Ustica, 27 giugno 1980

di Mario De Prospo

Da quarantacinque anni il nome di un’isola del Tirreno, poco a nord di Palermo, è diventato sinonimo di una delle stragi (e dei «misteri») che hanno segnato la storia dell’Italia repubblicana. La sera del 27 giugno 1980 nel mare di Ustica precipitò e si inabissò un DC-9 con 81 persone a bordo, nessun superstite. Mario De Prospo, studioso dell’Italia del Novecento, ripercorre le tappe principali di un cold case, dall’insabbiamento dell’inchiesta alle indagini che hanno portato ai processi. In sede giudiziaria nessuna condanna penale e l’archiviazione, nel marzo 2025, dei più recenti filoni di indagine. In sede storica e nella coscienza civile un giudizio invece si è consolidato, anche grazie all’attività dell’Associazione dei parenti delle vittime, custode di una memoria e di una documentazione fondamentale.

 

Gli eventi

Attorno alle ore 21 della serata del 27 giugno 1980, un aereo di linea DC-9 della compagnia Itavia, in volo da Bologna a Palermo con a bordo 81 persone, fece perdere le sue tracce nel tratto di mar Tirreno tra le isole di Ponza e Ustica. Quest’ultima isola, nell’immaginario collettivo, è diventato il luogo associato alla tragedia: non vi furono superstiti.

Il disastro e le lunghe indagini che ne sono seguite rappresentano una vicenda unica per la storia della Repubblica italiana. Le inchieste della magistratura hanno permesso di individuare e ricostruire uno scenario di guerra aerea – presumibilmente tra velivoli militari di paesi Occidentali e aerei militari libici –, in cui questo volo civile si trovò coinvolto senza saperlo. Hanno fatto emergere inoltre una serie di depistaggi e reticenze che hanno ostacolato l’individuazione delle cause e dei colpevoli della strage. A più di quarant’anni dall’accaduto, la catastrofe non ha ancora dei responsabili accertati ufficialmente.

 

Un’inchiesta rimandata

Può essere molto utile ripercorrere temporalmente questo cold case offrendo una sintesi dei principali avvenimenti legati alla vicenda.

Nei mesi successivi all’incidente, le prime indagini della magistratura si sovrappongono a un’inchiesta amministrativa nominata dal Ministero dei trasporti. L’attenzione mediatica si rivolge soprattutto verso l’Itavia, a cui, nelle settimane seguenti alla strage, sono inizialmente addossate le responsabilità dell’accaduto, perché l’ipotesi che trova maggiore eco è quella del cedimento strutturale del velivolo. Queste circostanze portano in breve al fallimento della compagnia aerea.

In realtà, sin dall’inizio, la dinamica della catastrofe è poco chiara. L’unica certezza che sembra palesarsi al termine delle prime indagini è che il DC-9 sia esploso per la deflagrazione di un ordigno. Le forze armate, tirate in ballo da alcune inchieste giornalistiche, escludono la presenza di altri aerei militari in volo. Poco altro, mentre il relitto resta inabissato in mare.

L’intera vicenda rischia di finire nel dimenticatoio. Ciò non accade grazie all’impegno dei familiari delle vittime, che riescono a coinvolgere alcune personalità chiave del mondo politico e intellettuale in un appello al Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, nel 1986, in occasione del sesto anniversario del disastro aereo, per porre «fine a un silenzio intollerabile» sulla vicenda. Questa mossa non lascia indifferenti i vertici politici: il governo, allora guidato dal leader socialista Bettino Craxi, riesce a garantire le spese per il recupero del DC-9, ridando finalmente slancio alle indagini.

 

Il recupero del relitto: primi squarci al «muro di gomma»

Non è, però, semplice rompere il «muro di gomma» su Ustica. Nell’aprile del 1987 cominciano finalmente le operazioni di recupero dai fondali del Tirreno. Questa importante iniziativa si unisce al ritrovato interesse mediatico e all’attività della prima Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi, costituita nel 1988. Questa evoluzione mette pressione sulle forze armate, e in particolare sull’Aeronautica militare, circa la correttezza delle informazioni inizialmente fornite relative al traffico di aerei militari nella sera dell’incidente. Un ulteriore importante passo è compiuto dall’attività dei periti nominati dagli inquirenti della Procura di Roma, che affermano, in una prima relazione consegnata a metà marzo 1989, che la causa della tragedia è stato un missile che avrebbe colpito il volo Itavia.

L’elemento che però diventa decisivo nel cambiare le sorti dell’indagine è quello relativo a omissioni e sparizione di alcuni tracciati radar, che rafforza l’impressione nell’opinione pubblica che i militari, nel corso delle indagini, abbiano cercato di nascondere alcuni elementi decisivi per arrivare all’individuazione dell’effettiva causa della strage. A dieci anni dall’accaduto, un nuovo giudice istruttore, Rosario Priore, assume la direzione dell’indagine penale.

 

La fine della Guerra fredda: un contesto più favorevole per le indagini

Altri fattori segnano una svolta per l’inchiesta: il recupero della scatola nera del relitto; l’incriminazione di 13 ufficiali dell’Aeronautica per depistaggio; la decisione del governo – nella seconda metà del 1992 – di costituirsi parte civile. Tutto questo accade in un mutato quadro politico internazionale dovuto alla fine della Guerra Fredda.

In questo contesto il giudice Priore può finalmente muoversi con indagini ad ampio raggio, come dimostrato dalle centinaia di rogatorie internazionali avviate a partire dal 1990. Un passo decisivo è rappresentato dalla possibilità di una concreta collaborazione offerta della NATO che, tra il 1996 e il 1997, fornisce agli inquirenti i codici necessari per decifrare ulteriori informazioni rilevate sulle tracce dei radar, accertando la presenza di numerosi aerei militari al momento dell’accaduto. Un quadro che rende possibile, nel 1999, la conclusione di questa lunghissima istruttoria penale, portando Priore a concludere che il DC-9 sia finito, suo malgrado, al centro di un’azione militare di intercettamento che ne ha causato l’abbattimento.

 

Processi senza colpevoli, ma indagini che hanno consolidato un giudizio

L’indagine non porta all’individuazione di un responsabile, ma al rinvio a giudizio per depistaggio e alto tradimento di un pezzo dei vertici dell’Aeronautica Militare al vertice dell’arma nel 1980. I successivi procedimenti penali non hanno però confermato le accuse contro i militari, obiettando che le tesi dell’accusa non siano state in grado di stabilire con certezza se gli imputati sapessero o meno quanto stesse succedendo nei cieli del Tirreno. Hanno avuto un esito diverso, invece, i procedimenti in sede civile, che hanno fatto propria la tesi di Priore e condannato a considerevoli risarcimenti i ministeri dei Trasporti e della Difesa.

Nel 2008 le indagini penali sulla strage sono state riaperte in seguito alle dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che ha sostenuto, sulla scorta di informazioni fornitegli – a suo dire – dai servizi segreti, che la causa della strage sia da attribuire a un missile partito da un aereo militare francese, nel tentativo di intercettare un velivolo su cui sarebbe stato a bordo l’allora leader libico Gheddafi. La magistratura ha provato a raccogliere nuove evidenze, ma finora nessuno è stato accusato di essere l’esecutore materiale della strage. Una situazione che, nel marzo 2025, ha portato la Procura della Repubblica di Roma a chiedere l’archiviazione anche dei più recenti filoni di indagine.

Al di là dell’inconcludenza delle indagini penali sulle responsabilità effettive della strage, il quadro di senso che emerso dall’indagine Priore è accettato da gran parte dell’opinione pubblica. Sullo sfondo sono rimaste vive ipotesi diverse, come quello della bomba a bordo del DC-9, che però non hanno trovato conferme ulteriori nel corso dell’inchieste della magistratura e hanno trovato spazio e ricezione soprattutto in settori marginali del discorso pubblico.

 

Una memoria come bene comune: l’attività dell’Associazione Parenti delle vittime

La rilevanza pubblica che ha assunto la vicenda Ustica è dovuta anche all’instancabile lavoro giornalistico di Andrea Purgatori sulle pagine del «Corriere della Sera», che sarà poi alla base di un film del 1991 diretto da Marco Risi, Il muro di gomma.

Al lungometraggio di Risi farà seguito un altro lavoro artistico di grande impatto, il monologo di teatro civile I-TIGI Canto per Ustica di Marco Paolini, andato in scena per la prima volta nel 2000.

Ma chi, in tutti questi anni, non ha mai smesso di battersi affinché la verità e le responsabilità fossero appurate, è l’Associazione Parenti delle vittime della Strage di Ustica, costituita ufficialmente nel febbraio 1988. L’impegno dell’Associazione, presieduta da Daria Bonfietti, non si è limitato a una partecipazione sui media e nel complessivo dibattito pubblico, ma nel tempo si è strutturato in numerose e meritorie attività parallele. Tra queste va ricordato l’archivio, che mette assieme documentazione riunita dall’associazione, prodotta nel corso delle indagini e in occasione di iniziative pubbliche relative alla memoria della strage. Non è di minore importanza la promozione di attività di commemorazione con un forte interesse nell’ambito artistico e teatrale.

Il luogo in cui in maniera più tangibile si manifesta l’attività dell’associazione è rappresentato dal Museo per la Memoria di Ustica, con sede a Bologna, dove dal 2007 è ospitata l’installazione permanente dell’artista francese Christian Boltanski. Questa istallazione circonda i resti ricomposti del relitto del DC9, consegnato all’Associazione una volta esauritosi il suo ruolo di prova per l’indagine penale, in cui le 81 vittime sono ricordate attraverso altrettante luci – che si accendono e spengono al ritmo di un respiro – e specchi neri, mentre dietro a ognuno di essi 81 altoparlanti emettono frasi sussurrate, pensieri di persone comuni. Il tutto è circondato da nove casse che contengono, nascosti alla vista dei visitatori, oggetti personali appartenuti alle vittime.

Il Museo è un luogo che in maniera dirompente richiama le nostre coscienze, dell’importanza, in una democrazia, di un impegno per la verità che riguarda tutti i suoi cittadini, a partire dalla tragica esperienza di 81 vite normali, tragicamente interrotte il 27 giugno del 1980. Un monito esemplare che ci arriva dritto da chi ha vissuto il dolore di perdite che, dopo decenni, non trovano ancora una spiegazione definitiva; il monito di chi, senza mai perdersi d’animo, ha continuato a rivendicare giustizia e tenere viva la luce della memoria, non solo per sé, ma come bene comune di una intera collettività.

Giugno 2025

Immagine: l’aereo I-TIGI DC-9 della compagnia aerea Itavia all’aeroporto di Basilea, nel novembre 1972. Si tratta dell’apparecchio poi precipitato, il 27 giugno 1980, al largo dell’isola di Ustica.

 

 

Per approfondire

Si può partire da quattro libri:

1980. L’anno di Ustica, a cura di Luca Alessandrini, Mondadori Università, Milano, 2020.

Mario De Prospo, Protagonisti controvoglia. Governi e militari durante le indagini sulla strage di Ustica (1980-1992), Le Monnier-Mondadori Education, Milano 2022.

Cora Ranci, Ustica. Una ricostruzione storica, Roma-Bari, Laterza 2020.

Ustica e gli anni Ottanta, a cura di Luca Alessandrini, San Cesario di Lecce, Manni 2023.

Si rimanda inoltre ai siti del Museo per la memoria di Ustica, dell’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica e all’archivio storico-giornalistico Stragi80 creato nel 2000 per raccogliere documenti sulla Strage di Ustica del 27 giugno 1980. Dal sito del Senato è possibile accedere a una parte dei materiali prodotti dalla Commissione parlamentare su terrorismo e stragi, conservati e digitalizzati dall’Archivio storico del Senato.

Il titolo del film di Marco Risi (1991, 118’) consacrò un’espressione entrata nell’uso corrente. Protagonista de Il muro di gomma è un fittizio giornalista del «Corriere della Sera», Rocco Ferrante (interpretato da Corso Salani), ispirato alla figura di Andrea Purgatori (1953-2023) che fu al «Corriere» dal 1976 al 2000 e collaborò anche alla scrittura del soggetto del film.

Marco Paolini portò in scena il monologo I-TIGI. Canto per Ustica, scritto insieme a Daniele Del Giudice (1949-2021) a partire dal giugno 2000. «I-TIGI» era la «targa» del DC-9 Itavia, il suo codice identificativo (lo si vede bene nell'immagine di apertura, che abbiamo ripreso da wikimedia). La ripresa dello spettacolo allestito a Bologna fu ritrasmessa dalla RAI il 6 luglio 2000, ottenendo immediata risonanza nazionale. La registrazione è disponibile sul sito Teche Rai. Nel 2001 una registrazione dello spettacolo fu pubblicata e distribuita da Einaudi (cofanetto con videocassetta e copione); una seconda edizione del 2009 presentò (questa volta in DVD) una nuova versione dello spettacolo, girata a Gibellina, con un nuovo sottotitolo: Racconto per Ustica.

 

L’autore

Mario De Prospo ha svolto e svolge attività di ricerca e insegnamento nelle Università di Napoli «Federico II», Pavia, Bologna, Roma Tre e Padova. I suoi studi riguardano la storia d’Italia del XX secolo, la storia del Sud America e dello sviluppo su scala globale, incrociando storia sociale e storia delle istituzioni politiche. Con Mondadori Education ha pubblicato il volume Protagonisti controvoglia. Governi e militari durante le indagini sulla strage di Ustica (1980-1992), Le Monnier-Mondadori Education, Milano 2022.