano. Si trattò di «una guerra coloniale di tipo tradizionale condotta con efficienza e durezza, senza clamore né propaganda», ha scritto lo storico Giorgio Rochat (1936-2024). La repressione della resistenza libica conobbe un salto di qualità quando i vertici militari (il generale Graziani e il maresciallo Badoglio) ottennero da Mussolini l’autorizzazione a colpire la popolazione nel suo insieme: dal 1930 tra 80.000 e 110.000 berberi (le cifre oscillano a seconda delle fonti, comunque il grosso della popolazione di un’area semidesertica) furono deportati e rinchiusi in campi di concentramento; le condizioni dei trasferimenti e della prigionia furono tali che nei tre anni seguenti ne morì circa la metà; inoltre, fu ammazzato quasi tutto il bestiame (ovini, cavalli e cammelli) su cui si fondava l’economia locale. Nel 1931 fu catturato e ucciso il leader libico Omar al-Mukhtar. Nel gennaio 1932 il maresciallo Badoglio proclamò la definitiva «pacificazione» della Libia.
Una guerra «nazionale» e moderna
È proprio nel 1932 che il regime cominciò a pensare all’invasione dell’Etiopia. Era un altro capitolo in sospeso del colonialismo dell’Italia liberale, i cui progetti di espansione nel Corno d’Africa erano stati bloccati dalla sconfitta di Adua, nel 1896. Fu nel 1934 che discussioni e piani ipotetici cominciarono a concretizzarsi per volontà di Mussolini, che mise la conquista dell’Etiopia tra le mete del regime. Le ragioni di questa scelta politica erano molteplici: la possibilità di dare impulso all’economia, alle prese con le conseguenze della crisi del 1929; la necessità di affermare la forza e il prestigio del regime, tanto più dopo che l’ascesa di Hitler in Germania, nel 1933, e il rilancio della potenza economica e militare tedesca sembravano già chiudere prospettive di espansione fascista verso Balcani ed Europa centrale.
I preparativi militari si intensificarono dunque nel corso del 1934 e soprattutto all’inizio del 1935. Il pretesto fu un incidente di frontiera tra la Somalia (colonia italiana) e l’Etiopia (novembre 1934). La propaganda di regime cominciò a soffiare sul fuoco. L’Italia fascista si apprestava: a conquistare il suo sacrosanto «posto al sole»; a vendicare l’onta di Adua; a svolgere, secondo la tipica giustificazione del colonialismo, la sua «missione civilizzatrice» nei confronti di un Paese «arretrato» dove, tra le altre cose, persisteva la schiavitù. Parallelamente, il lavoro della diplomazia aveva assicurato un sostanziale via libera da parte di Francia e Gran Bretagna.
A differenza di quanto accaduto fino ad allora, il regime non allestì una «guerra coloniale» del tipo che le potenze europee avevano combattuto fino ad allora, mettendo in campo poche migliaia di soldati, forti di un armamento moderno. Mussolini dispose una mobilitazione di massa, che coinvolse centinaia di migliaia di uomini, rendendola una «guerra nazionale». Come faceva intendere il discorso del dittatore citato sopra, il 2 ottobre 1935 c’erano già circa 150.000 soldati italiani ammassati in Eritrea e in Somalia, da dove sarebbe cominciata un’invasione a tenaglia; a queste forze andavano aggiunte alcune decine di migliaia di «ascari», cioè le truppe reclutate tra le popolazioni già colonizzate (eritrei soprattutto).
Agli uomini, si aggiungevano gli strumenti di una guerra moderna. Per mesi, armi e mezzi furono inviati con straordinaria larghezza: decine di migliaia di automezzi e di mitragliatrici, un migliaio di cannoni, centinaia di carrarmati e di aerei. Non si poteva rischiare un’altra Adua e per accelerare la vittoria non si badò a scrupoli: furono impiegati anche gas asfissianti, malgrado l’Italia avesse aderito pochi anni prima alla convenzione internazionale che metteva al bando questo genere di armi, i cui effetti avevano destato orrore durante la Prima guerra mondiale. Del resto, i gas non venivano usati su campi di battaglia europei, ma su «indigeni»: un altro aspetto del razzismo insito in questo e in qualsiasi conflitto per le colonie.
I preparativi militari si intensificarono dunque nel corso del 1934 e soprattutto all’inizio del 1935. Il pretesto fu un incidente di frontiera tra la Somalia (colonia italiana) e l’Etiopia (novembre 1934). La propaganda di regime cominciò a soffiare sul fuoco. L’Italia fascista si apprestava: a conquistare il suo sacrosanto «posto al sole»; a vendicare l’onta di Adua; a svolgere, secondo la tipica giustificazione del colonialismo, la sua «missione civilizzatrice» nei confronti di un Paese «arretrato» dove, tra le altre cose, persisteva la schiavitù. Parallelamente, il lavoro della diplomazia aveva assicurato un sostanziale via libera da parte di Francia e Gran Bretagna.
A differenza di quanto accaduto fino ad allora, il regime non allestì una «guerra coloniale» del tipo che le potenze europee avevano combattuto fino ad allora, mettendo in campo poche migliaia di soldati, forti di un armamento moderno. Mussolini dispose una mobilitazione di massa, che coinvolse centinaia di migliaia di uomini, rendendola una «guerra nazionale». Come faceva intendere il discorso del dittatore citato sopra, il 2 ottobre 1935 c’erano già circa 150.000 soldati italiani ammassati in Eritrea e in Somalia, da dove sarebbe cominciata un’invasione a tenaglia; a queste forze andavano aggiunte alcune decine di migliaia di «ascari», cioè le truppe reclutate tra le popolazioni già colonizzate (eritrei soprattutto).
Agli uomini, si aggiungevano gli strumenti di una guerra moderna. Per mesi, armi e mezzi furono inviati con straordinaria larghezza: decine di migliaia di automezzi e di mitragliatrici, un migliaio di cannoni, centinaia di carrarmati e di aerei. Non si poteva rischiare un’altra Adua e per accelerare la vittoria non si badò a scrupoli: furono impiegati anche gas asfissianti, malgrado l’Italia avesse aderito pochi anni prima alla convenzione internazionale che metteva al bando questo genere di armi, i cui effetti avevano destato orrore durante la Prima guerra mondiale. Del resto, i gas non venivano usati su campi di battaglia europei, ma su «indigeni»: un altro aspetto del razzismo insito in questo e in qualsiasi conflitto per le colonie.
Una guerra anacronistica e destabilizzatrice dell’ordine internazionale
Ci sono altri due aspetti di questa guerra che gli studi hanno evidenziato.
In primo luogo, l’aspirazione all’«impero fascista» era anacronistica: si manifestò in un certo senso fuori tempo massimo, quando già, a livello globale, si avvertivano avvisaglie della necessità di ridefinire le relazioni tra «metropoli» e «colonie» e muovevano i primi passi i movimenti di decolonizzazione e liberazione nazionale. Prendiamo per esempio il caso del più grande impero coloniale della storia, quello britannico: nel 1931 il Regno Unito aveva riformato i rapporti con i suoi domini coloniali, con lo statuto di Westminster; al contempo, l’India, la «perla» dell’impero, aveva già imboccato la via verso l’indipendenza, che si sarebbe realizzata nel 1947.
In secondo luogo, la guerra del 1935-1936 rappresentò un passo importante verso la Seconda guerra mondiale. L’Etiopia, che l’Italia invase il 3 ottobre 1935 senza nemmeno presentare una formale dichiarazione di guerra, era l’unico Stato africano indipendente e membro della Società delle Nazioni (l’organizzazione internazionale nata in seguito al primo conflitto mondiale). Il 6 ottobre, l’assemblea della Società votò a larghissima maggioranza una censura contro l’aggressione italiana, a cui seguì una serie di sanzioni economiche, peraltro di portata relativamente modesta. Francia e Gran Bretagna, che nel corso del 1935 avevano sperato di risolvere la questione con un compromesso diplomatico (ma l’Italia fascista voleva la guerra), mantennero una posizione ambigua e non interventista: formalmente ostili, anche per le pressioni della loro opinione pubblica, scandalizzata da quanto accadeva, in realtà erano decise soprattutto a non allargare il conflitto. Di fronte alla minaccia crescente della Germania, le due potenze erano intenzionate a mantenere l’Italia di Mussolini nel perimetro di quella che era stata l’Intesa.
Ma quando il dittatore, il 5 maggio 1936, proclamò altrettanto unilateralmente la fine della guerra, le relazioni internazionali erano ridotte in macerie: la Società delle Nazioni aveva dimostrato la sua incapacità di prevenire e gestire i conflitti; il regime di Mussolini, che ancora nel 1935 sembrava poter essere alleato con Parigi e Londra, aveva ridefinito la sua posizione, inclinando verso la Germania. Pochi mesi dopo, l’inizio della guerra di Spagna avrebbe fatto da preludio al conflitto generale in Europa.
In primo luogo, l’aspirazione all’«impero fascista» era anacronistica: si manifestò in un certo senso fuori tempo massimo, quando già, a livello globale, si avvertivano avvisaglie della necessità di ridefinire le relazioni tra «metropoli» e «colonie» e muovevano i primi passi i movimenti di decolonizzazione e liberazione nazionale. Prendiamo per esempio il caso del più grande impero coloniale della storia, quello britannico: nel 1931 il Regno Unito aveva riformato i rapporti con i suoi domini coloniali, con lo statuto di Westminster; al contempo, l’India, la «perla» dell’impero, aveva già imboccato la via verso l’indipendenza, che si sarebbe realizzata nel 1947.
In secondo luogo, la guerra del 1935-1936 rappresentò un passo importante verso la Seconda guerra mondiale. L’Etiopia, che l’Italia invase il 3 ottobre 1935 senza nemmeno presentare una formale dichiarazione di guerra, era l’unico Stato africano indipendente e membro della Società delle Nazioni (l’organizzazione internazionale nata in seguito al primo conflitto mondiale). Il 6 ottobre, l’assemblea della Società votò a larghissima maggioranza una censura contro l’aggressione italiana, a cui seguì una serie di sanzioni economiche, peraltro di portata relativamente modesta. Francia e Gran Bretagna, che nel corso del 1935 avevano sperato di risolvere la questione con un compromesso diplomatico (ma l’Italia fascista voleva la guerra), mantennero una posizione ambigua e non interventista: formalmente ostili, anche per le pressioni della loro opinione pubblica, scandalizzata da quanto accadeva, in realtà erano decise soprattutto a non allargare il conflitto. Di fronte alla minaccia crescente della Germania, le due potenze erano intenzionate a mantenere l’Italia di Mussolini nel perimetro di quella che era stata l’Intesa.
Ma quando il dittatore, il 5 maggio 1936, proclamò altrettanto unilateralmente la fine della guerra, le relazioni internazionali erano ridotte in macerie: la Società delle Nazioni aveva dimostrato la sua incapacità di prevenire e gestire i conflitti; il regime di Mussolini, che ancora nel 1935 sembrava poter essere alleato con Parigi e Londra, aveva ridefinito la sua posizione, inclinando verso la Germania. Pochi mesi dopo, l’inizio della guerra di Spagna avrebbe fatto da preludio al conflitto generale in Europa.
La propaganda interna
La guerra d’Etiopia fu «moderna» anche nella preparazione del «fronte interno». Il regime mobilitò i quotidiani, l’editoria e la stampa illustrata – comprese le cartoline e i francobolli che servivano a spedirle –, la radio, il teatro e il cinema, con i suoi cinegiornali. Bisognava rendere gli italiani e le italiane consci del loro «destino», dei loro «diritti», nonché della «barbarie» etiope.
Molti studi, negli ultimi decenni, hanno messo in luce i caratteri fortemente razzisti di questo vasto repertorio dove, tra le altre cose, pullulavano immagini di «veneri nere» a seno nudo. Un capitolo di questa vicenda fu a base di canzonette, a cui, sin dai primi del Novecento, era stato affidato un ruolo cruciale nella propaganda e nella commemorazione di fatti e sentimenti nazionali. Negli anni Trenta c’era ormai la radio a garantire una diffusione capillare e continua delle canzoni.
Il prototipo era nato in occasione della precedente avventura coloniale: A Tripoli!, meglio nota come Tripoli bel suol d’amor, era stato il motivetto che aveva accompagnato la guerra di Libia del 1911-12. L’accostamento tra conquista coloniale e conquista erotica era già acquisito.
Ennio Flaiano (1910-1972), un giovane sottotenente sul campo in Etiopia destinato a diventare un famoso scrittore e sceneggiatore, annotò nel suo diario: «Influenza delle canzonette sull’arruolamento coloniale. Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale». In mente aveva Faccetta nera, che – scriveva il critico letterario Filippo Fichera nel 1937 – «ha avuto momenti di fervore nazionale e ha destato tra le folle il più sincero entusiasmo (ci fu un periodo di tempo in cui per tutta Italia non si sentiva cantare altro)». Ci soffermeremo ora sul suo testo.
Molti studi, negli ultimi decenni, hanno messo in luce i caratteri fortemente razzisti di questo vasto repertorio dove, tra le altre cose, pullulavano immagini di «veneri nere» a seno nudo. Un capitolo di questa vicenda fu a base di canzonette, a cui, sin dai primi del Novecento, era stato affidato un ruolo cruciale nella propaganda e nella commemorazione di fatti e sentimenti nazionali. Negli anni Trenta c’era ormai la radio a garantire una diffusione capillare e continua delle canzoni.
Il prototipo era nato in occasione della precedente avventura coloniale: A Tripoli!, meglio nota come Tripoli bel suol d’amor, era stato il motivetto che aveva accompagnato la guerra di Libia del 1911-12. L’accostamento tra conquista coloniale e conquista erotica era già acquisito.
Ennio Flaiano (1910-1972), un giovane sottotenente sul campo in Etiopia destinato a diventare un famoso scrittore e sceneggiatore, annotò nel suo diario: «Influenza delle canzonette sull’arruolamento coloniale. Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale». In mente aveva Faccetta nera, che – scriveva il critico letterario Filippo Fichera nel 1937 – «ha avuto momenti di fervore nazionale e ha destato tra le folle il più sincero entusiasmo (ci fu un periodo di tempo in cui per tutta Italia non si sentiva cantare altro)». Ci soffermeremo ora sul suo testo.
Documento 1. Il testo
Faccetta nera
Si mo dall’artipiano guardi er mare,
moretta che sei schiava tra le schiave,
vedrai come in un sogno tante nave
e un tricolor sventolar pe’ te.
(Rit.) Faccetta nera, bell’abissina,
aspetta e spera che già l’ora si avvicina;
quando staremo insieme a te,
noi te daremo un’altra legge e un altro re.
La legge nostra è schiavitù d’amore,
ma è libertà de vita e de pensiere;
vendicheremo noi camicie nere
l’eroi caduti liberando te.
(Rit.)
Faccetta nera, piccola abissina,
ti porteremo a Roma liberata,
dal sole nostro tu sarai baciata,
sarai in camicia nera pure te.
Faccetta nera, sarai romana,
e pe’ bandiera tu c’avrai quella italiana;
noi marceremo insieme a te
e sfileremo avanti al duce avanti al re.
Storia e analisi di una canzone
La prima strofa e qualche altra inflessione nel testo ci ricorda che la versione originaria (poi trascritta e diffusa con varianti) fu scritta dall’autore Giuseppe Micheli in romanesco, per partecipare a un concorso locale. Musicato da Mario Ruccione per iniziativa di Renato Micheli, il figlio di Giuseppe, ottenne un successo strepitoso a partire dal 24 giugno 1935, quando fu cantata da Carlo Buti al cinema-teatro Capranica di Roma.
Nella prima strofa, insieme a una geografia essenziale (riferimento al vasto ed elevato altipiano etiope) e alle navi (nella primavera-estate del 1935 impegnate a sbarcare uomini e mezzi nel Corno d’Africa), spicca il tema della schiavitù su cui – come abbiamo ricordato sopra – la propaganda fascista aveva deciso di insistere. In effetti in Etiopia la schiavitù era stata formalmente abrogata negli anni Venti, nell’ambito di un programma di modernizzazione del Paese, ma era ancora un costume diffuso.
Nel ritornello, «abissina» rimanda al termine con cui spesso ci si riferiva all’Etiopia. Mentre quest’ultimo nome deriva dal greco (aithíopos, «dalla pelle bruciata», che gli «occidentali» usavano per designare le popolazioni a sud dell’Egitto), Abissinia viene da al-Habashash, termine arabo per indicare una delle tribù dell’Africa orientale e per estensione tutte le popolazioni dell’area. Alla «bella abissina» si annuncia festosamente l’invasione, da cui ricaverà: un nuovo re al posto del negus (appellativo del sovrano etiope) e la legge fascista. In un’altra delle celebrazioni più note del regime, il 9 maggio 1936, Mussolini proclamò re Vittorio Emanuele III «imperatore d’Etiopia». La «giustizia romana fascista» era invece un altro dei temi cari alla propaganda mussoliniana, che rimandava al mito della Roma antica, nonché al rigore (anche formale), all’equità, alla rapidità che la legge fascista avrebbe saputo garantire.
Nella seconda strofa tornano, rideclinate, le suggestioni erotiche della «schiavitù d’amore» a cui sarà sottoposta l’anonima «faccetta nera». Una rima spericolata tra «pensiere» e «nere» segna una transizione: dalla difficile impresa di conciliare la nuova schiavitù (sia pur d’amore) con la libertà di vita e opinione (che del resto, come si sa, il regime non prevedeva), alla rievocazione della disfatta di Adua («l’eroi caduti») che le camicie nere avrebbero riscattato. Sul campo, infatti, furono schierati anche battaglioni di camicie nere, inquadrate nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), un corpo autonomo rispetto all’esercito, di puro conio fascista, che rispondeva direttamente al duce e che incarnava la «vocazione militare» e l’originario spirito «rivoluzionario» e squadrista del regime. La guerra d’Etiopia doveva essere una guerra fascista, così come – stando all’ultima strofa della canzone – «faccetta nera» doveva essere fascistizzata.
Nella prima strofa, insieme a una geografia essenziale (riferimento al vasto ed elevato altipiano etiope) e alle navi (nella primavera-estate del 1935 impegnate a sbarcare uomini e mezzi nel Corno d’Africa), spicca il tema della schiavitù su cui – come abbiamo ricordato sopra – la propaganda fascista aveva deciso di insistere. In effetti in Etiopia la schiavitù era stata formalmente abrogata negli anni Venti, nell’ambito di un programma di modernizzazione del Paese, ma era ancora un costume diffuso.
Nel ritornello, «abissina» rimanda al termine con cui spesso ci si riferiva all’Etiopia. Mentre quest’ultimo nome deriva dal greco (aithíopos, «dalla pelle bruciata», che gli «occidentali» usavano per designare le popolazioni a sud dell’Egitto), Abissinia viene da al-Habashash, termine arabo per indicare una delle tribù dell’Africa orientale e per estensione tutte le popolazioni dell’area. Alla «bella abissina» si annuncia festosamente l’invasione, da cui ricaverà: un nuovo re al posto del negus (appellativo del sovrano etiope) e la legge fascista. In un’altra delle celebrazioni più note del regime, il 9 maggio 1936, Mussolini proclamò re Vittorio Emanuele III «imperatore d’Etiopia». La «giustizia romana fascista» era invece un altro dei temi cari alla propaganda mussoliniana, che rimandava al mito della Roma antica, nonché al rigore (anche formale), all’equità, alla rapidità che la legge fascista avrebbe saputo garantire.
Nella seconda strofa tornano, rideclinate, le suggestioni erotiche della «schiavitù d’amore» a cui sarà sottoposta l’anonima «faccetta nera». Una rima spericolata tra «pensiere» e «nere» segna una transizione: dalla difficile impresa di conciliare la nuova schiavitù (sia pur d’amore) con la libertà di vita e opinione (che del resto, come si sa, il regime non prevedeva), alla rievocazione della disfatta di Adua («l’eroi caduti») che le camicie nere avrebbero riscattato. Sul campo, infatti, furono schierati anche battaglioni di camicie nere, inquadrate nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), un corpo autonomo rispetto all’esercito, di puro conio fascista, che rispondeva direttamente al duce e che incarnava la «vocazione militare» e l’originario spirito «rivoluzionario» e squadrista del regime. La guerra d’Etiopia doveva essere una guerra fascista, così come – stando all’ultima strofa della canzone – «faccetta nera» doveva essere fascistizzata.
La politica razziale dopo la «guerra dei sette mesi»
Annotava Ennio Flaiano nel suo diario: «La campagna di Libia sortì un buon effetto per via di “Tripoli, bel suol d’amore”, il prototipo delle canzonette di mobilitazione. E in questa guerra? Ho l’impressione che “Faccetta nera” abbia molto contribuito a riempire gli ospedali di “feriti in amore”», alludendo alla già ampia diffusione di malattie veneree.
Centinaia di migliaia di uomini italiani, presenti ormai da parecchi mesi nel Corno d’Africa, in un contesto quasi esclusivamente maschile, e indotti dagli allettamenti ricevuti in patria, avevano allacciato rapporti e relazioni con donne etiopi. All’indomani della conquista, ciò divenne una preoccupazione per il regime. Già l’11 maggio 1936, il dittatore telegrafò al maresciallo Badoglio (che insieme a Rodolfo Graziani aveva guidato le operazioni sul campo) ammonendo sui «terribili e non lontani effetti del meticcismo», ovvero della possibilità che la «stirpe italiana» perdesse la sua purezza, «ibridandosi»: disponeva pertanto che nessun italiano – militare o civile – potesse rimanere per più di sei mesi in Etiopia senza moglie.
La fondazione dell’impero cominciava insieme a un «panico razziale»: per essere all’altezza del posto e del ruolo che il fascismo assegnava loro nel mondo, gli italiani e le italiane dovevano maturare una «coscienza imperiale», sentire e dimostrare la loro superiorità sulla popolazione indigena e ciò implicava non avere relazioni con loro, se non di comando.
A tal fine, nel 1937 fu avviata una feroce legislazione razzista – che dunque anticipò le leggi antiebraiche del 1938 –, vietando in primo luogo le relazioni di «indole coniugale» (ovvero sessuali e di convivenza); poi furono stabilite «Sanzioni penali per la difesa del prestigio di razza di fronte ai nativi» (1939) e «Norme relative ai meticci» (1940), che escludevano la possibilità che il figlio o la figlia di una unione mista potesse essere riconosciuto come italiano. La rigida segregazione tra bianchi italiani («cittadini») e africani («sudditi») prevista dalle leggi fu analoga a quella vigente in Sud Africa dal 1948 al 1991, nota come apartheid.
Centinaia di migliaia di uomini italiani, presenti ormai da parecchi mesi nel Corno d’Africa, in un contesto quasi esclusivamente maschile, e indotti dagli allettamenti ricevuti in patria, avevano allacciato rapporti e relazioni con donne etiopi. All’indomani della conquista, ciò divenne una preoccupazione per il regime. Già l’11 maggio 1936, il dittatore telegrafò al maresciallo Badoglio (che insieme a Rodolfo Graziani aveva guidato le operazioni sul campo) ammonendo sui «terribili e non lontani effetti del meticcismo», ovvero della possibilità che la «stirpe italiana» perdesse la sua purezza, «ibridandosi»: disponeva pertanto che nessun italiano – militare o civile – potesse rimanere per più di sei mesi in Etiopia senza moglie.
La fondazione dell’impero cominciava insieme a un «panico razziale»: per essere all’altezza del posto e del ruolo che il fascismo assegnava loro nel mondo, gli italiani e le italiane dovevano maturare una «coscienza imperiale», sentire e dimostrare la loro superiorità sulla popolazione indigena e ciò implicava non avere relazioni con loro, se non di comando.
A tal fine, nel 1937 fu avviata una feroce legislazione razzista – che dunque anticipò le leggi antiebraiche del 1938 –, vietando in primo luogo le relazioni di «indole coniugale» (ovvero sessuali e di convivenza); poi furono stabilite «Sanzioni penali per la difesa del prestigio di razza di fronte ai nativi» (1939) e «Norme relative ai meticci» (1940), che escludevano la possibilità che il figlio o la figlia di una unione mista potesse essere riconosciuto come italiano. La rigida segregazione tra bianchi italiani («cittadini») e africani («sudditi») prevista dalle leggi fu analoga a quella vigente in Sud Africa dal 1948 al 1991, nota come apartheid.
La fine del successo
Appena finita la campagna militare, dunque, l’esito immaginato da Faccetta nera fu escluso dall’orizzonte: gli italiani dovevano smetterla di desiderare le donne etiopi, che non avrebbero potuto avere nemmeno una cittadinanza di rango inferiore, e men che meno l’avrebbero avuta i figli nati dalla loro unione con un bianco. Il successo della canzonetta ebbe allora una battuta d’arresto: certo – come raccontano le storie della musica in Italia – alla fine della sua larga diffusione contribuì un contenzioso tra gli autori, legato ai diritti sul testo, ma il punto era che quelle strofe non erano più in linea con la politica del regime. Dall’estate del 1936 Faccetta nera fu oggetto di una campagna denigratoria di cui oggi si ricorda soprattutto un articolo del giornalista e scrittore Paolo Monelli (1891-1984), pubblicato dalla Gazzetta del Popolo di Torino il 16 giugno 1936, sotto il titolo Donne e buoi dai paesi tuoi, di cui riprendiamo di seguito alcuni brani.
Documento 2. Un «delitto di razza»
S’io fossi imperator, sai ch’io farei?
Prenderei l’autore delle parole della canzone «Faccetta nera» e l’obbligherei a vivere due o tre settimane, che dico?, due o tre giorni, e giuraddio che basterebbero due o tre ore, in una capanna abissina con una faccetta nera. Con una di queste abissine […], gli lascio il piacere della scelta, tutte sudicie di un sudiciume antico, che dormono su quattro pelli a terra o accoccolate in un angolo della capanna, il viso fra le ginocchia; con le chiome corte a treccioline, o a cuscinetto, o tonsurate, ma sempre fetide del burro rancido che cola a goccioline sul collo; sfatte a vent’anni; per secolare servaggio amoroso fatte fredde ed inerti fra le braccia dell’uomo; e per una bella dal viso nobile e composto, cento ce ne sono dagli occhi cisposi, dai tratti duri e maschili, dalla pelle butterata. E gli direi: – Eccoti la tua faccetta nera; dàlle la tua patria ed il tuo re e tientela vicino a te tutta la vita; questo è il fiore dell’equatore che ti aspetta e spera che già l’ora si avvicini, vestila per la rivista, mettila in camicia nera (così almeno avrà una camicia).
[…]
Le parole di «Faccetta nera» sono peggio che idiote. Sono indice di una mentalità che vorremmo trapassata, di uno stato d’animo rugiadoso e romantico corrotto di sdolcinatura e di vizio che dobbiamo seppellire sotto dieci metri di terra se vogliamo andare per il mondo a fare l’impero. Sono indegne della nostra gioventù sportiva e casta. Sono agli antipodi del nostro tempo […]. […]
«Faccetta nera» è il sunto della goffaggine, della pacchianeria, dell’ignoranza del provinciale che non ha mai messo il naso fuori dell’uscio ed intende il viaggio come una evasione amatoria; che tien serrata in casa la sua donna, ma appena è fuori dai confini crede che ogni donna sola debba essere preda dei suoi occhi di cacciatore. […]
Ma l’amore è soprattutto fabbrica di prole. Ora che cosa vuol far fare alla faccetta nera il nostro cantastorie? Un figlio? Un meticcio?
Qui l’ignoranza del cantore diventa delitto contro la razza (razza bianca dico; non corro dietro a certe deformazioni teutoniche). Ma noi dobbiamo popolare l’impero d’intatta gente nostra, non disseminare intorno malinconici bastardi. […]
Non è ammissibile per un popolo sano, forte, attivo, la promiscuità con i barbari vinti. Un popolo che costruisce per uno splendido futuro non augura a sé eredi corrotti; ed è fatale corruzione quella di diluire un sangue che ha tremila anni di cultura e di civiltà con un sangue che stagna in millenaria barbarie […].
Fonte: Paolo Monelli, Donne e buoi dei paesi tuoi, “La Gazzetta del Popolo”, 13 giugno 1936
In sostanza, a un mese di distanza dall’ingresso di Badoglio ad Addis Abeba, Monelli anticipava le linee della politica razzista che il regime avrebbe dispiegato pochi mesi dopo. Si può notare che l’incipit del suo articolo adotta il registro della parodia, un po’ scolastica, da Cecco Angiolieri a quella del testo di Faccetta nera. Spicca anche la volontà di Monelli di distinguere il razzismo italiano – si direbbe di matrice «romana», fondato sul «bianco» e la «civiltà» – da quello tedesco fondato sul mito della «razza ariana».
L’invettiva di Monelli ebbe almeno una traduzione grafica in una vignetta pubblicata dal settimanale umoristico Il 420 di Firenze (5 luglio 1936) dove, sotto il titolo Le parole… e i fatti (al burro rancido), dove una «venere nera» discinta chiedeva a un’altra, ancora più discinta: «Chi è quel bianco che passandoci vicino è scappato via turandosi il naso?»; risposta: «È l’autore delle parole di “Faccetta nera”». Nel mirino, il costume etiope di utilizzare del burro rancido come prodotto cosmetico.
Alla temporanea eclisse di Faccetta nera contribuì più in generale l’andamento delle guerre e dell’impero: come ricordato sopra, sin dall’estate del 1936 il regime cominciò a essere assorbito dalla guerra di Spagna e dagli scenari europei, mentre la sua ambiziosa politica coloniale rimase soprattutto sulla carta. Peraltro la guerra d’Etiopia era lungi dall’essersi conclusa: dal 1937 le autorità italiane furono alle prese con numerosi focolai di resistenza etiope all’interno di un territorio immenso, che non riuscivano a controllare. È per questo che una parte della storiografia, oggi, parla di «guerra d’Etiopia» per tutto il periodo che va dal 1935 al 1941 (l’anno in cui l’Italia perse l’Africa orientale, invasa dagli inglesi nel quadro della Seconda guerra mondiale), e il motivo per cui la storiografia etiope non parla di colonizzazione, ma solo di occupazione militare da parte degli italiani.
La repressione della resistenza etiope fu brutale, costellata di crimini di guerra: dai massacri della popolazione civile all’uso, di nuovo, di gas asfissianti.
Una fortuna postuma: ma quale?
Faccetta nera conobbe nuova fortuna nel dopoguerra, e duratura, come sappiamo dalle cronache dei nostri tempi. Forse anche per questo è opportuno conoscerne la storia, non farsi trascinare dal suo ritmo di marcetta e derubricarla a nostalgia folkloristica. Come molti altri indizi disseminati più o meno visibilmente nel paesaggio, nell’immaginario e persino in qualche norma italiana, il testo della canzone continua a dirci qualcosa del passato colonialista e fascista del Paese, e del razzismo di oggi. L’autrice italiana di origini somale Igiaba Scebo, riflettendo qualche anno fa sul testo di Faccetta nera, ha scritto: «Il corpo nero è ancora al centro della scena. Un corpo vilipeso, spesso presentato come fantasma e cadavere invisibile dei mari nei telegiornali della sera. Ma è anche un corpo desiderato, inafferrabile. […] Corpo da liberare con lo stupro, con la sottomissione.
Ed è forse in questo sottotesto la chiave del continuo successo di questa canzone. La società italiana si porta dietro vecchi retaggi maschilisti di cui non è riuscita a liberarsi, e di cui spesso non riesce nemmeno a parlare. E invece dovremmo parlarne, soprattutto a scuola.
Discuto spesso dell’opportunità di far ascoltare ai ragazzi questa e altre canzoni fasciste. Sono sempre più convinta che solo lo studio approfondito del fascismo, con tutto il suo carico di miserie, stereotipi, propaganda e sessismo, vada affrontato perché non si ripeta. Il pericolo vero è l’oblio. Attraverso una serrata analisi di Faccetta nera si potrebbe destrutturare il testo, decolonizzare le menti, defascistizzare la società, educare la nostra politica».
Ottobre 2025
Ed è forse in questo sottotesto la chiave del continuo successo di questa canzone. La società italiana si porta dietro vecchi retaggi maschilisti di cui non è riuscita a liberarsi, e di cui spesso non riesce nemmeno a parlare. E invece dovremmo parlarne, soprattutto a scuola.
Discuto spesso dell’opportunità di far ascoltare ai ragazzi questa e altre canzoni fasciste. Sono sempre più convinta che solo lo studio approfondito del fascismo, con tutto il suo carico di miserie, stereotipi, propaganda e sessismo, vada affrontato perché non si ripeta. Il pericolo vero è l’oblio. Attraverso una serrata analisi di Faccetta nera si potrebbe destrutturare il testo, decolonizzare le menti, defascistizzare la società, educare la nostra politica».
Ottobre 2025
Per approfondire
- Il discorso di Mussolini del 2 ottobre 1935 fu riprodotto su tutte le prime pagine dei quotidiani italiani del giorno seguente. Qui le citazioni sono riprese dalla prima pagina della Stampa di Torino, 3 ottobre 1935, consultabile in rete, insieme alla cronaca della giornata siglata E.M.
- Il cinegiornale dell’8 ottobre 1935, che mostrava l’adunata, il discorso e le reazioni (ovviamente entusiastiche) della folla è disponibile sul sito dell’Archivio Istituto Luce.
Si può confrontare con una delle testimonianze letterarie di quei giorni, quella di Carlo Levi nel suo «romanzo del confino» Cristo si è fermato a Eboli (1945): «Di discorsi in quei giorni, se ne sentivano molti, e don Luigino si affaccendava a convocare le sue adunate. Era ormai ottobre, le nostre truppe passavano il Mareb, la guerra d’Abissinia era cominciata. Popolo italiano, in piedi! E l’America [meta dell’emigrazione lucana] si allontanava sempre più, nelle nebbie dell’Atlantico, come un’isola nel cielo, chissà per quanto, forse per sempre.
Questa guerra non interessava i contadini. La radio tuonava, don Luigino adoperava tutte le ore di scuola che non passava a fumare sulla terrazza, concionando ad altissima voce (lo si sentiva dappertutto) ai ragazzi, e facendogli cantare “Faccetta nera, bella abissina” […].
Il 3 ottobre [in effetti il 2] fu dunque una giornata squallida. All’adunata in piazza, una ventina di contadini, racimolati a fatica dai carabinieri e dagli avanguardisti del podestà, ascoltavano imbambolati le parole storiche della radio…». - Le citazioni dalle note di Ennio Flaiano provengono dal suo taccuino intitolato Aethiopia. Appunti per una canzonetta, ora pubblicato in appendice al suo famoso romanzo Tempo di uccidere (1947); rimando all’edizione recente Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, a cura di Anna Longoni, Adelphi, Milano 2020, pp. 307, 312-313.
- L’antologia di documenti curata da Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Loescher, Torino 1972 (ultima ristampa 1988) resta ancora uno strumento utile. Quando uscì per la prima volta, era un lavoro pionieristico in un campo di studi ancora da inventare. Negli ultimi decenni la situazione è profondamente cambiata. All’interno di una bibliografia ormai notevole, sulla guerra d’Etiopia, l’effimera storia dell’impero, la memoria e l’eredità coloniale nell’Italia repubblicana, ci limitiamo a ricordare: il classico di Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, 4 voll., Laterza, Roma-Bari 1982-1984; il più recente Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna 2025 (prima ed. 2002).
Sugli aspetti più strettamente militari della campagna di «pacificazione» della Libia e della guerra d’Etiopia, si veda Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Einaudi, Torino 2008, da cui è tratta la citazione sul tipo di guerra combattuta in Nord Africa. - Sulle «memoria d’Etiopia», ancora di Nicola Labanca, Una guerra per l’impero. Memorie della campagna d’Etiopia 1935-36, Il Mulino, Bologna 2015. Sull’eredità coloniale nell’Italia repubblicana, si possono vedere due volumi pubblicati qualche anno fa da Mondadori Education: Bianco e nero. Storia dell’identità razziale degli italiani, a cura di Gaia Giuliani, Cristina Lombardi-Diop, Le Monnier, Firenze 2013; Il colore della nazione, a cura di Gaia Giuliani, Le Monnier Università-Mondadori Education, Firenze-Milano 2015
- Sono utili e di agevole consultazione le voci del Dizionario del fascismo, 2 voll., a cura di Sergio Luzzatto, Victoria De Grazia, Einaudi, Torino 2002-2003, dedicate a «Africa orientale italiana», «colonialismo», «consenso», «Etiopia, guerra d’», «impero», «Libia», «razzismo». Così come i brevi saggi di Matteo Dominioni, Gianni Dore, Liliana Ellena e Michele Nani nel volume Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, direzione scientifica di Mario Isnenghi, IV/1, Dall’impresa di Fiume alla seconda guerra mondiale (1919-1940), Utet, Torino 2008.
Sull’ideologia del colonialismo italiano si veda anche la recente sintesi di Emanuele Ertola, Il colonialismo degli italiani. Storia di un’ideologia, Carocci, Roma 2022.
Sulla legislazione razzista del fascismo e i suoi fondamenti culturali, si veda Olindo De Napoli, La prova della razza. Cultura giuridica e razzismo in Italia negli anni Trenta, presentazione di Paolo Macry, Le Monnier, Firenze 2009. - L’espressione «panico razziale» è ripresa da Victoria De Grazia, Storia delle donne nel regime fascista, nuova ed., trad. di Stefano Musso e Filippo Benfante, Marsilio, Venezia 2024, p. 458; ma su tali questioni si vedano per intero i capitoli L’impero chiama e Una sponda troppo lontana (pp. 431-544).
- Per una lettura e una contestualizzazione di Faccetta nera, di può vedere Nicoletta Poidomani, Crimini di guerra. Il mito del bravo italiano tra repressione del ribellismo e guerra ai civili nei territori occupati, a cura di Luigi Borgomaneri, Guerini e Associati, Milano 2006, pp. 33-62.
Per la storia di questa canzone: A. Virgilio Savona, Michele L. Straniero, Canti dell’Italia fascista, Garzanti, Milano 1979; Il dizionario della canzone italiana. Le canzoni, a cura di Gino Castaldo, Armando Curcio Editore, Milano 2003, ad vocem.
Faccetta nera conobbe la stessa sorte di molti altri inni del regime e canzonette in voga in quegli anni: fu parodiata per trasformarla in canto di protesta. All’interno di una vasta bibliografia sulla canzone di protesta e il canto popolare, si vedano Cesare Bermani, Guerra guerra ai palazzi e alle chiese... Saggi sul canto sociale, Odradek, Roma 2003; Id., Pane, rose e libertà. Le canzoni che hanno fatto l’Italia: 150 anni di musica popolare, sociale e di protesta, Rizzoli, Milano 2010 (con 3 CD allegati); Emilio Jona, Sergio Liberovici, Franco Castelli, Alberto Lovatto, Le ciminiere non fanno più fumo. Canti e memorie degli operai torinesi, Donzelli, Roma 2008. - A Faccetta nera, ma soprattutto all’articolo di Paolo Monelli del giugno 1936, Sandro Gerbi ha dedicato un articolo uscito qualche anno fa sul supplemento della domenica del Sole 24 Ore: «Faccetta nera? Non è fascista», “Il Sole 24 Ore”, domenica 11 agosto 2002, p. 23.
Più di recente Felice Liperi ha preso spunto dalla ripresa di conflitti nel Corno d’Africa, nel 2020, per tornare sul repertorio di canzoni coloniali fasciste, invitando a «riprendere finalmente un’analisi a lungo rimossa delle responsabilità italiane sulle efferatezze perpetrate dal regio esercito nella campagna militare degli anni ’30 del ’900»; il suo articolo Faccette nere. Canzoni italiane fra colonialismo e razzismo è stato pubblico su Limes online ed è liberamente consultabile. - La vignetta pubblicata nel 1936 del settimanale umoristico fiorentino è riprodotta nel catalogo della mostra allestita a Bologna nel 1994: La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, a cura del Centro Furio Jesi, Grafis, Bologna 1994 (p. 157), che resta una pietra miliare in questo campo di studi.
- La citazione finale viene dall’articolo di Igiaba Scebo, La vera storia di Faccetta nera, pubblicato online dalla rivista Internazionale il 6 agosto 2015.