Un volto di pietra, che ancora ci scruta

Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto, Einaudi, Torino 2023 (prima ed. 2015), 393 p. Scheda a cura di Tommaso Scaramella

Di recente, lo storico della scienza Massimo Bucciantini ha ricostruito la storia dell’elevazione del monumento a Giordano Bruno a Campo dei Fiori, nel cuore di Roma. La statua fu oggetto di una battaglia simbolica tra un’Italia laica e anticlericale e una Chiesa reazionaria, prosecuzione, dopo il 1870, delle tensioni del Risorgimento. Un libro che riguarda una delle pagine più delicate dell’«autobiografia della nazione» (il rapporto tra Stato italiano e Chiesa) e, tra le altre cose, ci ricorda come le polemiche politiche possano innescare fruttuose ricerche (in questo caso, quelle sul processo a Giordano Bruno). Una lettura che, infine, può risvegliare la nostra attenzione su dove, quando e perché in molte città una via fu intitolata al «Venti settembre» (o «XX settembre»), l’anniversario della presa di Roma (nel 1870) e una data accolta poco e male nel calendario civile italiano.

 

Un monumento che divise

Si può scrivere la biografia di una statua? Lo storico della scienza Massimo Bucciantini adotta proprio questo proposito nel suo libro Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto (2015), recentemente riedito all’interno della Piccola Biblioteca Einaudi (2023).

La statua in questione è quella di Giordano Bruno, eretta a Roma nel 1889 nella stessa piazza in cui, il 17 febbraio 1600, il filosofo domenicano fu arso vivo in seguito alla condanna per eresia emessa contro di lui dal tribunale dell’Inquisizione romana. Al centro del libro stanno dunque le complesse e controverse vicende che portarono all’erezione del monumento in suo onore.

Dall’idea iniziale (1876) all’effettiva realizzazione trascorsero ben tredici anni. Fu un decennio caratterizzato da forti contrapposizioni politiche, tra entusiasti e ostinati sostenitori dell’iniziativa (tra i quali figurarono due comitati studenteschi romani, in grado di mobilitare l’opinione pubblica e instaurare contatti anche internazionali) e i suoi più fermi detrattori, nelle fila di un movimento cattolico che vedeva invece in Bruno l’ultimo emblema della lotta anticlericale, la cui memoria così riabilitata costituiva un’oltraggiosa sfida alla Chiesa. Per questi ultimi, si trattava di un monumento «maledetto». Nel mezzo, le lungaggini burocratiche e i difficili equilibri tra due comitati promotori – espressi rispettivamente dal comune di Roma e dal governo centrale – e le autorità ecclesiastiche, a cominciare da papa Leone XIII. Ecco, dunque, la sfida di Bucciantini: ricostruire, attraverso la storia di un oggetto, la storia di tutto un contesto.

 

Un simbolo e il suo contesto

E, in effetti, a leggerla come se fosse una biografia, la statua dedicata a Giordano Bruno e la battaglia che portò alla sua istituzione consentono a Bucciantini di illuminare, più in generale, un passaggio decisivo della storia italiana, allora recente. Pochi anni erano trascorsi dalla breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, quando l’esercito piemontese era entrato a Roma con la forza, decretando la fine dell’ultimo lembo di potere temporale del papa, riducendolo, unilateralmente, al solo Vaticano. La conseguente annessione di Roma al nuovo regno d’Italia – di cui divenne capitale nel 1871 – aveva coronato il percorso di unificazione nazionale, esito della stagione risorgimentale. Un passaggio gravido di conseguenze non solo sul piano politico, ma anche su quello culturale. E infatti la storia del monumento e della sua piazza può essere presa a osservatorio privilegiato dei profondi cambiamenti che, da lì in avanti, avrebbero interessato la difficile separazione tra sfera religiosa e civile, da cui prese nuova linfa la battaglia per il libero pensiero e la laicità dello Stato, contro ogni dogma e oscurantismo confessionale.

 

La prima parte del libro: il progetto, la battaglia di idee

Il libro si articola in quattordici capitoli, che possono essere raggruppati in due parti. Dopo un breve prologo e un primo capitolo, in cui si presenta l’importanza della figura di Bruno e il suo ruolo emblematico per la libertà di pensiero, i capitoli 2-6 si soffermano sull’avvio del progetto di realizzazione della statua e sulle numerose battute d’arresto. Viene ricostruita la storia del primo comitato universitario, attivo alla Sapienza, che portò a stilare un manifesto politico a sostegno dell’iniziativa, il quale fu fatto ampiamente circolare e sottoscrivere. Si capisce bene come fu innanzitutto un’operazione culturale, volta cioè a far conoscere una figura del passato della quale in pochi ricordavano le vicende. Il capitolo terzo, per esempio, affronta esplicitamente il tema della «costruzione del mito», vale a dire l’impegno dei sostenitori a diffondere le gesta eroiche di Bruno attraverso la scrittura di profili biografici. Delle vicende che interessarono Bruno, del resto, ben poco si conosceva in quel tempo. Complice anche l’inaccessibilità dell’archivio del Sant’Uffizio e la dispersione dei suoi processi conseguente al passaggio delle carte a Parigi nel 1810 a opera di Napoleone, non esisteva una traccia diretta del processo contro Bruno. Tanto che, sul fronte avversario, questo elemento venne utilizzato per mettere in dubbio la crudeltà e i contorni della condanna, sostenendo piuttosto che si stesse tentando di celebrare un miscredente bestemmiatore, anziché un eroe del libero pensiero.

Ai toni battaglieri e poco concilianti del primo comitato, principale motivo di insuccesso e di scontro con le istituzioni comunali, si sostituirono quelli più mediati del secondo comitato, a partire dal 1884. Anche se il valore simbolico della battaglia non venne mai meno, fu proprio questo cambio di strategia, dettato anche dall’avvicendamento delle persone coinvolte, a creare il consenso necessario al buon esito dell’iniziativa. Nel frattempo, dal 1887, alla guida del Consiglio dei ministri era salito Francesco Crispi, del quale erano note le posizioni ostili allo Stato della Chiesa. Il suo ruolo fu decisivo per superare le ultime resistenze.

 

La seconda parte del libro: una questione nazionale e internazionale

Il settimo capitolo è quello che indica il cambio di passo della vicenda. Da romana che era, la questione diventò presto nazionale. Un cambiamento che fu visibile anche nell’immagine che si volle dare alla statua: dalle pose enfatiche dei primi bozzetti, con il martire ritratto mentre parla al popolo con il braccio alzato e il libro squadernato, si arrivò, per sottrazione, al bozzetto della statua definitiva, dove Bruno è rappresentato in un più intimo raccoglimento, con le mani incrociate sul libro chiuso e lo sguardo fisso davanti a sé. Un pensoso silenzio tutt’altro che passivo, anzi dirompente.

I capitoli successivi ripercorrono i momenti preparatori della grande «festa» che si celebrò il 9 giugno del 1889 in Campo dei Fiori per l’inaugurazione della statua. Roma si trovò così di fronte a un significativo momento di svolta. Non più la città della religiosità e delle trame di potere, ma il laboratorio del libero pensiero che prende coscienza del passato e immagina un futuro diverso, apertamente.

Roma fu meta di decine di migliaia di manifestanti, una pacifica invasione o, si potrebbe dire, un pellegrinaggio laico, che provocò altre reazioni contrastanti, e non poteva essere altrimenti per un fatto che per sua natura era destinato a dividere. Da un lato, l’agognata apertura alla modernità. Dall’altro, la difesa reazionaria dello status quo. Nel mezzo, la statua che continuò a essere letta alternativamente come l’emblema di chi non chinò la testa alla sopraffazione del potere temporale della Chiesa, oppure come un oltraggio alla Città eterna.

E, del resto, ieri come oggi, l’istituzione di monumenti nello spazio pubblico non è mai un atto neutrale. È, infatti, il risultato di una precisa sensibilità sulle cose, in questo senso politica, espressione cioè di una visione sul passato, che è determinata dal presente, e che si proietta sul futuro.

La statua di Bruno fece da apripista, come ricorda il capitolo tredicesimo, visto che nello stesso 1889 (avrà contato anche il primo centenario della Rivoluzione francese?) a Parigi venne eretto il monumento all’umanista Étienne Dolet, bruciato sul rogo nel 1546 per ateismo, cui seguì l’inaugurazione della statua a Paolo Sarpi a Venezia, in Campo Santa Fosca, nel 1892.

Da allora, come ricorda l’ultimo capitolo, Campo dei Fiori divenne insieme luogo della memoria e di appuntamento politico. Si pensi alle grandi manifestazioni novecentesche a favore del divorzio o contro l’aborto clandestino, che ebbero luogo proprio in quella piazza romana. Insomma, chi vedeva nella statua di Bruno l’innesco di un progetto più grande aveva visto lungo.

 

Dalla celebrazione allo studio

Un ultimo appunto merita la storia del processo a Bruno (o, meglio, dei processi: il primo, dell’Inquisizione veneziana; il secondo, di quella romana). Una storia che oggi può essere ricostruita anche attraverso l’edizione dei documenti curata da Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno, lavoro che risale al 1948-1949, rivisto dall’autore molti anni dopo e infine uscito postumo (a cura di Diego Quaglioni, Salerno Editrice, Roma 1993).

L’interesse per la vicenda giudiziaria di Bruno e la spinta verso lo studio dei processi a suo carico possono essere letti come un ulteriore risultato del dibattito sorto intorno all’intitolazione della statua. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, infatti, gli studiosi si dedicarono a cercare negli archivi gli atti dei processi cui fu sottoposto. Il procedimento intero non fu mai trovato. Solo nel 1891, dopo l’inaugurazione del monumento, riemerse la «prova» della sua condanna, grazie alle carte della confraternita di San Giovanni Decollato ritrovate nell’Archivio di Stato di Roma. La confraternita era dedita ad accompagnare i condannati a morte al patibolo e nell’archivio comparve anche l’ultimo supplizio patito da Bruno. Dopo sette anni di prigionia nelle carceri dell’Inquisizione romana e la messa all’Indice dei suoi libri, Bruno era stato trasferito nelle carceri di Tor di Nona, sotto la giurisdizione del Governatore di Roma cui spettava l’applicazione della sentenza di morte (da prassi le condanne dell’Inquisizione erano eseguite dalle autorità laiche). Sino all’ultimo, Bruno resistette alle esortazioni dei confratelli ad abiurare. Se, in un primo momento, il domenicano era parso anche disposto a ritrattare, alla fine scelse di difendere la sua filosofia in contrasto con la visione geocentrica e finita dell’universo, ovvero, per riprendere parole di Luigi Firpo, il «diritto dell’uomo di credere a ciò che pensa, non di pensare per forza quello cui altri vuol ch’egli creda». Spogliato, fu bruciato in Campo dei Fiori. E proprio quel gesto, tenace e ultimo, sarebbe rimasto con la sua forza a interrogare i posteri. Come, del resto, fa ancora oggi la statua che reca il suo nome.

Settembre 2025

Immagine: la statua di Giordano Bruno a Campo dei Fiori, Roma.

 

Per approfondire

Rimandiamo ad altre due schede curate da Tommaso Scaramella su queste pagine:

L’Index librorum prohibitorum del 1787;

Abbattare un passato o costruire un futuro?, su due libri intorno alle «pratiche di contestazione portate avanti da alcuni movimenti che prendono di mira oggetti del patrimonio culturale presenti nello spazio pubblico».

Per il contesto in cui si svolse la battaglia intorno al monumento a Giordano Bruno resta una lettura formidabile il capitolo che Federico Chabod (1901-1960) dedicò a «L’idea di Roma», nel suo Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (prima ed. Laterza, Bari 1951, la più recente è quella Laterza, Roma-Bari 1997).

Sulla data del 20 settembre, di recente oggetto di un nuovo investimento simbolico (una legge l’ha istituita «Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda Guerra mondiale», si veda l’intervento di Nicola Labanca nella rubrica Calendario civile.