Quanti rifiuti produciamo per la nostra salute?

  • Obiettivo Primario: 3 - Benessere e salute
  • Materie: Chimica e Biologia

La produzione quotidiana di rifiuti nelle nostre case è migliorata molto nel tempo. La raccolta differenziata ci permette di separare i materiali, di destinarli ad appositi contenitori e di far sì che nella maggior parte dei casi il fine vita di questi materiali sia sempre più virtuoso. In alcuni casi non si tratta nemmeno di un vero e proprio fine vita, ma di un nuovo inizio, perché la scienza ci ha dato strumenti preziosi per riutilizzare alcuni elementi ed evitare di produrli da zero. L’economia circolare ne è un esempio e permette di capire come ridurre sempre di più lo sfruttamento e lo spreco di risorse.

Ci sono invece tipi di rifiuti per i quali questo non è possibile: si tratta dei rifiuti speciali, all’interno dei quali si trovano quelli pericolosi. Per loro, ad oggi, non c’è una prospettiva di riciclo o di riutilizzo: possono solo essere utilizzati come fonte di calore e destinati ad impianti di gestione appositi.

Fra questi rifiuti rientrano anche quelli che hanno a che fare con la cura della nostra salute: rifiuti che si accumulano in grandi quantità nei magazzini di ospedali e laboratori di analisi e possono essere contaminati da sostanze pericolose. Si tratta di rifiuti su cui non abbiamo molte possibilità di intervenire come cittadini, perché vengono gestiti separatamente rispetto ai rifiuti urbani e la gestione non dipende da noi. Ma è utile conoscerli per sapere che il loro impatto sull’ambiente non è trascurabile.

 

Quanti se ne producono?


I dati dicono che nel 2019 i rifiuti sanitari gestiti sono stati circa 217 mila tonnellate, di cui poco più di 31 mila tonnellate di rifiuti non pericolosi e circa 186 mila tonnellate di rifiuti pericolosi; di questi, la maggior parte della produzione di rifiuti sanitari pericolosi è costituita da rifiuti pericolosi a rischio infettivo, pari a 142 mila tonnellate.
Le tecniche più praticate per lo smaltimento dei rifiuti sono l’incenerimento, per il 49,3% del totale, e il trattamento fisico-chimico per il 26,7% del totale. Gli impianti di sterilizzazione costituiscono forme intermedie di trattamento dei rifiuti che successivamente sono avviati a termovalorizzazione o discarica. Si tratta di grandi quantità, che vanno a sommarsi a tutti i rifiuti speciali provenienti da altri settori.

Fonte: Rapporto rifiuti speciali ispra 2021

Di che rifiuti si tratta?

Aghi, provette, sacche, mascherine, guanti e camici monouso sono solo alcuni dei tipi di materiali che si possono trovare tra i rifiuti di un ospedale. Se poi andiamo in un laboratorio di analisi, che tratta migliaia di campioni di sangue ogni settimana, la quantità di rifiuti pericolosi a rischio infettivo aumenta di molto. La necessità di preservare la nostra salute, soprattutto dalle infezioni, ha richiesto negli anni che venissero utilizzati dispositivi in plastica monouso, più leggera, facile da produrre e da trasportare, oltre che versatile. Ma non è certo plastica che possiamo riciclare e, dopo un singolo utilizzo, deve essere smaltita.

Anche la differenziazione non è fattibile: tutto quello che viene in contatto con un paziente, con i suoi fluidi e il suo corpo deve essere gettato in appositi contenitori appena ne è terminato l’utilizzo. Con questo si cerca di minimizzare il rischio di contagio da agenti infettivi, come virus, batteri o altri microrganismi che potrebbero diffondersi alle persone o nell’ambiente.

I rifiuti vengono quindi inscatolati, chiusi in un magazzino e poi mandati ad un impianto apposito.

Con la pandemia il quantitativo di rifiuti prodotti è aumentato notevolmente, soprattutto per la quantità di dispositivi di protezione individuale (es. mascherine) che ovviamente devono essere trattati come rifiuto indifferenziato. Purtroppo, però, se la parte utilizzata negli ospedali viene gestita in maniera più oculata e inviata agli impianti, quella che riguarda l’utilizzo quotidiano a livello urbano è meno controllata: la preoccupazione per la quantità di rifiuti abbandonati nell’ambiente riguarda sia il loro accumulo che la possibilità di diffondere agenti infettivi.

 





A cosa è dovuto principalmente l’impatto sull’ambiente?

Il trattamento dei rifiuti è effettuato in impianti sempre più moderni. La tecnica più utilizzata è la termovalorizzazione, che consiste nel bruciare i rifiuti in un impianto apposito. Il calore prodotto dalla combustione viene recuperato e utilizzato per produrre energia, elettrica o termica, destinata ad altri utilizzi. Gli impianti di ultima generazione, che recuperano sotto forma di energia elettrica l’85% del calore prodotto dalla combustione dei rifiuti, sono quindi più virtuosi rispetto ai vecchi inceneritori. Nonostante si tratti a tutti gli effetti di impianti industriali, che quindi possono emettere gas e particolato potenzialmente pericolosi, i moderni termovalorizzatori hanno quattro livelli di filtraggio per i fumi e sistemi di trattamento e riciclo delle ceneri molto avanzati. I dati ci dicono che, nonostante la quantità di rifiuti sia aumentata molto negli ultimi 30 anni, le emissioni di sostanze tossiche nell’ambiente, da quando questa tecnologia è disponibile, sono diminuite sempre di più.


Si stanno cercando però di calcolare le emissioni di diossido di carbonio dell’intero processo di gestione dei rifiuti, che non comprende solo questa fase. Per capire infatti se una pratica è sostenibile o meno, dobbiamo analizzare l’intero processo e tutte le emissioni che questo comporta.


Gli impianti in cui vengono gestiti i rifiuti non sono numerosi e questo richiede che ogni lotto di rifiuti venga trasportato entro un certo periodo dal magazzino di stoccaggio all’impianto mediante il trasporto su strada, con conseguente inquinamento dovuto allo smog. Quando la capacità di ricevere rifiuti in un impianto è al limite, inoltre, accade che questi debbano essere trasportati fuori regione o anche all’estero. Nei paesi più sviluppati, il trasporto su strada è una delle voci che impatta maggiormente sulla gestione dei rifiuti sanitari, ma su questo sono le normative, aiutate dalle evidenze scientifiche, a poter intervenire.


In altre zone del mondo, come alcuni paesi in via di sviluppo, la gestione dei rifiuti sanitari è gestita con meno accortezze ed è diventata un problema molto serio per la salute dell’ambiente e, di conseguenza, per chi lo vive. Molti rifiuti vengono abbandonati in discariche, altri sono inceneriti in maniera inadeguata, all’aperto o in forni, ma senza alcun controllo e filtraggio delle emissioni: questo comporta pericoli legati alla diffusione nell’ambiente di residui infetti o potenzialmente pericolosi.


 

Impatto ambientale: non solo emissioni

Diverso è invece il discorso sui farmaci e la loro gestione, perché questa parte riguarda anche noi come cittadini. Nelle nostre case ce ne sono spesso più di uno e, a meno che non si tratti di farmaci da prendere quotidianamente, è facile che rimangano alcune confezioni lasciate a metà e che scadano: questo rende i farmaci inutilizzabili, soprattutto se non conservati correttamente. In questo caso non possiamo certo smaltirli nella raccolta indifferenziata, ma occorre portarli negli appositi contenitori che ogni farmacia mette a disposizione per poterli raccogliere e avviare ad uno smaltimento corretto. I rischi di una scorretta gestione dei farmaci sono molteplici e comportano conseguenze visibili sul lungo termine, perché il loro accumulo nell’ambiente può portare ad effetti negativi per tutte le specie viventi, da quelle animali a quelle vegetali.


L’attenzione deve essere ancora maggiore quando si parla di antibiotici. Sia il loro utilizzo che la dispersione nell’ambiente, quando devono essere gettati via, ha provocato nel tempo un fenomeno che ora riguarda tutto il mondo e ha conseguenze molto gravi: la resistenza antimicrobica. L’uso scorretto o l’abuso di antibiotici sono considerati le cause della crescita e della diffusione di microorganismi resistenti alla loro azione, con conseguente perdita di efficacia delle terapie e gravi rischi per la salute pubblica. Questo significa che, nel momento in cui avremo bisogno di antibiotici per curare infezioni, potremmo non averne a disposizione.


In questo caso abbiamo la possibilità di fare la differenza prestando attenzione all’utilizzo e alla gestione dei farmaci antimicrobici, anche dal punto di vista dei rifiuti.


La resistenza agli antibiotici è la capacità dei microrganismi di alcune specie di sopravvivere, o anche moltiplicarsi, in presenza di concentrazioni di antimicrobici che normalmente sarebbero sufficienti ad inibire o uccidere microrganismi della stessa specie.
I batteri possono diventare resistenti ereditando geni di resistenza da altri batteri, altri li acquisiscono per mutazioni spontanee o da una cellula batterica vicina per mezzo di plasmidi, sottili anelli di DNA che veicolano geni da una cellula batterica ad un’altra. Oppure grazie a virus capaci di captare un gene di resistenza da un batterio ed inocularlo in un altro o ancora quando batteri morti si disintegrano e altri possono acquisire il materiale genetico.
La resistenza è un fenomeno di importanza globale, in quanto gli antimicrobici, i batteri ed i geni che codificano per la resistenza si muovono tra uomo, animali, piante e acque al suolo e l’OMS ha dichiarato questo problema come una delle priorità da combattere nei prossimi anni.

Attività per la classe

Anche nelle nostre case ci troviamo a gestire rifiuti sanitari (cerotti, cotone, farmaci scaduti, siringhe) e fare attenzione a dove li buttiamo è molto importante.


Immagina di dover fare una campagna pubblicitaria per invitare i cittadini a porre maggiore attenzione a questo aspetto, elencando i rischi e i comportamenti corretti. Per farlo cerca informazioni attendibili e consulta i siti dell’ Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dell’Istituto superiore di Sanità.


 

Bibliografia