La dittatura militare argentina del 1976-1983. Temi, problemi e uso pubblico del passato

Di Camillo Robertini

Sono passati cinquant’anni dal golpe che instaurò la dittatura dei generali in Argentina (24 marzo 1976). Dal 2006 il 24 marzo è per legge un «giorno della memoria», ma oggi il governo in carica sostiene tesi che ribaltano ruoli e responsabilità. Camillo Robertini, che insegna Storia e istituzioni delle Americhe all’Università di Messina, ci aiuta a inquadrare i diversi contesti – nazionale e internazionale, di breve e di lungo periodo – in cui quelle vicende si inserirono, e a capire come esse continuano a pesare nell’Argentina di oggi. Una dittatura militare o «civico-militare»? Una transizione alla democrazia sotto il peso di 30.000 «scomparsi», vittime di una repressione di ferocia inaudita. Una storiografia a lungo refrattaria alle istanze di «memoria, verità, giustizia» della società civile. La posta in gioco storiografica e civile oggi.

 

La «febbre latinoamericana» globale degli anni Settanta

I «lunghi» anni Settanta latinoamericani – che prendono le mosse alla fine degli anni Sessanta e si inoltrano negli Ottanta del XX secolo – appartengono a uno stratificato immaginario fatto di generali in alta uniforme, colpi di Stato compiuti a suon di bombardamenti, cospirazioni ordite dalla Cia e da Henry Kissinger (1923-2023, segretario di Stato nel governo degli Stati Uniti dal 1969 al 1977), violazioni dei diritti umani e grandi manifestazioni di solidarietà internazionale. Pensare all’America latina degli anni Settanta significa rivolgere lo sguardo anche all’Italia e all’Europa, in un momento nel quale i movimenti emancipatori e guerriglieri di Cuba, dei Tupamaros dell’Uruguay o di Unidad popular in Cile formavano parte di un mito per buona parte dei movimenti di sinistra. Nelle camerette di tantissimi giovani europei erano presenti un’immagine del «Che» Guevara, un disco degli Inti Illimani, esuli dal Cile, magari un ciclostilato con il volto di Salvador Allende usato durante qualche corteo in solidarietà con il popolo cileno.

Erano tutte manifestazioni di una «febbre latinoamericana» diffusa che fece sì che in tantissimi guardassero e alcuni anche studiassero la storia di quell’«estremo occidente». Guardare all’America latina significava non solamente interessarsi a una «periferia» del mondo, ma anche provare a specchiare e proiettare le dinamiche politiche di Paesi che si consideravano centrali, su una parte di mondo in cui, in quel momento, il tempo della storia pareva muoversi con un ritmo molto accelerato.

 

L’Argentina nella Guerra fredda latinoamericana

Cercare di capire gli anni Settanta argentini significa calarsi nel clima di quell’epoca, segnati dalla speranza che da una peculiare porzione del «Terzo Mondo», ovvero dal tradizionale «giardino di casa» di Washington, potesse venire una risposta allo scontro bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica, declinato in quella che è stata definita la Guerra fredda latino-americana (così come ricostruito di recente dallo storico Vanni Pettinà, vedi bibliografia). Una guerra che trasformò il sub-continente in un territorio scosso da dittature sanguinarie i cui metodi violenti mai erano stati sperimentati fino ad allora. L’immaginario emancipatore e terzomondista sudamericano, peraltro, non fece proselitismi solamente a sinistra dato che personaggi come Juan Domingo Perón (1895-1974) e la sua giovane moglie Eva Duarte (diventata una icona di massa come «Evita», 1919-1952), e la peculiare e sfuggente cultura politica del justicialismo (una miscela di autoritarismo, nazionalismo, populismo a tratti emancipatore), esercitarono il loro fascino tra chi immaginava una «terza via» tra capitalismo e comunismo, ma anche tra i nostalgici dei fascismi europei che guardarono al peronismo e all’idea di realizzare un socialismo nacional come una riproposizione delle tesi del Ventennio italiano.

Studiare il Novecento argentino significa introdursi e scontrarsi a ogni piè sospinto con un labirinto di specchi nel quale categorie analitiche eurocentriche non aiutano a orientarsi. Esse contribuiscono al contrario a visioni spesso deformate, che alimentano un’idea di «esoticità» della storia argentina, e in generale latino-americana, che più che a una realtà di fatto rimanda ai preconcetti degli studiosi di turno. A ogni buon conto, prima di addentrarsi nel tema centrale di questo articolo, è bene munirsi di un filo d’Arianna e rammentare che il Paese del Plata fu storicamente plasmato dal problematico rapporto tra leader e massa, dall’onnipresente Chiesa cattolica e, durante la Guerra fredda, dalla ferrea volontà del mondo conservatore di restaurare un’Argentina «tradizionale», immune dalla «corruzione della modernità».

 

Una storia della repressione di lungo periodo nel XX secolo

Anche un primo approccio alla storia della dittatura militare argentina del 1976-1983 non può prescindere dal suo contesto generale: per comprenderla è infatti necessario adottare una periodizzazione ampia, che includa tanto gli anni precedenti al pronunciamiento quanto quelli successivi. La dittatura, infatti, è tuttora al centro dei dibattiti intellettuali e storiografici perché fu un regime capace di modificare in profondità il Paese, e molte delle storture dell’Argentina di oggi risultano in qualche modo figlie di quella che viene definita l’«ultima dittatura militare».

L’aggettivo «ultima» indica che vi fu una lunga successione di golpe e tentativi di rovesciamento dell’ordine costituito nel Paese del «Cono sud». Benché la storiografia si sia a più riprese interrogata sulla straordinarietà della repressione dei generali, diversi autori hanno cominciato a lavorare a una storia della repressione di lunga durata, capace di tenere assieme gli episodi di violenza statale contro gli scioperanti in Patagonia a inizio Novecento, ricostruiti sin dagli anni Settanta dall’intellettuale Osvaldo Bayer (1927-2018, che fuggì dall’Argentina l’anno prima del golpe), con il terrorismo di Stato organizzato scientificamente dai militari nel 1976, secondo una proposta formulata di recente da Ernesto Bohoslavsky e Marina Franco (vedi bibliografia).

Fin dal 1930, quando il generale Félix Uriburu (1868-1932) prese il potere con il primo golpe militare del XX secolo, il sistema politico argentino dimostrò una fragilità strutturale. L’alternanza tra governi civili e militari nei decenni successivi divenne parte stessa del gioco politico, per cui la casta militare si trasformò in un attore «legittimo» della contesa politica. A partire però dal colpo di Stato del 1955, quello che spodestò Perón (eletto presidente nel 1946 e riconfermato nel 1951), si andò definendo un chiaro orizzonte ideologico agganciato alla logica della lotta al comunismo e al «nemico interno», figlio del clima generale della Guerra fredda latino-americana. Tutto il periodo 1955-1973, compreso tra la caduta di Perón e il suo rientro in patria, fu caratterizzato da una dicotomia peronismo-antiperonismo che alimentò le dinamiche politiche della repubblica sudamericana.

 

La radicalizzazione dello scontro politico interno

In un quadro di grande instabilità politica, l’Argentina entrò nel lungo decennio Settanta l’anno prima, nel 1969. Cominciò allora un periodo segnato da una radicalizzazione dello scontro politico senza eguali nella storia del Paese. Nella città di Córdoba grandi proteste operaie e studentesche dettero vita a una rivolta passata alla storia come «Cordobazo», che fu il preludio per la caduta del governo militare del generale Juan Carlos Onganía (1914-1995), che governava dal golpe del 1966, e per il rientro in patria del vecchio e malandato Perón. Tra il 1973 e il 1976 l’Argentina passò rapidamente dalla speranza che il vecchio leader potesse risolvere i tanti problemi che l’affliggevano al crollo dello Stato di diritto.

Così come in altri Paesi latinoamericani, anche in Argentina in quel periodo erano sorti diversi movimenti guerriglieri il cui obiettivo era il rovesciamento dell’ordine costituito e l’instaurazione di una repubblica socialista. Tanto i marxisti dell’Ejercito revolucionario del pueblo (Erp) quanto i peronisti di Montoneros, che sognavano una rivoluzione al grido di «socialismo nacional», avevano ritenuto opportuno ricorrere alla lotta armata per raggiungere i loro obiettivi, e loro bersaglio principale erano i vertici dell’esercito, ritenuti agenti dell’imperialismo statunitense nella regione.

Nel 1973 Perón tornò brevemente a Buenos Aires, anche grazie all’aiuto della loggia massonica eversiva P2 organizzata in Italia da Licio Gelli (1919-2015), non più con l’obiettivo di realizzare il «socialismo nazionale», ma per provare a mettere un freno alla possibile svolta a sinistra del Paese. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1974, sotto il governo della terza moglie, Isabel Martínez de Perón, prese il via una feroce repressione non solo contro i movimenti guerriglieri, ma anche contro tutti gli attivisti di sinistra, che di lì in avanti furono considerati dei pericolosi «sovversivi», autentici «nemici interni».

 

Preludio e avvento di una dittatura

Le forze armate, istruite al verbo anticomunista, tracciarono un quadro della situazione brutale, che ritraeva l’Argentina come un Paese malato, afflitto da un cancro che solo una cura da cavallo – la repressione più efferata – avrebbe potuto sanare. Alla metà degli anni Settanta, l’Argentina entrò dunque a piè pari in una dimensione nella quale l’eliminazione del nemico interno sarebbe divenuta per molto tempo una priorità.

L’apice della repressione clandestina, preludio di quella dittatoriale, si raggiunse nella regione rurale di Tucumán, nel nord del Paese, dove l’esercito venne investito della missione di liquidare con ogni mezzo i fuochi guerriglieri, anche a costo di vite innocenti e della sostanziale sospensione delle garanzie costituzionali. Anche sulla scorta di quest’azione, appoggiata in larga misura dalla presidenza e anche dal parlamento, negli ultimi anni la ricerca storica (si vedano i lavori di Marina Franco e di Esteban Pontoriero) è incline a far coincidere l’inizio della repressione illegale non con la dittatura, ma con gli anni immediatamente precedenti a essa.

In un clima di generale sfiducia per la democrazia, i militari dettero l’ultima spallata al governo peronista il 24 marzo 1976. Il golpe si consumò in un generale clima di tranquillità, a differenza di quanto accaduto in Cile tre anni prima, col bombardamento della Moneda e la morte sul campo del presidente Salvador Allende (1908-1973). A Buenos Aires si costituì rapidamente una Giunta di governo e il generale Jorge Rafael Videla (1925-2013) venne nominato presidente. La dittatura inaugurata quel giorno fu molte cose insieme: un progetto di «rifondazione» che ambiva a rifare daccapo l’Argentina; un governo anticomunista che perseguitò gli oppositori ovunque essi operassero; soprattutto, un lugubre quotidiano esercizio del terrore sulla popolazione civile. La dittatura adoperò il terrore per addomesticare un Paese che non solamente attraverso le organizzazioni guerrigliere, ma anche attraverso l’attività intellettuale, culturale e universitaria, dal ’69 in avanti, si era mobilitato per ottenere una svolta politica in senso progressista.

Il governo militare si mosse fin da subito per attuare invece un programma repressivo radicale, che si manifestò attraverso una serie di leggi e decreti – che proibivano l’attività politica, vietavano gli scioperi, scioglievano il parlamento… –, ma soprattutto attraverso la repressione illegale.

 

Desaparecido: un neologismo della repressione

La parola desaparecido – letteralmente «scomparso» – sarebbe entrata nel vocabolario internazionale per definire quelle decine di migliaia di oppositori che venivano sequestrati di notte. Moltissimi di essi furono condotti nei famigerati centri clandestini di detenzione, una fitta trama di vecchie caserme, stazioni di polizia abbandonate oppure centri costruiti ex novo con la finalità di raccogliere informazioni attraverso pestaggi e torture. Il più importante di essi, la Escuela de mecánica de la Armada fu uno dei luoghi dai quali partirono migliaia di voli della morte durante i quali i militanti catturati, ritenuti «irrecuperabili», venivano lanciati in stato di semicoscienza dall’altezza di diecimila metri nel Río de la Plata. Tra le migliaia di storie di desaparecidos uccisi in quel modo spicca quella di Franca Vigevani Jarach, recentemente ricostruita da Carlo Greppi (2025, vedi bibliografia). Franca era una studentessa superiore di origine italiana la cui madre, Vera, sfuggita alle leggi raziali fasciste del 1938, si rifugiò a Buenos Aires e, dopo la sua sparizione, entrò nel movimento delle Madres de Plaza de Mayo: quelle donne che, dal 1977, cominciarono a manifestare in piazza davanti al palazzo del governo, la Casa Rosada, per ottenere notizie sulla sorte di loro cari scomparsi.

Il Paese sudamericano si trasformò rapidamente in un lager a cielo aperto. Il sospetto nei confronti dei vicini e anche la delazione infestarono la quotidianità. La società argentina, per dirla con le parole del sociologo Guillermo O’Donnell, «si controllava da sé: più precisamente, molte persone […] senza nessuna necessità “ufficiale”, solo perché lo volevano, perché gli sembrava giusto, perché accettavano la proposta di quell’ordine che il regime – vittoriosamente – proponeva loro […] si occuparono attivamente e zelantemente di esercitare il proprio pathos autoritario».

Per tutto il periodo 1976-78 il governo militare ingaggiò una vera e propria guerra contro un «nemico interno», in una visione che ibridava una feroce retorica anticomunista a un discorso di matrice cattolica attraverso il quale si chiedeva misericordia e perdono per gli eventuali «eccessi» commessi durante la repressione illegale.

 

La ricerca di una legittimità impossibile

Il controcanto delle politiche repressive fu l’emergere di un generale consenso nei confronti dei militari che si erano candidati a ristabilire l’ordine perduto. Anche per questa ragione, soprattutto all’inizio, la diffidenza e lo scetticismo avvolsero il destino dei desaparecidos, spesso considerati colpevoli di aver tramato contro l’ordine costituito.

La dittatura militare infatti tentò di alternare la repressione illegale, fatta di sparizioni e di torture, con una facciata legale, rappresentata perfettamente dalla figura di Videla, a lungo considerato uno zelante cattolico, estraneo a qualsiasi forma di violenza. Una parte importante della Chiesa cattolica benedisse il golpe e financo giustificò le torture ricorrendo a impolverate teologie pescate direttamente dal medioevo europeo. Anche sul versante della legittimità, i militari investirono molte risorse e sforzi organizzativi. Videla fu da subito considerato un generale moderato, un argine contro i gruppi più radicali delle Forze armate e il suo governo fu sostenuto dalla grande stampa. Mentre migliaia di argentini soffrivano torture e pestaggi nei centri di detenzione del regime e altrettanti prendevano la strada dell’esilio, l’Argentina si raccontava come un Paese normale anche grazie a casse di risonanza fondamentali come quella offerta dall’organizzazione del campionato mondiale di calcio, il Mundial ’78.

Tuttavia, esaurito lo slancio e la legittimità fornita dalla «lotta contro la sovversione» i nodi cominciarono a venire al pettine. Sul fronte economico le politiche di stampo neoliberista sortirono effetti disastrosi. La dittatura, infatti, si incaricò di rovesciare il paradigma economico che, dagli anni Trenta, con uno Stato imprenditore, si era avviato sulla strada di una industrializzazione per sostituzione delle importazioni. L’équipe economica del ministro José Martínez de Hoz (1925-2013) optò per una finanziarizzazione dell’economia il cui esito fu un rapido processo di deindustrializzazione e la fuga dei capitali.

 

Tramonto e fine della dittatura

La povertà, l’indebitamento e la disoccupazione esplosero e cominciarono a erodere il consenso. L’obiettivo di istituzionalizzare la dittatura si rivelò dunque inapplicabile e, a differenza di quanto sarebbe accaduto nei vicini Brasile (nel 1985) e Cile (nel 1990), essa non avrebbe dettato le regole della transizione democratica. La parabola discendente della dittatura prese avvio nella successione a Videla e nell’azzardata scelta del nuovo presidente, il generale Leopoldo Galtieri (1926-2003), di rispolverare una vecchia disputa con Londra per la sovranità sulle isole Malvinas-Falkland, arcipelago nell’Atlantico meridionale a circa cinquecento chilometri dalle coste argentine. L’invasione da parte dell’Argentina (aprile 1982) e la breve guerra con il Regno Unito (conclusa a giugno) mise a nudo la debolezza della Giunta militare e quando il contingente argentino dovette capitolare apparve chiaro a tutti che il progetto del Proceso militare era arrivato al capolinea. Fu così che si aprì la strada per le elezioni politiche. Nel dicembre del 1983 un governo civile, guidato dal radicale Raúl Alfonsín (1927-2009), prese il posto dei golpisti in uniforme.

 

Non una breve parentesi: una dittatura «civico-militare» specchio della nazione?

Se limitata alla parentesi temporale durante la quale essa operò (1976-1983), la storia della dittatura militare ci permette di intravedere solo alcuni aspetti, più superficiali, di quel governo del terrore. In realtà, secondo alcuni critici e studiosi, essa sarebbe stata capace di plasmare un nuovo patto sociale sul quale in qualche modo tuttora si regge l’attuale Argentina democratica. Bisogna dunque ampliare lo sguardo.

Abbiamo già insistito su un punto dal quale è necessario partire, e sul quale a lungo si è ragionato: essa non fu un evento isolato. La dittatura si iscriveva in una stagione di «reattività» delle forze armate che agivano coerentemente con le logiche della Guerra fredda e il cui obiettivo finale non era semplicemente porre fine alla protesta sociale, ma fare dell’Argentina qualcosa di assolutamente nuovo. Anche se non fu la dittatura a gestire direttamente la transizione alla democrazia, l’ordine post-autoritario si cominciò a costruire sulla pietra tombale che i militari avevano posto sul destino di 30.000 desaparecidos.

Quel passato traumatico, tuttavia, non poteva essere cancellato facilmente, né dimenticato dalle vittime, né rimosso dai carnefici – lo stesso discorso vale peraltro anche per le altre dittature coeve del «Cono sud». Le scienze sociali si sono interrogate a lungo su cosa farne, come provare a metabolizzarlo, interpretarlo e, se possibile, esorcizzarlo. Una delle riflessioni che ha attraversato gli ultimi quarant’anni – il periodo di democrazia ininterrotta più lungo dell’Argentina come nazione moderna – ha posto particolare enfasi sulla natura del governo militare. Seppure le Forze armate occuparono i gangli fondamentali dello Stato, appare chiaro che la dittatura poté contare su un ampio ventaglio di complicità nella società civile e nei suoi corpi intermedi (a partire dalle professioni), nonché nelle gerarchie ecclesiastiche, ragion per cui oggi si è propensi a usare l’aggettivo «civico-militare» per ricordare che anche i civili ebbero un ruolo mentre la macchina del terrore mieteva le sue vittime.

 

«Memoria, verità e giustizia»: il ruolo della società

Tutte queste spinose questioni furono subito sul tavolo, tra la fine della dittatura e per tutto il periodo della transizione. La discussione, tuttavia, stentò a prendere piede in ambito accademico. Per un certo periodo, una storiografia «positivista» provò a ignorare quelle recenti vicende traumatiche, convinta che l’assenza di una distanza temporale, e le passioni e le tensioni che quei fatti provocavano nella cittadinanza, impedissero una “pacata ricostruzione” degli eventi e delle loro cause. Nelle stesse università continuavano a lavorare docenti e ricercatori che avevano sostenuto o addirittura collaborato con la dittatura, ragione per cui, almeno nei primi anni di democrazia, la storiografia argentina non esplorò quella dolente pagina della storia nazionale. Fu la società civile a farsi interprete di quella necessità, condivisa da ampi ambienti che gridavano a gran voce «memoria, verità e giustizia».

L’Argentina di metà anni Ottanta era un Paese «sulle montagne russe» per dirla con la storica Marina Franco (2023, vedi bibliografia), nel quale non era chiaro se la fragile democrazia sarebbe durata, sotto la pressione delle consuete minacce militari; ma era anche un Paese assetato di verità. Il cinema, i mezzi di informazione, la radio e la televisione svolsero la funzione di porre pubblicamente una semplice, eppure dilaniante domanda: come era stato possibile sprofondare in un vortice repressivo illegale e sanguinario? Film come La plata dulce, una commedia uscita già nel 1982, o La historia oficial, di tre anni dopo, raccontarono al grande pubblico rispettivamente la crisi economica generata dalla dittatura e il dramma delle adozioni illegali di centinaia di figli di militanti politici, di cui si erano appropriati i militari e che erano divenuti oggetto dell’estenuante ricerca delle Madres de Plaza de Mayo, a cui ormai si erano affiancate anche le Abuelas, le nonne.

Fu soprattutto la determinazione del nuovo presidente Alfonsín e del movimento per i diritti umani che consentirono – caso più unico che raro nella regione – l’istituzione di una Comisión nacional sobre la desaparición de personas (Conadep). Tra il 1983 e il 1985 le migliaia di testimonianze delle vittime della repressione trovarono spazio sui media e, finalmente, nella relazione finale della Conadep, pubblicata sotto l’emblematico titolo Nunca más, «mai più». La base empirica di quella ricerca collettiva di verità pose le condizioni perché nel 1985 venisse istruito lo storico processo contro i membri delle giunte militari che si erano succeduti alla Casa Rosada negli anni precedenti. Come racconta anche il recente film Argentina 1985, l’esemplare condanna, tra gli altri, di Videla, pose le basi per un’Argentina che sperava di fare i conti col suo recentissimo passato autoritario.

 

Arriva anche la storiografia: fare historia reciente in Argentina

I decenni successivi si rivelarono meno brillanti di questi inizi democratici, carichi di speranze ma anche di velleità. Anche per colpa delle pressioni militari, vennero decretate le cosiddette «leggi dell’impunità», quella di cui i responsabili delle violazioni dei diritti umani poterono godere. In quel contesto però le scienze sociali e la storiografia cominciarono a muoversi. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, in concomitanza con un vero e proprio boom della memoria, gli anni Settanta e poi il passato dittatoriale entrarono nelle agende di ricerca. Fu così che si delineò una vera e propria storia del «tempo presente» o historia reciente argentina. Fare historia reciente significa analizzare un passato ancora aperto, vissuto dagli stessi storici e storiche, spogliati dall’idea di una anacronistica asetticità. La soggettività dello storico, il ruolo dei ricordi, delle memorie e del rapporto tra passato e presente si insinuarono nella trama della narrazione del passato.

La historia reciente si è costituita su una base di forte interdisciplinarità e, come chiariscono Gabriela Águila e Luciano Alonso (2017, vedi bibliografia), essa non indaga «necessariamente quanto temporalmente più vicino a noi, ma quella parte di storia del presente attraversata dal trauma sociale, da letture politiche e da metodi innovativi». Fare historia reciente significa mettere in discussione uno dei tabù più radicati della disciplina: l’idea che serva una distanza non solo cronologica ma anche emotiva dall’oggetto di ricerca. Significa accettare che gli storici non sono osservatori neutrali. Anzi, come chiunque, sono attraversati da contraddizioni e inevitabilmente immersi nel proprio tempo. Da qui consegue che fare historia reciente vuol dire anche riconoscere la provvisorietà della conoscenza storica: ciò che oggi appare vivo e urgente, prima o poi risulterà insufficiente a rispondere alle domande nuove che porranno le generazioni successive.

Ricerche, tesi di dottorato, saggi e riviste dedicate allo studio di quel passato traumatico costituiscono oggi una parte assai rilevante della produzione storiografica. È stato calcolato che, nel 2015, almeno il 20% della storiografia lavorava su temi vincolati alla historia reciente, costituendo un campo di costante aggiornamento e dibattito sul passato traumatico argentino.

 

Memoria e storiografia: poste in gioco nel presente

A torto o a ragione l’espansione di questo particolarissimo laboratorio intergenerazionale, soprattutto durante i governi progressisti (in carica dal 2004 al 2015) di Néstor Kirchner (1950-2010) e poi di Cristina Kirchner (1953) ha contribuito alla costituzione di una narrazione ufficiale che ha finito per essere messa in discussione e diventare una posta in gioco politica. Di fronte a una storiografia che si era impegnata nel raccontare i centri di detenzione clandestini e il destino dei desaparecidos, da più parti si criticava l’assenza di esplicite condanne delle organizzazioni guerrigliere degli anni Settanta dalle quali provenivano una parte consistente – ma non la totalità – delle vittime della repressione. Anche per questa ragione alla fine dell’esperienza dell’ultimo governo di Cristina Kirchner, soppiantato dal conservatore Mauricio Macri (2015-2019), hanno preso piede una serie di tendenze, fuori dall’ambito della ricerca storica o dei circoli intellettuali, che rivendicano l’operato dei militari o comunque un accanimento contro i carnefici dei desaparecidos.

Questa tendenza, anche se esisteva da molto prima, è definitivamente esplosa in concomitanza con la pandemia di Covid-19 (2020) e a partire dalla presidenza di Javier Milei (nato nel 1970, eletto nel 2023) ed è perfino divenuta una nuova politica dello Stato, di segno opposto. È così che molti ricercatori impegnati nel cantiere collettivo della historia reciente e operanti nei numerosi istituti del Consejo nacional de investigaciones científicas y técnicas (Conicet) sono stati messi alla berlina da haters vicini al governo, mentre Milei ha tagliato il finanziamento pubblico alle università e alla ricerca. Dalla sua elezione, ogni 24 di marzo, la data del colpo di Stato, divenuta «giornata della memoria» dal 2006 in base a una legge voluta dal presidente Néstor Kirchner, con grandi manifestazioni nelle principali città argentine, il governo nazionale ha diramato messaggi e prodotti audiovisivi che da più parti sono considerati come veri e propri manifesti negazionisti. In essi, sovente, si richiama l’idea di una necessaria «memoria completa», contro la memoria «di parte» dei desaparecidos e delle organizzazioni dei diritti umani. Questa furibonda campagna sostenuta più che da Milei, dalla sua vicepresidentessa, Victoria Villarruel, ruota tutta attorno all’idea di rendere un omaggio alle «altre vittime» degli anni Settanta, ovvero militari, poliziotti e civili che furono vittime della repressione, ma, soprattutto, di liberare centinaia di condannati che tuttora scontano pene come l’ergastolo per i delitti commessi durante la dittatura.

Tutto questo testimonia che la storia degli anni Settanta, così come quella dell’ultima dittatura, oggi, nel 2026, a cinquant’anni dal golpe, non è diventata «fredda» materia per accademici, ma è un vero e proprio campo di battaglia sul quale si giocano il ricordo di quel passato traumatico e le dinamiche politiche di un Paese che ancora a lungo conviverà con quei fantasmi.

 

Marzo 2026

Immagine: cartellone risalente al 2019, con le fotografie di desaparecidos passati dal centro clandestino di detenzione El Vesubio, a Buenos Aires, opera della Comisión Vesubio y Puente 12. La scritta al centro recita: “Detenuti del Vesubio scomparsi e assassinati. Non dimentichiamo, non perdoniamo, non ci riconciliamo”.

 

Bibliografia essenziale

Gabriela Águila, Historia de la última dictadura militar: Argentina, 1976-1983, Siglo XXI Editores, Buenos Aires 2023

Gabriela Águila, Luciano Alonso, Presentación: La historia reciente en la Argentina: Problemas de definición y temas de debate, 2017, pubblicato online.

Osvaldo Bayer, Patagonia rebelde. Una storia di gauchos, bandoleros, anarchici, latifondisti e militari nell’Argentina degli anni Venti, a cura di Alberto Prunetti, Elèuthera, Milano 2010 (ed. or. 1980; è disponibile online la nota del curatore all’edizione italiana).

Ernesto Bohoslavsky, Marina Franco, Elementos para una historia de las violencias estatales en la Argentina en el siglo XX, «Boletín del Instituto de Historia Argentina y Americana Dr. Emilio Ravignani», 53 (2020), pp. 206-228.

Benedetta Calandra, Francesco Ragno, Argentina. Biografia di una nazione dall’indipendenza a oggi, Il Mulino, Bologna 2025.

ESMA. Repressione e potere nel centro clandestino di detenzione più emblematico dell’ultima dittatura argentina, a curai di Marina Franco e Claudia Feld, Nova Delphi, Roma 2025.

Marina Franco, 1983. Transición, democracia e incertidumbre, Universidad Nacional de General Sarmiento, Los Polvorines 2023.

Marina Franco, La noción de «dictadura cívico-militar», in Mesas de las VII Jornadas de Trabajo sobre Historia Reciente, atti del convegno (La Plata, 6-8 agosto 2014), a cura di Patricia Flier, Facultad de Humanidades y Ciencias de la Educación Universidad Nacional de La Plata, La Plata 2016, pp. 69-90 (il volume è disponibile online).

Marina Franco, Un enemigo para la nación: orden interno, violencia y «subversión», 1973-1976, Fondo de Cultura Económica Argentina, Buenos Aires 2012.

Valerio Giannattasio, Alessandro Guida, Raffaele Nocera, L’America Latina in guerra. I militari al potere nelle dittature del Cono Sud degli anni Sessanta-Ottanta, Mondadori Education, Milano, 2026.

Carlo Greppi, Figlia mia. Vita di Franca Jarach, desaparecida, Laterza, Roma-Bari 2025.

Daniel James, Resistance and integration: Peronism and the Argentine working class, 1946-1976, Cambridge University Press, Cambridge 1993.

Daniel Lvovich, Il mito della moderazione di Videla e la legittimazione dell’ultima dittatura militare argentina, «Passato e Presente», 116 (2022), pp. 39-56.

Daniel Lvocich, Logros y dilemas de la Historia Reciente en la Argentina, «Pasajes», 68 (2023), pp. 194-206.

Guillermo O’Donnell, Contrapuntos. Ensayos escogidos sobre autoritarismo y democratización, Paidós, Buenos Aires 1997.

Esteban Pontoriero, La represión militar en la Argentina (1955-1976), Universidad Nacional de General Sarmiento-Universidad Nacional de Misiones-Universidad Nacional de La Plata, Los Polvorines-Posadas-La Plata 2022.

Vanni Pettinà, A Compact History of Latin America’s Cold War, University of North Carolina Press Chapel Hill 2022.

Camillo Robertini, Quando la Fiat parlava argentino. Una fabbrica italiana e i suoi operai nella Buenos Aires dei militari, 1964-1980, Le Monnier/Mondadori Education, Milano 2019.

Camillo Robertini, Daniel Lvovich, La dittatura del terrore. Argentina 1976-1983, Otto, Torino, 2026.

Loris Zanatta, La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio, Laterza, Roma-Bari 2014.

Si rimanda infine al contributo di Stefano Luconi sui rapporti tra Stati Uniti e America Latina negli ultimi due secoli, proposto in questo stesso spazio online: Da Monroe a «Donroe»: continuità e discontinuità nella politica estera della seconda amministrazione Trump.

 

Film da vedere

Argentina, 1985, 2022, regia di Santiago Mitre

El clan (ed. it. Il clan), 2015, regia di Pablo Trapero

Infancia clandestina, 2011, regia di Benjamín Avila, 2011

Garage Olimpo, 1999, regia di Marco Bechis

Figli/Hijos/, 2001, regia di Marco Bechis

La historia oficial (ed. it. La storia ufficiale), 1985, regia di Luis Puenzo

Tangos. El exilio de Gardel, 1985, regia di Fernando Solanas

Plata dulce, 1983, regia di Fernando Ayala

Tiempo de revancha, 1981, regia di Adolfo Aristarain

 

Podcast da ascoltare

Rai Radio 3, «Tre soldi», Cosa resta, due parti a cura di Stefano Scherma, dicembre 2025, disponibile su Raiplaysound.

Rai Radio 3, «Wikiradio. Le voci della storia», Memoria fotografica: gli operai della Fiat in Argentina, a cura di Camillo Robertini, 28 ottobre 2025, disponibile su Raiplaysound.

I podcast di «Repubblica», Dna: i figli rubati dei desaparecidos, otto episodi, a cura di Elena Basso, luglio 2022, disponibile online.

Rai Radio3, «Tre soldi», Archivio desaparecido. Storie di desaparecidos italiani in America latina, tre parti a cura di Elena Basso, Marco Mastrandrea, Alfredo Sprovieri, settembre 2021, disponibile su Raiplaysound.

Rai Radio 3, «Wikiradio», La dittatura militare in Argentina raccontata da Gennaro Carotenuto, 24 marzo 2016, disponibile su Raiplaysound.

Rai Radio 3, «Wikiradio», Rodolfo Walsh raccontato da Alessandro Leogrande, 25 marzo 2013, disponibile su Raiplaysound.

Rai Radio 3, «La storia in giallo» (pt. 20), Desaparecidos, a cura di Antonella Ferrera, 19 maggio 2007, disponibile su Raiplaysound.

 

L’autore

Camillo Robertini insegna Storia e istituzioni delle Americhe e Storia dell’America latina presso il Dipartimento di Scienze politiche e giuridiche dell’Università di Messina. Ha vissuto e lavorato in America latina e si occupa dei rapporti Italia-America latina e della memoria delle dittature di Argentina e Cile. Tra i suoi lavori: Quando la Fiat parlava argentino. Una fabbrica italiana e i suoi operai nella Buenos Aires dei militari, 1964-1980, Le Monnier/Mondadori Education, Milano 2019 (che ha avuto un’edizione in spagnolo: Prometeo, Buenos Aires 2022); ha curato il volume Historia y Memoria de la represión contra los trabajadores de Argentina. Consentimiento, oposición y vida cotidiana. 1974-1983, Peter Lang, New York 2022; con Daniel Lvovich è autore di La dittatura del terrore. Argentina 1976-1983, Otto, Torino 2026.