Un altro 20 settembre. La «Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale»
di Nicola Labanca
Una nuova legge sulla memoria pubblica (varata nel gennaio 2025) stabilisce che si commemorino gli italiani internati nei lager nazisti. La data prescelta, il 20 settembre, rimanda in realtà a un gruppo specifico, quello degli Internati militari italiani (IMI), i soldati catturati dai tedeschi dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Furono circa 650.000 uomini, per circa 50.000 dei quali il ritorno non ci fu: una parte del prezzo delle guerre fasciste. Nicola Labanca, noto studioso di questi temi, ci offre le coordinate essenziali di una vicenda molto complessa, nonché dei percorsi della memoria pubblica e della storiografia che si sono dipanati nell’Italia repubblicana. Esamina poi l’iter e il testo della recente legge, sollevando alcune questioni cruciali. Questa istituzione fa chiarezza sulla vicenda dei cosiddetti «Internati militari italiani»? Aiuta a comprenderne lo spazio nella storia italiana della Seconda guerra mondiale, della guerra di Liberazione e della Resistenza? Infine, ha senso la scelta del 20 settembre, che dal 1870 (la Breccia di Porta Pia) ha avuto un significato ben preciso per la storia e la simbologia dell’Italia unita e laica, tra le altre cose inscritto nella toponomastica di molte città italiane?
La data, gli eventi
Le vicende dell’estate del 1943 stravolsero il quadro della guerra italiana: lo sbarco degli Alleati anglo-statunitensi in Sicilia (10 luglio); la destituzione e l’arresto di Mussolini (25 luglio); dopo i «quarantacinque giorni» del governo Badoglio, l’annuncio dell’armistizio con gli Alleati (8 settembre). In questi mesi, l’alleato (o ex alleato) tedesco si era preparato a far fronte alla defezione dell’Italia dal campo dell’Asse, facendo penetrare propri reparti nella Penisola; quando fu reso noto l’armistizio, la Wehrmacht prese possesso di una parte del Paese.
Il re e Badoglio pensarono allora alla continuità istituzionale del regno e si misero in salvo fuggendo al Sud, ma lasciando senza ordini adeguati le forze armate, che collassarono nel giro di poche ore o di pochi giorni di fronte all’intimazione tedesca di cedere le armi. Dei più di due milioni di italiani in armi a quel momento, dislocati tra la Penisola e i fronti esteri (soprattutto in Grecia e nei Balcani), una metà si sbandò e un’altra metà fu disarmata dalle forze del Reich: dei disarmati un paio di centinaia di migliaia riuscì a sfuggire agli arresti, e quasi altrettanti aderirono al richiamo tedesco di proseguire la guerra tra le file dell’Asse. I restanti 650.000 furono presi prigionieri e deportati nella «Grande Germania» (i cui confini si estendevano ancora fino alla Polonia). Mentre nel Nord Italia stava nascendo la Repubblica sociale italiana (RSI) con di nuovo Mussolini alla sua guida, Hitler non poteva chiamare «prigionieri» i soldati che sulla carta appartenevano a questo Stato (fantoccio) alleato: il 20 settembre 1943, mentre per molti la deportazione era ancora in corso, li definì, pudicamente, «internati militari», sottraendoli così – fra l’altro – al controllo della Croce Rossa internazionale.
Con una nuova legge «memoriale», la n. 6 del 2025, il parlamento italiano ha dichiarato il 20 settembre «Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale», allungando così di un’altra data il già assai lungo calendario civile degli italiani di oggi e di domani.
Il re e Badoglio pensarono allora alla continuità istituzionale del regno e si misero in salvo fuggendo al Sud, ma lasciando senza ordini adeguati le forze armate, che collassarono nel giro di poche ore o di pochi giorni di fronte all’intimazione tedesca di cedere le armi. Dei più di due milioni di italiani in armi a quel momento, dislocati tra la Penisola e i fronti esteri (soprattutto in Grecia e nei Balcani), una metà si sbandò e un’altra metà fu disarmata dalle forze del Reich: dei disarmati un paio di centinaia di migliaia riuscì a sfuggire agli arresti, e quasi altrettanti aderirono al richiamo tedesco di proseguire la guerra tra le file dell’Asse. I restanti 650.000 furono presi prigionieri e deportati nella «Grande Germania» (i cui confini si estendevano ancora fino alla Polonia). Mentre nel Nord Italia stava nascendo la Repubblica sociale italiana (RSI) con di nuovo Mussolini alla sua guida, Hitler non poteva chiamare «prigionieri» i soldati che sulla carta appartenevano a questo Stato (fantoccio) alleato: il 20 settembre 1943, mentre per molti la deportazione era ancora in corso, li definì, pudicamente, «internati militari», sottraendoli così – fra l’altro – al controllo della Croce Rossa internazionale.
Con una nuova legge «memoriale», la n. 6 del 2025, il parlamento italiano ha dichiarato il 20 settembre «Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale», allungando così di un’altra data il già assai lungo calendario civile degli italiani di oggi e di domani.
Prigionia, Resistenza
L’esperienza che gli Internati militari italiani (Imi) si trovarono ad attraversare, oltre che durissima e – come diremo tra poco – per molti letale, è complessa e sfaccettata. Per il Reich quegli italiani prigionieri rappresentavano poco più che una preda bellica. La Germania nazista aveva bisogno di rinforzare le proprie forze armate, ma soprattutto aveva una disperata necessità di manodopera per il proprio sforzo bellico. Nel frattempo la RSI voleva costruire un proprio esercito. Fu così che agli «internati militari» italiani venne ripetuta – in modi diversi e in tempi diversi fra ufficiali, sottufficiali e soldati – l’offerta di aderire al Reich o alla RSI, o invece di rimanere nei campi. Restando nei campi, si sarebbe presto capito, si sarebbe stati indirizzati al lavoro coatto: nelle fabbriche, nei campi o nelle città.
Fu a questo punto che, nell’ambito della prigionia di guerra del secondo conflitto mondiale, emerse la specificità degli Internati militari italiani. Infatti la grande maggioranza di coloro che adesso si trovavano nei lager tedeschi non aderirono né al Reich né alla RSI. Fu, avrebbe detto più tardi Vittorio Emanuele Giuntella (anche lui allora un Imi), il più grande «referendum antifascista» . Rifiutandosi di affidarsi al nazismo (che li aveva imprigionati) e di dare legittimità alla RSI di Mussolini (il «duce» che per tre anni li aveva condotti di sconfitta in sconfitta), gli Imi diedero un enorme colpo ad ambedue. Rimasero così nei campi, di prigionia o al lavoro, sino alla fine della guerra. Nell’estate 1944, con un accordo Berlino-Roma, furono «degradati» da militari a civili (civilizzazione), di modo da poter essere senza alcun freno utilizzati a sostegno della macchina bellica del Reich, che stava perdendo la guerra mondiale. Le condizioni di vita rimasero durissime, se non anzi peggiorarono. Alla fine, dei 650.000 Imi, circa 50.000 morirono di stenti e malattie: uno ogni 12-13; solo tra i prigionieri di guerra russi la mortalità fu più alta, mentre quelli inglesi, francesi e americani godettero delle maggiori tutele riconosciute dalle convenzioni internazionali.
Il sacrificio di questi uomini, anche quando non motivato da una precisa ideologia antifascista, fu oggettivamente un atto di Resistenza e di sconfessione del nazifascismo e della sua guerra. Una «Resistenza senz’armi», fu detto presto.
Fu a questo punto che, nell’ambito della prigionia di guerra del secondo conflitto mondiale, emerse la specificità degli Internati militari italiani. Infatti la grande maggioranza di coloro che adesso si trovavano nei lager tedeschi non aderirono né al Reich né alla RSI. Fu, avrebbe detto più tardi Vittorio Emanuele Giuntella (anche lui allora un Imi), il più grande «referendum antifascista» . Rifiutandosi di affidarsi al nazismo (che li aveva imprigionati) e di dare legittimità alla RSI di Mussolini (il «duce» che per tre anni li aveva condotti di sconfitta in sconfitta), gli Imi diedero un enorme colpo ad ambedue. Rimasero così nei campi, di prigionia o al lavoro, sino alla fine della guerra. Nell’estate 1944, con un accordo Berlino-Roma, furono «degradati» da militari a civili (civilizzazione), di modo da poter essere senza alcun freno utilizzati a sostegno della macchina bellica del Reich, che stava perdendo la guerra mondiale. Le condizioni di vita rimasero durissime, se non anzi peggiorarono. Alla fine, dei 650.000 Imi, circa 50.000 morirono di stenti e malattie: uno ogni 12-13; solo tra i prigionieri di guerra russi la mortalità fu più alta, mentre quelli inglesi, francesi e americani godettero delle maggiori tutele riconosciute dalle convenzioni internazionali.
Il sacrificio di questi uomini, anche quando non motivato da una precisa ideologia antifascista, fu oggettivamente un atto di Resistenza e di sconfessione del nazifascismo e della sua guerra. Una «Resistenza senz’armi», fu detto presto.
La memoria degli Imi, gli studi sugli Imi, il discorso pubblico attorno agli Imi
Un ulteriore problema, che gravò a lungo sugli Imi che sopravvissero, venne al momento della loro liberazione e del rientro in patria. La loro vicenda era stata troppo intricata per essere facilmente capita, per molti italiani essi erano solo dei prigionieri, anche per gli italiani meglio predisposti ad ascoltarli fu difficile cogliere i loro atti di Resistenza senz’armi. I veri «vincitori» parevano solo gli altri: gli antifascisti, i partigiani, al limite anche i militari in armi; ma non dei prigionieri, anzi degli Imi.
Per tale problema di comunicazione e spiegazione, sulla loro esperienza cadde il silenzio, rotto solo dalla memorialistica di singoli Imi (per molto tempo soprattutto ufficiali), dalla flebile voce della loro maggiore associazione (l’Associazione nazionale ex internati, Anei), e da qualche occasionale ricorrenza. Molti degli stessi Imi, in tale contesto, rinunciarono a parlare. Cominciarono a farlo un po’ di più forse solo quando iniziarono a invecchiare, verso gli anni Settanta-Ottanta, non solo perché non volevano andarsene senza essersi almeno fatti capire, ma anche perché lo Stato e le associazioni partigiane e antifasciste diedero mostra di ricordarsi un po’ più di loro emanando alcune norme che davano riconoscimento alle loro scelte e alle conseguenze che ne erano derivate, sino alla medaglia d’oro al valor militare all’internato ignoto (1997).
Questo cambiamento d’attitudine dei poteri pubblici era stato reso possibile anche da una forte virata degli studi storici. Negli anni Ottanta-Novanta molte importanti ricerche furono condotte e la vicenda degli Imi venne maggiormente conosciuta e ormai inserita nella prospettiva della Resistenza antifascista. Gli studi di Giorgio Rochat e Gerhard Schreiber furono fondamentali (vedi la bibliografia essenziale). Si era di fronte, come si dice, a un cambiamento di paradigma.
Ma niente è da darsi mai per scontato. A fronte di chi valorizzava finalmente la vicenda degli Imi nel quadro della Resistenza nazionale, fra la fine degli anni Novanta e il ventennio successivo – nell’atmosfera cambiata della «seconda Repubblica» – gli Imi tornarono a essere sempre più visti e posti in antagonismo, invece che in sintonia, con i resistenti e in particolare con i partigiani. Della scelta degli Imi (oltre tutto tanto più numerosi dei partigiani), veniva sminuito o liquidato il carattere oggettivo di ostacolo, di frizione, di Resistenza, ai piani nazisti sostenendo che il rifiuto di aderire al nazifascismo fosse stato dettato solo da valori militari (il giuramento al re) e da un patriottismo «tradizionale» (l’impossibilità di fiancheggiare il tedesco occupante, e di rischiare di sparare contro altri italiani).
Anche nell’associazionismo le cose cambiavano: mentre l’Anei incontrava sempre più difficoltà, un’altra associazione, a lungo silente – l’Associazione nazionale reduci della prigionia (Anrp) – si faceva avanti affermando di voler patrocinare gli interessi dei (pochi ormai) ex internati. Interessi concreti, nel senso che tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila si aprirono discussioni sulla possibilità di ottenere dei risarcimenti per gli anni di internamento, riportando le loro vicende all’attenzione degli organi di governo e dell’opinione pubblica. Agli Imi ancora in vita (in numero sempre minore per ragioni anagrafiche) si disse che era giunto il momento di compensazioni economiche (che la Germania non avrebbe mai concesso, considerando chiusa ogni questione sin dagli anni Sessanta). Nel 2000 si impose un riferimento agli Imi nella legge istitutiva della «Giornata della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti» (legge 20 luglio 2000 n. 211). Nel 2006, un nuovo riconoscimento simbolico, con una norma che concedeva (a domanda individuale, che anche gli eredi potevano avanzare, in memoria) una «medaglia d’onore» da parte dell’Anrp (commi 1271-1276 della legge 27 dicembre 2006, n. 296): un distintivo che i critici avevano definito «medaglietta».
In mezzo a questo mare di promesse a parole, con pochi fatti, qualche volta ci si ricordò che gli Imi erano ormai visti come parte della Resistenza. Ma sempre più spesso si finì per vederli come «poveri» e «buoni» italiani in balia del «cattivo» tedesco. Nel discorso pubblico erano insomma tornati soldati e non più resistenti: lentamente, passo dopo passo, gli Imi riprendevano a essere prigionieri e vittime, e non attori attivi del proprio destino.
Dopo decenni di silenzi, e di fatto contro quanto un pugno di storici aveva sostenuto, quel nuovo mare di parole metteva in pratica – se non proprio una revisione del paradigma entrato in forza negli anni Ottanta-Novanta – un suo logoramento. Il tutto nel clima dello scontro fra centrodestra e centrosinistra tipico della «seconda Repubblica».
Per tale problema di comunicazione e spiegazione, sulla loro esperienza cadde il silenzio, rotto solo dalla memorialistica di singoli Imi (per molto tempo soprattutto ufficiali), dalla flebile voce della loro maggiore associazione (l’Associazione nazionale ex internati, Anei), e da qualche occasionale ricorrenza. Molti degli stessi Imi, in tale contesto, rinunciarono a parlare. Cominciarono a farlo un po’ di più forse solo quando iniziarono a invecchiare, verso gli anni Settanta-Ottanta, non solo perché non volevano andarsene senza essersi almeno fatti capire, ma anche perché lo Stato e le associazioni partigiane e antifasciste diedero mostra di ricordarsi un po’ più di loro emanando alcune norme che davano riconoscimento alle loro scelte e alle conseguenze che ne erano derivate, sino alla medaglia d’oro al valor militare all’internato ignoto (1997).
Questo cambiamento d’attitudine dei poteri pubblici era stato reso possibile anche da una forte virata degli studi storici. Negli anni Ottanta-Novanta molte importanti ricerche furono condotte e la vicenda degli Imi venne maggiormente conosciuta e ormai inserita nella prospettiva della Resistenza antifascista. Gli studi di Giorgio Rochat e Gerhard Schreiber furono fondamentali (vedi la bibliografia essenziale). Si era di fronte, come si dice, a un cambiamento di paradigma.
Ma niente è da darsi mai per scontato. A fronte di chi valorizzava finalmente la vicenda degli Imi nel quadro della Resistenza nazionale, fra la fine degli anni Novanta e il ventennio successivo – nell’atmosfera cambiata della «seconda Repubblica» – gli Imi tornarono a essere sempre più visti e posti in antagonismo, invece che in sintonia, con i resistenti e in particolare con i partigiani. Della scelta degli Imi (oltre tutto tanto più numerosi dei partigiani), veniva sminuito o liquidato il carattere oggettivo di ostacolo, di frizione, di Resistenza, ai piani nazisti sostenendo che il rifiuto di aderire al nazifascismo fosse stato dettato solo da valori militari (il giuramento al re) e da un patriottismo «tradizionale» (l’impossibilità di fiancheggiare il tedesco occupante, e di rischiare di sparare contro altri italiani).
Anche nell’associazionismo le cose cambiavano: mentre l’Anei incontrava sempre più difficoltà, un’altra associazione, a lungo silente – l’Associazione nazionale reduci della prigionia (Anrp) – si faceva avanti affermando di voler patrocinare gli interessi dei (pochi ormai) ex internati. Interessi concreti, nel senso che tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila si aprirono discussioni sulla possibilità di ottenere dei risarcimenti per gli anni di internamento, riportando le loro vicende all’attenzione degli organi di governo e dell’opinione pubblica. Agli Imi ancora in vita (in numero sempre minore per ragioni anagrafiche) si disse che era giunto il momento di compensazioni economiche (che la Germania non avrebbe mai concesso, considerando chiusa ogni questione sin dagli anni Sessanta). Nel 2000 si impose un riferimento agli Imi nella legge istitutiva della «Giornata della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti» (legge 20 luglio 2000 n. 211). Nel 2006, un nuovo riconoscimento simbolico, con una norma che concedeva (a domanda individuale, che anche gli eredi potevano avanzare, in memoria) una «medaglia d’onore» da parte dell’Anrp (commi 1271-1276 della legge 27 dicembre 2006, n. 296): un distintivo che i critici avevano definito «medaglietta».
In mezzo a questo mare di promesse a parole, con pochi fatti, qualche volta ci si ricordò che gli Imi erano ormai visti come parte della Resistenza. Ma sempre più spesso si finì per vederli come «poveri» e «buoni» italiani in balia del «cattivo» tedesco. Nel discorso pubblico erano insomma tornati soldati e non più resistenti: lentamente, passo dopo passo, gli Imi riprendevano a essere prigionieri e vittime, e non attori attivi del proprio destino.
Dopo decenni di silenzi, e di fatto contro quanto un pugno di storici aveva sostenuto, quel nuovo mare di parole metteva in pratica – se non proprio una revisione del paradigma entrato in forza negli anni Ottanta-Novanta – un suo logoramento. Il tutto nel clima dello scontro fra centrodestra e centrosinistra tipico della «seconda Repubblica».
Come nasce una legge memoriale? Il percorso verso la legge 13 gennaio 2025, n. 6
Tutto quanto sin qui riassunto era necessario per comprendere il contesto e i precedenti nei quali si è arrivati alla recentissima legge 13 gennaio 2025, n. 6, che ha istituito una «Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale». La vicenda della più recente legge «memoriale» può alla fine essere istruttiva.
Gli attori sono così quelli menzionati: gli Imi (sempre meno in vita), una «repubblica del dolore» vittimistica come l’ha definita lo storico De Luna (vedi bibliografia essenziale), un’atmosfera sensibile a una memoria militare e patriottica della guerra, un affievolirsi del significato di «Resistenza senz’armi» (e, nel sottofondo, un’ostilità verso la memoria del partigianato e della Resistenza politicamente e chiaramente antifascista), una guerra della memoria fra associazioni di rappresentanza. La ricetta del pasticcio prevede inoltre l’intervento di personale politico non sempre preparato, di associazioni di rappresentanza in cerca di legittimazione o fondi, di un’opinione pubblica poco informata.
Tutto, o molto, nasce quando il 22 aprile 2024 l’influente deputato di Forza Italia Giorgio Mulè (nisseno del 1968, già giornalista de «il Giornale», dirigente Mediaset, direttore di «Panorama» e soprattutto portavoce del suo partito fra 2018 e 2023) presenta una proposta di legge per l’istituzione appunto di una Giornata che ricordi gli Imi e che ravvivi le manifestazioni per la consegna della medaglietta dell’Anrp. Propone di indicare come data il 20 settembre, nonostante la storia abbia consacrato dal 1870 quella data al ricordo della Presa di Porta Pia (e quindi alla memoria dell’Unità d’Italia). Nell’inconsuetamente ampio testo di presentazione del progetto di legge, probabile frutto della collaborazione degli storici che collaborano con l’Anrp, colpisce che la RSI venisse menzionata solo due volte e che nel testo della legge addirittura nemmeno una, rendendo poco comprensibile la storia degli Imi (una menzione è stata aggiunta in seguito nel testo emendato e poi approvato).
In un parlamento ridotto ad approvare soprattutto disegni governativi, l’iter dell’approvazione della norma è stato tutto sommato rapido, ma complicato dai rapporti all’interno della maggioranza (la Lega aveva proposto un testo proprio, poi riassorbito in quello di Mulè), dalle pressioni delle associazioni (l’Anei aveva fatto capire il proprio malumore) – pressioni che vengono fatte proprie dalle opposizioni, le quali inoltre ampliano il numero delle associazioni coinvolte. Tutto ciò non ha portato più chiarezza nel testo – a dicembre approvato definitivamente e a gennaio pubblicato in «Gazzetta ufficiale» –, ma a ragione Mulè ha potuto alla fine vantarsi del risultato, parlando di storia e memoria condivise.
Gli interventi della maggioranza e delle opposizioni sono stati pochi e non memorabili. Per il resto, il silenzio parlamentare ha fatto il paio con la distrazione dell’opinione pubblica, che non si è espressa sul tema: i quotidiani, di ogni orientamento, quasi non ne parlarono.
Nel silenzio e nella distrazione del Paese, quindi, gli italiani si sono trovati una Giornata memoriale in più. Ma cosa dice il testo che l’ha istituita?
Gli attori sono così quelli menzionati: gli Imi (sempre meno in vita), una «repubblica del dolore» vittimistica come l’ha definita lo storico De Luna (vedi bibliografia essenziale), un’atmosfera sensibile a una memoria militare e patriottica della guerra, un affievolirsi del significato di «Resistenza senz’armi» (e, nel sottofondo, un’ostilità verso la memoria del partigianato e della Resistenza politicamente e chiaramente antifascista), una guerra della memoria fra associazioni di rappresentanza. La ricetta del pasticcio prevede inoltre l’intervento di personale politico non sempre preparato, di associazioni di rappresentanza in cerca di legittimazione o fondi, di un’opinione pubblica poco informata.
Tutto, o molto, nasce quando il 22 aprile 2024 l’influente deputato di Forza Italia Giorgio Mulè (nisseno del 1968, già giornalista de «il Giornale», dirigente Mediaset, direttore di «Panorama» e soprattutto portavoce del suo partito fra 2018 e 2023) presenta una proposta di legge per l’istituzione appunto di una Giornata che ricordi gli Imi e che ravvivi le manifestazioni per la consegna della medaglietta dell’Anrp. Propone di indicare come data il 20 settembre, nonostante la storia abbia consacrato dal 1870 quella data al ricordo della Presa di Porta Pia (e quindi alla memoria dell’Unità d’Italia). Nell’inconsuetamente ampio testo di presentazione del progetto di legge, probabile frutto della collaborazione degli storici che collaborano con l’Anrp, colpisce che la RSI venisse menzionata solo due volte e che nel testo della legge addirittura nemmeno una, rendendo poco comprensibile la storia degli Imi (una menzione è stata aggiunta in seguito nel testo emendato e poi approvato).
In un parlamento ridotto ad approvare soprattutto disegni governativi, l’iter dell’approvazione della norma è stato tutto sommato rapido, ma complicato dai rapporti all’interno della maggioranza (la Lega aveva proposto un testo proprio, poi riassorbito in quello di Mulè), dalle pressioni delle associazioni (l’Anei aveva fatto capire il proprio malumore) – pressioni che vengono fatte proprie dalle opposizioni, le quali inoltre ampliano il numero delle associazioni coinvolte. Tutto ciò non ha portato più chiarezza nel testo – a dicembre approvato definitivamente e a gennaio pubblicato in «Gazzetta ufficiale» –, ma a ragione Mulè ha potuto alla fine vantarsi del risultato, parlando di storia e memoria condivise.
Gli interventi della maggioranza e delle opposizioni sono stati pochi e non memorabili. Per il resto, il silenzio parlamentare ha fatto il paio con la distrazione dell’opinione pubblica, che non si è espressa sul tema: i quotidiani, di ogni orientamento, quasi non ne parlarono.
Nel silenzio e nella distrazione del Paese, quindi, gli italiani si sono trovati una Giornata memoriale in più. Ma cosa dice il testo che l’ha istituita?
Un testo di legge confuso
Dopo il suo singolare e fortunato iter parlamentare, che contrasta non poco con l’idea che tutte le leggi memoriali e che tutte le giornate da esse istituite avanzano per la forte richiesta del Paese, ci rimane scorrere il testo della legge Mulè. Essa solleva, nell’osservatore distaccato, obiezioni maggiori e minori.
Le due prime obiezioni di fondo riguardano sia la necessità di un’altra legge per gli Imi (e per gli altri: si veda sotto), sia la scelta della data per celebrarli.
Relativamente alla prima questione, si potrebbe osservare che c’era già una legge: quella del 2000 sul «Giorno della memoria» richiamava (anche) gli Imi. Perché allora un nuovo testo? Forse perché si voleva dire qualcosa di nuovo e diverso rispetto all’altro testo varato dal centrosinistra?
La seconda obiezione riguarda la data. Quella del 20 settembre era una scelta oculata suffragata da buone ricerche storiche, o si presta a imprecisioni? E, in ogni caso, non c’era una questione di opportunità relativa a una data che, per l’Italia unita, liberale e laica, rappresenta la Presa di Porta Pia e con essa l’unificazione del Paese? Non è una sovrapposizione che rischia di generare confusioni?
Pur lasciando per un momento da parte le due obiezioni maggiori e di fondo, il fatto è che il testo appare debole e contraddittorio. In particolare esso evidenzia i fattori che l’hanno originato, con quella mescolanza fra gli ambigui silenzi di partenza (quando era solo una proposta di maggioranza e di Forza Italia) e le conseguenze dell’«unione sacra» avvenuta sulla base del testo emendato (per l’intervento dell’associazionismo che vi era contrario, e per le scelte dell’opposizione).
In effetti la legge proclama di voler rimettere gli Imi fra i fondatori della Repubblica la quale porterebbe la colpa di averli ignorati: ma forse si vuole far loro occupare parte del posto sino a oggi occupato da altri attori come partigiani e antifascisti dichiarati? Il sospetto viene anche perché nel testo si parla pochissimo di RSI e di Resistenza, e perché agli Internati si aggiungono – in un testo in origine tutto pensato per i militari e gli Imi – anche i deportati civili e del lavoro. Altre confusioni: parlando di internati civili si mescolano le vicende dei lavoratori italiani emigrati in Germania fra 1938 e 1943 e quelle degli Imi civilizzati fra 1944 e 1945 (e persino quelle della deportazione civile politica, visto che si fa riferimento – come associazione di rappresentanza – all’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti, Aned). Ambiguità e mescolanze si riflettono in alcuni passaggi del testo approvato in via definitiva che rimangono scoordinati fra loro. All’art. 1 si parla di «valore storico, militare e morale» del rifiuto dell’adesione, all’art. 2 di «alto valore storico, morale ed educativo»: ma quale valore militare ha l’internamento dei civili? (e di quali si sta parlando?)
La mescolanza fra testo di partenza e critiche inserite in corso di discussione si legge anche fra art. 1 e art. 3. Per un verso, nel primo, i proponenti avrebbero voluto dare il massimo rilievo a questa nuova Giornata: essa prevede la deposizione di una corona all’Altare della patria, e iniziative in tutte le province (figlio questo della legge 2006/290, che prevedeva la consegna delle medaglie/medagliette nelle Prefetture). Ma poi si deve ammettere, nel terzo articolo, che la nuova giornata non può configurarsi come una «solennità civile», al pari del 25 aprile per esempio, che per legge ha caratteristiche particolari.
Soprattutto il testo definitivo riflette la commistione dell’impostazione iniziale di una norma che avrebbe dovuto rivolgersi ai soli (eredi degli) Imi, peraltro ignorando che esistono già momenti in cui il loro sacrificio è ricordato (dal 27 gennaio al 25 aprile, per esempio, per non dire del 2 giugno e del 4 novembre), con il successivo inserimento degli internatici civili/civilizzati. A forza di aggiungere ingredienti alla ricetta, non poteva che venirne fuori un pasticcio. Nell’art. 1, comma 1, si legge che la legge mira a «onorare la memoria di tutti i militari italiani uccisi a causa del rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica sociale italiana, dopo l’armistizio», mentre poche righe prima si afferma che la legge ha lo scopo di «conservare la memoria dei cittadini italiani, militari e civili, internati nei campi di concentramento». Fra i pochi che hanno posto all’attenzione dell’opinione pubblica le rapide manovre per l’approvazione della norma, c’è stato un ex presidente dell’Anei che su un quotidiano ha accusato i proponenti della legge di voler separare gli Imi dalla Resistenza istituendo una giornata solo e tutta per loro e di voler così «frammentare» il ricordo della lotta di Liberazione. Non sappiamo sino a che punto sin dall’inizio la proposta volesse spingersi su questa via: più probabilmente si è in presenza di conseguenze di testi mal congegnati frutto di sollecitazioni di parte che perdono di vista l’interesse generale. Lo si era già visto per la «Giornata della memoria e del sacrificio degli alpini» istituita, nel 2022, per il 26 gennaio.
La mescolanza nella 2025/6 diviene evidente quando all’art. 1, comma 3, il testo definitivo proclama che il 20 settembre (voluto da Mulè e dal centrodestra) sarebbe «complementare» del 25 aprile (inserimento voluto dal centrosinistra). Ma cosa ciò vuol dire, in concreto? E si pensa forse che proclamare su un testo di legge tale complementarità possa depotenziare ogni «frammentazione»?
Le due prime obiezioni di fondo riguardano sia la necessità di un’altra legge per gli Imi (e per gli altri: si veda sotto), sia la scelta della data per celebrarli.
Relativamente alla prima questione, si potrebbe osservare che c’era già una legge: quella del 2000 sul «Giorno della memoria» richiamava (anche) gli Imi. Perché allora un nuovo testo? Forse perché si voleva dire qualcosa di nuovo e diverso rispetto all’altro testo varato dal centrosinistra?
La seconda obiezione riguarda la data. Quella del 20 settembre era una scelta oculata suffragata da buone ricerche storiche, o si presta a imprecisioni? E, in ogni caso, non c’era una questione di opportunità relativa a una data che, per l’Italia unita, liberale e laica, rappresenta la Presa di Porta Pia e con essa l’unificazione del Paese? Non è una sovrapposizione che rischia di generare confusioni?
Pur lasciando per un momento da parte le due obiezioni maggiori e di fondo, il fatto è che il testo appare debole e contraddittorio. In particolare esso evidenzia i fattori che l’hanno originato, con quella mescolanza fra gli ambigui silenzi di partenza (quando era solo una proposta di maggioranza e di Forza Italia) e le conseguenze dell’«unione sacra» avvenuta sulla base del testo emendato (per l’intervento dell’associazionismo che vi era contrario, e per le scelte dell’opposizione).
In effetti la legge proclama di voler rimettere gli Imi fra i fondatori della Repubblica la quale porterebbe la colpa di averli ignorati: ma forse si vuole far loro occupare parte del posto sino a oggi occupato da altri attori come partigiani e antifascisti dichiarati? Il sospetto viene anche perché nel testo si parla pochissimo di RSI e di Resistenza, e perché agli Internati si aggiungono – in un testo in origine tutto pensato per i militari e gli Imi – anche i deportati civili e del lavoro. Altre confusioni: parlando di internati civili si mescolano le vicende dei lavoratori italiani emigrati in Germania fra 1938 e 1943 e quelle degli Imi civilizzati fra 1944 e 1945 (e persino quelle della deportazione civile politica, visto che si fa riferimento – come associazione di rappresentanza – all’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti, Aned). Ambiguità e mescolanze si riflettono in alcuni passaggi del testo approvato in via definitiva che rimangono scoordinati fra loro. All’art. 1 si parla di «valore storico, militare e morale» del rifiuto dell’adesione, all’art. 2 di «alto valore storico, morale ed educativo»: ma quale valore militare ha l’internamento dei civili? (e di quali si sta parlando?)
La mescolanza fra testo di partenza e critiche inserite in corso di discussione si legge anche fra art. 1 e art. 3. Per un verso, nel primo, i proponenti avrebbero voluto dare il massimo rilievo a questa nuova Giornata: essa prevede la deposizione di una corona all’Altare della patria, e iniziative in tutte le province (figlio questo della legge 2006/290, che prevedeva la consegna delle medaglie/medagliette nelle Prefetture). Ma poi si deve ammettere, nel terzo articolo, che la nuova giornata non può configurarsi come una «solennità civile», al pari del 25 aprile per esempio, che per legge ha caratteristiche particolari.
Soprattutto il testo definitivo riflette la commistione dell’impostazione iniziale di una norma che avrebbe dovuto rivolgersi ai soli (eredi degli) Imi, peraltro ignorando che esistono già momenti in cui il loro sacrificio è ricordato (dal 27 gennaio al 25 aprile, per esempio, per non dire del 2 giugno e del 4 novembre), con il successivo inserimento degli internatici civili/civilizzati. A forza di aggiungere ingredienti alla ricetta, non poteva che venirne fuori un pasticcio. Nell’art. 1, comma 1, si legge che la legge mira a «onorare la memoria di tutti i militari italiani uccisi a causa del rifiuto di collaborare con lo Stato nazionalsocialista e con la Repubblica sociale italiana, dopo l’armistizio», mentre poche righe prima si afferma che la legge ha lo scopo di «conservare la memoria dei cittadini italiani, militari e civili, internati nei campi di concentramento». Fra i pochi che hanno posto all’attenzione dell’opinione pubblica le rapide manovre per l’approvazione della norma, c’è stato un ex presidente dell’Anei che su un quotidiano ha accusato i proponenti della legge di voler separare gli Imi dalla Resistenza istituendo una giornata solo e tutta per loro e di voler così «frammentare» il ricordo della lotta di Liberazione. Non sappiamo sino a che punto sin dall’inizio la proposta volesse spingersi su questa via: più probabilmente si è in presenza di conseguenze di testi mal congegnati frutto di sollecitazioni di parte che perdono di vista l’interesse generale. Lo si era già visto per la «Giornata della memoria e del sacrificio degli alpini» istituita, nel 2022, per il 26 gennaio.
La mescolanza nella 2025/6 diviene evidente quando all’art. 1, comma 3, il testo definitivo proclama che il 20 settembre (voluto da Mulè e dal centrodestra) sarebbe «complementare» del 25 aprile (inserimento voluto dal centrosinistra). Ma cosa ciò vuol dire, in concreto? E si pensa forse che proclamare su un testo di legge tale complementarità possa depotenziare ogni «frammentazione»?
Come sarà attuato il coordinamento delle celebrazioni previsto dalla nuova norma?
La confusione, o addirittura il pericolo, è poi massimo nell’art. 2, comma 2, dedicato a chi potrebbe/dovrebbe preoccuparsi di organizzare le manifestazioni dei prossimi 20 settembre. Il testo prevede che siano i ministeri a emanare le direttive per le celebrazioni memoriali del «nuovo» 20 settembre. Tali iniziative dovrebbero essere prese a livello provinciale da non specificati «organi competenti»: i prefetti, o quali altri organi? devono essere per forza parte delle istituzioni centrali o centralistiche? e non è possibile che siano altri soggetti, dal basso, a occuparsene? E cosa succederebbe se altre associazioni o espressioni della società civile – nemmeno menzionate in via di ipotesi nel testo – volessero anch’esse promuovere occasioni di memoria il 20 settembre? Dovrebbero essere coordinate dai prefetti a livello provinciale? E se le iniziative fossero infra- o ultra- o inter-provinciale?
Chiunque siano questi organi, nella prima versione del testo, essi «promuovono» – e, menomale, nella versione emendata «possono promuovere» (sostituendo così una eventualità a un obbligo di ascendenza centralistica) – coinvolgendo anche scuole, università ecc. Il punto che forse stava però più a cuore ai proponenti è la regia di tali manifestazioni. Nel primo testo essa era affidata all’Anrp, con un ruolo marginale dell’Anei; nel testo emendato e approvato tale regia viene affidata (come richiesto esplicitamente dall’Anei) a tre associazioni in ordine alfabetico (Aned, Anei e Anrp) ma con la terza «con ruolo di coordinamento». E se il taglio delle iniziative proposte da queste altre organizzazioni non fosse gradito all’Anrp cosa avverrebbe? Si rimane esterrefatti di fronte a un’indicazione, con forza di legge, di un simile ruolo riservato a un’unica organizzazione – peraltro tutt’altro che presente su tutto il territorio nazionale – considerata evidentemente «di fiducia» dall’attuale maggioranza. L’inserimento dell’Aned voluto dal centrosinistra non mette al riparo da pasticci e possibili contrasti, anche perché pare rinviare alla tutela e alla promozione della memoria dei lavoratori civili, i quali però ebbero esperienze affatto diverse: da una parte quelle dell’emigrazione di lavoro in Germania, dall’altra quelle degli antifascisti e quelle dei civili rastrellati e portati nel Reich in modo punitivo a morire di lavoro.
Sembra insomma che centralismo e ossessione di controllo, pronti a sfociare in confusione, possano segnare in maniera eccessiva l’avvio della nuova Giornata.
Per finirla qui, anche qualora non si ritengano sufficienti le due obiezioni maggiori e di fondo, si è di fronte a un testo partito piuttosto male che si è voluto migliorare producendo non poca confusione. In confronto a questa 2025/6, la 2000/211 – di cui pure furono subito messi in evidenza alcuni problemi interni – appare un testo lirico scritto da storici professionisti e legislatori perfezionisti.
Chiunque siano questi organi, nella prima versione del testo, essi «promuovono» – e, menomale, nella versione emendata «possono promuovere» (sostituendo così una eventualità a un obbligo di ascendenza centralistica) – coinvolgendo anche scuole, università ecc. Il punto che forse stava però più a cuore ai proponenti è la regia di tali manifestazioni. Nel primo testo essa era affidata all’Anrp, con un ruolo marginale dell’Anei; nel testo emendato e approvato tale regia viene affidata (come richiesto esplicitamente dall’Anei) a tre associazioni in ordine alfabetico (Aned, Anei e Anrp) ma con la terza «con ruolo di coordinamento». E se il taglio delle iniziative proposte da queste altre organizzazioni non fosse gradito all’Anrp cosa avverrebbe? Si rimane esterrefatti di fronte a un’indicazione, con forza di legge, di un simile ruolo riservato a un’unica organizzazione – peraltro tutt’altro che presente su tutto il territorio nazionale – considerata evidentemente «di fiducia» dall’attuale maggioranza. L’inserimento dell’Aned voluto dal centrosinistra non mette al riparo da pasticci e possibili contrasti, anche perché pare rinviare alla tutela e alla promozione della memoria dei lavoratori civili, i quali però ebbero esperienze affatto diverse: da una parte quelle dell’emigrazione di lavoro in Germania, dall’altra quelle degli antifascisti e quelle dei civili rastrellati e portati nel Reich in modo punitivo a morire di lavoro.
Sembra insomma che centralismo e ossessione di controllo, pronti a sfociare in confusione, possano segnare in maniera eccessiva l’avvio della nuova Giornata.
Per finirla qui, anche qualora non si ritengano sufficienti le due obiezioni maggiori e di fondo, si è di fronte a un testo partito piuttosto male che si è voluto migliorare producendo non poca confusione. In confronto a questa 2025/6, la 2000/211 – di cui pure furono subito messi in evidenza alcuni problemi interni – appare un testo lirico scritto da storici professionisti e legislatori perfezionisti.
Ai posteri
Allo storico non spetta il compito di divinare il futuro, ha già troppi problemi con il passato, anche se sa leggere nel presente alcune tracce di quel passato, prossimo o remoto, che gli pare anticipino quanto avverrà.
In questo senso, non è possibile o serio oggi per uno storico ipotizzare cosa questa 2025/6 potrà produrre. Forse nulla, visto che come molte leggi è «a zero risorse». Ma il suo testo, il suo indirizzo rispetto alla normativa previgente e le sue contraddizioni potrebbero invece creare complicazioni di non poco conto al libero lavoro degli storici e in particolar modo al discorso pubblico sull’internamento militare. D’altronde, se si voleva semplicemente continuare a considerare gli Imi non aderenti come parte della Resistenza, perché fare una legge nuova «frammentando» il 25 aprile? Sarebbe bastato implementare, e semmai finanziare, le norme esistenti. È evidente invece, nonostante gli emendamenti e le correzioni apportati in itinere al suo testo, con questa legge la volontà della nuova maggioranza di imprimere e lasciare un segno.
Quel segno potrebbe rappresentare il «compimento» di una fase, avviata da tempo, di torsioni della memoria e di riscrittura della storia attorno alla vicenda degli Imi e al loro ruolo nell’Italia del 1943-1945. Meno conta se tale segno si pensa di poter lasciare appoggiandosi a un testo al tal punto pieno di ambiguità, imprecisioni e inaccettabili disposizioni che la sua messa in atto sarà tutta da giudicarsi (e questo senza sottovalutare che, per migliorare un testo originario ancora più ambiguo, quello definitivo sia il risultato di numerosi emendamenti proposti dalle opposizioni, che a quel punto lo hanno poi votato). D’altronde, come già è stato osservato, persino il testo istitutivo della Giornata della memoria ottenne l’unanimità dei consensi politici.
Alcune avvisaglie non sarebbero rassicuranti. A Macerata, a pochi giorni dall’approvazione della 2025/6, un dirigente di un’associazione combattentistica ha dichiarato che finalmente è arrivata una norma che mette in rilievo il sacrificio troppo a lungo ignorato dei militari, che ridimensiona altre norme che mettevano in evidenza «solo» o «eccessivamente» il sacrificio degli ebrei, che fa finalmente valere il peso del numero dei tanti Imi rispetto ai meno numerosi partigiani. Un periodico divulgativo on-line di storia ha considerato la nuova norma la consacrazione del fatto che le motivazioni degli Imi nel loro «no» non sarebbero state quindi un atto antifascista né soggettivamente né oggettivamente, bensì un gesto istituzionale e patriottico come a suo dire già spiegherebbe il «Museo» romano dell’Anrp. Lo stesso Mulè ha rivendicato la propria legge rifiutando le accuse di «frammentare» la Resistenza se non proprio di staccare gli Imi da essa (ma ha taciuto sulla profonda riscrittura del testo per accogliere le obiezioni delle opposizioni).
Si dirà che i tre episodi citati sono piccola, e provinciale, o marginale cosa. In realtà, al contrario, possono anche essere letti come avvisaglie che non promettono molto di buono perché dicono molto dell’animus che agita coloro che questa norma hanno voluto e che potrebbero incaricarsi di metterla in pratica.
In conclusione, lo storico deve registrare che il calendario civile è stato ulteriormente aumentato di un’altra data, anche se per la stessa data per più di 150 anni gli italiani avevano ricordato ben altro; lo si è fatto con un testo di legge ideologico all’inizio e reso più ambiguo di quanto già non fosse da una opposizione parlamentare che voleva forse migliorarlo ma che ha finito per renderlo ancora più contraddittorio. Si tratta di una nuova data del calendario civile degli italiani evidentemente pensata per offrire una diversa interpretazione della Resistenza e in particolare della vicenda degli Internati militari italiani, con una legge mirante a regolare i conti fra associazioni memoriali concorrenti e a fare un uso pubblico (di una certa interpretazione) della storia piuttosto che a ricordare davvero la complessità di un capitolo importante della storia d’Italia.
Sul testo e sulle primissime avvisaglie rivelatrici del senso della prossima prima applicazione della norma, il 20 settembre 2025, se non addirittura di quelle che verranno, lo storico oggi ha poco altro da dire, e ha poco per rallegrarsene. Forse, con lui, anche gli Internati militari italiani e la loro memoria.
Settembre 2025
Immagine: internati militari italiani in una foto dall’archivio del Museo Nazionale della Resistenza.
In questo senso, non è possibile o serio oggi per uno storico ipotizzare cosa questa 2025/6 potrà produrre. Forse nulla, visto che come molte leggi è «a zero risorse». Ma il suo testo, il suo indirizzo rispetto alla normativa previgente e le sue contraddizioni potrebbero invece creare complicazioni di non poco conto al libero lavoro degli storici e in particolar modo al discorso pubblico sull’internamento militare. D’altronde, se si voleva semplicemente continuare a considerare gli Imi non aderenti come parte della Resistenza, perché fare una legge nuova «frammentando» il 25 aprile? Sarebbe bastato implementare, e semmai finanziare, le norme esistenti. È evidente invece, nonostante gli emendamenti e le correzioni apportati in itinere al suo testo, con questa legge la volontà della nuova maggioranza di imprimere e lasciare un segno.
Quel segno potrebbe rappresentare il «compimento» di una fase, avviata da tempo, di torsioni della memoria e di riscrittura della storia attorno alla vicenda degli Imi e al loro ruolo nell’Italia del 1943-1945. Meno conta se tale segno si pensa di poter lasciare appoggiandosi a un testo al tal punto pieno di ambiguità, imprecisioni e inaccettabili disposizioni che la sua messa in atto sarà tutta da giudicarsi (e questo senza sottovalutare che, per migliorare un testo originario ancora più ambiguo, quello definitivo sia il risultato di numerosi emendamenti proposti dalle opposizioni, che a quel punto lo hanno poi votato). D’altronde, come già è stato osservato, persino il testo istitutivo della Giornata della memoria ottenne l’unanimità dei consensi politici.
Alcune avvisaglie non sarebbero rassicuranti. A Macerata, a pochi giorni dall’approvazione della 2025/6, un dirigente di un’associazione combattentistica ha dichiarato che finalmente è arrivata una norma che mette in rilievo il sacrificio troppo a lungo ignorato dei militari, che ridimensiona altre norme che mettevano in evidenza «solo» o «eccessivamente» il sacrificio degli ebrei, che fa finalmente valere il peso del numero dei tanti Imi rispetto ai meno numerosi partigiani. Un periodico divulgativo on-line di storia ha considerato la nuova norma la consacrazione del fatto che le motivazioni degli Imi nel loro «no» non sarebbero state quindi un atto antifascista né soggettivamente né oggettivamente, bensì un gesto istituzionale e patriottico come a suo dire già spiegherebbe il «Museo» romano dell’Anrp. Lo stesso Mulè ha rivendicato la propria legge rifiutando le accuse di «frammentare» la Resistenza se non proprio di staccare gli Imi da essa (ma ha taciuto sulla profonda riscrittura del testo per accogliere le obiezioni delle opposizioni).
Si dirà che i tre episodi citati sono piccola, e provinciale, o marginale cosa. In realtà, al contrario, possono anche essere letti come avvisaglie che non promettono molto di buono perché dicono molto dell’animus che agita coloro che questa norma hanno voluto e che potrebbero incaricarsi di metterla in pratica.
In conclusione, lo storico deve registrare che il calendario civile è stato ulteriormente aumentato di un’altra data, anche se per la stessa data per più di 150 anni gli italiani avevano ricordato ben altro; lo si è fatto con un testo di legge ideologico all’inizio e reso più ambiguo di quanto già non fosse da una opposizione parlamentare che voleva forse migliorarlo ma che ha finito per renderlo ancora più contraddittorio. Si tratta di una nuova data del calendario civile degli italiani evidentemente pensata per offrire una diversa interpretazione della Resistenza e in particolare della vicenda degli Internati militari italiani, con una legge mirante a regolare i conti fra associazioni memoriali concorrenti e a fare un uso pubblico (di una certa interpretazione) della storia piuttosto che a ricordare davvero la complessità di un capitolo importante della storia d’Italia.
Sul testo e sulle primissime avvisaglie rivelatrici del senso della prossima prima applicazione della norma, il 20 settembre 2025, se non addirittura di quelle che verranno, lo storico oggi ha poco altro da dire, e ha poco per rallegrarsene. Forse, con lui, anche gli Internati militari italiani e la loro memoria.
Settembre 2025
Immagine: internati militari italiani in una foto dall’archivio del Museo Nazionale della Resistenza.
Documenti citati nel testo
Il testo della legge 13 gennaio 2025, n. 6 si può leggere sulla «Gazzetta Ufficiale» online. Rispetto al testo proposto e approvato si ricorda che in precedenza il signor Rossano Corradetti da Fermo, cavaliere al merito della Repubblica, figlio dell’Imi Mario, aveva raccolto firme per l’istituzione di una simile giornata. La sua petizione fu annunciata alla Camera nella seduta del 9 novembre 2022. Si veda l’intervista pubblicata sul sito Rai Cultura.
Per qualche nome di studiosi che affiancano l’Anrp si veda online l’organigramma dell’associazione.
Per le critiche dell’Anei si veda il comunicato rilasciato sul sito dell’associazione dopo l’approvazione (unanime) del testo di legge alla Camera.
L’intervento di Mulè cui si fa riferimento si legge in «Domani», 29 luglio 2024, disponibile online.
L’opposizione frontale dell’ex presidente dell’Anei è quella di Orlando Materassi, che con Daniele Susini è autore dell’articolo Perché «frammentare» la Resistenza non aiuta a conoscere la nostra storia, «Domani», 7 dicembre 2024.
Per il «museo» romano cfr. https://www.museovitediimi.it/.
Per i tre episodi citati in chiusura crf. https://ancrmacerata.it/appello-ancr-per-gli-imi-nella-giornata-della-memoria-2025/; https://www.giornidistoria.net/una-giornata-per-ricordare-gli-imi-approvata-alla-camera-la-proposta-di-legge/; e il già citato Giorgio Mulè, La proposta di legge per la giornata degli internati militari è sincera e condivisa, «Domani», 29 luglio 2024, disponibile online.
L’Anrp si è già attrezzata e si presenta come dispensatrice unica del logo autorizzato per le manifestazioni; cfr. https://www.anrp.it/giornata-nazionale-degli-internati-italiani-nei-campi-di-concentramento-tedeschi/.
Per qualche nome di studiosi che affiancano l’Anrp si veda online l’organigramma dell’associazione.
Per le critiche dell’Anei si veda il comunicato rilasciato sul sito dell’associazione dopo l’approvazione (unanime) del testo di legge alla Camera.
L’intervento di Mulè cui si fa riferimento si legge in «Domani», 29 luglio 2024, disponibile online.
L’opposizione frontale dell’ex presidente dell’Anei è quella di Orlando Materassi, che con Daniele Susini è autore dell’articolo Perché «frammentare» la Resistenza non aiuta a conoscere la nostra storia, «Domani», 7 dicembre 2024.
Per il «museo» romano cfr. https://www.museovitediimi.it/.
Per i tre episodi citati in chiusura crf. https://ancrmacerata.it/appello-ancr-per-gli-imi-nella-giornata-della-memoria-2025/; https://www.giornidistoria.net/una-giornata-per-ricordare-gli-imi-approvata-alla-camera-la-proposta-di-legge/; e il già citato Giorgio Mulè, La proposta di legge per la giornata degli internati militari è sincera e condivisa, «Domani», 29 luglio 2024, disponibile online.
L’Anrp si è già attrezzata e si presenta come dispensatrice unica del logo autorizzato per le manifestazioni; cfr. https://www.anrp.it/giornata-nazionale-degli-internati-italiani-nei-campi-di-concentramento-tedeschi/.
Bibliografia essenziale
Sulle vicende, la memorialistica e la memoria degli Imi
Vittorio Emanuele Giuntella, L’Associazione Nazionale Ex Internati e la memoria storica dell’internamento, in I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, atti del convegno promosso dall’Anei (Firenze, 14-15 novembre 1985), a cura di Nicola Della Santa, Giunti, Firenze 1986, pp. 70-76.
Nicola Labanca, Fare i conti, con il passato. La sottrazione nazista di risorse dall’Italia occupata, 1943-1945, in Il nervo della guerra. Rapporti delle Militärkommandanturen e sottrazione nazista di risorse dall’Italia occupata (1943-1944), 3 voll., a cura di Nicola Labanca, Milano, Unicopli, 2019, I, pp. 11-62.
Nicola Labanca, Prigionieri, internati, resistenti. Memorie dell’«altra Resistenza», Laterza, Roma-Bari 2022.
Giorgio Rochat, Memorialistica e storiografia dell’internamento, in I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, atti del convegno (Firenze, 14-15 novembre 1985), a cura di Nicola Della Santa, Giunti, Firenze 1986, pp. 23-69.
Gerhard Schreiber, I militari italiani nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945. Traditi disprezzati dimenticati, trad. dal tedesco a cura di Friedrun Mazza e Giulio Primicerj, Stato maggiore dell’esercito. Ufficio storico, Roma 1992.
È recente la sintesi di Mimmo Franzinelli, Schiavi di Hitler. I militari italiani nei lager nazisti, Mondadori, Milano 2023. Ha ormai qualche anno l’antologia di memorie e documenti Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani, 1943-1945, a cura di Mario Avagliano e Marco Palmieri, Einaudi, Torino 2012 (a partire dalla quale i due curatori hanno realizzato anche una monografia: I militari italiani nei lager nazisti. Una Resistenza senz’armi (1943-1945), Il Mulino, Bologna 2020).
Sul 20 settembre del calendario civile «risorgimentale»
Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017 (sul 20 settembre, la scheda firmata da Renata Ago, pp. 217-223).
Hubert Heyriès, La breccia di Porta Pia. 20 settembre 1870, Il Mulino, Bologna 2020.
Guido Verucci, Il XX settembre, in I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, Laterza, Roma-Bari 2010 (prima ed. 1997), pp. 87-100.
Il 20 settembre è stata una data del calendario civile ufficiale dello Stato italiano dal 1895 al 1930, quando fu abolita dal regime fascista e sostituita dall’11 febbraio, data della stipula dei Patti lateranensi e della «riconciliazione» tra Stato italiano e Chiesa.
Sul «paradigma vittimario»
Giovanni De Luna, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli, Milano 2011 (seconda ed. 2015).
Nota De Luna in apertura del suo libro che la serie leggi memoriali di inizio XXI secolo ha rappresentato «il tentativo di proporre come contenuto del patto fondativo della nostra memoria [pubblica] il dolore e il lutto che scaturiscono dal ricordo delle “vittime”. Della mafia, del terrorismo, della Shoah delle foibe, delle catastrofi naturali, del dovere delle vittime, sempre e solo vittime» (pp. 15-16). Non si tratta solo di un fenomeno italiano, si riscontra «in molti paesi dell’Europa occidentale»; ovunque, «la memoria che scaturisce dalla “centralità delle vittime”» è collegata ad alcuni fenomeni diffusi: «Il familismo, innanzitutto, il prepotente riaffacciarsi delle famiglie e dei singoli individui in uno spazio pubblico colonizzato dal lutto e dal dolore. E poi una fortissima carica rivendicativa, un’inesausta richiesta di risarcimento e di riparazione. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione. E poi infine, mastodontica, la competizione tra le varie vittime, quasi che ognuna di loro, per poter veder riconosciuto il proprio dolore, debba sopravanzare quello delle altre. […] Per emozionare, commuovere, suscitare consenso, le sofferenze vanno gridate; e più si grida forte più si sfondano le barriere dell’audience e dell’ascolto. Quasi che le emozioni siano merci e quasi che sia il mercato a imporre le sue regole, nel controllarne la domanda e l’offerta».
Come avvisa De Luna, il dibattito su «vittime» e «paradigma vittimario» non è limitato all’Italia. Può essere utile affiancare la lettura di alcune pagine di Gabriella Gribaudi, La memoria, i traumi, la storia. La guerra e le catastrofi nel Novecento, Viella, Roma 2020, pp. 30-36, con ulteriori indicazioni bibliografiche.
Vittorio Emanuele Giuntella, L’Associazione Nazionale Ex Internati e la memoria storica dell’internamento, in I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, atti del convegno promosso dall’Anei (Firenze, 14-15 novembre 1985), a cura di Nicola Della Santa, Giunti, Firenze 1986, pp. 70-76.
Nicola Labanca, Fare i conti, con il passato. La sottrazione nazista di risorse dall’Italia occupata, 1943-1945, in Il nervo della guerra. Rapporti delle Militärkommandanturen e sottrazione nazista di risorse dall’Italia occupata (1943-1944), 3 voll., a cura di Nicola Labanca, Milano, Unicopli, 2019, I, pp. 11-62.
Nicola Labanca, Prigionieri, internati, resistenti. Memorie dell’«altra Resistenza», Laterza, Roma-Bari 2022.
Giorgio Rochat, Memorialistica e storiografia dell’internamento, in I militari italiani internati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, atti del convegno (Firenze, 14-15 novembre 1985), a cura di Nicola Della Santa, Giunti, Firenze 1986, pp. 23-69.
Gerhard Schreiber, I militari italiani nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945. Traditi disprezzati dimenticati, trad. dal tedesco a cura di Friedrun Mazza e Giulio Primicerj, Stato maggiore dell’esercito. Ufficio storico, Roma 1992.
È recente la sintesi di Mimmo Franzinelli, Schiavi di Hitler. I militari italiani nei lager nazisti, Mondadori, Milano 2023. Ha ormai qualche anno l’antologia di memorie e documenti Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici italiani, 1943-1945, a cura di Mario Avagliano e Marco Palmieri, Einaudi, Torino 2012 (a partire dalla quale i due curatori hanno realizzato anche una monografia: I militari italiani nei lager nazisti. Una Resistenza senz’armi (1943-1945), Il Mulino, Bologna 2020).
Sul 20 settembre del calendario civile «risorgimentale»
Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017 (sul 20 settembre, la scheda firmata da Renata Ago, pp. 217-223).
Hubert Heyriès, La breccia di Porta Pia. 20 settembre 1870, Il Mulino, Bologna 2020.
Guido Verucci, Il XX settembre, in I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, Laterza, Roma-Bari 2010 (prima ed. 1997), pp. 87-100.
Il 20 settembre è stata una data del calendario civile ufficiale dello Stato italiano dal 1895 al 1930, quando fu abolita dal regime fascista e sostituita dall’11 febbraio, data della stipula dei Patti lateranensi e della «riconciliazione» tra Stato italiano e Chiesa.
Sul «paradigma vittimario»
Giovanni De Luna, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli, Milano 2011 (seconda ed. 2015).
Nota De Luna in apertura del suo libro che la serie leggi memoriali di inizio XXI secolo ha rappresentato «il tentativo di proporre come contenuto del patto fondativo della nostra memoria [pubblica] il dolore e il lutto che scaturiscono dal ricordo delle “vittime”. Della mafia, del terrorismo, della Shoah delle foibe, delle catastrofi naturali, del dovere delle vittime, sempre e solo vittime» (pp. 15-16). Non si tratta solo di un fenomeno italiano, si riscontra «in molti paesi dell’Europa occidentale»; ovunque, «la memoria che scaturisce dalla “centralità delle vittime”» è collegata ad alcuni fenomeni diffusi: «Il familismo, innanzitutto, il prepotente riaffacciarsi delle famiglie e dei singoli individui in uno spazio pubblico colonizzato dal lutto e dal dolore. E poi una fortissima carica rivendicativa, un’inesausta richiesta di risarcimento e di riparazione. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione. E poi infine, mastodontica, la competizione tra le varie vittime, quasi che ognuna di loro, per poter veder riconosciuto il proprio dolore, debba sopravanzare quello delle altre. […] Per emozionare, commuovere, suscitare consenso, le sofferenze vanno gridate; e più si grida forte più si sfondano le barriere dell’audience e dell’ascolto. Quasi che le emozioni siano merci e quasi che sia il mercato a imporre le sue regole, nel controllarne la domanda e l’offerta».
Come avvisa De Luna, il dibattito su «vittime» e «paradigma vittimario» non è limitato all’Italia. Può essere utile affiancare la lettura di alcune pagine di Gabriella Gribaudi, La memoria, i traumi, la storia. La guerra e le catastrofi nel Novecento, Viella, Roma 2020, pp. 30-36, con ulteriori indicazioni bibliografiche.
Per approfondire
Altre letture
- Sui deportati politici e per lavoro, e l’intreccio delle vicende di questi ultimi con gli emigrati italiani nel Terzo Reich, si vedano dapprima Brunello Mantelli, I lavoratori italiani in Germania 1938-43, in «Rivista di storia contemporanea», 4, 1989, pp. 560-576; Id., Camerati del lavoro. I lavoratori italiani emigrati nel Terzo Reich nel periodo dell’Asse 1938-1943, La Nuova Italia, Scandicci 1992; Cesare Bermani, Al lavoro nella Germania di Hitler. Racconti e memorie dell’emigrazione italiana 1937-1945, Bollati Boringhieri, Torino 1998. Quindi Il libro dei deportati, ricerca del Dipartimento di storia dell’Università di Torino diretta da Brunello Mantelli e Nicola Tranfaglia, promossa dall’Associazione nazionale ex deportati, Mursia, Milano 2009-2010 (1, I deportati politici, 1943-1945, a cura di Giovanna D’Amico, Giovanni Villari e Francesco Cassata; 2, Deportati, deportatori, tempi, luoghi, a cura di Brunello Mantelli; 3, La galassia concentrazionaria SS, 1933-1945, a cura di Brunello Mantelli); Brunello Mantelli (a cura di), Tante braccia per il Reich! Il reclutamento di manodopera nell’Italia occupata 1943-1945 per l’economia di guerra della Germania nazionalsocialista, prefazione di Gianni Perona, nota di Enzo Orlanducci, 2 voll., Mursia, Milano 2019 (Fondazione Memoria della deportazione Biblioteca Archivio Pina e Aldo Ravelli, Associazione nazionale reduci dalla prigionia dall’internamento dalla guerra di liberazione e loro familiari).
- Sui rapporti memoriali fra italiani e tedeschi, si veda Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 2013.
- Per la storia dell’Aned, si veda Bruno Maida, Il mestiere della memoria. Storia dell’Associazione nazionale ex deportati politici, 1945-2010, Ombre Corte, Verona 2014.
- Sulla «giornata dell’onore alpino» (26 gennaio), si veda Filippo Masina, Gli alpini, la campagna di Russia, la memoria, in «Memoria e ricerca», 76, 2024, pp. 305-326.
L'autore
Nicola Labanca insegna storia contemporanea all’Università di Siena. È autore di importanti studi, nonché coordinatore di numerose ricerche collettive, nel campo della storia militare, della storia coloniale, della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. Tra i suoi volumi più recenti ricordiamo: Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana (nuova ed. Il Mulino, Bologna 2025; prima ed. 2002); Nicola Labanca, Prigionieri, internati, resistenti. Memorie dell’«altra» Resistenza (Laterza, Roma-Bari 2024; prima ed. 2022); nonché il saggio Geografia degli studi storici sulla Resistenza, in Resistenza. La guerra partigiana in Italia (1943-1945), a cura di Filippo Focardi e Santo Peli, Carocci, Roma 2025, pp. 257-281. Ricordiamo inoltre la curatela del volume I bombardamenti aerei sull’Italia. Politica, Stato e società (1939-1945) (Il Mulino, Bologna 2012) e di Le armi della Repubblica: dalla Liberazione a oggi (Utet, Torino 2009, vol. 5 dell’opera Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, direzione scientifica di Mario Isnenghi). Nel giugno 2025, è stato insignito del premio «Antonio Feltrinelli» per la Storia assegnato dall’Accademia dei Lincei.