Donne che si difendono: pratiche, battaglie, norme contro la violenza maschile
La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI), a cura di Simona Feci e Laura Schettini, Viella, Roma 2017, 287 p. – L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia, a cura di Simona Feci e Laura Schettini, Viella, Roma 2024, 321 p. Scheda a cura di Tommaso Scaramella.
Simona Feci, che insegna Storia del diritto medievale e moderno all’Università L’Orientale di Napoli, e Laura Schettini, che insegna Storia contemporanea e Storia delle donne e del genere all’Università di Padova, hanno raccolto in due libri recenti una riflessione interdisciplinare a più voci sulla storia della violenza contro le donne. Il primo volume offre una panoramica utile a orientarsi all’interno di una storiografia che si è molto sviluppata negli ultimi decenni. Il secondo indica la prospettiva più nuova, originale e «inattesa», perché di fatto non prevista: la storia di come le donne, nel corso dei secoli, hanno elaborato strategie e praticato forme di autodifesa dalla violenza maschile.
Due capitoli di una riflessione in corso
A sette anni di distanza dal primo, nel 2024 la casa editrice Viella ha pubblicato un secondo volume collettaneo dedicato alla storia della violenza contro le donne, anch’esso curato dalle storiche Simona Feci e Laura Schettini. Se il primo volume aveva il merito di offrire una panoramica complessiva e un bilancio degli studi sull’argomento, questo nuovo lavoro amplia l’orizzonte introducendo un tema finora poco esplorato: le pratiche di autodifesa adottate delle donne nel corso della storia per resistere e reagire alla violenza maschile.
L’occasione di questa più recente pubblicazione consente di leggere i due volumi in continuità: entrambi raccolgono saggi di studiose italiane e straniere che, attraverso approcci interdisciplinari – tra storia, diritto e pensiero politico – affrontano il tema dalla prima età moderna fino al presente. Nel loro insieme, i due volumi costituiscono un aggiornamento autorevole per chi voglia approfondire la storia della violenza con uno sguardo attento alle categorie e alle prospettive di genere, e seguire lo sviluppo di riflessioni in corso, che in questi ultimi anni si sono arricchite di nuovi sguardi e collegamenti con altri ambiti della storia dell’oppressione e delle vittime di oppressione.
L’occasione di questa più recente pubblicazione consente di leggere i due volumi in continuità: entrambi raccolgono saggi di studiose italiane e straniere che, attraverso approcci interdisciplinari – tra storia, diritto e pensiero politico – affrontano il tema dalla prima età moderna fino al presente. Nel loro insieme, i due volumi costituiscono un aggiornamento autorevole per chi voglia approfondire la storia della violenza con uno sguardo attento alle categorie e alle prospettive di genere, e seguire lo sviluppo di riflessioni in corso, che in questi ultimi anni si sono arricchite di nuovi sguardi e collegamenti con altri ambiti della storia dell’oppressione e delle vittime di oppressione.
La violenza contro le donne: una delle forme della violenza di genere
La connotazione «di genere» applicata alla violenza rappresenta una categoria elaborata dal pensiero contemporaneo per indicare e distinguere quegli atti, comportamenti o omissioni rivolti a una persona in ragione del suo genere, tali da provocare o rischiare di provocare danni fisici, sessuali, psicologici o economici. Le sue manifestazioni hanno assunto storicamente diverse forme – domestiche, sessuali, economiche, simboliche – e si sono prodotte tanto nello spazio privato quanto in quello pubblico. Tale forma di violenza è oggi riconosciuta come violazione dei diritti umani fondamentali ed è oggetto di una riflessione internazionale consolidata, sancita da strumenti come la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU) nel 1993. Queste riflessioni hanno chiarito la natura strutturale della violenza di genere, sottolineando la necessità di contrastarla attraverso politiche integrate di prevenzione, protezione e punizione.
Come ricordano Feci e Schettini nella loro introduzione a La violenza contro le donne nella storia, la Dichiarazione dell’ONU definisce la violenza contro le donne «una manifestazione delle relazioni di potere storicamente diseguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, […] la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».
Come ricordano Feci e Schettini nella loro introduzione a La violenza contro le donne nella storia, la Dichiarazione dell’ONU definisce la violenza contro le donne «una manifestazione delle relazioni di potere storicamente diseguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, […] la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini».
La struttura del libro del 2017
La violenza contro le donne nella storia traccia un bilancio storiografico delle principali direzioni in cui, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, si sono sviluppate le ricerche in questo ambito.
I tredici saggi che lo compongono sono suddivisi in due sezioni: Contesti e Politiche e diritti. La prima esplora un ampio spettro di tempi e spazi in cui la violenza di genere si è manifestata nella storia. La seconda ospita invece contributi dedicati alle politiche giuridiche e istituzionali contemporanee, elaborate per regolare e contrastare tale fenomeno.
Nei Contesti, l’ambito familiare emerge come una costante storica della violenza di genere. Pur disponendo di dati quantitativi frammentari per la prima età moderna, le ricerche si sono fondate soprattutto su fonti qualitative, come le testimonianze, le deposizioni e i verbali processuali, che consentono di ricostruire la materialità e le dinamiche dei casi di violenza. Sulla base di tali documenti, i sette saggi della sezione delineano un quadro articolato dei diversi contesti di ricerca: la Bologna seicentesca (Lucia Ferrante), la Roma di fine Cinquecento (Simona Feci), la Torino e la Firenze ottocentesche (Andrea Borgione e Christel Radica), la Sicilia postunitaria (Enza Pelleriti), fino agli Stati Uniti di metà Novecento (Susanna Mantioni) e alle famiglie mafiose tra secondo Novecento e presente (Chiara Stagno).
Particolarmente indagata è la violenza coniugale, interpretata in relazione al sistema del patriarcato. Quest’ultimo termine deriva dal greco patér e arché («dominio del padre») e indica un ordine sociale in cui il potere è concentrato nelle mani degli uomini, a danno delle figure subordinate, come erano ritenute le donne e i figli. In origine riferito all’autorità del capofamiglia, il concetto si è poi esteso a una struttura di potere diffusa, capace di permeare le istituzioni e la cultura. Notevole è dunque l’analisi trasversale che si ricava complessivamente da questi saggi, in riferimento soprattutto alla storia dello ius corrigendi, il diritto del capofamiglia di «correggere» moglie, figli e persone a lui sottoposte, riconosciuto in tutta l’Europa moderna come strumento di legittimazione della violenza domestica.
Lo studio dei contesti domestici apre alla riflessione politico-giuridica. La sezione Politiche e diritti raccoglie contributi più spostati sull’età contemporanea, ripercorrendo le strategie femminili e, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, le lotte tese a ottenere normative per contrastare la violenza contro le donne. Beatrice Pisa ricostruisce la nascita del Movimento di liberazione della donna, dalle prime iniziative romane alla diffusione dei collettivi femministi in tutta Italia e alla fondazione del primo Centro contro la violenza sulle donne a Roma, sottolineando la capacità del movimento di creare reti solidali e coordinamenti nazionali. Laura Elisabetta Bossini analizza le prime proposte di legge in materia di violenza di genere, emerse nel dibattito parlamentare tra il 1979 e il 1980 sul riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona, anziché contro la morale (come era previsto dal Codice penale varato nel 1930 dal governo fascista), uno degli obiettivi dei movimenti femministi (infine raggiunto solo nel 1996). Il contributo di Mariagrazia Rossilli amplia la prospettiva a livello europeo, esaminando le politiche comunitarie di contrasto alla violenza di genere elaborate tra il 1997 e il 2015. Chiudono la sezione i saggi di Carmen Trimarchi, che ripercorre la storia della risoluzione dell’Onu contro i crimini sessuali di guerra; di Ilaria Boiano, che analizza le trasformazioni del discorso giuridico sui reati sessuali alla luce del pensiero femminista; e di Cristina Gamberi, che indaga le retoriche mediatiche della violenza nel racconto italiano dei femminicidi, termine con cui – lo ricordiamo – si indica l’assassinio di una donna per motivi basati sul genere, per il mero fatto di essere donna.
I tredici saggi che lo compongono sono suddivisi in due sezioni: Contesti e Politiche e diritti. La prima esplora un ampio spettro di tempi e spazi in cui la violenza di genere si è manifestata nella storia. La seconda ospita invece contributi dedicati alle politiche giuridiche e istituzionali contemporanee, elaborate per regolare e contrastare tale fenomeno.
Nei Contesti, l’ambito familiare emerge come una costante storica della violenza di genere. Pur disponendo di dati quantitativi frammentari per la prima età moderna, le ricerche si sono fondate soprattutto su fonti qualitative, come le testimonianze, le deposizioni e i verbali processuali, che consentono di ricostruire la materialità e le dinamiche dei casi di violenza. Sulla base di tali documenti, i sette saggi della sezione delineano un quadro articolato dei diversi contesti di ricerca: la Bologna seicentesca (Lucia Ferrante), la Roma di fine Cinquecento (Simona Feci), la Torino e la Firenze ottocentesche (Andrea Borgione e Christel Radica), la Sicilia postunitaria (Enza Pelleriti), fino agli Stati Uniti di metà Novecento (Susanna Mantioni) e alle famiglie mafiose tra secondo Novecento e presente (Chiara Stagno).
Particolarmente indagata è la violenza coniugale, interpretata in relazione al sistema del patriarcato. Quest’ultimo termine deriva dal greco patér e arché («dominio del padre») e indica un ordine sociale in cui il potere è concentrato nelle mani degli uomini, a danno delle figure subordinate, come erano ritenute le donne e i figli. In origine riferito all’autorità del capofamiglia, il concetto si è poi esteso a una struttura di potere diffusa, capace di permeare le istituzioni e la cultura. Notevole è dunque l’analisi trasversale che si ricava complessivamente da questi saggi, in riferimento soprattutto alla storia dello ius corrigendi, il diritto del capofamiglia di «correggere» moglie, figli e persone a lui sottoposte, riconosciuto in tutta l’Europa moderna come strumento di legittimazione della violenza domestica.
Lo studio dei contesti domestici apre alla riflessione politico-giuridica. La sezione Politiche e diritti raccoglie contributi più spostati sull’età contemporanea, ripercorrendo le strategie femminili e, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, le lotte tese a ottenere normative per contrastare la violenza contro le donne. Beatrice Pisa ricostruisce la nascita del Movimento di liberazione della donna, dalle prime iniziative romane alla diffusione dei collettivi femministi in tutta Italia e alla fondazione del primo Centro contro la violenza sulle donne a Roma, sottolineando la capacità del movimento di creare reti solidali e coordinamenti nazionali. Laura Elisabetta Bossini analizza le prime proposte di legge in materia di violenza di genere, emerse nel dibattito parlamentare tra il 1979 e il 1980 sul riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona, anziché contro la morale (come era previsto dal Codice penale varato nel 1930 dal governo fascista), uno degli obiettivi dei movimenti femministi (infine raggiunto solo nel 1996). Il contributo di Mariagrazia Rossilli amplia la prospettiva a livello europeo, esaminando le politiche comunitarie di contrasto alla violenza di genere elaborate tra il 1997 e il 2015. Chiudono la sezione i saggi di Carmen Trimarchi, che ripercorre la storia della risoluzione dell’Onu contro i crimini sessuali di guerra; di Ilaria Boiano, che analizza le trasformazioni del discorso giuridico sui reati sessuali alla luce del pensiero femminista; e di Cristina Gamberi, che indaga le retoriche mediatiche della violenza nel racconto italiano dei femminicidi, termine con cui – lo ricordiamo – si indica l’assassinio di una donna per motivi basati sul genere, per il mero fatto di essere donna.
L’autodifesa delle donne: una storia non prevista
Strettamente conseguenti alla riflessione avviata nel primo tomo, soprattutto nella sua seconda parte, sono i saggi raccolti nel 2024 sotto il titolo L’autodifesa delle donne. Una volta ricostruita la panoramica dei contesti di violenza coniugale e delle politiche di prevenzione e repressione, infatti, restava da chiedersi come le donne abbiano storicamente agito di fronte alla violenza maschile. È questa la domanda cui il nuovo lavoro intende rispondere, proponendo tredici saggi, in gran parte scritti da studiose straniere, dedicati a ciò che le curatrici definiscono come una storia «imprevista»: quella dell’autodifesa delle donne, esaminata lungo i due versanti delle pratiche individuali di autotutela e della loro più generale diffusione, grazie alle rivendicazioni collettive.
Storia «imprevista» perché silenziosa e anche, oggi, sorprendente, dal momento che per secoli le donne sono state disarmate, materialmente e simbolicamente, rispetto alla possibilità di difendersi. Considerate subordinate agli uomini e descritte come deboli o fragili per natura – e quindi bisognose di tutela maschile nello spazio domestico così come in quello pubblico –, le donne hanno a lungo occupato, anche nella narrazione storiografica, il ruolo esclusivo di vittime. In realtà, anche in passato, molte donne reagirono ai soprusi, talvolta a rischio della propria vita, mettendo in atto forme di resistenza e di autodifesa, nonostante la condizione di marginalità che le collocava in posizione subordinata nella famiglia e nella società.
L’interesse per questo tema prende le mosse da un volume recente della filosofa francese Elsa Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza (2017), che ha aperto un nuovo campo di riflessione sul significato politico e storico dell’autodifesa. Dorlin ha mostrato come i soggetti storicamente identificati come prede – le donne, ma anche i popoli colonizzati – siano stati sistematicamente rappresentati come indifesi, incapaci di reagire ai rapporti di potere che li opprimevano. Studiare la storia dell’autodifesa femminile significa dunque restituire voce e visibilità a un passato reso silenzioso non dall’assenza di azione, ma dal sistema culturale che ne ha cancellato le tracce.
Storia «imprevista» perché silenziosa e anche, oggi, sorprendente, dal momento che per secoli le donne sono state disarmate, materialmente e simbolicamente, rispetto alla possibilità di difendersi. Considerate subordinate agli uomini e descritte come deboli o fragili per natura – e quindi bisognose di tutela maschile nello spazio domestico così come in quello pubblico –, le donne hanno a lungo occupato, anche nella narrazione storiografica, il ruolo esclusivo di vittime. In realtà, anche in passato, molte donne reagirono ai soprusi, talvolta a rischio della propria vita, mettendo in atto forme di resistenza e di autodifesa, nonostante la condizione di marginalità che le collocava in posizione subordinata nella famiglia e nella società.
L’interesse per questo tema prende le mosse da un volume recente della filosofa francese Elsa Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza (2017), che ha aperto un nuovo campo di riflessione sul significato politico e storico dell’autodifesa. Dorlin ha mostrato come i soggetti storicamente identificati come prede – le donne, ma anche i popoli colonizzati – siano stati sistematicamente rappresentati come indifesi, incapaci di reagire ai rapporti di potere che li opprimevano. Studiare la storia dell’autodifesa femminile significa dunque restituire voce e visibilità a un passato reso silenzioso non dall’assenza di azione, ma dal sistema culturale che ne ha cancellato le tracce.
La struttura del libro del 2024
I saggi contenuti in L’autodifesa delle donne sono suddivisi in tre sezioni: Rivendicare, agire, immaginare l’autodifesa; Il diritto all’autodifesa e Contesti di autodifesa.
La prima sezione ricostruisce la dimensione storica della riflessione sull’autodifesa femminista, mostrando come sia stato all’interno dell’esperienza del femminismo che, accanto a pratiche e forme individuali di autotutela, nacque la possibilità di immaginare pratiche collettive di difesa, fisica e giuridica, contro la violenza femminile. I cinque saggi che la compongono analizzano sia movimenti collettivi sia esperienze individuali che hanno contribuito alla definizione di questo campo di azione e pensiero. Il saggio di Alessandra Chiricosta è dedicato al primo movimento suffragista inglese del primo Novecento, che promuoveva corsi di autodifesa per le donne impegnate nella battaglia per il riconoscimento dei diritti politici. Ulrike Klöppel ricostruisce la storia del gruppo Wendo, nato in Canada e diffusosi in Europa, in particolare nella Germania occidentale, tra gli anni Ottanta e Novanta, come esperienza di autodifesa fisica e consapevolezza corporea. Lorenza Moretti indaga l’azione dei movimenti femministi italiani tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, mettendo in luce come, anche in Italia, si sia sviluppata una dimensione collettiva dell’autodifesa, attraverso percorsi di formazione, riflessione e riappropriazione degli spazi pubblici, in particolare dello spazio-notte, simbolo di libertà e autonomia femminile. Leila Spignese analizza la carriera dell’artista franco-americana Niki de Saint Phalle (1930-2002), autrice nei primi anni Sessanta di performance incentrate sull’elaborazione della propria esperienza traumatica: abusata dal padre da bambina, l’artista mise in scena la sua rabbia sparando contro sagome maschili che rappresentavano metaforicamente il padre, gli uomini, il patriarcato. Infine, Fiona Wachberger esplora il tema delle fantasie di violenza femminile nella letteratura, interrogandosi sul ruolo simbolico e politico di tali rappresentazioni nella costruzione di un immaginario dell’autodifesa.
La seconda sezione è dedicata al diritto e, attraverso l’analisi di sentenze e carte processuali, indaga la riproduzione della violenza di genere nelle retoriche giudiziarie relative a cause di donne coinvolte in episodi di violenza domestica. Ilaria Boiano esamina la parzialità di genere insita nell’istituto della legittima difesa, ripercorrendone la storia novecentesca. Francesca Frisone, a partire da sentenze della Corte d’Assise di Reggio Calabria degli anni Trenta, riflette sulle motivazioni che impedirono il riconoscimento della legittima difesa a donne imputate di omicidio, spesso in contesti di violenza sessuale o familiare. In tali casi, il peso della cultura dell’onore (concetto legato alla sfera sessuale e di conio maschile) emerge in modo netto: rapporti prematrimoniali avvenuti per stupro o per una promessa di matrimonio non mantenuta potevano compromettere irrimediabilmente la vita di una donna ancora in epoca contemporanea. Cecilia Nubola analizza un corpus di processi a carico di donne imputate di omicidio o tentato omicidio negli anni Quaranta e Cinquanta. Si tratta di donne che uccidono partner o ex partner dopo essere state compromesse o maltrattate per anni. Nessuna di loro ottenne le attenuanti previste dal cosiddetto delitto d’onore, rimasto in vigore in Italia e applicato per gli uomini fino al 1981 (quando fu abrogato l’art. 587 del codice penale, che prevedeva pene lievi per chi «cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia»). La critica femminista, sin dagli anni Settanta, ha denunciato la parzialità di genere del diritto e il modo in cui i tribunali contribuivano alla riproduzione della violenza maschile. Su questo tema si concentrano i saggi di Paola Stelliferi e Valeria Gallicchio, che ricostruiscono il ruolo di avvocate e giuriste nell’elaborare pratiche di autodifesa legale e nel fondare i primi centri antiviolenza italiani. L’autodifesa assunse così una dimensione collettiva e plurale, dato che i movimenti femministi partecipavano alle udienze per sostenere le donne imputate dopo aver denunciato violenze.
La terza sezione del volume offre una panoramica sulle opportunità e sugli strumenti attraverso cui le donne hanno cercato di impiegare forme di difesa e autodifesa dalla violenza maschile, dall’età moderna fino a quella contemporanea, mettendo in luce storie di resistenza dalle maglie oppressive del potere patriarcale. Simona Feci analizza i rimedi a disposizione delle donne nella Roma seicentesca, in un contesto in cui le istituzioni spesso non solo non tutelavano le vittime di violenza domestica, ma incoraggiavano la ricomposizione forzata della coppia. Le donne, in assenza di protezione legale, potevano rivolgersi a pozioni o «rimedi magici» come strategie per contrastare oppressione e violenza. Nere Jone Intxaustegi Jauregi sposta l’analisi nei Paesi Bassi tra Sei e Settecento, evidenziando come le donne cercassero soluzioni alternative in caso di dissidi coniugali, muovendosi all’interno di contesti sociali caratterizzati da regole matrimoniali rigide e da limitate possibilità di autodeterminazione. Flores Reggiani esplora le esperienze di fuga delle donne lombarde durante la Repubblica Cisalpina (1796-1799), sottolineando come l’allontanamento dalla casa paterna rappresentasse una forma di resistenza, permettendo alle donne di sottrarsi a matrimoni combinati e di sperimentare forme di autodeterminazione in un periodo rivoluzionario. Infine, Lefkothea Rizopoulou e Melika Santalidou analizzano l’esperienza di un collettivo femminile in Grecia che ha lavorato sulla memoria delle violenze sessuali durante l’occupazione nazista nei primi anni Quaranta. In questo contesto, la denuncia pubblica delle violenze funge da autodifesa non solo contro l’aggressione subita, ma anche contro lo stigma e la vergogna cui le donne violentate erano tradizionalmente soggette.
La prima sezione ricostruisce la dimensione storica della riflessione sull’autodifesa femminista, mostrando come sia stato all’interno dell’esperienza del femminismo che, accanto a pratiche e forme individuali di autotutela, nacque la possibilità di immaginare pratiche collettive di difesa, fisica e giuridica, contro la violenza femminile. I cinque saggi che la compongono analizzano sia movimenti collettivi sia esperienze individuali che hanno contribuito alla definizione di questo campo di azione e pensiero. Il saggio di Alessandra Chiricosta è dedicato al primo movimento suffragista inglese del primo Novecento, che promuoveva corsi di autodifesa per le donne impegnate nella battaglia per il riconoscimento dei diritti politici. Ulrike Klöppel ricostruisce la storia del gruppo Wendo, nato in Canada e diffusosi in Europa, in particolare nella Germania occidentale, tra gli anni Ottanta e Novanta, come esperienza di autodifesa fisica e consapevolezza corporea. Lorenza Moretti indaga l’azione dei movimenti femministi italiani tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, mettendo in luce come, anche in Italia, si sia sviluppata una dimensione collettiva dell’autodifesa, attraverso percorsi di formazione, riflessione e riappropriazione degli spazi pubblici, in particolare dello spazio-notte, simbolo di libertà e autonomia femminile. Leila Spignese analizza la carriera dell’artista franco-americana Niki de Saint Phalle (1930-2002), autrice nei primi anni Sessanta di performance incentrate sull’elaborazione della propria esperienza traumatica: abusata dal padre da bambina, l’artista mise in scena la sua rabbia sparando contro sagome maschili che rappresentavano metaforicamente il padre, gli uomini, il patriarcato. Infine, Fiona Wachberger esplora il tema delle fantasie di violenza femminile nella letteratura, interrogandosi sul ruolo simbolico e politico di tali rappresentazioni nella costruzione di un immaginario dell’autodifesa.
La seconda sezione è dedicata al diritto e, attraverso l’analisi di sentenze e carte processuali, indaga la riproduzione della violenza di genere nelle retoriche giudiziarie relative a cause di donne coinvolte in episodi di violenza domestica. Ilaria Boiano esamina la parzialità di genere insita nell’istituto della legittima difesa, ripercorrendone la storia novecentesca. Francesca Frisone, a partire da sentenze della Corte d’Assise di Reggio Calabria degli anni Trenta, riflette sulle motivazioni che impedirono il riconoscimento della legittima difesa a donne imputate di omicidio, spesso in contesti di violenza sessuale o familiare. In tali casi, il peso della cultura dell’onore (concetto legato alla sfera sessuale e di conio maschile) emerge in modo netto: rapporti prematrimoniali avvenuti per stupro o per una promessa di matrimonio non mantenuta potevano compromettere irrimediabilmente la vita di una donna ancora in epoca contemporanea. Cecilia Nubola analizza un corpus di processi a carico di donne imputate di omicidio o tentato omicidio negli anni Quaranta e Cinquanta. Si tratta di donne che uccidono partner o ex partner dopo essere state compromesse o maltrattate per anni. Nessuna di loro ottenne le attenuanti previste dal cosiddetto delitto d’onore, rimasto in vigore in Italia e applicato per gli uomini fino al 1981 (quando fu abrogato l’art. 587 del codice penale, che prevedeva pene lievi per chi «cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia»). La critica femminista, sin dagli anni Settanta, ha denunciato la parzialità di genere del diritto e il modo in cui i tribunali contribuivano alla riproduzione della violenza maschile. Su questo tema si concentrano i saggi di Paola Stelliferi e Valeria Gallicchio, che ricostruiscono il ruolo di avvocate e giuriste nell’elaborare pratiche di autodifesa legale e nel fondare i primi centri antiviolenza italiani. L’autodifesa assunse così una dimensione collettiva e plurale, dato che i movimenti femministi partecipavano alle udienze per sostenere le donne imputate dopo aver denunciato violenze.
La terza sezione del volume offre una panoramica sulle opportunità e sugli strumenti attraverso cui le donne hanno cercato di impiegare forme di difesa e autodifesa dalla violenza maschile, dall’età moderna fino a quella contemporanea, mettendo in luce storie di resistenza dalle maglie oppressive del potere patriarcale. Simona Feci analizza i rimedi a disposizione delle donne nella Roma seicentesca, in un contesto in cui le istituzioni spesso non solo non tutelavano le vittime di violenza domestica, ma incoraggiavano la ricomposizione forzata della coppia. Le donne, in assenza di protezione legale, potevano rivolgersi a pozioni o «rimedi magici» come strategie per contrastare oppressione e violenza. Nere Jone Intxaustegi Jauregi sposta l’analisi nei Paesi Bassi tra Sei e Settecento, evidenziando come le donne cercassero soluzioni alternative in caso di dissidi coniugali, muovendosi all’interno di contesti sociali caratterizzati da regole matrimoniali rigide e da limitate possibilità di autodeterminazione. Flores Reggiani esplora le esperienze di fuga delle donne lombarde durante la Repubblica Cisalpina (1796-1799), sottolineando come l’allontanamento dalla casa paterna rappresentasse una forma di resistenza, permettendo alle donne di sottrarsi a matrimoni combinati e di sperimentare forme di autodeterminazione in un periodo rivoluzionario. Infine, Lefkothea Rizopoulou e Melika Santalidou analizzano l’esperienza di un collettivo femminile in Grecia che ha lavorato sulla memoria delle violenze sessuali durante l’occupazione nazista nei primi anni Quaranta. In questo contesto, la denuncia pubblica delle violenze funge da autodifesa non solo contro l’aggressione subita, ma anche contro lo stigma e la vergogna cui le donne violentate erano tradizionalmente soggette.
Una consapevolezza storica per promuovere un cambiamento
Ancora nel 2022, in Italia, un omicidio su tre è stato un femminicidio (il dato è fornito dalle curatrici nell’introduzione a L’autodifesa delle donne; nessuno dei due volumi peraltro contiene saggi che analizzino dati statistici). Basta questo ordine di grandezza a indicare quanto sia urgente conoscere la storia della violenza contro le donne e le pratiche di autodifesa da esse elaborate di conseguenza. Ripercorrere tali vicende, infatti, permette di riconoscere la specificità di genere della violenza, intesa come espressione di potere maschile su soggetti femminili, radicata in un sistema che per secoli ha considerato la figura maschile gerarchicamente superiore.
Riflettere su queste radici storiche e culturali consente di comprendere il significato simbolico e sociale, ossia relazionale, di tale disparità, acquisendo consapevolezza dell’origine, del peso e delle conseguenze di pensieri, gesti e comportamenti quotidiani. Solo a partire da questa consapevolezza, che coinvolge direttamente ciascuna e ciascuno, è possibile promuovere cambiamenti culturali e strutturali, capaci di contrastare nel presente la violenza di genere.
Novembre 2025
Immagine: manifestazione del movimento Ni una menos a Buenos Aires, Argentina, nel 2017.
Riflettere su queste radici storiche e culturali consente di comprendere il significato simbolico e sociale, ossia relazionale, di tale disparità, acquisendo consapevolezza dell’origine, del peso e delle conseguenze di pensieri, gesti e comportamenti quotidiani. Solo a partire da questa consapevolezza, che coinvolge direttamente ciascuna e ciascuno, è possibile promuovere cambiamenti culturali e strutturali, capaci di contrastare nel presente la violenza di genere.
Novembre 2025
Immagine: manifestazione del movimento Ni una menos a Buenos Aires, Argentina, nel 2017.
Per approfondire
Il testo ufficiale (in inglese) della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne adottata il 20 dicembre 1993 (risoluzione 48/104) è disponibile online.
Il libro di Elsa Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza, trad. di Annalisa Romani, Fandango, Roma 2020 è uscito in edizione originale nel 2017 (Se défendre. Une philosophie de la violence, La Découverte, Paris).
Per orientarsi sui percorsi della storia delle donne e della storia di genere, si può partire dall’articolo di Tommaso Scaramella in questo stesso spazio online. E sempre qui, segnaliamo anche il contributo di Valeria Gallicchio dedicato al 25 novembre «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne» nella sezione «Calendario civile».
Il libro di Elsa Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza, trad. di Annalisa Romani, Fandango, Roma 2020 è uscito in edizione originale nel 2017 (Se défendre. Une philosophie de la violence, La Découverte, Paris).
Per orientarsi sui percorsi della storia delle donne e della storia di genere, si può partire dall’articolo di Tommaso Scaramella in questo stesso spazio online. E sempre qui, segnaliamo anche il contributo di Valeria Gallicchio dedicato al 25 novembre «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne» nella sezione «Calendario civile».