La violenza delle donne come problema storico
La dignità del male. La violenza delle donne fra passato e presente, a cura di Annastella Carrino, Viella, Roma 2025, 494 p. Scheda a cura di Simone Picchianti
Il volume curato da Annastella Carrino – che insegna Storia moderna e Storia di genere all’Università di Bari – affronta in prospettiva storica e interdisciplinare una questione a lungo rimossa o semplificata: la violenza esercitata dalle donne. Prendendo in esame un arco cronologico che va dall’antichità al presente e una pluralità di contesti europei, il libro sfida lo stereotipo per cui il «sesso fragile» non sarebbe in grado di esercitare violenza, mettendo in luce il fatto che si tratta di un’ulteriore prassi di «diminuzione», che priva le donne di facoltà di azione e di scelta. Un libro che vuole proporre un programma di ricerca – decostruire tanto la «patologizzazione» quanto l’assoluzione implicita della violenza femminile – e contribuire alla discussione pubblica con un’analisi storiografica rigorosa.
Di che «dignità» si parla?
Il volume curato da Annastella Carrino, La dignità del male, nasce da un presupposto insieme semplice e metodologicamente esigente: la violenza femminile non è un’anomalia da espellere dal discorso storico attraverso categorie consolatorie, né un’eccezione da trattare con curiosità scandalistica, ma un oggetto che esige di essere ricondotto entro la storia dei rapporti di potere, delle norme e dei linguaggi che definiscono ciò che in una società è violenza legittima e ciò che diventa, invece, violenza criminalizzata.
Il titolo del volume illustra esattamente questo approccio analitico. «Dignità» non significa alcuna riabilitazione morale del danno, bensì restituzione di spessore conoscitivo a un oggetto che la tradizione patriarcale ha spesso trattato come «indegno» di essere pensato nelle sue ragioni storiche. Se per secoli discorsi inferiorizzanti hanno negato alle donne piena capacità di agire, riconoscere «dignità» alla violenza femminile vuol dire, paradossalmente, riconoscere facoltà di azione e di scelta (o agency secondo il lessico sociologico) anche nel registro del nuocere, e rifiutare tanto la naturalizzazione della passività quanto la patologizzazione dell’aggressività. L’attenzione si sposta così dai giudizi morali alle condizioni di possibilità, cioè ai dispositivi che rendono visibile o invisibile, imputabile o non imputabile, dicibile o indicibile la violenza praticata da donne, mostrando come tali soglie siano storicamente mobili, socialmente costruite e profondamente asimmetriche.
L’assunto di fondo è che non esistono violenze “in sé”, ma atti e pratiche che diventano violenti in quanto interpretati, nominati e inquadrati come tali all’interno di precisi assetti sociali e istituzionali. In questa prospettiva, il problema non coincide con la misurazione quantitativa del fenomeno, né con la comparazione diretta tra violenza maschile e violenza femminile, ma con l’analisi dei dispositivi che rendono alcune forme di violenza visibili e altre irrilevanti, alcune imputabili e altre neutralizzabili.
Il titolo del volume illustra esattamente questo approccio analitico. «Dignità» non significa alcuna riabilitazione morale del danno, bensì restituzione di spessore conoscitivo a un oggetto che la tradizione patriarcale ha spesso trattato come «indegno» di essere pensato nelle sue ragioni storiche. Se per secoli discorsi inferiorizzanti hanno negato alle donne piena capacità di agire, riconoscere «dignità» alla violenza femminile vuol dire, paradossalmente, riconoscere facoltà di azione e di scelta (o agency secondo il lessico sociologico) anche nel registro del nuocere, e rifiutare tanto la naturalizzazione della passività quanto la patologizzazione dell’aggressività. L’attenzione si sposta così dai giudizi morali alle condizioni di possibilità, cioè ai dispositivi che rendono visibile o invisibile, imputabile o non imputabile, dicibile o indicibile la violenza praticata da donne, mostrando come tali soglie siano storicamente mobili, socialmente costruite e profondamente asimmetriche.
L’assunto di fondo è che non esistono violenze “in sé”, ma atti e pratiche che diventano violenti in quanto interpretati, nominati e inquadrati come tali all’interno di precisi assetti sociali e istituzionali. In questa prospettiva, il problema non coincide con la misurazione quantitativa del fenomeno, né con la comparazione diretta tra violenza maschile e violenza femminile, ma con l’analisi dei dispositivi che rendono alcune forme di violenza visibili e altre irrilevanti, alcune imputabili e altre neutralizzabili.
Definizioni e rapporti di potere
È in questo processo di costruzione dell’illegittimità, più che nell’atto materiale, che si colloca il fuoco del volume. Guardare alla violenza dal punto di vista del conflitto significa allora riconoscere che la definizione di ciò che è lecito e illecito è sempre il risultato di rapporti di forza, di gerarchie sociali e di poteri istituzionalizzati che producono dominanti e dominati e che inscrivono anche i generi all’interno di questa architettura normativa e simbolica. In questa cornice, Carrino richiama esplicitamente la lezione della storica statunitense Joan Scott (1941) sulla natura del genere come forma primaria di significazione dei rapporti di potere, invitando a interrogare quanto la distinzione tra violenze sia strutturalmente gendered (cioè condizionata dalla categoria del genere) e di conseguenza quanto, nei diversi contesti storici, la costruzione socio-culturale dei generi incida sulla definizione stessa di violenza legittima e illegittima, sulla graduazione della responsabilità e sulla credibilità dei soggetti coinvolti.
Tra ricerca storica e spazio pubblico
La cornice del volume è costruita per tenere insieme specialismo storiografico e spazio pubblico.
L’apertura (Prefazione) affidata a una figura pubblica, Nichi Vendola, rivendica il valore politico della conoscenza storica e insiste sulla persistenza di una crisi del patriarcato capace di rigenerarsi in forme nuove anche quando sembra formalmente superata. Il suo intervento non introduce contenuti storiografici in senso stretto, ma ha la funzione di esplicitare la posta in gioco civile del volume, richiamando l’attenzione sul fatto che la violenza femminile continua a essere letta, nel dibattito pubblico, attraverso lenti deformanti che oscillano tra rimozione e scandalistica. La scelta di una Prefazione del genere segnala l’intenzione di collocare il libro in un campo di tensione tra ricerca e dibattito civile, mostrando come le categorie storiche siano necessarie per decostruire letture attuali semplificanti.
In chiusura, la storica Raffaella Sarti (Violenza sulle donne e violenza delle donne. Costruzione dei generi, intersezionalità e periodizzazioni), riporta l’intero percorso sul terreno della storia delle donne e di genere, insistendo sulla necessità di tenere insieme violenza agita e violenza subita senza scioglierle in una contrapposizione rassicurante. Sarti ricostruisce la genealogia e l’ambivalenza di categorie come fragilitas sexus – gli stereotipi del «sesso debole» e della «fragilità» femminile –, e come esse abbiano prodotto, nel lungo periodo, una duplice conseguenza: da un lato attenuazioni di responsabilità penale, dall’altro una profonda limitazione della capacità di agire delle donne. Il cosiddetto “privilegio” giuridico emerge così come l’altra faccia del disconoscimento, e la minore imputabilità come elemento strutturalmente connesso a una minore credibilità (anche nella testimonianza) e a una più ampia esclusione dallo spazio dell’azione riconosciuta.
Tra i due capi del libro, ci sono sedici brevi saggi di specialiste e specialisti in ambito storico, giuridico, sociologico.
L’apertura (Prefazione) affidata a una figura pubblica, Nichi Vendola, rivendica il valore politico della conoscenza storica e insiste sulla persistenza di una crisi del patriarcato capace di rigenerarsi in forme nuove anche quando sembra formalmente superata. Il suo intervento non introduce contenuti storiografici in senso stretto, ma ha la funzione di esplicitare la posta in gioco civile del volume, richiamando l’attenzione sul fatto che la violenza femminile continua a essere letta, nel dibattito pubblico, attraverso lenti deformanti che oscillano tra rimozione e scandalistica. La scelta di una Prefazione del genere segnala l’intenzione di collocare il libro in un campo di tensione tra ricerca e dibattito civile, mostrando come le categorie storiche siano necessarie per decostruire letture attuali semplificanti.
In chiusura, la storica Raffaella Sarti (Violenza sulle donne e violenza delle donne. Costruzione dei generi, intersezionalità e periodizzazioni), riporta l’intero percorso sul terreno della storia delle donne e di genere, insistendo sulla necessità di tenere insieme violenza agita e violenza subita senza scioglierle in una contrapposizione rassicurante. Sarti ricostruisce la genealogia e l’ambivalenza di categorie come fragilitas sexus – gli stereotipi del «sesso debole» e della «fragilità» femminile –, e come esse abbiano prodotto, nel lungo periodo, una duplice conseguenza: da un lato attenuazioni di responsabilità penale, dall’altro una profonda limitazione della capacità di agire delle donne. Il cosiddetto “privilegio” giuridico emerge così come l’altra faccia del disconoscimento, e la minore imputabilità come elemento strutturalmente connesso a una minore credibilità (anche nella testimonianza) e a una più ampia esclusione dallo spazio dell’azione riconosciuta.
Tra i due capi del libro, ci sono sedici brevi saggi di specialiste e specialisti in ambito storico, giuridico, sociologico.
Origini antiche e neutralizzazione dell’agire femminile
La sezione Sul filo del tempo si apre con l’età antica attraverso il contributo di Francesca Rohr Vio e Elisabetta Todisco (Il valore politico del suicidio femminile in Roma antica. Lucrezia e le altre). Il caso di Lucrezia consente di mostrare come una forma di violenza rivolta contro il proprio corpo possa produrre effetti politici e istituzionali di ampia portata, diventando elemento fondativo di un ordine nuovo, ma anche come tali effetti vengano progressivamente neutralizzati attraverso una lettura che ricolloca il gesto entro la sfera privata e morale. Le autrici mostrano con chiarezza come il suicidio femminile sia caricato di un valore pubblico solo a condizione di essere immediatamente sottratto all’autonomia dell’agire e interpretato come risposta a una violenza subita, non come scelta politica in senso proprio. Questo slittamento interpretativo, che riduce l’atto a sintomo piuttosto che a decisione, costituisce un primo modello di quella neutralizzazione dell’agire femminile che riemerge, con forme diverse, lungo l’intero arco cronologico del volume.
Medioevo: immaginari, giustizia e criminalizzazione
Per il Medioevo, il volume adotta prospettive complementari che permettono di osservare la violenza femminile da angolazioni diverse. Marina Montesano (Storie di violenze femminili nel medioevo), mostra come la violenza delle donne emerga in un intreccio costante fra realtà documentaria e immaginario, mettendo in guardia dal prendere le narrazioni come riflessi diretti delle pratiche. Le fonti letterarie, cronachistiche e normative contribuiscono a costruire un’immagine della donna violenta fortemente stereotipata, che incide sulla possibilità stessa di riconoscere l’agire femminile come tale.
Il passaggio alla giustizia criminale consente di osservare più da vicino i meccanismi istituzionali. Edward Loss (Casi e profili di donne violente nella giustizia criminale bolognese, secoli XIII e XIV), lavora sui registri giudiziari come osservatorio privilegiato, mostrando come la descrizione dell’atto violento sia sempre mediata dalla posizione sociale dell’imputata, dal suo stato civile e dalle categorie procedurali impiegate. La violenza femminile non è assente, ma selettivamente registrata, spesso ridotta a episodio marginale o ricondotta a conflitti di bassa intensità.
Nello stesso contesto urbano, Chloé Tardivel (Ingiuriarsi fra donne. La violenza verbale al femminile nella giustizia penale bolognese, secolo XIV) sposta l’attenzione sulla parola come arma sociale. La violenza verbale diventa rilevante quando incide su onore, reputazione e gerarchie, e la sua registrazione dipende dal modo in cui attraversa soglie di visibilità istituzionale, mostrando come la selezione giudiziaria produca gerarchie anche tra le violenze.
Il tema della punizione è affrontato da Lidia L. Zanetti Domingues (Punire la violenza femminile nel basso medioevo. Il caso toscano in prospettiva europea), che chiarisce come la stigmatizzazione, la ridicolizzazione e la messa in scena pubblica del castigo funzionino come strumenti consapevoli di governo dell’ordine sociale, volti a ricondurre l’agire femminile entro ruoli di genere percepiti come minacciati.
Il passaggio alla giustizia criminale consente di osservare più da vicino i meccanismi istituzionali. Edward Loss (Casi e profili di donne violente nella giustizia criminale bolognese, secoli XIII e XIV), lavora sui registri giudiziari come osservatorio privilegiato, mostrando come la descrizione dell’atto violento sia sempre mediata dalla posizione sociale dell’imputata, dal suo stato civile e dalle categorie procedurali impiegate. La violenza femminile non è assente, ma selettivamente registrata, spesso ridotta a episodio marginale o ricondotta a conflitti di bassa intensità.
Nello stesso contesto urbano, Chloé Tardivel (Ingiuriarsi fra donne. La violenza verbale al femminile nella giustizia penale bolognese, secolo XIV) sposta l’attenzione sulla parola come arma sociale. La violenza verbale diventa rilevante quando incide su onore, reputazione e gerarchie, e la sua registrazione dipende dal modo in cui attraversa soglie di visibilità istituzionale, mostrando come la selezione giudiziaria produca gerarchie anche tra le violenze.
Il tema della punizione è affrontato da Lidia L. Zanetti Domingues (Punire la violenza femminile nel basso medioevo. Il caso toscano in prospettiva europea), che chiarisce come la stigmatizzazione, la ridicolizzazione e la messa in scena pubblica del castigo funzionino come strumenti consapevoli di governo dell’ordine sociale, volti a ricondurre l’agire femminile entro ruoli di genere percepiti come minacciati.
Età moderna e contemporanea: archivi, statistiche, violenza collettiva
Con l’età moderna, l’attenzione si concentra sullo scarto fra esperienza e racconto.
Simona Feci (La violenza delle donne in età moderna. Esperienze e narrazioni), insiste sulla distanza fra pratiche violente e loro registrazione, mostrando come l’attenuazione della responsabilità femminile sia spesso il prodotto di categorie giuridiche e culturali che riducono la gravità dell’atto o lo riclassificano come disordine domestico. In dialogo con il contributo di Feci, Roberta Falcetta (La lingua sfrenata. Violenza verbale e relazioni di genere in età moderna) analizza la parola come spazio privilegiato di conflitto, rivelando quanto la violenza verbale femminile sia percepita come particolarmente perturbante quando mette in crisi autorità e dispositivi disciplinari.
Il Settecento introduce un’ulteriore articolazione con Christophe Regina (Le donne e la violenza contro di sé. Il suicidio in una prospettiva di genere nella Marsiglia settecentesca), che di nuovo mostra come il suicidio femminile venga interpretato attraverso dispositivi di genere che ne condizionano la leggibilità sociale e giuridica.
L’Ottocento è affrontato da Silvano Montaldo in un saggio (La scoperta della criminalità femminile nella statistica del primo Ottocento), in cui lo studioso dimostra come la quantificazione statistica non si limita a registrare comportamenti, ma costruisce differenze e spiegazioni, trasformando la violenza femminile in oggetto numerico e riformulando in linguaggi apparentemente neutrali una torsione moralizzante persistente.
Il Novecento porta infine in primo piano forme di violenza collettiva e istituzionalizzata con Mariamichela Landi (Le «brigantesse». Maria Oliverio fra storia e mito), che lavora sulla costruzione di figure liminali tra storia e mito, e Vincenzo Prodon (Le SS-Aufseherinnen. Prospettive di un nuovo campo d’indagine), che affronta la partecipazione delle donne a sistemi di violenza statale (in questo caso quella nazista), mettendo radicalmente in crisi la dicotomia rassicurante tra donne-vittime e uomini-carnefici.
Simona Feci (La violenza delle donne in età moderna. Esperienze e narrazioni), insiste sulla distanza fra pratiche violente e loro registrazione, mostrando come l’attenuazione della responsabilità femminile sia spesso il prodotto di categorie giuridiche e culturali che riducono la gravità dell’atto o lo riclassificano come disordine domestico. In dialogo con il contributo di Feci, Roberta Falcetta (La lingua sfrenata. Violenza verbale e relazioni di genere in età moderna) analizza la parola come spazio privilegiato di conflitto, rivelando quanto la violenza verbale femminile sia percepita come particolarmente perturbante quando mette in crisi autorità e dispositivi disciplinari.
Il Settecento introduce un’ulteriore articolazione con Christophe Regina (Le donne e la violenza contro di sé. Il suicidio in una prospettiva di genere nella Marsiglia settecentesca), che di nuovo mostra come il suicidio femminile venga interpretato attraverso dispositivi di genere che ne condizionano la leggibilità sociale e giuridica.
L’Ottocento è affrontato da Silvano Montaldo in un saggio (La scoperta della criminalità femminile nella statistica del primo Ottocento), in cui lo studioso dimostra come la quantificazione statistica non si limita a registrare comportamenti, ma costruisce differenze e spiegazioni, trasformando la violenza femminile in oggetto numerico e riformulando in linguaggi apparentemente neutrali una torsione moralizzante persistente.
Il Novecento porta infine in primo piano forme di violenza collettiva e istituzionalizzata con Mariamichela Landi (Le «brigantesse». Maria Oliverio fra storia e mito), che lavora sulla costruzione di figure liminali tra storia e mito, e Vincenzo Prodon (Le SS-Aufseherinnen. Prospettive di un nuovo campo d’indagine), che affronta la partecipazione delle donne a sistemi di violenza statale (in questo caso quella nazista), mettendo radicalmente in crisi la dicotomia rassicurante tra donne-vittime e uomini-carnefici.
Altri sguardi: diritto, criminologia e carcere
La sezione Altri sguardi mette alla prova le categorie storiche nel confronto con il presente.
La magistrata Maria Laura Fadda (Vittime e carnefici: uno sguardo giuridico contemporaneo) mostra come il diritto continui a oscillare fra eccezionalismo e patologizzazione della violenza femminile, incidendo sulla definizione di responsabilità e sulla costruzione delle figure di vittima e colpevole.
Il giurista Vincenzo Bruno Muscatiello (Da maffiose a mafiose: l’envers du décor) analizza il ruolo delle donne nella criminalità organizzata e le modalità con cui il loro accesso a ruoli attivi viene narrato e giustificato, spesso attraverso categorie stereotipate.
La lettura criminologica proposta da Ignazio Grattagliano, Miriana Biancofiore, Matt Groicher e Maria Grazia Violante (Donne «delinquenti» oggi. Una lettura criminologica) evidenzia la persistenza di categorie interpretative non neutrali che incidono sulla misurazione del fenomeno e sulla sua rappresentazione pubblica.
Sul versante dell’esperienza carceraria, Rosita Maglie, che tra le altre cose si occupa della didattica nei penitenziari (il suo saggio si intitola Detenute. Rappresentazioni e autorappresentazioni dell’esperienza carceraria), introduce il tema della costruzione del sé in condizioni di forte stigmatizzazione istituzionale, mostrando come anche l’autonarrazione sia condizionata da dispositivi di controllo.
Stefania Ferraro (Paradosso di genere del comportamento suicidario. Un’analisi sociologica) ritorna infine sul suicidio con strumenti sociologici, mostrando come spiegazioni apparentemente naturali siano storicamente costruite e dipendenti da contesti, assetti sociali e disponibilità materiali.
La magistrata Maria Laura Fadda (Vittime e carnefici: uno sguardo giuridico contemporaneo) mostra come il diritto continui a oscillare fra eccezionalismo e patologizzazione della violenza femminile, incidendo sulla definizione di responsabilità e sulla costruzione delle figure di vittima e colpevole.
Il giurista Vincenzo Bruno Muscatiello (Da maffiose a mafiose: l’envers du décor) analizza il ruolo delle donne nella criminalità organizzata e le modalità con cui il loro accesso a ruoli attivi viene narrato e giustificato, spesso attraverso categorie stereotipate.
La lettura criminologica proposta da Ignazio Grattagliano, Miriana Biancofiore, Matt Groicher e Maria Grazia Violante (Donne «delinquenti» oggi. Una lettura criminologica) evidenzia la persistenza di categorie interpretative non neutrali che incidono sulla misurazione del fenomeno e sulla sua rappresentazione pubblica.
Sul versante dell’esperienza carceraria, Rosita Maglie, che tra le altre cose si occupa della didattica nei penitenziari (il suo saggio si intitola Detenute. Rappresentazioni e autorappresentazioni dell’esperienza carceraria), introduce il tema della costruzione del sé in condizioni di forte stigmatizzazione istituzionale, mostrando come anche l’autonarrazione sia condizionata da dispositivi di controllo.
Stefania Ferraro (Paradosso di genere del comportamento suicidario. Un’analisi sociologica) ritorna infine sul suicidio con strumenti sociologici, mostrando come spiegazioni apparentemente naturali siano storicamente costruite e dipendenti da contesti, assetti sociali e disponibilità materiali.
Un bilancio storiografico
Nel suo insieme, La dignità del male funziona come mappa ragionata e come programma di ricerca. La pluralità dei casi e delle discipline non produce dispersione, perché la curvatura comune resta costante: storicizzare la violenza femminile come prodotto di rapporti di potere, definizioni normative e rappresentazioni di genere. Il volume incrina tanto la patologizzazione quanto l’assoluzione implicita della violenza femminile e restituisce piena complessità a un oggetto a lungo marginalizzato, mostrando come la “minor presenza” femminile nelle fonti sia spesso l’effetto di filtri istituzionali, asimmetrie di credibilità e processi di criminalizzazione.
In questo senso, la «dignità del male» non è una formula provocatoria, ma una richiesta di rigore storiografico.
Marzo 2026
Immagine: donne cacciano con la forza da un pub il proprietario e un uomo ubriaco. Incisione francese del 1875, che riporta la seguente didascalia: «La crociata delle donne contro l’intemperanza negli Stati Uniti. Prendono gli uomini per il colletto e li cacciano nella strada».
In questo senso, la «dignità del male» non è una formula provocatoria, ma una richiesta di rigore storiografico.
Marzo 2026
Immagine: donne cacciano con la forza da un pub il proprietario e un uomo ubriaco. Incisione francese del 1875, che riporta la seguente didascalia: «La crociata delle donne contro l’intemperanza negli Stati Uniti. Prendono gli uomini per il colletto e li cacciano nella strada».
Per approfondire
A questo libro se ne possono accostare altri due recenti, che abbiamo presentato in questo stesso spazio online: La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI), a cura di Simona Feci e Laura Schettini, Viella, Roma 2017 e L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia, a cura di Simona Feci e Laura Schettini, Viella, Roma 2024, scheda a cura di Tommaso Scaramella.
Per continuare a incrociare sguardi sul tema, da prospettive differenti, si veda anche il contributo di Valeria Gallicchio sul «25 novembre. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne» nella rubrica Calendario civile.
Per continuare a incrociare sguardi sul tema, da prospettive differenti, si veda anche il contributo di Valeria Gallicchio sul «25 novembre. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne» nella rubrica Calendario civile.