Il caso Vajont e il futuro dell’idroelettrico

di Chiara Anzolini
  • Materie coinvolte: Scienze della terra

Il caso Vajont e il futuro dell’idroelettrico

Sono trascorsi sessant'anni esatti dalla sera del 9 ottobre 1963, quando alle ore 22:39 una frana si staccò dal Monte Toc e precipitò nel bacino artificiale formato dalla diga del Vajont, al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia; l’onda che si originò scavalcò la diga e inondò la valle, provocando in totale quasi 2.000 vittime. Il ricordo del più catastrofico evento franoso della storia europea ci porta a fare una riflessione non solo sulle sue cause, ma anche sull’impatto ambientale delle dighe e sul futuro dell’idroelettrico in Italia, alla luce dell’attuale contesto di crisi climatica.

 

L’energia idroelettrica è considerata una sorgente di energia alternativa e rinnovabile, poiché sfrutta il movimento dell’acqua: più il salto, ovvero la distanza tra il punto di inizio della caduta e il punto di arrivo, è alto, maggiore è l’energia che l’acqua cadendo sprigiona; quindi, più l’acqua si trova in alto rispetto al punto di arrivo e maggiore è l’energia che potenzialmente può sviluppare. Attualmente l’energia idroelettrica fornisce un sesto dell’elettricità mondiale, quasi 4.500 TWh nel 2020, ovvero più di tutte le altre fonti rinnovabili messe insieme e anche più dell’energia nucleare.

La forza motrice dell’acqua è stata usata per movimentare macchinari fin dall’antichità, ma è con l’invenzione della turbina idraulica che nasce l’energia idroelettrica e con essa le prime centrali. Tra fine ‘800 e inizio ‘900, in piena Seconda Rivoluzione Industriale, il fabbisogno energetico delle società moderne cresce sensibilmente. In particolare, per quanto riguarda l’Italia, la presenza di numerosi corsi d’acqua e la strutturale carenza di carbone come fonte energetica, fanno sì che fin da subito l’energia idroelettrica diventi una fonte irrinunciabile di approvvigionamento energetico.

Regioni montane come il Cadore e la Carnia al confine tra Friuli e Veneto, estremamente povere ma ricche d’acqua, iniziano quindi a richiamare l’interesse economico di alcune società elettriche, tra cui la SADE (Società Adriatica di Elettricità), un società monopolistica dell’elettricità nell’Italia nord-orientale, che decide di creare quella che all’epoca sarebbe divenuta la diga più alta del mondo, proprio nella valle del Vajont. Tale diga, alta 266 m, avrebbe consentito di creare un bacino di 150 milioni di m3 d’acqua e avrebbe permesso il funzionamento delle centrali idroelettriche anche in periodi dell’anno meno piovosi.

Figura 1. la diga del Vajont, nell’omonima valle, al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia

La SADE non aveva però fatto i conti con la geologia del luogo: nella valle del Vajont insisteva una paleofrana, cioè una frana preistorica staccatasi migliaia di anni prima, che si era accumulata nella valle sbarrando il corso fluviale del torrente Vajont. Successivamente, la vegetazione e l’erosione l’avevano “camuffata” facendola sembrare parte del versante della montagna. Nel corso del tempo il torrente aveva però eroso il piede della frana, rendendola nuovamente instabile; inoltre la creazione dell’invaso artificiale per la diga aveva accelerato il processo di instabilità.

Le indagini geologiche durante i lavori della diga, svolte indipendentemente dai geologi Edoardo Semenza e Leopold Müller, coinvolti dalla SADE stessa, davano tutte parere negativo all’innalzamento della diga e all’utilizzo dell’invaso per pericolo di frana del Monte Toc, situato in sinistra idrografica del torrente Vajont. Perfino il toponimo dava indizi sulla franosità della montagna: in dialetto cadorino e lingua friulana, infatti, “toc” significa “pezzo”. Alla fine, le perizie geologiche si rivelarono tristemente azzeccate, e il 9 ottobre 1963 si staccò una frana proprio dell’entità e forma previste.

L’impatto delle dighe non riguarda però solo i casi eclatanti come quelli del Vajont. Nonostante gli impianti idroelettrici abbiano infatti l’indiscutibile vantaggio di non emettere sostanze inquinanti e di poter essere accesi e spenti rapidamente, in base alle necessità, il loro impatto sull’ambiente è variegato: impatto visivo sul paesaggio, instabilità dei territori antropizzati, riduzione della portata di acqua per un tratto fluviale, insostenibilità economica, conseguenze delle attività di cantiere, impatto acustico, modifiche del clima locale, instabilità dei versanti e danni all’ecosistema.

Come denunciano un report del WWF e uno studio del 2021 sulla rivista Global Sustainability, a causa delle dighe alcuni tra i più importanti ecosistemi fluviali del mondo, come il Rio delle Amazzoni in America del Sud, il fiume Congo in Africa e il fiume Saluen in Indocina, sono gravemente a rischio. Secondo questo studio, tutte le dighe attualmente in costruzione e che si progetta di costruire sui fiumi a flusso libero genererebbero meno del 2% dell’energia rinnovabile necessaria entro il 2050 per mantenere l'aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5° C, a fronte invece di conseguenze devastanti per gli ecosistemi, la biodiversità e la salute delle comunità circostanti.

In questo quadro già critico, si aggiunge il riscaldamento climatico: il rapporto dell’ISPRA evidenzia come nel medio-lungo termine la progressiva fusione dei ghiacciai, nonché le variazioni dei regimi pluviometrici, determineranno un impatto su questa primaria risorsa di energia rinnovabile causando in futuro una riduzione della produzione idroelettrica. Alle stesse conclusioni giunge anche il rapporto “Peseta IV” del Joint Research Centre, che prevede un calo della produzione di energia idroelettrica nei Paesi dell’Europa meridionale a causa di una minore disponibilità d’acqua.

In un contesto in cui l’acqua sarà sempre più scarsa, occorre mettere in atto una gestione oculata delle risorse naturali a disposizione. Proprio il 20 ottobre scorso 100 ONG europee, tra cui il CIRF - Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, hanno denunciato come la quasi totalità del nuovo idroelettrico in Europa e in Italia non abbia alcun valore strategico. Le Associazioni chiedono a gran voce di fermare i nuovi finanziamenti, verificare i requisiti degli impianti esistenti, attuando idonee azioni di mitigazione e compensazione ambientale, e soprattutto di lasciare spazio libero ai fiumi.
Marie curie

Figura 2. il fiume Tagliamento, che scorre in Friuli Venezia Giulia, è considerato il re dei fiumi alpini perché mantiene ancora intatta la sua morfologia a canali intrecciati ed è uno dei corridoi ecologici più importanti d’Europa.

Attività da proporre alla classe

In occasione del sessantesimo anniversario del disastro del Vajont, il più catastrofico evento idrogeologico della storia europea, il Bo Live dell’Università degli Studi di Padova ha voluto riflettere sull’importanza della memoria, ma anche sul presente e sul futuro dei luoghi e delle persone. Il risultato è un documentario della durata di un’ora che attraversa I paesi colpiti dall’onda e dalla frana conseguente (Longarone, Erto e Casso) per incontrare le storie di chi il dramma l’ha vissuto e delle nuove generazioni.

È un’ottima opportunità per riflettere con la classe su diversi punti di vista: chi è sopravvissuto ed è stato costretto a emigrare, chi in queste terre è arrivato decine di anni dopo da immigrato, chi ha solo ereditato il ricordo della famiglia ma si sente legato indissolubilmente al proprio luogo d’origine. In un momento storico in cui l’urbanizzazione sembra essere l’unica soluzione, è importante riflettere invece sulla possibilità, o meglio ancora, la scelta di rimanere (o tornare) a vivere nelle cosiddette aree interne, che, in presenza di una strategia e una governance adeguate, possono offrire uno stile di vita più sano, felice e sostenibile, rispetto alle città.

 

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