Da Monroe a «Donroe»: continuità e discontinuità nella politica estera della seconda amministrazione Trump
Di Stefano Luconi
Stefano Luconi, che insegna Storia degli Stati Uniti e Storia del Nord America all’Università di Padova, inquadra storicamente la politica estera, anche in campo economico, che sta contraddistinguendo la seconda presidenza di Donald Trump. Quelle che oggi appaiono aberrazioni, per di più frutto di un carattere bizzoso, in realtà, se valutate sul lungo periodo, si connotano come versioni, senz’altro estreme, di tendenze che hanno attraversato tutta la storia degli Stati Uniti: non è l’obiettivo di una egemonia planetaria a essere cambiato, caso mai il modo in cui manifestarlo al resto del globo.
I fondamenti della politica estera trumpiana
La National Security Strategy of the United States, diramata dalla Casa Bianca all’inizio del dicembre 2025, ha delineato una politica estera di carattere prevalentemente unilaterale, o per lo meno incardinata su alleanze a geometria variabile, e incentrata sulla promozione degli interessi economici e commerciali statunitensi. Questo documento ha di conseguenza contemplato di abbandonare la difesa dei diritti umani, la tutela della democrazia, la stabilità del sistema della sicurezza collettiva e la salvaguardia dello stato di diritto che, in precedenza, avevano rappresentato i presunti capisaldi delle iniziative internazionali di Washington. Inoltre, il testo ha rivendicato «la preminenza statunitense nell’emisfero occidentale» e l’«accesso a tutte le aree della regione», non facendosi scrupoli nel riesumare addirittura la dottrina Monroe (risalente a due secoli fa, vedi oltre), sebbene venga da tempo associata alla prevaricazione degli Stati Uniti sul resto delle Americhe.
La cattura del presidente del Venezuela
L’operazione Absolute Resolve, conclusasi con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, può essere considerata la prima applicazione di questo documento. Si è trattato di un veloce raid militare, in violazione del diritto internazionale e della sovranità del Venezuela, che si è proposto come principale obiettivo l’acquisizione del controllo sui giacimenti di greggio del Paese, stimati le riserve di petrolio più vaste al mondo. Infatti, nella conferenza stampa per illustrare l’incursione, il presidente Donald Trump si è soffermato sulla necessità di mettere le compagnie statunitensi nelle condizioni di ammodernare gli impianti estrattivi che il governo di Caracas aveva lasciato deteriorare, aumentando la produzione a loro beneficio. Ha, invece, sorvolato sulla possibile transizione del Venezuela alla democrazia. D’altro canto, il contrasto al narcotraffico, l’imputazione pretestuosa mossa a Maduro per giustificarne formalmente l’arresto, era già stato screditato come reale movente dalla grazia concessa appena un mese prima da Trump all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato da un tribunale statunitense a 45 anni di reclusione per lo stesso reato contestato all’ex capo di Stato venezuelano. Infine, la destituzione di Maduro si è configurata come un monito ai governi di altre nazioni latinoamericane (in particolare, la Colombia, Cuba e il Messico) affinché si adeguassero alla volontà di Washington per non venire rovesciati a loro volta o subire altri raid militari statunitensi.
Un lungo pregresso: all’alba della Repubblica
Unilateralismo, politica estera predatoria, abbandono del perseguimento di obiettivi valoriali in campo internazionale e intimidazione di Stati sovrani possono apparire un’aberrazione nella condotta di un Paese che in passato si era vantato del proprio impegno a diffondere gli ideali di libertà e democrazia nel mondo in contrapposizione ai regimi autoritari, dittatoriali e totalitari e, più di recente, del suo contributo all’integrazione dei mercati. Tuttavia, la svolta impressa da Trump alla politica estera di Washington è meno radicale di quanto sembri e costituisce piuttosto l’accentuazione estrema di un corso che, più o meno sottotraccia e con un andamento carsico, ha attraversato tutta la storia degli Stati Uniti. In questa prospettiva, la teorizzazione dell’impiego del protezionismo coercitivo come cardine della politica estera risale addirittura all’alba della Repubblica. Nel 1776 il futuro presidente John Adams (1736-1826, in carica dal 1797 al 1801) concepì il ricorso al commercio quale strumento per influenzare l’orientamento dei Paesi stranieri verso gli Stati Uniti, suggerendo di aprire il mercato interno a quelli amici e di chiuderlo a quelli ostili attraverso tariffe doganali ed embarghi. Proprio a questa tattica si è ispirato Trump quando ha minacciato di infliggere dazi aggiuntivi del 10% agli Stati europei contrari alle sue mire sulla Groenlandia. Allo stesso metodo ha fatto ricorso con il Brasile nello sterile tentativo di impedire la condanna del suo alleato Jair Bolsonaro, l’ex presidente coinvolto in un mancato colpo di Stato nel 2023. Più in generale, gli Stati Uniti applicarono politiche protezionistiche per oltre un secolo e mezzo, fino alla conclusione della Seconda guerra mondiale, quando le difficoltà economiche attraversate persino degli altri vincitori del conflitto li posero al riparo dalla concorrenza di possibili importatori stranieri.
«L’America agli americani», cioè agli Stati Uniti: storie di due secoli fa
Anche l’unilateralismo ha radici lontane. La sua prima formulazione fu la dottrina che porta il nome del presidente James Monroe (1758-1831, alla Casa Bianca dal 1817 al 1825), annunciata nel 1823. Di fronte a un ipotetico intervento della «Santa Alleanza» (il sodalizio delle grandi potenze europee continentali – Russia, Prussia e Austria – emerso nel 1815, dopo la sconfitta di Napoleone) per riportare le neonate repubbliche indipendenti dell’America Latina sotto il dominio spagnolo, la Gran Bretagna invitò gli Stati Uniti a sottoscrivere una dichiarazione congiunta contro il ripristino del colonialismo di Madrid nell’emisfero occidentale. Ancorché lusingato dall’offerta di collaborazione con quella che all’epoca era la prima potenza mondiale, Monroe respinse la proposta di Londra e seguì una linea autonoma. In ottemperanza all’autodeterminazione dei popoli, il principio su cui gli Stati Uniti avevano rivendicato il diritto a rendersi indipendenti dalla Gran Bretagna nel 1776, il presidente affermò che l’epoca della colonizzazione delle Americhe era terminata, Washington non avrebbe tollerato la creazione di nuovi possedimenti stranieri in questo continente e avrebbe considerato qualsiasi ingerenza europea nella regione come un atto di ostilità nei propri confronti. Dal canto loro, gli Stati Uniti si impegnarono a non immischiarsi nelle vicende del Vecchio Mondo, sancendo così la separazione tra i due emisferi.
Washington era accomunata a Londra dalla volontà di salvaguardare la propria penetrazione sui mercati latinoamericani dopo che le ex colonie di Madrid avevano abrogato le politiche mercantilistiche che le vincolavano a commerciare esclusivamente con la Spagna. All’inizio degli anni Venti dell’Ottocento il 13% delle esportazioni statunitensi era diretto nell’America Centrale e Meridionale. Però, a determinare il rifiuto della partnership con la Gran Bretagna fu l’affermazione del testo inglese secondo cui i firmatari rinunciavano ad annettersi nuovi territori nell’emisfero occidentale. L’impegno, pertanto, sarebbe entrato in conflitto con i propositi espansionistici statunitensi.
In questo ambito, la dottrina Monroe costituì un ammonimento rivolto anche alla Russia. L’anno precedente, nel 1822, lo zar Alessandro I aveva esteso i diritti di commercio esclusivo della Compagnia russa d’America fino al 51° parallelo, con un decreto che implicitamente spostava il confine meridionale dell’Alaska, al tempo posseduta dalla Russia, fin nel cuore della California, ed entrava quindi in conflitto con il progetto statunitense di impadronirsi della regione nordamericana fino al Pacifico. Non a caso, nel 1846, il presidente James K. Polk (1795-1849, in carica dal 1845 al 1849) si richiamò alla dottrina del suo predecessore per ingiungere alla Gran Bretagna di ritirarsi da tutto il territorio dell’Oregon, minacciando altrimenti di conquistarlo con le armi. Alla fine si accontentò di una spartizione della regione con Londra lungo il 49° parallelo perché, nello stesso anno, scatenò una guerra di aggressione contro il Messico (1846-1848) e concluse che gli Stati Uniti non fossero in grado di combattere contemporaneamente su due fronti.
Washington era accomunata a Londra dalla volontà di salvaguardare la propria penetrazione sui mercati latinoamericani dopo che le ex colonie di Madrid avevano abrogato le politiche mercantilistiche che le vincolavano a commerciare esclusivamente con la Spagna. All’inizio degli anni Venti dell’Ottocento il 13% delle esportazioni statunitensi era diretto nell’America Centrale e Meridionale. Però, a determinare il rifiuto della partnership con la Gran Bretagna fu l’affermazione del testo inglese secondo cui i firmatari rinunciavano ad annettersi nuovi territori nell’emisfero occidentale. L’impegno, pertanto, sarebbe entrato in conflitto con i propositi espansionistici statunitensi.
In questo ambito, la dottrina Monroe costituì un ammonimento rivolto anche alla Russia. L’anno precedente, nel 1822, lo zar Alessandro I aveva esteso i diritti di commercio esclusivo della Compagnia russa d’America fino al 51° parallelo, con un decreto che implicitamente spostava il confine meridionale dell’Alaska, al tempo posseduta dalla Russia, fin nel cuore della California, ed entrava quindi in conflitto con il progetto statunitense di impadronirsi della regione nordamericana fino al Pacifico. Non a caso, nel 1846, il presidente James K. Polk (1795-1849, in carica dal 1845 al 1849) si richiamò alla dottrina del suo predecessore per ingiungere alla Gran Bretagna di ritirarsi da tutto il territorio dell’Oregon, minacciando altrimenti di conquistarlo con le armi. Alla fine si accontentò di una spartizione della regione con Londra lungo il 49° parallelo perché, nello stesso anno, scatenò una guerra di aggressione contro il Messico (1846-1848) e concluse che gli Stati Uniti non fossero in grado di combattere contemporaneamente su due fronti.
Guerre nel segno di un «destino manifesto»
Il conflitto militare con il Messico fu intrapreso sotto l’egida del «destino manifesto», la teoria nazionalistica formulata dal giornalista John O’Sullivan (1813-1895), secondo cui la Provvidenza aveva assegnato agli Stati Uniti il controllo dell’America settentrionale per diffondervi le loro istituzioni repubblicane e democratiche affinché potessero beneficiarne anche le altre popolazioni che sarebbero passate sotto la sovranità di Washington. In realtà, la guerra ebbe come obiettivo quello di strappare al Messico l’Alta California, i cui porti di San Diego e San Francisco erano ritenuti indispensabili come base di partenza per lanciarsi alla conquista del mercato cinese. Non a caso, sebbene le truppe statunitensi si fossero spinte fino a occupare Città del Messico, Polk si limitò ad annettere le sole regioni settentrionali del Paese sbaragliato in battaglia, cioè l’area dove all’estensione territoriale più ampia corrispondeva la densità demografica più bassa, nella convinzione che gli ispanici fossero incapaci di apprezzare i valori repubblicani e democratici degli Stati Uniti.
La stessa commistione tra idealismo e realismo caratterizzò la guerra ispano-americana del 1898, volta ufficialmente a porre fine al dominio coloniale spagnolo su Cuba in nome dell’autodeterminazione dei popoli, ma di fatto finalizzata a proteggere gli investimenti sull’isola e al conseguimento di scali navali nei Caraibi e nel Pacifico (Cuba, Guam, Portorico e le Filippine) a sostegno della rete commerciale statunitense. Una volta che Washington ebbe sconfitta la Spagna, i filippini si ribellarono invano contro gli Stati Uniti per conquistare l’indipendenza. La riduzione delle Filippine a colonia (rimaste tali fino al 1946, con la parentesi dell’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale), soffocando l’insurrezione, causò agli Stati Uniti il medesimo numero di morti della guerra ispano-americana. I costi non solo umani ma anche finanziari della repressione sconsigliarono di ritrovarsi in una situazione analoga a Cuba. Pertanto, nel 1902, il presidente Theodore Roosevelt (1858-1919, in carica dal 1901 al 1909) preferì trasformarla in un protettorato: uno Stato formalmente indipendente ma di fatto condizionato dalle decisioni di Washington. Gli Stati Uniti ottennero dall’Avana il possesso della base navale di Guantánamo, che conservano tutt’oggi, e si riservarono il diritto di intervenire militarmente sull’isola per tutelarne la stabilità politica, un eufemismo per indicare il mantenimento di governi allineati sulle posizioni della Casa Bianca (una serie che si interruppe solo con la rivoluzione castrista del 1959).
La stessa commistione tra idealismo e realismo caratterizzò la guerra ispano-americana del 1898, volta ufficialmente a porre fine al dominio coloniale spagnolo su Cuba in nome dell’autodeterminazione dei popoli, ma di fatto finalizzata a proteggere gli investimenti sull’isola e al conseguimento di scali navali nei Caraibi e nel Pacifico (Cuba, Guam, Portorico e le Filippine) a sostegno della rete commerciale statunitense. Una volta che Washington ebbe sconfitta la Spagna, i filippini si ribellarono invano contro gli Stati Uniti per conquistare l’indipendenza. La riduzione delle Filippine a colonia (rimaste tali fino al 1946, con la parentesi dell’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale), soffocando l’insurrezione, causò agli Stati Uniti il medesimo numero di morti della guerra ispano-americana. I costi non solo umani ma anche finanziari della repressione sconsigliarono di ritrovarsi in una situazione analoga a Cuba. Pertanto, nel 1902, il presidente Theodore Roosevelt (1858-1919, in carica dal 1901 al 1909) preferì trasformarla in un protettorato: uno Stato formalmente indipendente ma di fatto condizionato dalle decisioni di Washington. Gli Stati Uniti ottennero dall’Avana il possesso della base navale di Guantánamo, che conservano tutt’oggi, e si riservarono il diritto di intervenire militarmente sull’isola per tutelarne la stabilità politica, un eufemismo per indicare il mantenimento di governi allineati sulle posizioni della Casa Bianca (una serie che si interruppe solo con la rivoluzione castrista del 1959).
Il corollario Roosevelt «perfeziona» la dottrina Monroe
Theodore Roosevelt si avvalse anche di un’altra modalità per ingerirsi in nazioni americane, nominalmente sovrane, a difesa degli interessi finanziari statunitensi. Il default dichiarato nel 1902 dal Venezuela indusse la Germania, l’Italia e il Regno Unito a porre un blocco navale alle coste del Paese per costringerlo a saldare i debiti con le banche europee. La marina tedesca si spinse addirittura a cannoneggiare alcune installazioni militari sulla costa. Questi interventi armati erano una palese violazione della dottrina Monroe. Tuttavia, non era neppure accettabile che Stati latinoamericani se ne facessero scudo per evitare le conseguenze della propria insolvenza. Così Roosevelt dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero operato come una sorta di polizia internazionale per garantire il rispetto degli impegni assunti dai Paesi dell’America Centrale e Meridionale.
La prima applicazione del cosiddetto corollario Roosevelt si ebbe nel 1905 nella Repubblica Dominicana, dove Washington temeva la penetrazione del capitale tedesco in alternativa a quello statunitense. Dopo i problemi sorti nelle Filippine, l’acquisizione diretta di questa nazione fu esclusa in partenza. Il governo dominicano fu, invece, costretto a sottoscrivere un accordo che consentiva a Washington di assumere il controllo delle sue dogane allo scopo di usarne il gettito per rimborsare i creditori stranieri. La Repubblica Dominicana conservò formalmente la propria indipendenza, ma si trattò di un’autonomia fittizia perché era di fatto controllata dagli Stati Uniti, che ne approfittarono per sostituirsi progressivamente agli investitori europei. Il corollario Roosevelt trasformò implicitamente la dottrina Monroe da un enunciato per garantire in apparenza l’autodeterminazione dei Paesi dell’America Latina a una strategia per instaurare un’originale forma di dominazione statunitense su di loro, pur salvaguardandone pro forma la sovranità.
La prima applicazione del cosiddetto corollario Roosevelt si ebbe nel 1905 nella Repubblica Dominicana, dove Washington temeva la penetrazione del capitale tedesco in alternativa a quello statunitense. Dopo i problemi sorti nelle Filippine, l’acquisizione diretta di questa nazione fu esclusa in partenza. Il governo dominicano fu, invece, costretto a sottoscrivere un accordo che consentiva a Washington di assumere il controllo delle sue dogane allo scopo di usarne il gettito per rimborsare i creditori stranieri. La Repubblica Dominicana conservò formalmente la propria indipendenza, ma si trattò di un’autonomia fittizia perché era di fatto controllata dagli Stati Uniti, che ne approfittarono per sostituirsi progressivamente agli investitori europei. Il corollario Roosevelt trasformò implicitamente la dottrina Monroe da un enunciato per garantire in apparenza l’autodeterminazione dei Paesi dell’America Latina a una strategia per instaurare un’originale forma di dominazione statunitense su di loro, pur salvaguardandone pro forma la sovranità.
Nel «giardino di casa» degli USA: la Guerra fredda e la sua coda
La dottrina Monroe e il corollario Roosevelt postulavano che l’America Latina fosse il cortile di casa degli Stati Uniti e fornirono la cornice strategica per il contenimento dell’Unione Sovietica nella regione durante la Guerra fredda. La diffusione del comunismo quale ideologia e modello sociale, politico ed economico esogeni finì per essere equiparata alla penetrazione dell’influenza di un Paese che risultava estraneo all’emisfero.
In questa dimensione, tra le molteplici ingerenze di Washington, trovarono una giustificazione l’appoggio ai golpe delle forze armate che rovesciarono i presidenti Jacobo Arbenz Guzmán in Guatemala nel 1954, João Goulart in Brasile nel 1964 e Salvador Allende in Cile nel 1973, i tentativi di abbattere il regime di Fidel Castro a Cuba, il sostegno ai guerriglieri Contras contro il governo di Manuel Ortega in Nicaragua negli anni Ottanta, nonché gli interventi militari nella Repubblica Dominicana nel 1965 e a Granada nel 1983.
All’anticomunismo e alla protezione degli interessi economici degli Stati Uniti fu addirittura subordinata la difesa della democrazia, secondo quanto teorizzato nel 1964 da Thomas C. Mann (1912-1999), il sottosegretario di Stato per gli Affari latinoamericani: Washington era indifferente alla natura dei regimi al potere nelle Americhe, a condizione che combattessero il comunismo e tutelassero gli interessi statunitensi. Mann delineò una strategia che comportava la rinuncia a dare un fondamento etico alla politica estera nell’emisfero occidentale, sostenendo implicitamente che la Casa Bianca non sarebbe intervenuta contro governi autoritari disposti ad attuare misure anticomuniste e vantaggiose per le corporation statunitensi. In tal modo, istigò di fatto il colpo di Stato che i militari brasiliani attuarono poche settimane più tardi contro il legittimo presidente, sospettato di collusioni con il comunismo per le sue iniziative progressiste.
L’interventismo in America Latina ebbe un’appendice dopo il termine della guerra fredda. Nel 1989 gli Stati Uniti occuparono militarmente Panama per catturare il generale Manuel Noriega, l’uomo forte del Paese, accusato di narcotraffico da un tribunale di Miami. Noriega era stato a lungo sul libro paga della Central Intelligence Agency (CIA), ma non era più disposto a conformarsi alle direttive di Washington.
In questa dimensione, tra le molteplici ingerenze di Washington, trovarono una giustificazione l’appoggio ai golpe delle forze armate che rovesciarono i presidenti Jacobo Arbenz Guzmán in Guatemala nel 1954, João Goulart in Brasile nel 1964 e Salvador Allende in Cile nel 1973, i tentativi di abbattere il regime di Fidel Castro a Cuba, il sostegno ai guerriglieri Contras contro il governo di Manuel Ortega in Nicaragua negli anni Ottanta, nonché gli interventi militari nella Repubblica Dominicana nel 1965 e a Granada nel 1983.
All’anticomunismo e alla protezione degli interessi economici degli Stati Uniti fu addirittura subordinata la difesa della democrazia, secondo quanto teorizzato nel 1964 da Thomas C. Mann (1912-1999), il sottosegretario di Stato per gli Affari latinoamericani: Washington era indifferente alla natura dei regimi al potere nelle Americhe, a condizione che combattessero il comunismo e tutelassero gli interessi statunitensi. Mann delineò una strategia che comportava la rinuncia a dare un fondamento etico alla politica estera nell’emisfero occidentale, sostenendo implicitamente che la Casa Bianca non sarebbe intervenuta contro governi autoritari disposti ad attuare misure anticomuniste e vantaggiose per le corporation statunitensi. In tal modo, istigò di fatto il colpo di Stato che i militari brasiliani attuarono poche settimane più tardi contro il legittimo presidente, sospettato di collusioni con il comunismo per le sue iniziative progressiste.
L’interventismo in America Latina ebbe un’appendice dopo il termine della guerra fredda. Nel 1989 gli Stati Uniti occuparono militarmente Panama per catturare il generale Manuel Noriega, l’uomo forte del Paese, accusato di narcotraffico da un tribunale di Miami. Noriega era stato a lungo sul libro paga della Central Intelligence Agency (CIA), ma non era più disposto a conformarsi alle direttive di Washington.
La dottrina «Donroe»
Insita nella National Security Strategy del 2025, la dottrina che gli analisti hanno battezzato «Donroe» (crasi del nome di battesimo di Trump e del cognome del suo predecessore del 1823) ha riproposto la strategia di Monroe e il corollario Roosevelt, declinandoli al netto della dimensione idealistica che in passato si era intrecciata all’utilitarismo delle ingerenze statunitensi in America Latina e aveva ammantato le motivazioni prevaricatrici statunitensi.
Trump è un imprenditore avvezzo a un linguaggio brutale e alieno dalle sottigliezze e cautele della diplomazia. Ha, quindi, esternato in maniera ufficiale il senso di quell’orientamento della politica estera statunitense che in passato era stato spesso occultato sotto la dimensione dei presunti nobili fini delle iniziative di Washington in campo internazionale. Del resto, se già la destituzione di Arbenz era stata l’esito di un’operazione segreta della CIA, Trump non si è trattenuto dal riconoscere apertamente e spontaneamente, settimane prima del raid in Venezuela, che l’intelligence statunitense era già al lavoro sul campo per preparare la caduta di Maduro. Inoltre, in una specie di attualizzazione della strategia di Mann, ha ammesso che lasciare al proprio posto il governo autoritario di Caracas, sotto una neopresidente disposta a collaborare con Washington, è più conveniente per sfruttare il petrolio venezuelano che procedere a un cambiamento di regime per riportare la democrazia nel Paese, a causa delle incognite e dell’instabilità che la transizione avrebbe potuto provocare. In questo modo, Trump si è potuto limitare a un blitz di poche ore e non si è dovuto neppure sobbarcare l’impegno dell’occupazione armata del Venezuela per pilotare il passaggio di potere, a differenza di quanto era accaduto a Grenada e a Panama.
Questo pragmatismo è stato anche il prodotto della consapevolezza dei fallimenti dei più recenti interventi militari statunitensi sul terreno in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003 nonché della contrarietà all’impiego di truppe all’estero da parte di un elettorato a cui Trump aveva promesso di non intraprendere nuove guerre.
Trump è un imprenditore avvezzo a un linguaggio brutale e alieno dalle sottigliezze e cautele della diplomazia. Ha, quindi, esternato in maniera ufficiale il senso di quell’orientamento della politica estera statunitense che in passato era stato spesso occultato sotto la dimensione dei presunti nobili fini delle iniziative di Washington in campo internazionale. Del resto, se già la destituzione di Arbenz era stata l’esito di un’operazione segreta della CIA, Trump non si è trattenuto dal riconoscere apertamente e spontaneamente, settimane prima del raid in Venezuela, che l’intelligence statunitense era già al lavoro sul campo per preparare la caduta di Maduro. Inoltre, in una specie di attualizzazione della strategia di Mann, ha ammesso che lasciare al proprio posto il governo autoritario di Caracas, sotto una neopresidente disposta a collaborare con Washington, è più conveniente per sfruttare il petrolio venezuelano che procedere a un cambiamento di regime per riportare la democrazia nel Paese, a causa delle incognite e dell’instabilità che la transizione avrebbe potuto provocare. In questo modo, Trump si è potuto limitare a un blitz di poche ore e non si è dovuto neppure sobbarcare l’impegno dell’occupazione armata del Venezuela per pilotare il passaggio di potere, a differenza di quanto era accaduto a Grenada e a Panama.
Questo pragmatismo è stato anche il prodotto della consapevolezza dei fallimenti dei più recenti interventi militari statunitensi sul terreno in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003 nonché della contrarietà all’impiego di truppe all’estero da parte di un elettorato a cui Trump aveva promesso di non intraprendere nuove guerre.
L’espansionismo nelle Americhe
Se le modalità formali dell’operazione Absolute Resolve hanno denotato una discontinuità rispetto al passato, gli obiettivi sostanziali di Trump nell’emisfero occidentale sono in linea con il pregresso delle mire espansionistiche di Washington.
Sul Canada, che ha dichiarato di voler annettere come 51° Stato dell’Unione dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del 2024, i neonati Stati Uniti avevano avanzato rivendicazioni già nel 1783, nelle trattative di pace a seguito della vittoria nella Guerra di indipendenza. Poi avevano cercato di conquistarlo durante un secondo conflitto militare combattuto contro la Gran Bretagna tra il 1812 e il 1815, ma gli stessi canadesi avevano respinto quell’esercito statunitense che si proponeva di portare loro la Repubblica e l’emancipazione dal giogo inglese.
Il canale di Panama era stato scavato dagli Stati Uniti tra il 1907 e il 1914 e Washington lo aveva controllato fino al 1999, dopo che nel 1903 Theodore Roosevelt aveva fomentato la secessione di Panama dalla Colombia per farsi affittare a tempo indeterminato la zona dove costruirlo dal governo del nuovo Stato. L’argomentazione di Trump, secondo cui il canale avrebbe dovuto tornare in mani statunitensi perché era stato progettato da ingegneri statunitensi e pagato da Washington, ha rispecchiato quasi alla lettera quanto aveva sostenuto Ronald Reagan durante la campagna elettorale del 1976 nell’opporsi al proposito di Jimmy Carter (poi eletto alla presidenza, in carica dal 1977 al 1981) di acconsentire al suo passaggio sotto la sovranità panamense in base a un trattato che sarebbe stato firmato poi nel 1977.
Gli Stati Uniti avevano cercato di farsi vendere la Groenlandia alla fine della guerra civile e il presidente Harry S. Truman (1884-1972, in carica dal 1945 al 1953) aveva rinnovato la richiesta nel 1946, dopo che Washington aveva sbarcato truppe sull’isola durante il secondo conflitto mondiale per prevenire un’occupazione tedesca.
Sul Canada, che ha dichiarato di voler annettere come 51° Stato dell’Unione dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del 2024, i neonati Stati Uniti avevano avanzato rivendicazioni già nel 1783, nelle trattative di pace a seguito della vittoria nella Guerra di indipendenza. Poi avevano cercato di conquistarlo durante un secondo conflitto militare combattuto contro la Gran Bretagna tra il 1812 e il 1815, ma gli stessi canadesi avevano respinto quell’esercito statunitense che si proponeva di portare loro la Repubblica e l’emancipazione dal giogo inglese.
Il canale di Panama era stato scavato dagli Stati Uniti tra il 1907 e il 1914 e Washington lo aveva controllato fino al 1999, dopo che nel 1903 Theodore Roosevelt aveva fomentato la secessione di Panama dalla Colombia per farsi affittare a tempo indeterminato la zona dove costruirlo dal governo del nuovo Stato. L’argomentazione di Trump, secondo cui il canale avrebbe dovuto tornare in mani statunitensi perché era stato progettato da ingegneri statunitensi e pagato da Washington, ha rispecchiato quasi alla lettera quanto aveva sostenuto Ronald Reagan durante la campagna elettorale del 1976 nell’opporsi al proposito di Jimmy Carter (poi eletto alla presidenza, in carica dal 1977 al 1981) di acconsentire al suo passaggio sotto la sovranità panamense in base a un trattato che sarebbe stato firmato poi nel 1977.
Gli Stati Uniti avevano cercato di farsi vendere la Groenlandia alla fine della guerra civile e il presidente Harry S. Truman (1884-1972, in carica dal 1945 al 1953) aveva rinnovato la richiesta nel 1946, dopo che Washington aveva sbarcato truppe sull’isola durante il secondo conflitto mondiale per prevenire un’occupazione tedesca.
Oltre l’emisfero occidentale
L’operazione Absolute Resolve potrebbe sembrare un ripensamento rispetto alla centralità che la National Security Strategy ha continuato ad attribuire allo scacchiere dell’Indo-Pacifico in linea con l’attenzione prioritaria che Washington ha rivolto a questa regione a partire dal pivot to Asia intrapreso nel 2011 da Barack Obama (presidente dal 2009 al 2017). In realtà, non è così.
Per Trump il contrasto alla Repubblica Popolare Cinese passa anche dall’America Latina, dove gli investimenti del regime di Pechino hanno sfiorato i 15 miliardi di dollari nel 2024 e la holding CK Hutchinson di Hong Kong ha controllato i porti di accesso al canale di Panama fino all’inizio del 2026, quando la concessione le è stata revocata non casualmente a poche settimane dal raid su Caracas. Il Venezuela è stato un importante fornitore di petrolio per la Repubblica Popolare Cinese fino alla caduta di Maduro. Inoltre, dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani il 22 giugno 2025, la cattura di Maduro è servita a dimostrare ulteriormente l’incapacità del leader cinese Xi Jinping di proteggere i suoi alleati e, quindi, il velleitarismo dei tentativi di creare una coalizione globale alternativa e ostile agli Stati Uniti.
In definitiva, Trump non è un neoisolazionista, né intende avallare quell’arretramento del proprio Paese sulla scena internazionale che era stato invece attuato da Obama e Joe Biden (presidente dal 2021 al 2025). L’impegno Make America Great Again vale anche nei termini dell’instaurazione di una egemonia planetaria di Washington, da realizzare però con metodi diversi dal passato: non più con interventi militari prolungati e occupazioni territoriali, né proponendosi come leader morale del pianeta, ma attraverso un uso mirato della forza e il ricorso alla coercizione commerciale per determinare l’accesso al mercato degli Stati Uniti che, con i loro oltre 30.000 miliardi di dollari di PIL, restano l’economia più ricca del pianeta.
Marzo 2026
Immagine: The pull of the Monroe Magnet («La forza di attrazione del magnete Monroe»), vignetta satirica di Udo Keppler, pubblicata sulla rivista umoristica «Puck» nel 1913.
Per Trump il contrasto alla Repubblica Popolare Cinese passa anche dall’America Latina, dove gli investimenti del regime di Pechino hanno sfiorato i 15 miliardi di dollari nel 2024 e la holding CK Hutchinson di Hong Kong ha controllato i porti di accesso al canale di Panama fino all’inizio del 2026, quando la concessione le è stata revocata non casualmente a poche settimane dal raid su Caracas. Il Venezuela è stato un importante fornitore di petrolio per la Repubblica Popolare Cinese fino alla caduta di Maduro. Inoltre, dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani il 22 giugno 2025, la cattura di Maduro è servita a dimostrare ulteriormente l’incapacità del leader cinese Xi Jinping di proteggere i suoi alleati e, quindi, il velleitarismo dei tentativi di creare una coalizione globale alternativa e ostile agli Stati Uniti.
In definitiva, Trump non è un neoisolazionista, né intende avallare quell’arretramento del proprio Paese sulla scena internazionale che era stato invece attuato da Obama e Joe Biden (presidente dal 2021 al 2025). L’impegno Make America Great Again vale anche nei termini dell’instaurazione di una egemonia planetaria di Washington, da realizzare però con metodi diversi dal passato: non più con interventi militari prolungati e occupazioni territoriali, né proponendosi come leader morale del pianeta, ma attraverso un uso mirato della forza e il ricorso alla coercizione commerciale per determinare l’accesso al mercato degli Stati Uniti che, con i loro oltre 30.000 miliardi di dollari di PIL, restano l’economia più ricca del pianeta.
Marzo 2026
Immagine: The pull of the Monroe Magnet («La forza di attrazione del magnete Monroe»), vignetta satirica di Udo Keppler, pubblicata sulla rivista umoristica «Puck» nel 1913.
Per approfondire
The American Presidency Project della University of California – Santa Barbara riporta il testo del messaggio sullo stato dell’Unione del 2 dicembre 1823, al cui interno James Monroe annunciò la propria dottrina, e quelli di Theodore Roosevelt del 6 dicembre 1904 e del 5 dicembre 1905, nei quali il presidente illustrò il suo corollario.
L’articolo dove John O’Sullivan elaborò la teoria del «destino manifesto» – Annexation, in «United States Magazine and Democratic Review», XVII (1845), 85, pp. 5-10 – è digitalizzato sul sito della Newberry Library.
Il testo dell’emendamento Platt del 1902, che sancì l’instaurazione del protettorato degli Stati Uniti su Cuba e fu abrogato solo nel 1934, è disponibile sul sito della San Diego State University.
Il contenuto della dottrina Mann, esposta in una conferenza, i cui contenuti sarebbero dovuti restare riservati, tenuta agli ambasciatori degli Stati Uniti nei Paesi dell’America Latina e altri diplomatici, è ricavabile da un articolo del giornalista Tad Szulc, U.S. May Abandon Effort to Deter Latin Dictators, «New York Times», 19 marzo 1964, pp. 1-2, disponibile online sul sito wecannotremainsilent, progetto nell’ambito della Brown University.
Il discorso di Ronald Reagan To Restore America del 31 marzo 1976, richiamato nel testo, è accessibile sul sito della Ronald Reagan Presidential Foundation.
La National Security Strategy of the United States è scaricabile dal sito della Casa Bianca.
La conferenza stampa di Donald Trump del 3 gennaio 2026 è visibile integralmente su YouTube (ma comincia dopo 47 minuti dall’inizio della registrazione).
Sul canale YouTube di Mondadori Education è disponibile il video del webinar Trump sulla scena globale, tra Venezuela e Groenlandia, registrato il 30 gennaio 2026, con la partecipazione di Stefano Luconi, Gennaro Carotenuto e Stefano Lucarelli.
L’articolo dove John O’Sullivan elaborò la teoria del «destino manifesto» – Annexation, in «United States Magazine and Democratic Review», XVII (1845), 85, pp. 5-10 – è digitalizzato sul sito della Newberry Library.
Il testo dell’emendamento Platt del 1902, che sancì l’instaurazione del protettorato degli Stati Uniti su Cuba e fu abrogato solo nel 1934, è disponibile sul sito della San Diego State University.
Il contenuto della dottrina Mann, esposta in una conferenza, i cui contenuti sarebbero dovuti restare riservati, tenuta agli ambasciatori degli Stati Uniti nei Paesi dell’America Latina e altri diplomatici, è ricavabile da un articolo del giornalista Tad Szulc, U.S. May Abandon Effort to Deter Latin Dictators, «New York Times», 19 marzo 1964, pp. 1-2, disponibile online sul sito wecannotremainsilent, progetto nell’ambito della Brown University.
Il discorso di Ronald Reagan To Restore America del 31 marzo 1976, richiamato nel testo, è accessibile sul sito della Ronald Reagan Presidential Foundation.
La National Security Strategy of the United States è scaricabile dal sito della Casa Bianca.
La conferenza stampa di Donald Trump del 3 gennaio 2026 è visibile integralmente su YouTube (ma comincia dopo 47 minuti dall’inizio della registrazione).
Sul canale YouTube di Mondadori Education è disponibile il video del webinar Trump sulla scena globale, tra Venezuela e Groenlandia, registrato il 30 gennaio 2026, con la partecipazione di Stefano Luconi, Gennaro Carotenuto e Stefano Lucarelli.
Letture consigliate
Brian Bennett, Nik Popli, Whatever Trump Wants, in «Time», edizione internazionale, 26 gennaio 2026, pp. 44-47.
Luca Castagna, L’America nel mondo. Duecento anni di dottrina Monroe, Scholé, Brescia 2024.
Mario Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo, 1776-2016, Laterza, Roma-Bari 2017.
Mario Del Pero, Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump, il Mulino, Bologna 2025.
Germano Dottori, La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America, Salerno Editrice, Roma 2019.
Valerio Giannattasio, Alessandro Guida, Raffaele Nocera, L’America Latina in guerra. I militari al potere nelle dittature del Cono Sud degli anni Sessanta-Ottanta, Mondadori Università, Milano 2026.
Robert Kagan, Dangerous Nation. America’s Foreign Policy from Its Earliest Days to the Dawn of the Twentieth Century, Alfred A. Knopf, New York 2006.
Stefano Luconi, La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump, Mondadori Education, Milano 2026 (terza edizione).
Marco Mariano, L’America nell’«Occidente». Storia della dottrina Monroe (1823-1963), Carocci, Roma 2013.
Raffaele Nocera, Stati Uniti e America Latina dal 1823 a oggi, Carocci, Roma 2005.
Claudio Pagliara, L’imperatore. Donald Trump, l’alba di una nuova era, Piemme, Milano 2025.
Anders Stephanson, Destino manifesto. L’espansionismo americano e l’Impero del Bene, Feltrinelli, Milano 2004.
The Trump Presidency. Continuity and Change in U.S. Foreign Policy, a cura di Matthew Alan Hills e Steven Hurst, Routledge, New York 2023.
Si veda anche l’articolo che Stefano Luconi ha scritto all’indomani dell’insediamento di Donald Trump per il suo secondo mandato, in questo spazio online.
Luca Castagna, L’America nel mondo. Duecento anni di dottrina Monroe, Scholé, Brescia 2024.
Mario Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo, 1776-2016, Laterza, Roma-Bari 2017.
Mario Del Pero, Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump, il Mulino, Bologna 2025.
Germano Dottori, La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America, Salerno Editrice, Roma 2019.
Valerio Giannattasio, Alessandro Guida, Raffaele Nocera, L’America Latina in guerra. I militari al potere nelle dittature del Cono Sud degli anni Sessanta-Ottanta, Mondadori Università, Milano 2026.
Robert Kagan, Dangerous Nation. America’s Foreign Policy from Its Earliest Days to the Dawn of the Twentieth Century, Alfred A. Knopf, New York 2006.
Stefano Luconi, La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump, Mondadori Education, Milano 2026 (terza edizione).
Marco Mariano, L’America nell’«Occidente». Storia della dottrina Monroe (1823-1963), Carocci, Roma 2013.
Raffaele Nocera, Stati Uniti e America Latina dal 1823 a oggi, Carocci, Roma 2005.
Claudio Pagliara, L’imperatore. Donald Trump, l’alba di una nuova era, Piemme, Milano 2025.
Anders Stephanson, Destino manifesto. L’espansionismo americano e l’Impero del Bene, Feltrinelli, Milano 2004.
The Trump Presidency. Continuity and Change in U.S. Foreign Policy, a cura di Matthew Alan Hills e Steven Hurst, Routledge, New York 2023.
Si veda anche l’articolo che Stefano Luconi ha scritto all’indomani dell’insediamento di Donald Trump per il suo secondo mandato, in questo spazio online.
L’autore
Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America e Storia dell’America del Nord all’Università di Padova. I suoi principali interessi di ricerca riguardano immigrazione, politica estera, rapporti etno-razziali e comportamento elettorale negli Stati Uniti. Con Mondadori Education ha pubblicato i volumi «Nazione di immigrati» o «fortezza America»? Gli Stati Uniti e le minoranze etniche nel XXI secolo (2024, con Matteo Pretelli) e La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026, terza edizione).