25 novembre. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

A cura di Valeria Gallicchio

Come è stata individuata e come si è imposta una data del calendario civile globale: designata e rivendicata “dal basso” sin dagli anni Ottanta del XX secolo, si è istituzionalizzata nel 2000. Come altre ricorrenze nate da lotte e movimenti collettivi, la giornata «per l’eliminazione della violenza contro le donne» rilancia un impegno continuo, quotidiano, per trasformare la società e immaginare un futuro fatto di relazioni più umane e più giuste. Con una nota sulla storiografia recente sulla storia della violenza di genere.

 

La data

Con la risoluzione 54/134 del 7 febbraio 2000, l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha designato il 25 novembre come «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne». All’interno del documento questa viene definita come «qualsiasi atto che produca sofferenza fisica, sessuale o psicologica alle donne, privandole della libertà di espressione e azione nella sfera pubblica o privata». Inoltre, la violenza di genere viene letta come il frutto di una storica disparità di potere nelle relazioni tra uomini e donne, che impedisce a quest’ultime di godere appieno dei propri diritti umani e che costituisce un ostacolo al raggiungimento di obiettivi globali di pace e uguaglianza.

La scelta di intervenire in questa materia arrivò alla fine di un decennio in cui le organizzazioni internazionali avevano già avvertito l’urgenza di pronunciarsi sulla violenza di genere, raccogliendo le istanze provenienti dai movimenti della società civile e richiamando quindi la responsabilità di vari attori collettivi nel contrastare e prevenire il fenomeno.

Nel 1993 la stessa ONU aveva approvato la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, mentre al Tribunale penale per l’ex Jugoslavia (istituito con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU n. 827 nello stesso anno) veniva riconosciuto per la prima volta dal diritto internazionale lo stupro come arma di guerra e crimine contro l’umanità. Anche in questo caso furono in primo luogo organizzazioni e gruppi di donne a denunciare le migliaia di stupri (soprattutto ai danni di donne bosniache) avvenuti durante la guerra, sottolineando il deliberato scopo identitario ed etnico di questo tipo di violenza. L’aggressione alle donne simboleggiava, cioè, la conquista del territorio e l’annientamento dell’identità del nemico.

Con l’istituzione del 25 novembre, dal 2000 l’ONU invita singoli individui, Organizzazioni non governative, associazioni della società civile, così come Stati e organizzazioni internazionali, a progettare eventi, attività, manifestazioni che contribuiscano a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza.

 

Una giornata che viene dal Sud America e «dal basso»

Il testo della risoluzione dell’ONU non lo specifica, ma le radici di questa ricorrenza si collocano in Sud America, nel contesto dei movimenti femministi e delle donne negli anni Ottanta: prima di diventare una data istituzionale, il 25 novembre fu proclamato «dal basso».

Nel luglio 1981 si tenne a Bogotà, in Colombia, il primo incontro femminista del Sud America e dei Caraibi, a cui parteciparono oltre 200 donne provenienti da diversi Paesi. Organizzazioni e gruppi femministi sudamericani, che fino ad allora avevano agito soprattutto a livello locale e regionale, si incontrarono per scambiarsi idee e opinioni, discutere dei problemi più urgenti e proporre progetti per il futuro da realizzare a livello transnazionale. I temi all’ordine del giorno riguardavano la pratica femminista e la vita delle donne, come il lavoro, il rapporto tra donne e cultura, i diritti sessuali e riproduttivi, la violenza. Durante la discussione plenaria dell’ultima giornata si stabilì che il 25 novembre diventasse la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ricordando l’assassinio delle sorelle Mirabal avvenuto il 25 novembre 1960 nel contesto della dittatura di Rafael Leonidas Trujillo (1891-1961) nella Repubblica Dominicana.

Patria (nata nel 1924), Minerva (nata nel 1926) e Maria Teresa (nata nel 1935) Mirabal, conosciute con il nome in codice las mariposas (le farfalle), negli anni Cinquanta furono tra le principali protagoniste dell’opposizione alla dittatura che Trujillo aveva imposto nel Paese caraibico sin dal 1930. Entrate da anni nel mirino del dittatore, dopo aver scontato periodi di prigionia e diverse forme di persecuzione, la sera del 25 novembre 1960, di ritorno da una visita ai loro mariti, anche loro oppositori finiti in carcere, furono brutalmente assassinate. I loro corpi furono gettati in un dirupo. Nonostante i tentativi di depistaggio, le vere cause della loro morte furono presto chiare e l’assassinio contribuì a rinforzare il movimento di opposizione al dittatore. L’ondata di indignazione determinò il clima in cui, appena sei mesi dopo, Trujillo fu ucciso. La storia delle sorelle Mirabal cominciò a essere conosciuta a livello internazionale dopo la pubblicazione nel 1994 del romanzo di Julia Alvarez In the Time of the Butterflies (tradotto in italiano nel 1997 con il titolo Il tempo delle farfalle e diventato un film nel 2001).

In Sud America le tre donne divennero subito un simbolo della lotta di liberazione dalla dittatura e contribuirono anche a costruire un immaginario nuovo dell’attivismo femminile: le donne potevano partecipare in prima persona al cambiamento politico, non solo come mogli o figlie dei «veri» protagonisti maschi.

 

Una battaglia per lo spazio pubblico e nello spazio privato

Scegliendo questa data, i movimenti femministi del Sud America rendevano chiara la connessione tra sfera pubblica e sfera privata, che spesso si realizza nella violenza di genere: nell’uccisione delle sorelle Mirabal si riconoscevano tanto un movente politico, quanto una specificità di genere.

Una delle prime acquisizioni dei movimenti femministi a partire dagli anni Settanta fu proprio una nuova considerazione della relazione tra spazio pubblico ed esperienza privata, condensata nel famoso slogan «il personale è politico». La divisione tra spazio domestico-privato e spazio pubblico-politico è stata a lungo una divisione di genere: la mancanza di diritti politici e civili, la disparità in ambito lavorativo, le disuguaglianze all’interno della famiglia e del matrimonio riducevano significativamente il libero accesso delle donne alla sfera pubblica. Il movimento femminista, attraverso rivendicazioni legate al corpo, alla famiglia, alla sessualità, portava alla luce l’urgenza non solo di un nuovo protagonismo delle donne nello spazio pubblico, ma soprattutto di indagare le radici storiche e culturali di fenomeni solo all’apparenza individuali e privati. Attraverso uno spostamento del confine tra sfera pubblica e sfera privata, cioè, si mettevano in evidenza le cause politiche, economiche e sociali alla base della condizione delle donne.

 

La campagna dei «16 giorni»

Dieci anni dopo l’iniziativa sudamericana, nel 1991 il Center for Women’s Global Leadership della Rutgers’ University, negli Stati Uniti, lanciò i 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, una serie di manifestazioni che cominciavano appunto il 25 novembre per approdare al 10 dicembre, ovvero la Giornata internazionale dei diritti umani (istituita nel 1948 con la Dichiarazione Universale dei diritti umani dell’ONU). Attiva ancora oggi, si tratta di una delle più longeve campagne globali per i diritti delle donne. A partire dal 2008 vi ha aderito anche l’ONU, con l’iniziativa «UNITE by 2030 to End Violence against Women».

Questa campagna, pensata di respiro internazionale, ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e i governi sulla connessione tra violenza di genere e diritti umani, attraverso l’organizzazione di iniziative (ogni anno legate a un tema diverso) che coinvolgano diverse componenti della società a livello transnazionale.

 

Anche in Italia il 25 novembre guarda al Sud America

Il 25 novembre è entrato sulla scena pubblica italiana in seguito alla risoluzione dell’ONU. Nell’ultimo decennio, la rete transfemminista (così si definisce il movimento femminista che vuole andare oltre all’idea di genere binario) Non una di meno (Nudm) ne ha accresciuto significativamente il valore e l’esperienza, affinché non restasse solo un rituale istituzionale ma diventasse un’occasione di lotta e di intervento concreto. Anche Nudm ha origini sudamericane: si tratta infatti dell’espressione italiana del movimento argentino Ni una menos, sorto nel 2015, battezzandosi secondo un verso della poeta messicana Susana Chávez Castillo (1974-2011), «Ni una mujer menos / ni una muerta mas» («Non una donna di meno, non una morta in più»), a sua volta attivista e vittima di femminicidio.

Conviene soffermarsi su quest’ultimo termine, che ha preso piede di recente. Si utilizza per indicare non genericamente l’uccisione di una donna, ma la specificità di un movente di genere che ne è alla base. Spesso commesso da partner o familiari, il femminicidio presuppone una specifica situazione di disuguaglianza di genere e di dominio maschile e, in genere, è il culmine di una serie di altre violenze protratte nel tempo. Il grande dibattito legato alla diffusione del termine, soprattutto a partire dall’inizio degli anni Duemila, ha avuto conseguenze significative: non ha permesso solo l’introduzione di una nuova fattispecie di reato, ma anche di nominare, quindi di rendere visibile e conoscibile, la realtà culturale e sociale di stampo patriarcale che fa da sfondo a questo tipo di omicidio. Anche in questo caso le radici si trovano in America Latina, a partire soprattutto dalla denuncia, da parte di gruppi femministi, di centinaia di uccisioni di donne avvenuti in Messico, a Ciudad Juárez, dagli anni Novanta. Il silenzio e gli insabbiamenti da parte di media, forze dell’ordine e governi locali attorno all’uccisione (preceduta da rapimenti e brutali sevizie) di queste donne intendevano nascondere la connessione tra interessi economici, traffici illegali e discriminazioni alla base degli omicidi: la grande mobilitazione dei movimenti delle donne, invece, permise di portare il caso all’attenzione internazionale.

In questo solco, Ni una menos ha proposto una visione della violenza di genere in cui questa, non più relegata solo all’ambito privato e famigliare, venisse indagata nelle sue radici strutturali e culturali, chiamando in causa l’intero sistema economico e politico del Paese. Il movimento partiva da un forte radicamento nel territorio e proponeva soluzioni collettive e comunitarie per rispondere alle violenze, restituendo alle vittime quell’autonomia di scelta e di giudizio che spesso i media e gli interventi legislativi negavano. Tale impostazione superò rapidamente i confini del Paese e poi del continente. Tramite i social network si saldarono movimenti e mobilitazioni in diverse parti del mondo (per esempio, le rivendicazioni per il diritto all’aborto in Polonia nel 2016 o il #metoo nel 2017), creando così una rete transnazionale di confronto e contaminazione reciproca in termini di slogan, forme e obiettivi della mobilitazione.

Anche in Italia Nudm nacque formalmente con una grande manifestazione convocata a ridosso della «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne» (26 novembre 2016) sulla scia di un femminicidio, quello di Sara di Pietrantonio (avvenuto a Roma il 29 maggio 2016). Il movimento, che riuniva una rete di associazioni e gruppi femministi già attivi da decenni su tutto il territorio nazionale, si opponeva alle soluzioni securitarie e vittimistiche spesso proposte dai governi attraverso interventi legislativi: per affrontare il problema della violenza e aiutare realmente le vittime bisognava individuare soluzioni che minassero dalla base la cultura e la struttura delle relazioni da cui questa violenza nasce, piuttosto che puntare all’inasprimento delle pene o alla responsabilizzazione delle vittime.

 

Per Giulia Cecchettin, uccisa nel 2023

L’ampiezza della mobilitazione è cresciuta costantemente negli ultimi dieci anni, così come lo spazio che i femminicidi e la violenza di genere hanno avuto nelle cronache nazionali e internazionali. Nel caso italiano, un altro spartiacque è stato, nel novembre 2023, l’uccisione di Giulia Cecchettin, a cui venne dedicato il corteo nazionale del 25 novembre di quell’anno. La notizia entrò sin da subito nel dibattito pubblico e suscitò una risposta enorme da parte dei movimenti femministi, che in tutta Italia organizzarono fiaccolate, presidi e manifestazioni rumorose.

Contribuirono a questa reazione gli interventi lucidi del padre e della sorella di Cecchettin, che imposero una riflessione complessa sul femminicidio. Elena Cecchettin rifiutava, infatti, una visione dell’omicida come «mostro», ritenendolo invece un prodotto «tipico» della cultura patriarcale e chiedendo per la sorella non un minuto di silenzio, ma di «bruciare tutto», citando un verso dell’attivista peruviana Cristina Torre-Cáceres (1993) («Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto/Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima»).

Gli interventi portarono all’attenzione di un pubblico ampio la persistenza del patriarcato non come sistema giuridico, ma come sistema culturale e simbolico fondato sul dominio maschile che, per perpetuarsi e imporsi, si serve anche della violenza. Questo riecheggiava decenni di riflessione femminista sul tema, spesso minimizzati o non considerati dai media, ma ormai non più evitabili.

 

Storia e storiografia della violenza di genere

Negli ultimi decenni anche la ricerca storica ha cominciato a occuparsi della storia della violenza di genere, da diverse prospettive e secondo diversi piani di analisi: interrogando la storia del diritto, la costruzione della famiglia, l’evoluzione dei modelli di mascolinità nel tempo, nonché la risposta di movimenti e mobilitazioni collettive come atto di resistenza. Questo ha dimostrato come la violenza di genere non sia una «emergenza» dell’età contemporanea, ma abbia a che fare con una complessità di questioni, simboli, stereotipi e comportamenti che devono essere considerati nella loro interezza e nel loro spessore storico per comprenderne la portata.

Questi studi hanno permesso di fare luce su un fenomeno a lungo relegato nel privato e nel silenzio e di introdurre nuovi discorsi e nuovi quadri interpretativi particolarmente utili nel presente. Infatti, nonostante l’enorme presenza del tema nel dibattitto pubblico, le narrazioni mainstream spesso avanzano interpretazioni fuorvianti: molti discorsi rischiano di colpevolizzare le vittime, «mostrificare» i colpevoli, accusare situazioni di marginalità sociale o economica come fonte principale delle violenze. La consapevolezza della dimensione storica aiuta a contrastare queste semplificazioni, interrogando le culture che nel corso dei secoli, secondo modalità e linguaggi diversi, hanno permesso il perpetuarsi del dominio maschile e delle disuguaglianze di genere nel privato tanto quanto nel pubblico.

Valga a titolo di esempio il recente volume di Simona Feci e Laura Schettini, L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia, uscito nel 2024 proprio in corrispondenza del 25 novembre, proseguendo lo studio cominciato nel 2017 con il volume La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI).

L’opera, attraverso i contributi di studiose di varie discipline, intende avviare una riflessione sulla dimensione storica dell’autodifesa femminile, indagandone le forme, i soggetti, gli orizzonti in cui si è realizzata, gli impedimenti e silenziamenti che ha incontrato nel corso dei secoli. Si legge nell’introduzione, infatti, che la cancellazione dell’esperienza di autodifesa delle donne dalla storia «si configura come un dispositivo, uno strumento che collabora alla realizzazione e alla riproduzione della violenza di genere»: riportarlo alla luce significa nominarlo e quindi renderlo possibile e praticabile anche nel presente. Studiare le diverse forme di autodifesa, agite sul piano simbolico, materiale o giuridico, significa assumere una prospettiva in cui le donne non subiscono solo la violenza, ma reagiscono e vi si oppongono, spesso appoggiandosi a una rete di rapporti e costruendo una risposta collettiva.

È in questa direzione, dunque, che si colloca l’utilità e l’importanza di una data come il 25 novembre: di fronte al continuo aumento delle violenze, in un contesto globale in cui i diritti legati al genere vacillano e vengono minacciati su più fronti, ricordare la risposta collettiva alla violenza di genere, restituirle una dimensione storica e collocarla in una specifica cultura del dominio maschile è di per sé un atto di resistenza.

Novembre 2025

Immagine: partecipante a una manifestazione contro la violenza sulle donne mostra la scritta “Quando una donna fa un passo, avanziamo tutte quante”.

 

Per approfondire

Sono disponibili online i testi ufficiali (in inglese) delle risoluzioni dell’ONU 54/134 del 7 febbraio 2000 e della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne adottata il 20 dicembre 1993 (risoluzione 48/104). Si veda anche il sito dell’agenzia dell’ONU UN Women creata per sostenere l’uguaglianza di genere e il pieno e libero sviluppo delle donne e la pagina dedicata alla campagna «UNITE to End Violence against Women»; si veda ancora la pagina del Comitato italiano dell’organizzazione.

Il romanzo di Julia Alvarez dedicato alle sorelle Mirabal è tradotto in italiano: Il tempo delle farfalle, trad. di Luisa Corbetta, Giunti, Firenze 1998 (l’ed. più recente è del 2019); nel 2001 ne è stato tratto il film dallo stesso titolo, diretto da Mariano Barroso e interpretato da Salma Hayek (produzione USA, Messico; durata 90 minuti).

Sono tradotti in italiano i versi di Susana Chávez Castillo, Prima tempesta. Non una donna di meno, non una morta in più, a cura e traduzione di Concita De Gregorio, Edizioni Sur, Roma 2024. I versi di Cristina Torre Cáceres sono circolati tramite i social network, diventando «virali» in tutto il mondo.

I due volumi curati da Simona Feci e Laura Schettini sono: La violenza contro le donne nella storia. Contesti, linguaggi, politiche del diritto (secoli XV-XXI), Viella, Roma 2017 e L’autodifesa delle donne. Pratiche, diritto, immaginari nella storia, Viella, Roma 2024; si rimanda alla scheda curata da Tommaso Scaramella.

Per una storiografia della violenza di genere si segnalano ancora:

Marco Cavina, Nozze di sangue. Storia della violenza coniugale, Laterza, Roma-Bari 2011;

Nadia Maria Filippini, Mai più sole contro la violenza sessuale. Una pagina storica del femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma 2022;

Storia delle donne nell’Italia contemporanea, a cura di Silvia Salvatici, Carocci, Roma 2022, in part. il capitolo di Laura Schettini, La violenza maschile contro le donne, pp. 135-161.

Sulla storia del 25 novembre nel mondo e in Italia è possibile consultare alcuni articoli usciti sulla stampa periodica:

Lea Melandri, Storie e contraddizioni da superare nella giornata contro la violenza sulle donne, “Internazionale”, 24 novembre 2016, disponibile online.

Claudia Fanti, Il grido collettivo partito dall’Argentina «Ni una menos», il manifesto, 25 novembre 2017.

Sul termine, il concetto e il reato di femminicidio:

Ida Dominijanni, Il campo di battaglia del patriarcato vacillante, «Internazionale», 23 novembre 2023, disponibile online.

Laura Schettini, Le radici sociali, culturali e giuridiche della violenza di genere, «Il Bo Live. Università di Padova», 25 novembre 2023, disponibile online.

Giulia Siviero, Come il femminicidio è entrato nei codici penali, «Il Post», 5 settembre 2025, disponibile online.

Sui femminicidi di Ciudad Juárez, è disponibile in italiano la traduzione dell’inchiesta del giornalista Sergio González Rodríguez, Ossa nel deserto, trad. di Gina Maneri, Andrea Mazza, Adelphi, Milano 2006.

Per alcuni dati e statistiche recenti, si rimanda: al sito del Ministero dell’Interno, pagina dedicata a «Omicidi volontari e violenza di genere» (aggiornato ottobre 2025); ai dati raccolti da Nudm a partire dal 2000 (aggiornamenti a cadenza mensile). Meno aggiornati i dati forniti dall’Istat. Per uno sguardo globale, si veda il rapporto 2024 dell’UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine).

 

L’autrice

Valeria Gallicchio è dottoranda presso l’Università Orientale di Napoli, dove svolge una ricerca sulla mobilitazione femminista di contrasto alla violenza di genere tra gli anni Settanta e Novanta del XX secolo.

 

Appendice. Alcune date, 2000-2025

2000: l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) designa il 25 novembre come «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne»

2006: l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) pubblica la prima indagine interamente dedicata al fenomeno della violenza maschile contro le donne (La violenza contro le donne. Indagine multiscopo sulle famiglie «Sicurezza delle donne», disponibile online)

2008: la risoluzione 1820 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nell’ambito della relazione tra donne, pace e conflitto condanna l’uso della violenza sessuale come arma di guerra

2011: viene adottata dal Consiglio d’Europa la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, nota come Convenzione di Istanbul (entra in vigore nel 2014). È il primo strumento giuridico internazionale di contrasto alla violenza di genere vincolante per gli Stati che vi aderiscono

2015: nasce il movimento transfemminista contro la violenza di genere Ni una menos in Argentina

2016: nasce il movimento transfemminista contro la violenza di genere Non una di meno in Italia

2017: i movimenti femministi e delle donne di tutto il mondo indicono una giornata di sciopero globale per l’8 marzo

2017: nasce il movimento #metoo. Il «New York Times» pubblica un’inchiesta sulle molestie sessuali a Hollywood, accusando in particolare il produttore cinematografico Harvey Weinstein. L’attrice Alyssa Milano lancia su Twitter l’hashtag #metoo, invitando le donne che avevano subito abusi a uscire dal silenzio e condividere la propria testimonianza. Migliaia di donne rispondono all’appello e il movimento diventa globale

2022: Mahsa Amini viene uccisa in Iran dalla polizia religiosa per non aver indossato il velo (hijab) correttamente; la sua morte provoca un’ondata di proteste, che raggiunge presto tutto il mondo al grido Jin Jiyan Azadi, «Donna Vita Libertà»;

2023: femminicidio di Giulia Cecchettin;

2024: inizia il processo che vede coinvolta Gisèle Pelicot, per anni sedata dal marito e stuprata da sconosciuti. Pelicot decide che il suo processo sia celebrato a porte aperte perché «la vergogna deve cambiare lato». Il movimento femminista francese si mobilita sin da subito e i fatti generano dibattiti e mobilitazioni che travalicano i confini nazionali.