2 giugno. Festa della Repubblica

Il 2 giugno 1946 la maggioranza degli italiani e delle italiane scelse la repubblica come forma istituzionale del nuovo Stato da costruire sulle macerie del fascismo, del razzismo, della guerra. La celebrazione di questo avvenimento è rimasta a lungo una festa “minore”, ma dal 2000 è stata rilanciata in chiave di «patriottismo repubblicano» per iniziativa del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Una festa che ha sempre avuto sullo sfondo il 25 aprile, e oggi getta un ponte verso l’8 marzo sottolineando il valore esistenziale, oltre che politico, del primo voto delle donne.

 

La data, l’evento

Il 2 giugno 1946, circa tredici mesi dopo la Liberazione e la fine della Seconda guerra mondiale in Europa, in Italia si aprirono i seggi per una doppia consultazione: un referendum per stabilire la forma istituzionale dello Stato e l’elezione dei deputati e delle deputate dell’Assemblea che avrebbe dovuto scrivere una nuova costituzione (al posto dello Statuto albertino del Regno d’Italia, che formalmente era rimasto in vigore anche durante il ventennio fascista).

A essere chiamate al voto furono circa 28 milioni di persone: elettori ed elettrici, queste ultime per la prima volta al voto politico in Italia (molte donne avevano potuto votare a livello locale tra il marzo e l’aprile del 1946, quando si erano svolte le elezioni amministrative in 5722 Comuni).

La partecipazione superò l’89%, i risultati premiarono la Repubblica con 12.717.923 voti (54,3%) contro i 10.719.284 (45,7%) per la monarchia. Le cifre furono molto disomogenee lungo la penisola, riflesso delle diverse esperienze – di occupazione, Resistenza e liberazione – che la popolazione italiana aveva vissuto a partire dall’estate del 1943. La Repubblica sfiorò i due terzi dei voti nel Nord e nel Centro; specularmente la monarchia superò il 60% delle preferenze nel Sud e nelle Isole. Un’analisi più fine della geografia elettorale rivela varie eccezioni: per esempio, al Nord, città come Cuneo, Padova, Bergamo votarono per la monarchia; mentre al Sud, a Pescara, Teramo, Trapani la maggioranza fu per la Repubblica.

 

Un giorno, un mese, un’ora

La scelta di una consultazione diretta su monarchia o repubblica – invece di affidare la decisione all’Assemblea costituente – fu presa dal governo (presieduto da Alcide De Gasperi, l’ultimo a essere nominato dall’autorità regia, ed espressione dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale) nel febbraio 1946 (sulla scia di un impegno già espresso, all’indomani della liberazione di Roma nel giugno 1944). Anche Umberto II, l’erede al trono investito della carica di luogotenente generale del regno dal giugno 1944, era favorevole a questa soluzione. Il governo americano condivise la scelta. Per inquadrare i rapporti con gli Alleati nel 1946, va tenuto presente che il governo militare alleato in Italia, in funzione dal luglio 1943, in seguito allo sbarco in Sicilia, era cessato solo il 31 dicembre 1945 nelle province settentrionali, le ultime a essere liberate, e nel giugno 1946 durava ancora nella zona di Trieste, territorio di confine conteso con la Jugoslavia. Va ricordato anche che non si votò né nella Venezia-Giulia né nella zona di Bolzano.

La campagna elettorale cominciò il 5 maggio 1946: «Orgia di cartelli elettorali sui muri, fervore di comizi, discussioni accanite nei locali pubblici, ad ogni cantone, in ogni mercato o piazza. È bello veder riprendere vita a un organo anchilosato: il cervello», annotò la scrittrice Anna Garofalo (documento 5). Migliaia di manifestazioni e di comizi non riguardarono solo la forma istituzionale ma anche la competizione tra le forze politiche per ottenere seggi alla Costituente (documento 1). Al clima di agitazione, inevitabile in un Paese prostrato dalla guerra e dalla guerra civile che aveva segnato soprattutto il Centro e il Nord, si aggiunsero discussioni e polemiche intorno alla «mancanza di esperienza democratica». Questione che non riguardava solo le donne: votava per la prima volta anche il 60% dell’elettorato maschile, tutti i ragazzi cresciuti sotto il fascismo e coloro che non erano stati ancora maggiorenni nel 1921 o nel 1924, data delle ultime elezioni multipartitiche prima del perfezionamento della dittatura fascista. Per votare, nel 1946, bisognava avere 21 anni, secondo un orientamento allora prevalente in tutta Europa.

Come ci ha ricordato un film recente di grande successo, dopo domenica 2 giugno c’è ancora domani: si votò anche lunedì 3 giugno 1946. Le operazioni di spoglio dovevano concludersi ovunque entro le 12 del 4 giugno, ma per la proclamazione dei risultati ci vollero giorni.

Nel tardo pomeriggio del 5 giugno, mentre si gonfiavano illazioni e false notizie relative a brogli e complotti, il ministro dell’Interno Giuseppe Romita convocò una conferenza stampa per confermare che lo spoglio non era del tutto finito, ma il risultato non era più in dubbio. Dai sostenitori della Repubblica fu accolto come un annuncio definitivo: «È nata la Repubblica italiana» poteva titolare il «Nuovo Corriere della Sera» il 6 giugno; pochi giorni dopo questa prima pagina avrebbe incorniciato il volto sorridente di una giovane donna sulla copertina del settimanale «Tempo» (numero 22 del 15-22 giugno 1946). Un «atto di nascita» e un atto di «modernità», scrisse Ignazio Silone (documento 2). «Miracolo della ragione» fu il commento di Piero Calamandrei (documento 3).

Le procedure continuarono nei giorni seguenti. Alle ore 18 del 10 giugno, anche la Corte di Cassazione (responsabile della raccolta e della verifica dei risultati), nella Sala della Lupa a Montecitorio, pronunciò i risultati, sia pure ancora ufficiosi, della vittoria repubblicana. Il 12 giugno il Consiglio dei ministri conferì al suo presidente, Alcide De Gasperi, le funzioni provvisorie di capo dello Stato in attesa dell’insediamento della Costituente che nel frattempo si era definita con lo spoglio delle schede a essa dedicate. Il 13 giugno Umberto II, che conservò sempre il nomignolo di «re di maggio», partì per l’esilio lasciando dietro di sé un proclama al popolo italiano con cui denunciava come «rivoluzionario» l’atto compiuto dal governo.

Il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione ufficializzò i risultati dopo aver respinto gli ultimi ricorsi presentati dai monarchici.

La Costituente si insediò il 25 giugno e il 28 seguente elesse Enrico De Nicola capo dello Stato provvisorio. Iniziava una la fase della storia italiana che è ancora la nostra.

 

Nel calendario civile: una festa in sordina, fino al “declassamento” nel 1977

La prima festa della Repubblica si celebrò subito: dopo la proclamazione della Corte di Cassazione, il governo stabilì che l’11 giugno fosse un giorno festivo. In varie parti del Paese si assisté a manifestazioni, per lo più organizzate dai principali partiti, con grande partecipazione popolare: bande che eseguono l’inno di Mameli e altre arie risorgimentali, deposizione di fiori alle lapidi di Mazzini e Garibaldi, balli all’aperto come dopo la Liberazione. Ci furono anche tensioni: sin dal 6-7 giugno erano scoppiati scontri in vari punti della Penisola, e proprio l’11 giugno ebbe luogo l’episodio più grave, a Napoli, dove la monarchia aveva avuto una netta maggioranza di voti: una manifestazione monarchica che si trasforma in tentativo di assalto a una sede del Partito comunista, la polizia che spara, almeno sette morti e una settantina di feriti.

Gli anniversari immediatamente successivi si celebrarono in un contesto politico già mutato: il 2 giugno 1947 arrivò qualche giorno dopo l’uscita dei partiti di sinistra dal governo; il 2 giugno 1948, il primo a Costituzione approvata, firmata ed entrata in vigore (27 dicembre 1947-1° gennaio 1948, peraltro senza alcuna particolare enfasi), seguì di poche settimane le elezioni del 18 aprile, quelle della vittoria della Democrazia cristiana (e specularmente della sconfitta dei partiti di sinistra). Sullo sfondo, i vincoli della guerra fredda. Anche nella ricorrenza del 2 giugno, cominciarono a delinearsi idee (e retoriche) diverse di Repubblica: quella della costituzione antifascista e quella della costituzione inattuata; quella «conservatrice», se non reazionaria, e quella «democratica»; quella dello Stato e quella «popolare» che dallo Stato era esclusa.

La normativa sul calendario della Repubblica si perfezionò con la legge 260 del 27 maggio 1949, che stabilì la festa nazionale nel giorno della «Fondazione della Repubblica»; si aggiungevano altre tre festività civili: il 25 aprile, il 1° maggio e il 4 novembre (quest’ultimo non più «giorno della vittoria», nella ricorrenza dell’armistizio della Prima guerra mondiale, ma «dell’unità nazionale»).

Tra il 1947 e il 1949 si definì un cerimoniale istituzionale centrato soprattutto sulla parata militare organizzata lungo i Fori Imperiali: una riconciliazione ideale tra l’esercito e la «nazione», con le forze armate a confermare la loro fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica, la quale contraccambiava rilegittimando un esercito che aveva combattuto, era stato sconfitto e si era dissolto sotto l’insegna del fascismo. Solo nel 1949 sfilò anche una rappresentanza partigiana, poi formalmente esclusa da una direttiva del ministero della Difesa.

Negli anni seguenti crebbe la distanza tra il cerimoniale ufficiale, con il suo epicentro a Roma e al Quirinale e quindi un’articolazione nelle prefetture, e le feste popolari promosse a livello locale dai partiti di sinistra che mettevano in valore soprattutto il testo della Costituzione. Il risultato fu che sul piano nazionale il 2 giugno diventò sempre più un rituale burocratico, con un marcato accento sull’aspetto militare, e svuotato di partecipazione popolare. Di fatto, la celebrazione scivolò ai margini dei riti pubblici e collettivi – sovrastata simbolicamente dal 25 aprile –, e anzi divenne oggetto di contestazione tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta: i movimenti sociali, giovanili e antimilitaristi presero di mira la parata militare, a cui di fatto la festa si riduceva.

L’epilogo di questa fase si consumò tra il 1975 e il 1977:

- nel 1975 (trentesimo anniversario della Liberazione) il ministro della Difesa Giulio Andreotti cercò di riguadagnare consenso intorno al 2 giugno ammettendo rappresentanze partigiane alla cerimonia dei Fori Imperiali;

- nel 1976 (trentesimo anniversario del referendum) la parata militare fu cancellata per segno di lutto e perché l’esercito era effettivamente impegnato nei soccorsi alla popolazione colpita dal terribile terremoto in Friuli (6 maggio 1976);

- nel 1977, in ragione della crisi economica, il parlamento riformò la legge sulle festività del 1949, sopprimendo cinque feste religiose e “declassando” il 2 giugno e il 4 novembre, che diventavano «feste mobili», da celebrare la prima domenica del mese (documento 4).

Il 2 giugno uscì allora dalla scena pubblica, e si può dire anche dalla memoria, relegato esclusivamente ai riti istituzionali dietro le porte, più o meno chiuse, del Quirinale e delle prefetture.

 

Il rilancio di una «pedagogia repubblicana» nel XXI secolo

La celebrazione del 2 giugno riprese solo alle soglie del XXI secolo, su iniziativa del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (che iniziò il suo settennato nel maggio 1999). Ciò accadde in un quadro istituzionale, politico e culturale profondamente mutato, a livello sia nazionale sia internazionale. La fine della guerra fredda e l’esaurirsi della «prima» repubblica in Italia tra scandali e attentati mafiosi; l’ingresso al governo – sin dagli anni Novanta – di forze politiche che mettevano in discussione l’unità d’Italia e di partiti provenienti dall’esperienza e dalla cultura neofascista: tutto questo aveva messo alla prova la tenuta delle istituzioni, e di conseguenza anche quella del calendario civile repubblicano. La storiografia diede il suo contributo con ampie discussioni – riprese e diffuse dai grandi mezzi di comunicazione – su una presunta «debolezza» costitutiva dell’«identità italiana».

Il presidente Ciampi avviò allora un progetto di «religione civile» che promuovesse una «pedagogia civile» e un «patriottismo democratico-repubblicano» per rinsaldare i rapporti tra istituzioni e cittadinanza mobilitando e rinnovando i rituali della Repubblica.

È così che, nell’ultimo quarto di secolo, sulla scena pubblica sono tornati sia l’inno di Mameli (ormai pervasivo) sia la festa della Repubblica «riqualificata» a festività dalla legge del 20 novembre 2000. Alla parata militare, di nuovo sui Fori Imperiali dal 2 giugno 2001, si è affiancato un cerimoniale molto più articolato e «coinvolgente», che prevede concerti, iniziative culturali, un’intensa comunicazione istituzionale. Nel corso degli ultimi decenni, anche una storiografia attenta alle dimensioni simboliche e rituali del potere e della nazione, ai miti di fondazione e alle «religioni civili» degli Stati ha contribuito a diffondere un nuovo interesse per il 2 giugno.

 

Il voto delle donne: un 2 (o 3) giugno femminista?

Un altro elemento si è associato con forza al 2 giugno: il voto delle donne. Solo dalla seconda metà degli anni Novanta si è sviluppata una riflessione sull’importanza del primo grande appuntamento che le donne ebbero con le urne – importanza non politica, ma soprattutto esistenziale, per quel «senso di una nuova libertà personale», per riprendere le parole della storica Anna Rossi-Doria, che è legata al diritto di voto ma va ben al di là di esso, investendo ogni ambito della vita privata e sociale.

Questo ha portato a un vasto recupero di testimonianze e ricordi di donne che il 2 giugno 1946 votarono e poterono essere votate (documento 5). Lo storico Guido Crainz peraltro ci avvisa della continua dinamica di memoria e oblio, chiedendosi se questa recente valorizzazione non sia stata anche un modo per dimenticare che «dalle 21 donne elette alla Assemblea costituente si passa sì alle 41 del primo Parlamento italiano ma si scende poi alle 36 del 1953 e sino alle 17 del 1968: e il numero della prima legislatura verrà superato solo nel 1976». Anche il calendario civile del femminismo, dunque, può essere soggetto a periodiche revisioni.

Il recupero della memoria femminile del 1946 ha dato un frutto inatteso nel 2023: il già citato film C’è ancora domani, di Paola Cortellesi, che si è avvalso della consulenza storica di Teresa Bertilotti. Al centro del film c’è proprio il nesso tra diritto di voto – con il suo corollario diritto di parola – e libertà personale, su cui si innestano altre due questioni: quella, classica, del valore dell’istruzione (la figlia si emanciperà studiando invece di sposarsi) e quella, in cui siamo immersi oggi, della violenza maschile. Passato il 2 giugno, il 3 giugno della protagonista del film ricorda molto un 8 marzo.

Maggio 2025

Immagine: manifesti di propaganda per le elezioni per l’Assemblea Costituente del 1946.

 

Bibliografia essenziale

La citazione di Anna Rossi-Doria viene dal suo saggio Le donne sulla scena politica, in Storia dell’Italia repubblicana, coordinata da Francesco Barbagallo, I, La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni cinquanta, Einaudi, Torino 1994, p. 816 (il saggio è alle pp. 777-846).

La citazione da Guido Crainz viene dal suo saggio 2 giugno, Repubblica, in Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017, p. 131 (il saggio è alle pp. 131-141).

Di Teresa Bertilotti ricordiamo la cura (con Anna Scattigno) del volume Il femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma 2005 e Caro Presidente. Gli italiani scrivono al Quirinale (1946-1971), Le Monnier Università-Mondadori Education, Firenze 2016.

Sulla storia della celebrazione del 2 giugno, e in generale sul calendario civile italiano, si può partire da Maurizio Ridolfi, Le feste nazionali, il Mulino, Bologna 2021, che aggiorna, con due nuovi capitoli, la prima edizione uscita nel 2003 nella collana «L’identità italiana» diretta da Ernesto Galli Della Loggia; nello stesso 2003 Ridolfi ha curato il volume collettivo Almanacco della Repubblica. Storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane (Bruno Mondadori, Milano). Un’antologia di documenti è quella di Maurizio Ridolfi, Nicola Tranfaglia, 1946. La nascita della Repubblica, Laterza, Roma-Bari 1996.

Tra il 2018 e il 2020 una trentina di storiche e storici hanno lavorato nell’ambito del progetto di ricerca «2 giugno: nascita, storia e memorie della Repubblica», promosso dalla Società italiana per lo studio della storia contemporanea (Sissco) e sostenuto dalla Struttura di missione per gli anniversari nazionali (sulla scia del 70° anniversario del 2 giugno e in vista del 75°). I risultati sono stati diffusi attraverso sei volumi pubblicati dall’editore Viella (Roma 2020: vol. 1 Il momento repubblicano nella costruzione della democrazia, a cura di Maurizio Ridolfi; vol. 2 Territori, culture politiche e dinamiche sociali, a cura di Salvatore Adorno; vol. 3 Geografie del voto e istituzioni, a cura di Tito Forcellese; vol. 4, L’Italia del 1946 vista dall’Europa, a cura di Patrizia Dogliani e Valeria Galimi; vol. 5, Immaginari, linguaggi e rituali, a cura di Maurizio Ridolfi e Marcello Ravveduto; vol. 6, I numeri del referendum istituzionale, a cura di Maurizio Ridolfi e Pierluigi Totaro).

A questo progetto è associato anche il sito il2giugno.it che tra le altre cose presenta un percorso di otto carte che illustrano a vari livelli la geografia elettorale del referendum e una sezione dedicata al 2 giugno delle donne. Il sito ormai è aggiornato solo saltuariamente, ma resta un ricco deposito di documenti e fonti di vario tipo.

È da poco disponibile (finito di stampare nell’aprile scorso) il volumetto di Umberto Gentiloni Silveri, 2 giugno, il Mulino, Bologna 2025.

Per il voto delle donne si veda, tra le altre cose, il volume di Patrizia Gabrielli, Il 1946, le donne, la repubblica, Donzelli, Roma 2009 (con una serie di testimonianze sull’atto del voto alle pp. 168-172).

Per costruire una cronologia, che comincia dallo sbarco alleato in Sicilia e approda al 2 giugno, può essere utile Federico Fornaro, 2 giugno 1946. Storia di un referendum, Bollati Boringhieri, Torino 2021.

Nel corso degli ultimi anni, i siti istituzionali della Presidenza della Repubblica e del Senato hanno messo a disposizione abbondanti dossier di documenti testuali e visivi. Sul sito dell’Istituto Luce è possibile vedere il cinegiornale «Settima Incom» del 15 giugno 1946, dedicato ai risultati del referendum.

Per la prima pagina del «Corriere della Sera» del 6 giugno 1946 si rimanda al sito della Fondazione Corriere della Sera. La celebre immagine della ragazza che esulta con la testa infilata nel giornale, realizzata in studio dal fotografo Federico Patellani, uscì sulla copertina del settimanale «Tempo» datato 15-22 giugno 1946. Solo in occasione del settantesimo anniversario della Repubblica, nel 2016, una ricerca di Giorgio Lonardi e Mario Tedeschini Lalli ha fatto emergere il nome della modella “per caso”, Anna Iberti, allora impiegata del giornale «Avanti!» e destinata a restare una delle icone della Repubblica italiana.