Storie dell’Italia repubblicana. 3

Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni Novanta, Marsilio, Venezia 1992 (con una cronologia a cura di Luca Pes), VIII, 566 p. Scheda a cura di Davide Serafino

Ultimo capitolo del trittico di letture sulla storia dell’Italia repubblicana. Dopo il volume di Paul Ginsborg e quello di Pietro Scoppola, il terzo classico che proponiamo è quello di Silvio Lanaro, uscito nel 1992.

 

 

Un fitto intreccio di temi

La scheda sulla Storia dell’Italia repubblicana di Silvio Lanaro (1942-2013) chiude il trittico dedicato ad alcuni classici di storia dell’Italia repubblicana che abbiamo proposto nell’imminenza dell’ottantesimo anniversario della Repubblica (2 giugno 1946).

Nella sua ricostruzione, lo storico veneto (nato a Schio e cresciuto a Malo) concentra la sua attenzione sulle trasformazioni economiche e culturali del secondo dopoguerra, riprendendo temi a lui familiari e già affrontati, nel 1979, in un altro suo libro diventato un classico: Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia 1870-1925. Dalle pagine di Lanaro emerge soprattutto un fitto intreccio tra storia politica, storia culturale e storia della mentalità, con particolare attenzione al tema dei comportamenti collettivi e della «grande trasformazione» del Paese dagli anni Cinquanta. A questa Grande trasformazione è dedicata la seconda parte del volume, mentre la prima analizza il Lungo dopoguerra (entrambe sono articolate in sei capitoli).

La ricerca di Lanaro, quindi, non si limita alla storia politica, ma la inserisce all’interno di una narrazione più ampia e ambiziosa, che comprende: la storia del costume, trattato con profondità e non in modo aneddotico e bozzettistico; la storia economica; l’attenzione ai cambiamenti culturali – Lanaro dà molto spazio ad aspetti che, quando scriveva, non erano ancora così consueti per la storiografia come lo sono diventati oggi, come la letteratura, il cinema, la televisione, la canzone, i «miti» – e ai comportamenti individuali, oltre che di massa – dai cambiamenti delle abitudini alimentari, all’impatto culturale, e non soltanto economico, dalla diffusione dell’automobile. Le interpretazioni di Lanaro, espresse attraverso una prosa brillante e complessa e una scelta oculata di ogni termine, sono taglienti, polemiche, dissacratorie, spesso acute, anche se talvolta appaiono un po’ troppo liquidatorie.

 

Una modernizzazione incompiuta, una classe dirigente inadeguata

Il nucleo centrale dell’interpretazione di Lanaro è che l’Italia repubblicana fu segnata da uno sviluppo squilibrato e da una modernizzazione incompiuta, in quanto le ambizioni e le promesse della democrazia e della modernità si scontrarono con l’arretratezza delle realtà sociali e culturali del Paese.

I motivi di queste mancanze sarebbero da trovare nella perdita di un’identità nazionale storicamente già debole e ulteriormente infiacchita dalle conseguenze del fascismo e della guerra, che hanno «infamato il nome e l’idea stessa di Italia», ma anche da una sorta di introiezione del concetto di sovranità limitata, dovuta alla collocazione nel quadro internazionale dell’Italia nel secondo dopoguerra.

Secondo Lanaro, la possibilità per l’Italia di diventare un Paese culturalmente e socialmente «moderno» fu frustrata anche da altri fattori, tra cui: classi dirigenti inadeguate, capaci di operare solamente secondo logiche opportunistiche e particolaristiche, sempre attente a blandire il senso comune moderato e individualista; una borghesia industriale incapace di andare oltre il proprio ristretto orizzonte, in cui l’interesse, e talvolta il micro-interesse, privato prevale sempre su quello collettivo; carenza di «élites modernizzanti», in grado di farsi carico di progetti di innovazione e di riforma, e conseguente incapacità del sistema politico – per riprendere le parole usate dal sociologo Massimo Paci (1936) in una discussione su questo libro (1994) – di «recepire le istanze di rinnovamento espresse dalle ondate di mobilitazione sociale».

La via alla modernizzazione italiana appare pertanto incompleta e incompiuta: se il Paese si modernizza dal punto di vista economico e infrastrutturale (ma non al Sud), altrettanto non si può dire dal punto di vista della vita pubblica, della cultura politica e dei valori civici condivisi. La modernizzazione – avrebbe chiosato Lanaro nel corso di una discussione successiva all’uscita del libro – produce «sviluppo tecnologico, aumento della produzione, incremento dei redditi», ma non ha «una ricaduta congruente, parallela e proporzionale sulla scuola e sul sistema educativo nel suo insieme, sulla pubblica amministrazione, sul sistema della comunicazione» (1993, vedi la sezione «Per approfondire»).

L’Italia che esce da uno sviluppo economico tanto rapido, quanto squilibrato, in cui le masse sono integrate in modo passivo e mai del tutto convinto, non appare, quindi, uno Stato moderno, equo e partecipato. Lanaro è molto critico nei confronti dei due principali partiti italiani, Democrazia cristiana e Partito comunista, giudicati chiusi e autoreferenziali: se il primo è incapace di rappresentare i crescenti bisogni sociali e di guidare la modernizzazione, il secondo non è in grado di proporre una vera alternativa al modello democristiano. La critica di Lanaro, però, va oltre lo specifico dei singoli partiti e si estende, più in generale, alla cultura politica italiana, considerata arretrata, paternalista, civicamente irresponsabile, opportunista e clientelare. La «questione meridionale» e la marginalizzazione del Sud nei processi di modernizzazione, oltre a non venire attenuate o risolte, vengono sfruttate cinicamente per rapportarsi al Meridione essenzialmente come a un bacino clientelare.

 

Gli «apoti»: l’opportunismo degli intellettuali nel dopoguerra

Lanaro è critico anche con il centrismo e, pur riconoscendone alcuni meriti, lo descrive come «un corollario della guerra fredda», caratterizzato da un clima di repressione non soltanto in termini di ordine pubblico, ma in riferimento alla mentalità e – avrebbe sottolineato nella già ricordata discussione – al «clima generale del paese, all’etica dominante, alla scuola, al modo in cui essa era organizzata e ai suoi contenuti educativi».

Agli occhi di Lanaro, chi esemplifica al meglio il deficit di cittadinanza della società italiana nel primo decennio postbellico, sono infatti gli «apoti» che, riprendendo una vecchia autodefinizione dello scrittore Giuseppe Prezzolini (1892-1982), è termine che indica «coloro che non la bevono, opportunisti insieme cinici e ingenui che interpretano e titillano le ansie, il desiderio di tranquillità, la rinuncia a ogni impulso di solidarietà collettiva e civile di un ceto medio gelatinoso e querulo, cresciuto senza vera convinzione sotto le ali protettive del fascismo e ora disposto ad accodarsi passivamente ai nuovi assetti politici» (riprendo qui parole dello storico Nicola Gallerano, 1992). L’obiettivo delle critiche di Lanaro – in alcune delle pagine più riuscite del libro – è soprattutto il ceto intellettuale italiano, gli «apoti» per l’appunto, che fanno dell’opportunismo disincantato un vero e proprio modus vivendi, che ambiscono ad autorappresentarsi come “indipendenti”, ma che sono sempre pronti «a decorare con volute e ghirigori barocchi un’autentica prostituzione ai poteri costituiti» (p. 125).

 

Il bilancio del centrosinistra e il giudizio su Aldo Moro

La stagione seguente a quella del centrismo fu almeno in parte diversa. Lanaro registra il sostanziale fallimento del tentativo riformista del centrosinistra, incapace di mantenere fede alle aspettative suscitate. Precisa però come la preparazione di quell’esperimento politico sia stata caratterizzata da un dibattito di dignità culturale senza precedenti benché naufragato al momento della sua realizzazione pratica. L’autore avrebbe poi chiosato nel corso della già citata discussione: «quando parlo di difficile rapporto fra politici e intellettuali voglio dire che nel momento del passaggio alla realizzazione, nel momento del centro sinistra organico, quel rapporto non funziona più. Non può funzionare perché evidentemente gli obiettivi degli intellettuali sono rimasti gli stessi, ma quelli dei politici sono cambiati» (1993).

Memorabili sono anche le pagine dedicate alla travolgente diffusione dell’americanismo nei media e nei modelli culturali e ai «prezzi della modernità» (pp. 223 ss.), cioè i costi che la «grande trasformazione» dell’economia e della società, avviata nella seconda metà degli anni Cinquanta, aveva imposto «in termini di migrazioni di massa, urbanizzazione caotica, disgregazione sociale ed emarginazione, imbarbarimento del costume, della cultura, del linguaggio» (riprendo qui parole dello storico Mario G. Rossi, 1994).

Tra i fattori di debolezza del centrosinistra individuati da Lanaro si possono ricordare: le resistenze di una parte sia del mondo cattolico sia di quello socialista; alcune contraddizioni interne alla cultura di governo della sinistra italiana; la mancanza di raccordo tra cultura e politica nella fase di realizzazione del centrosinistra. Lanaro, però, individua anche un altro elemento che contribuisce al fallimento, rappresentato dalla figura di Aldo Moro (1916-1978), il quale era attratto dall’«ideale di un’assenza di contrasti, di un’“armonia” fra tutti gli interessi legittimi, di un consenso tendenzialmente unanime attorno alla classe dirigente» (p. 331) e guardava, irrealisticamente secondo Lanaro, a una società armonica in cui era possibile ricomporre i conflitti attraverso una «mediazione eletta a sistema» (così nella citata discussione del 1993). Non a caso, lo storico vicentino giudica il secondo e il terzo governo Moro come un «periodo di sterile immobilismo e di tempo irresponsabilmente sciupato» (p. 330). Lanaro evidenzia come il leader democristiano sia «l’uomo che scongiura le battaglie, addormenta le tensioni, ricuce gli strappi» (p. 334).

L’Italia sarebbe quindi caratterizzata da una «situazione di debito culturale di democrazia» che avrebbe favorito l’affermazione di posizioni che confliggono con il concetto stesso di riforma: «concezioni giolittiane, alla Moro, o concezioni ipergiacobine, per le quali le riforme non valgono di per sé, ma solo in quanto servono a spostare rapporti di forza, in quanto rendono più breve la strada verso il superamento del capitalismo» (di nuovo nella citata discussione pubblicata nel 1993).

 

Il Sessantotto e gli anni Settanta: una valutazione critica

Questa interpretazione è alla base di una valutazione piuttosto dura anche sul Sessantotto. Scrive Lanaro: «quando le agitazioni si afflosciano e si esaurisce l’“anno degli studenti” […] più che le analisi prolisse dei compitini teorici o i bollettini di guerra delle assemblee permanenti sopravvivono le nuove tecniche e i nuovi strumenti di comunicazione adottati nel vivo delle lotte, e che nel bene e nel male rimangono patrimonio delle femministe, degli operai “incazzati” e dei movimenti di protesta in genere» (p. 352). Analogo giudizio sulle lotte sociali, politiche e sindacali della fine degli anni Settanta, che si accompagna a una più generale critica alla cultura marxista italiana, e sui gruppi della sinistra «rivoluzionaria» degli anni Settanta che avrebbero portato al «corrompimento» di un movimento operaio «sorto da istanze classicamente modernizzatrici» (p. 358). La necessità, comprensibile, di uscire da una certa mitologia del Sessantotto e da alcune valutazioni troppo ideologiche, pare, tuttavia, indurre lo storico veneto a sminuire alcuni aspetti di novità delle lotte operaie e studentesche e a sottovalutare come, tra molte contraddizioni, queste lotte rappresentino un tentativo di risposta al fallimento del centrosinistra, uno sforzo dal basso, finalmente non più passivo, di integrazione delle masse lavoratici nello Stato. Lo stesso si potrebbe dire per la cultura marxista italiana che mai come in quel periodo fu oggetto, si pensi all’esperienza dei «Quaderni Rossi», di un’importante opera di svecchiamento e modernizzazione.

 

Scrivere ai tempi del governo Craxi

Per motivi opposti, Lanaro, invece, non valuta negativamente il periodo craxiano, che è quello della scrittura e dell’approdo del libro. Nonostante il segretario del Partito socialista avesse già mostrato una certa noncuranza per la questione morale, favorito il fenomeno del rampantismo, ridotto ogni istanza di dibattito nel suo partito, il bilancio che fa lo storico della sua azione di governo è «nettamente positivo» (p. 450). Se è vero che quando esce il libro il vaso di pandora di Tangentopoli non è stato ancora del tutto scoperchiato, è altrettanto vero che moltissimi segnali della degenerazione della politica italiana erano già evidenti.

 

Il libro in classe

Il volume di Lanaro appare utile per affrontare in classe alcuni aspetti dell’Italia repubblicana – per esempio i fenomeni culturali e di costume, a cui lo storico riserva grande attenzione – che, talvolta, compressi tra date, eventi, mappe, sintesi, schemi, letture, appaiono un po’ sacrificati nei manuali scolastici. Uno strumento che all’epoca dell’uscita del volume apparve piuttosto originale, e che ancora oggi risulta utile, è la lunga cronologia – circa cento pagine, curate da Luca Pes –, del periodo 1945-1991, posta in appendice al volume. Per ogni singolo anno vengono fornite notizie essenziali, suddivise in quattro cronologie tematiche, dedicate tanto ai consueti annali della politica (avvenimenti nel mondo e fatti politici) quanto ad ambiti meno consueti (economia e società e cultura, cronaca e costume).

Aprile 2026

Immagine: un’automobile che richiama la forma dello Sputnik, il razzo sovietico lanciato nello spazio il 4 ottobre 1957, usata per promuovere il Partito comunista italiano in vista delle elezioni politiche del 25-26 maggio 1958.

 

Per approfondire

L’edizione più recente della Storia dell’Italia repubblicana è uscita nel 2001 presso Marsilio (Venezia). Dallo stesso editore, nel 1979 era uscito il ricordato Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia, 1870-1925 (l’edizione più recente uscì nel 1988). Nel 1984 Lanaro aveva ideato e curato il volume Il Veneto per la serie Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi dell’editore Einaudi (Torino).

Pietro Scoppola, Paul Ginsborg e Silvio Lanaro discussero dei loro lavori, allora recenti, in una tavola rotonda che ebbe luogo presso l’Università di Firenze il 3 novembre 1992, e ora si legge sotto il titolo L’Italia repubblicana: tre autori a confronto [a cura di Enzo Collotti e Mario G. Rossi], «Passato e Presente», 29, 1993, pp. 11-32; ora disponibile online sul sito dell’associazione Amici di Passato e Presente.

La citazione di Massimo Paci è tratta da Massimo Paci e Raffaele Romanelli discutono su «Recenti volumi di storia dell’Italia repubblicana», «Storia e mercato», 40, 1994, pp. 105-125.

La citazione di Mario G. Rossi è tratta dalla sua recensione al libro di Lanaro uscita su «Italia contemporanea», 194, 1994 (La prima Repubblica tra «grande trasformazione» e piccolo cabotaggio).

La citazione di Nicola Gallerano è tratta da Nicola Gallerano, La repubblica degli apoti, recensione a Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni Novanta, Venezia, Marsilio, 1992, «L’Indice dei libri del mese», 10, 1992.