Storie dell’Italia repubblicana. 1
Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica (1943-1988), trad. di Marcello Flores e Sandro Perini, Einaudi, Torino 1989, 2 tomi (XII, 281 p.; VI, 284-622 p. e Appendice statistica, a cura di Giulio Ghellini, Paul Ginsborg). Scheda a cura di Davide Serafino
In occasione dell’imminente ottantesimo anniversario della Repubblica (2 giugno 1946), proponiamo la lettura di tre storie dell’Italia repubblicana uscite tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, diventate ormai classiche. Si comincia dal libro firmato da Paul Ginsborg nel 1989.
Tre storie dell’Italia repubblicana, scritte allo scadere della Prima Repubblica
A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, a distanza di poco tempo l’uno dall’altro, uscirono tre lavori fondamentali per lo studio dell’Italia repubblicana. Il primo in ordine di tempo, nel 1989 per Einaudi, fu quello dello storico inglese (e di cittadinanza italiana dal 2009) Paul Ginsborg (1945-2022): Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica (1943-1988). Il secondo fu La Repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia (1945-1990) pubblicato per il Mulino da Pietro Scoppola (1926-2007) nel 1991. L’anno successivo, infine, fu la volta della Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni Novanta di Silvio Lanaro (1942-2013), edito da Marsilio. Sono tre libri differenti per impostazione, taglio interpretativo e sensibilità storiografica; semplificando molto, si può dire che Ginsborg affronti soprattutto la storia sociale dell’Italia del dopoguerra, Scoppola quella prettamente politica e Lanaro quella culturale. Tutti e tre sono però accomunati dal tentativo di storicizzare il primo quarantennio repubblicano.
L’uscita di questi volumi coincise con un importante tornante della storia italiana, l’esaurirsi di un ciclo politico nella storia del Paese: più o meno consapevolmente «anticiparono» il crollo della cosiddetta Prima Repubblica e il dibattito sulle radici della crisi italiana che ne sarebbe scaturito. Interpellati in una tavola rotonda che si tenne all’università di Firenze alla fine del 1992, solamente Scoppola raccontò di avere avuto, mentre lavorava al volume, la chiara sensazione che una stagione della storia italiana si stava esaurendo, e che il suo era anche un tentativo di dare una spiegazione di questo passaggio. Ginsborg, invece, ammise che quando aveva cominciato a studiare questo periodo, non aveva avuto «assolutamente in mente l’idea della fine di un’era», un po’ come Lanaro, che riferì di non aver scritto il suo libro con la percezione della fine di un’epoca e del declino di un sistema politico.
L’uscita di questi volumi coincise con un importante tornante della storia italiana, l’esaurirsi di un ciclo politico nella storia del Paese: più o meno consapevolmente «anticiparono» il crollo della cosiddetta Prima Repubblica e il dibattito sulle radici della crisi italiana che ne sarebbe scaturito. Interpellati in una tavola rotonda che si tenne all’università di Firenze alla fine del 1992, solamente Scoppola raccontò di avere avuto, mentre lavorava al volume, la chiara sensazione che una stagione della storia italiana si stava esaurendo, e che il suo era anche un tentativo di dare una spiegazione di questo passaggio. Ginsborg, invece, ammise che quando aveva cominciato a studiare questo periodo, non aveva avuto «assolutamente in mente l’idea della fine di un’era», un po’ come Lanaro, che riferì di non aver scritto il suo libro con la percezione della fine di un’epoca e del declino di un sistema politico.
La «via italiana alla modernizzazione»
Cominciamo ora a leggere Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica (1943-1988) di Paul Ginsborg; nei prossimi mesi completeremo il trittico soffermandoci prima sul lavoro di Scoppola, quindi su quello di Lanaro, seguendo dunque l’ordine di uscita.
Il libro di Ginsborg – piuttosto voluminoso, oltre 600 pagine – si pone all’incrocio tra la storia sociale e la storia politica, con grande attenzione a temi che l’autore poi avrebbe ulteriormente sviluppato negli anni seguenti, come la famiglia e la società civile, avvalendosi anche dell’apporto di altre discipline, una su tutte la sociologia. Ginsborg coniuga felicemente approfondimento e informazione accurata con una grande capacità di sintesi, il tutto veicolato da una notevole chiarezza espositiva e da una prosa efficace: «una scrittura limpida e piacevole, anglosassone, gli storici italiani scrivono troppo spesso per gli altri storici e non per i lettori», notava nel 1997 lo storico Nicola Tranfaglia (1938-2021).
Al centro del volume – osservava la storica Mariuccia Salvati (1941) nel 1990 – vi è la tesi dell’incapacità della spinta collettiva delle classi lavoratrici a tradursi in un progetto riformatore della politica e dello Stato e dell’incapacità strutturale del sistema politico italiano di produrre autentiche e profonde riforme della società, che più spesso rimasero incompiute o del tutto mancate.
Il volume, articolato in capitoli tematici, prende avvio dall’Italia in guerra e dalla Resistenza (a cui sono dedicati i primi due capitoli) e si arresta alla seconda metà degli anni Ottanta (senza poter immaginare ancora il crollo del muro di Berlino). Ginsborg dapprima pone la propria attenzione sulla stabilizzazione dell’assetto postbellico, che era culminata con la riforma agraria del 1950 (capitoli 3 e 4), successivamente sui due più importanti partiti di massa del dopoguerra, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, e sulle rispettive culture politiche (capitolo 5 e 6). In quest’ultimo ambito, quello delle culture politiche, Ginsborg indaga anche le eredità del fascismo e quel che definisce la «cultura fascista residua» nei grandi partiti di massa.
Quindi, la parte dedicata al miracolo economico, alla fuga dalle campagne e alle trasformazioni sociali tra il 1958 e il 1963, che appare una delle più riuscite dell’intero volume (capitolo 7), capace di intercettare la curiosità dei lettori, anche i più giovani. Per l’autore, il «boom economico», il più rilevante momento di svolta e di trasformazione radicale della società italiana, rappresenta, per un Paese allora «arretrato», una sorta di «via italiana alla modernizzazione». Quella uscita dal miracolo economico è un’Italia profondamente trasformata, ma, allo stesso tempo, attraversata da contraddizioni irrisolte, con elevate punte di modernità e spaventose sacche di arretratezza.
Il libro di Ginsborg – piuttosto voluminoso, oltre 600 pagine – si pone all’incrocio tra la storia sociale e la storia politica, con grande attenzione a temi che l’autore poi avrebbe ulteriormente sviluppato negli anni seguenti, come la famiglia e la società civile, avvalendosi anche dell’apporto di altre discipline, una su tutte la sociologia. Ginsborg coniuga felicemente approfondimento e informazione accurata con una grande capacità di sintesi, il tutto veicolato da una notevole chiarezza espositiva e da una prosa efficace: «una scrittura limpida e piacevole, anglosassone, gli storici italiani scrivono troppo spesso per gli altri storici e non per i lettori», notava nel 1997 lo storico Nicola Tranfaglia (1938-2021).
Al centro del volume – osservava la storica Mariuccia Salvati (1941) nel 1990 – vi è la tesi dell’incapacità della spinta collettiva delle classi lavoratrici a tradursi in un progetto riformatore della politica e dello Stato e dell’incapacità strutturale del sistema politico italiano di produrre autentiche e profonde riforme della società, che più spesso rimasero incompiute o del tutto mancate.
Il volume, articolato in capitoli tematici, prende avvio dall’Italia in guerra e dalla Resistenza (a cui sono dedicati i primi due capitoli) e si arresta alla seconda metà degli anni Ottanta (senza poter immaginare ancora il crollo del muro di Berlino). Ginsborg dapprima pone la propria attenzione sulla stabilizzazione dell’assetto postbellico, che era culminata con la riforma agraria del 1950 (capitoli 3 e 4), successivamente sui due più importanti partiti di massa del dopoguerra, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, e sulle rispettive culture politiche (capitolo 5 e 6). In quest’ultimo ambito, quello delle culture politiche, Ginsborg indaga anche le eredità del fascismo e quel che definisce la «cultura fascista residua» nei grandi partiti di massa.
Quindi, la parte dedicata al miracolo economico, alla fuga dalle campagne e alle trasformazioni sociali tra il 1958 e il 1963, che appare una delle più riuscite dell’intero volume (capitolo 7), capace di intercettare la curiosità dei lettori, anche i più giovani. Per l’autore, il «boom economico», il più rilevante momento di svolta e di trasformazione radicale della società italiana, rappresenta, per un Paese allora «arretrato», una sorta di «via italiana alla modernizzazione». Quella uscita dal miracolo economico è un’Italia profondamente trasformata, ma, allo stesso tempo, attraversata da contraddizioni irrisolte, con elevate punte di modernità e spaventose sacche di arretratezza.
Riforme mancate, movimenti sociali e uno sguardo «ottimistico»
Anche nella parte dedicata agli anni dei governi di centrosinistra (capitolo 8), vengono affrontate alcune importanti contraddizioni dell’Italia e, soprattutto, il tema più generale del rapporto tra riforme e riformismo e quello più contingente delle riforme mancate. Queste due fasi della vita politica italiana, come quella successiva della stagione collettiva (argomento del capitolo 9), pur nelle loro differenze, sono accomunate dalle difficoltà dei governi a indirizzare, o quantomeno a gestire, i cambiamenti in atto e a stimolare un percorso di riforme coerente e incisivo. Ginsborg riconosce l’importanza dei movimenti e dei conflitti che permettono di ampliare gli spazi di democrazia, di migliorare le condizioni delle classi subalterne e di aprire spazi di libertà individuale e sociale. In sostanza, questi movimenti provano a realizzare «dal basso» quelle riforme che dall’«alto» non riescono a essere realizzate.
Le ultime parti del volume (capitoli 10 e 11), dedicate alla seconda metà degli anni Settanta e agli anni Ottanta (in sostanza la prima metà, come già indicato), appaiono meno efficaci e sistematiche delle prime – la narrazione si fa meno incalzante, l’attenzione alla trama politica talvolta pare minore – e fanno affidamento più ai quotidiani e ai periodici dell’epoca che ad altri tipi di documenti (e quelli d’archivio relativi agli anni più recenti, in primo luogo, sono inaccessibili alla ricerca storica).
Tra i temi trascurati dai precedenti studi sulla storia d’Italia, ma anche da alcuni coevi e successivi, che Ginsborg mette in evidenza, si trovano fenomeni di enorme rilevanza come quello delle migrazioni interne; il divario tra zone diverse del Paese, non più solamente Nord e Sud, ma anche Centro; le riforme promesse e poi non realizzate negli anni Sessanta o le riforme approvate, ma poi boicottate dalla burocrazia e da quei blocchi di potere conservatori e reazionari presenti nella società italiana. Il tono usato da Ginsborg nell’affrontare questa fase della storia italiana non è certamente trionfalistico o entusiastico, ma appare più ottimistico e simpatetico, pur riconoscendo in modo inequivocabile le contraddizioni e i problemi irrisolti del Paese, di quello usato da altri autori coevi.
Le ultime parti del volume (capitoli 10 e 11), dedicate alla seconda metà degli anni Settanta e agli anni Ottanta (in sostanza la prima metà, come già indicato), appaiono meno efficaci e sistematiche delle prime – la narrazione si fa meno incalzante, l’attenzione alla trama politica talvolta pare minore – e fanno affidamento più ai quotidiani e ai periodici dell’epoca che ad altri tipi di documenti (e quelli d’archivio relativi agli anni più recenti, in primo luogo, sono inaccessibili alla ricerca storica).
Tra i temi trascurati dai precedenti studi sulla storia d’Italia, ma anche da alcuni coevi e successivi, che Ginsborg mette in evidenza, si trovano fenomeni di enorme rilevanza come quello delle migrazioni interne; il divario tra zone diverse del Paese, non più solamente Nord e Sud, ma anche Centro; le riforme promesse e poi non realizzate negli anni Sessanta o le riforme approvate, ma poi boicottate dalla burocrazia e da quei blocchi di potere conservatori e reazionari presenti nella società italiana. Il tono usato da Ginsborg nell’affrontare questa fase della storia italiana non è certamente trionfalistico o entusiastico, ma appare più ottimistico e simpatetico, pur riconoscendo in modo inequivocabile le contraddizioni e i problemi irrisolti del Paese, di quello usato da altri autori coevi.
L’attenzione per la società civile
Questo sguardo «simpatetico» deriva anche da una precisa impostazione della ricerca: l’attenzione per il ruolo della società civile e della famiglia. La Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi ha avuto anche il merito di contribuire a ridefinire gli studi sul percorso italiano attraverso una prospettiva inconsueta rispetto a quella adottata fino ad allora dalla storiografia. In tal senso, non è casuale che nel sottotitolo «società» preceda «politica»: «volevo fare […] un discorso non di politica e società, ma di società e politica, mettendo l’accento, credo per la prima volta, sulla società italiana di questi anni», precisò Ginsborg nel corso della già ricordata tavola rotonda del 1992. Questa scelta ha consentito all’autore da un lato di svincolarsi dal peso delle interpretazioni precedenti sulla storia italiana e, dall’altro, di aprire squarci su temi e prospettive solitamente poco considerati e di offrire chiavi di lettura originali sul Paese, ponendo – per riprendere ancora le parole di Tranfaglia – «un’attenzione inconsueta, per la contemporaneistica italiana, per la storia della società e delle masse popolari». Al centro della riflessione di Ginsborg, infatti, vi sono i movimenti «dal basso» e i movimenti sociali, l’azione dei corpi intermedi – cioè quelle formazioni sociali, come i sindacati o le associazioni professionali, che si pongono in posizione intermedia tra privato e pubblico, tra individuale e collettivo, autonome dalla sfera statale, ma in dialogo con essa e, talvolta, «integrate» a essa –, i rapporti tra i partiti e i nessi tra questi e la società civile, ma più in generale vi sono gli individui, colti non nella loro singolarità, bensì nei loro legami associativi di base, famiglia, società e movimenti sociali.
Il volume di Ginsborg appare molto meno legato alle culture politiche del dopoguerra italiano – cattolica, comunista e socialista – che avevano segnato anche le ricostruzioni storiografiche fino a quegli anni e, proprio per questo, si presenta più «laico» e storiograficamente equilibrato, con semmai qualche ascendenza legata alle posizioni di quella sinistra laica e non (o poco) marxista che in Italia fu, per pochi anni e con poco successo, rappresentata dal Partito d’Azione. È una posizione che gli permette appunto di interpretare in modo originale alcuni frangenti della storia italiana, di cui non manca di evidenziare le ombre, ma anche le luci. L’equilibrio, nel lavoro di Ginsborg, si riscontra anche quando affronta il rapporto tra struttura e soggettività, cioè tra contesto politico e scelte soggettive. Per esempio, l’autore da un lato evidenzia come negli anni Cinquanta i militanti della sinistra subiscono svariate forme di discriminazione politica nel lavoro, nella società e nello Stato, ma dall’altro lato riconosce anche i meriti, che non cancellano né affievoliscono il peso delle discriminazioni, dei partiti di governo nell’aver guidato il Paese nella preparazione del miracolo economico. Ugualmente, Ginsborg non ha difficoltà a riconoscere il ruolo decisivo svolto dai partiti storici della sinistra, e soprattutto dal Partito comunista, nell’affermazione della democrazia in Italia, pur non rinunciando a evidenziarne una certa subalternità alla Dc che gli attirò molte critiche da parte della sinistra comunista (si veda, per esempio, la recensione che Rossana Rossanda scrisse per «il manifesto» all’uscita del libro).
Il volume di Ginsborg appare molto meno legato alle culture politiche del dopoguerra italiano – cattolica, comunista e socialista – che avevano segnato anche le ricostruzioni storiografiche fino a quegli anni e, proprio per questo, si presenta più «laico» e storiograficamente equilibrato, con semmai qualche ascendenza legata alle posizioni di quella sinistra laica e non (o poco) marxista che in Italia fu, per pochi anni e con poco successo, rappresentata dal Partito d’Azione. È una posizione che gli permette appunto di interpretare in modo originale alcuni frangenti della storia italiana, di cui non manca di evidenziare le ombre, ma anche le luci. L’equilibrio, nel lavoro di Ginsborg, si riscontra anche quando affronta il rapporto tra struttura e soggettività, cioè tra contesto politico e scelte soggettive. Per esempio, l’autore da un lato evidenzia come negli anni Cinquanta i militanti della sinistra subiscono svariate forme di discriminazione politica nel lavoro, nella società e nello Stato, ma dall’altro lato riconosce anche i meriti, che non cancellano né affievoliscono il peso delle discriminazioni, dei partiti di governo nell’aver guidato il Paese nella preparazione del miracolo economico. Ugualmente, Ginsborg non ha difficoltà a riconoscere il ruolo decisivo svolto dai partiti storici della sinistra, e soprattutto dal Partito comunista, nell’affermazione della democrazia in Italia, pur non rinunciando a evidenziarne una certa subalternità alla Dc che gli attirò molte critiche da parte della sinistra comunista (si veda, per esempio, la recensione che Rossana Rossanda scrisse per «il manifesto» all’uscita del libro).
Il «familismo» italiano: un’interpretazione originale di un concetto sociologico
La ricerca dello storico inglese si rivelò da subito utile non soltanto per gli specialisti, ma anche interessante per un pubblico più vasto – riscuotendo un duraturo successo di vendite –, per la sua capacità di ricostruire una quarantina d’anni di storia italiana da un punto di vista originale e insolito, e anche di fornire delle coordinate per decifrare il tempo presente. Uno dei lavori successivi dell’autore si sarebbe intitolato proprio L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato. 1980-1996. Questa ulteriore ricerca, nata come ampliamento del volume del 1989, ma che presto assunse una propria autonomia, affronta il tema della formazione di una nuova società civile – è questo il fulcro degli interessi dello storico inglese – attraverso i fatti della politica, i dati dell’economia, le trasformazioni della famiglia e i cambiamenti dei consumi, dei gusti e della cultura quotidiana.
Questo «secondo capitolo» sviluppava un altro punto centrale dell’interpretazione dell’autore, che appunto aveva una valenza di lungo periodo. Nella sua ricostruzione, Ginsborg accorda una grande importanza a una categoria classica della sociologia e dell’antropologia, il familismo, ovvero la propensione a favorire i legami familiari a scapito di quelli sociali generali, discutendola in modo critico e originale (peraltro a sua volta non esente da critiche, in primo luogo la sottovalutazione della cultura, o forse meglio di una «antropologia» cattolica pervasiva nella società italiana). L’autore sottolinea la debolezza dello Stato italiano nel promuovere un rapporto sano tra famiglia, società civile e Stato. Chiosava lo stesso Ginsborg nel corso della tavola rotonda citata: «ho messo l’accento sul rapporto, deformato in Italia, tra Stato e cittadino, e ho cercato di dire […] che se c’è una peculiarità italiana, non sta nel sistema elettorale, o almeno non sta solo nel sistema elettorale, ma sta soprattutto nelle carenze della pubblica amministrazione. E proprio perché la pubblica amministrazione […] è così debole, così insoddisfacente, troviamo un rapporto deformato fra cittadino e Stato; è così che la famiglia […] ha un rapporto di sfiducia verso lo Stato e verso la società civile e segue spesso i lineamenti del familismo». Anche per questo lo storico inglese invitava a una certa cautela per quanto riguarda la questione della «fine di un’era», la fine della Prima Repubblica, poiché nella politica italiana persistono continuità e sedimentazioni di lunga data come il trasformismo, il clientelismo e la mancanza di fiducia tra i cittadini e di questi verso lo Stato.
Questo «secondo capitolo» sviluppava un altro punto centrale dell’interpretazione dell’autore, che appunto aveva una valenza di lungo periodo. Nella sua ricostruzione, Ginsborg accorda una grande importanza a una categoria classica della sociologia e dell’antropologia, il familismo, ovvero la propensione a favorire i legami familiari a scapito di quelli sociali generali, discutendola in modo critico e originale (peraltro a sua volta non esente da critiche, in primo luogo la sottovalutazione della cultura, o forse meglio di una «antropologia» cattolica pervasiva nella società italiana). L’autore sottolinea la debolezza dello Stato italiano nel promuovere un rapporto sano tra famiglia, società civile e Stato. Chiosava lo stesso Ginsborg nel corso della tavola rotonda citata: «ho messo l’accento sul rapporto, deformato in Italia, tra Stato e cittadino, e ho cercato di dire […] che se c’è una peculiarità italiana, non sta nel sistema elettorale, o almeno non sta solo nel sistema elettorale, ma sta soprattutto nelle carenze della pubblica amministrazione. E proprio perché la pubblica amministrazione […] è così debole, così insoddisfacente, troviamo un rapporto deformato fra cittadino e Stato; è così che la famiglia […] ha un rapporto di sfiducia verso lo Stato e verso la società civile e segue spesso i lineamenti del familismo». Anche per questo lo storico inglese invitava a una certa cautela per quanto riguarda la questione della «fine di un’era», la fine della Prima Repubblica, poiché nella politica italiana persistono continuità e sedimentazioni di lunga data come il trasformismo, il clientelismo e la mancanza di fiducia tra i cittadini e di questi verso lo Stato.
Il libro in classe
L’approccio laicamente critico dell’autore ai fenomeni che hanno caratterizzato la società italiana, di cui evidenzia luci e ombre; un’analisi che ricorre agli strumenti di altre discipline ed evidenzia le persistenze di lungo periodo; l’attenzione alla dialettica tra «alto» e «basso», «politica» e «società civile», «famiglia» e «azione collettiva» (ovvero «vizi» o «virtù» private e pubbliche): sono queste le principali ragioni per cui le pagine di Paul Ginsborg offrono ancora molti spunti per dibattiti in classe e per approfondimenti anche su temi ormai classici di storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dal «miracolo economico».
Febbraio 2026
Immagine: il centro direzionale di Milano in una foto degli anni Sessanta.
Febbraio 2026
Immagine: il centro direzionale di Milano in una foto degli anni Sessanta.
Per approfondire
Il secondo volume di Ginsborg dedicato alla storia dell’Italia repubblicana uscì nel 1998 (L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996, trad. di Bernardo Draghi, Einaudi, Torino 1998; XVIII, 627 p.). L’editore propose nello stesso anno i due lavori in un unico libro: Storia d’Italia 1943-1996. Famiglia, società, Stato, Einaudi, Torino 1998 (XXXII, VIII, 1060 p.). Nel 1996, invece, era stata la volta dell’edizione scolastica ridotta di Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi (Einaudi scuola, Milano). L’edizione più recente dei due volumi separati risale al 2006 (Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi) e al 2007 (L’Italia del tempo presente), entrambi per Einaudi.
Il tema della famiglia campeggia nell’ultimo lavoro storiografico di Ginsborg: Famiglia Novecento. Vita familiare, rivoluzione e dittature. 1900-1950, Einaudi, Torino 2013 (XXVIII, 684 p.).
La discussione tra Ginsborg, Scoppola e Lanaro ebbe luogo presso l’università di Firenze il 3 novembre 1992; si legge sotto il titolo L’Italia repubblicana: tre autori a confronto [interventi di Paul Ginsborg, Silvio Lanaro, Pietro Scoppola, a cura di Enzo Collotti e Mario G. Rossi], «Passato e Presente», 29, 1993, pp. 11-32; ora disponibile online sul sito dell’associazione Amici di Passato e Presente.
La recensione di Mariuccia Salvati, Società e politica nella storia d’Italia di Paul Ginsborg, uscì su «Quaderni Storici», 74, 1990, pp. 605-619 (la cit. è tratta da p. 608).
Le citazioni di Nicola Tranfaglia sono tratte da Id., Gli storici e l’Italia repubblicana, trascrizione dell’intervento al corso di aggiornamento Storia dell’Italia repubblicana: dalla ricostruzione al boom economico organizzato dall’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea di Asti (Israt), 18 novembre 1997, ora disponibile online.
Val la pena di ricordare che Paul Ginsborg si avvicinò alla storia italiana partendo dal Risorgimento, secondo una consolidata tradizione britannica. La sua tesi di dottorato su Daniele Manin fu pubblicata in italiano nel 1978: Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49, trad. di Libero Sosio, Feltrinelli, Milano 1978 (seconda ed. trad. di Libero Sosio ed Emilia Benghi, Einaudi, Torino 2007); e sul Risorgimento tornò in seguito, curando con Alberto M. Banti il ventiduesimo volume degli Annali della Storia d’Italia Einaudi: Il Risorgimento (Torino 2007).
È recente un volume in cui alcuni studiosi britannici e italiani riflettono sugli studi che Ginsborg ha dedicato all’Italia e al loro lascito nella storiografia e nell’impegno civile: Paul Ginsborg and the Historiography of Modern Italy. Revolutions, Revolt and Resistance, a cura di John Foot e Stephen Gundle, Palgrave Macmillan, Cham 2024, in cui si legge tra gli altri il saggio di Marcello Flores (The Reception of Paul Ginsborg’s History of Contemporary Italy, pp. 11-31) dedicato proprio all’accoglienza che ricevette la Storia dell’Italia contemporanea al momento della sua uscita. La recensione di Rossana Rossanda apparve sull’inserto «la talpa libri» de «il manifesto», 5 gennaio 1990, sotto il titolo Una storia dell’Italia presente, necessaria ma non sufficiente.
Il tema della famiglia campeggia nell’ultimo lavoro storiografico di Ginsborg: Famiglia Novecento. Vita familiare, rivoluzione e dittature. 1900-1950, Einaudi, Torino 2013 (XXVIII, 684 p.).
La discussione tra Ginsborg, Scoppola e Lanaro ebbe luogo presso l’università di Firenze il 3 novembre 1992; si legge sotto il titolo L’Italia repubblicana: tre autori a confronto [interventi di Paul Ginsborg, Silvio Lanaro, Pietro Scoppola, a cura di Enzo Collotti e Mario G. Rossi], «Passato e Presente», 29, 1993, pp. 11-32; ora disponibile online sul sito dell’associazione Amici di Passato e Presente.
La recensione di Mariuccia Salvati, Società e politica nella storia d’Italia di Paul Ginsborg, uscì su «Quaderni Storici», 74, 1990, pp. 605-619 (la cit. è tratta da p. 608).
Le citazioni di Nicola Tranfaglia sono tratte da Id., Gli storici e l’Italia repubblicana, trascrizione dell’intervento al corso di aggiornamento Storia dell’Italia repubblicana: dalla ricostruzione al boom economico organizzato dall’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea di Asti (Israt), 18 novembre 1997, ora disponibile online.
Val la pena di ricordare che Paul Ginsborg si avvicinò alla storia italiana partendo dal Risorgimento, secondo una consolidata tradizione britannica. La sua tesi di dottorato su Daniele Manin fu pubblicata in italiano nel 1978: Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49, trad. di Libero Sosio, Feltrinelli, Milano 1978 (seconda ed. trad. di Libero Sosio ed Emilia Benghi, Einaudi, Torino 2007); e sul Risorgimento tornò in seguito, curando con Alberto M. Banti il ventiduesimo volume degli Annali della Storia d’Italia Einaudi: Il Risorgimento (Torino 2007).
È recente un volume in cui alcuni studiosi britannici e italiani riflettono sugli studi che Ginsborg ha dedicato all’Italia e al loro lascito nella storiografia e nell’impegno civile: Paul Ginsborg and the Historiography of Modern Italy. Revolutions, Revolt and Resistance, a cura di John Foot e Stephen Gundle, Palgrave Macmillan, Cham 2024, in cui si legge tra gli altri il saggio di Marcello Flores (The Reception of Paul Ginsborg’s History of Contemporary Italy, pp. 11-31) dedicato proprio all’accoglienza che ricevette la Storia dell’Italia contemporanea al momento della sua uscita. La recensione di Rossana Rossanda apparve sull’inserto «la talpa libri» de «il manifesto», 5 gennaio 1990, sotto il titolo Una storia dell’Italia presente, necessaria ma non sufficiente.