Una vita violenta. A Genova negli anni Settanta
Sergio Luzzatto, Dolore e furore. Una storia delle Brigate rosse, Einaudi, Torino 2023, LI, 704 pp. (nuova edizione 2024, LII, 708 p.). Scheda a cura di Davide Serafino.
Storia di un brigatista
Dopo essersi dedicato (nel 2021) alla figura di Guido Rossa, l’operaio e sindacalista comunista ucciso dalle Brigate rosse a Genova nel 1979 per aver denunciato un compagno di lavoro che distribuiva volantini brigatisti in fabbrica, Sergio Luzzatto, in Dolore e furore. Una storia delle Brigate rosse (2023), è passato a colui che si può definire l’«antagonista», cioè Riccardo Dura, il brigatista che uccise Rossa. Attraverso la parabola umana ed esistenziale di Dura, seguendo un vero e proprio «fil rouge biografico» (p. XXIII), Luzzatto indaga le vicende della colonna genovese delle Br e, pur senza pretesa di sistematicità, quelle dell’intera organizzazione armata, offrendo al contempo anche una rappresentazione vivida e dolente del capoluogo ligure negli anni Settanta. La ricerca, inoltre, ha il merito di liberare la figura di Dura da quella leggenda nera che gli era stata cucita addosso – complice la sua morte precoce – da forze dell’ordine e magistratura, ma anche da alcuni ex compagni, che lo aveva trasformato in un compendio di fanatismo e ferocia, restituendola a una dimensione pienamente storica. I capitoli di Luzzatto sono densi di personaggi (dopo il prologo c’è un elenco di quelli principali, in ordine di apparizione), di vite, storie, incontri e incroci, tanto da rendere difficile farne una sintesi capace di contenerli tutti.
I «tre mondi» di Riccardo Dura
Il volume si snoda attraverso i tre «mondi», le tre diverse comunità a cui prese parte il futuro capo-colonna delle Br genovesi Dura in altrettante cruciali fasi della propria vita.
Il primo «mondo», segnato da dolorose esperienze “rieducative” tipiche delle istituzioni totali, è quello della nave riformatorio Garaventa, un istituto per «minorenni traviati», e degli ospedali psichiatrici in cui il giovane Dura fu rinchiuso in seguito ad alcune crisi innescate dal rapporto conflittuale con la madre, ma anche quello delle svariate navi in cui si imbarcò come marittimo. A questa prima parte della vita del futuro brigatista e di coloro che, a vario titolo, da lì a poco avrebbero ruotato attorno a lui, come Sergio Adamoli, Enrico Fenzi, Gianfranco Faina, Rocco Micaletto e Giovanni Senzani, sono dedicati i primi quattro capitoli del volume.
Il secondo «mondo» è la comunità di militanti sorta a Genova intorno al gruppo della sinistra rivoluzionaria Lotta continua (Lc), a cui sono dedicati l’ultima parte del quarto capitolo e il quinto. Sono gli anni della militanza politica di Dura in Lc; del processo ai militanti del Gruppo 22 ottobre, una formazione armata sorta a Genova sul finire del 1969; e del sequestro di Mario Sossi, la prima azione compiuta nel capoluogo ligure dalle Br, seppur con militanti provenienti da Milano e Torino. In questi primi cinque capitoli, inoltre, trova spazio un’interessante ricostruzione, attraverso volti, figure e umori, del milieu genovese degli anni Sessanta e Settanta.
I successivi capitoli, infine, si concentrano sull’ultimo «mondo», quello delle Brigate rosse, di cui Dura fu protagonista fino al 28 marzo 1980, quando trovò la morte, insieme ad altri tre compagni, durante l’irruzione dei carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa nella base brigatista di via Fracchia, a Genova. Il sesto e il settimo capitolo ripercorrono la nascita e l’organizzazione di una colonna brigatista sotto la Lanterna, mentre nell’ottavo Luzzatto la presenta ormai pienamente funzionante e in azione, lasciandosi andare anche ad alcune considerazioni sul sequestro Moro. Il nono capitolo si concentra sulla fase successiva al rapimento del presidente della Democrazia cristiana e dedica molto spazio, dopo averlo introdotto già nei capitoli precedenti, alla figura di Giovanni Senzani, il criminologo che avrebbe ricoperto un ruolo dirigenziale di primo piano nella fase più tarda delle Br. L’autore suggerisce di anticipare il suo ingresso nell’organizzazione, forse addirittura a prima della primavera del 1978, precisando però come manchino «evidenze documentarie d’epoca» (pp. 305-306). In questo capitolo Luzzatto torna anche sull’omicidio di Guido Rossa da parte dello stesso Dura e di altri militanti della colonna.
Negli ultimi due capitoli emerge pienamente un’interpretazione che attraversa l’intero libro e che tende ad accentuare il ruolo degli “intellettuali” – esemplificati dai «cognati rossi» Fenzi e Senzani, entrambi docenti universitari – nelle Br e nella nascita della colonna genovese. Il ruolo svolto dagli intellettuali, indubbiamente, merita di essere approfondito, ma non appare così determinante come sembra suggerire l’autore, quasi che le Br fossero nate tra i banchi delle facoltà di via Balbi.
Il primo «mondo», segnato da dolorose esperienze “rieducative” tipiche delle istituzioni totali, è quello della nave riformatorio Garaventa, un istituto per «minorenni traviati», e degli ospedali psichiatrici in cui il giovane Dura fu rinchiuso in seguito ad alcune crisi innescate dal rapporto conflittuale con la madre, ma anche quello delle svariate navi in cui si imbarcò come marittimo. A questa prima parte della vita del futuro brigatista e di coloro che, a vario titolo, da lì a poco avrebbero ruotato attorno a lui, come Sergio Adamoli, Enrico Fenzi, Gianfranco Faina, Rocco Micaletto e Giovanni Senzani, sono dedicati i primi quattro capitoli del volume.
Il secondo «mondo» è la comunità di militanti sorta a Genova intorno al gruppo della sinistra rivoluzionaria Lotta continua (Lc), a cui sono dedicati l’ultima parte del quarto capitolo e il quinto. Sono gli anni della militanza politica di Dura in Lc; del processo ai militanti del Gruppo 22 ottobre, una formazione armata sorta a Genova sul finire del 1969; e del sequestro di Mario Sossi, la prima azione compiuta nel capoluogo ligure dalle Br, seppur con militanti provenienti da Milano e Torino. In questi primi cinque capitoli, inoltre, trova spazio un’interessante ricostruzione, attraverso volti, figure e umori, del milieu genovese degli anni Sessanta e Settanta.
I successivi capitoli, infine, si concentrano sull’ultimo «mondo», quello delle Brigate rosse, di cui Dura fu protagonista fino al 28 marzo 1980, quando trovò la morte, insieme ad altri tre compagni, durante l’irruzione dei carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa nella base brigatista di via Fracchia, a Genova. Il sesto e il settimo capitolo ripercorrono la nascita e l’organizzazione di una colonna brigatista sotto la Lanterna, mentre nell’ottavo Luzzatto la presenta ormai pienamente funzionante e in azione, lasciandosi andare anche ad alcune considerazioni sul sequestro Moro. Il nono capitolo si concentra sulla fase successiva al rapimento del presidente della Democrazia cristiana e dedica molto spazio, dopo averlo introdotto già nei capitoli precedenti, alla figura di Giovanni Senzani, il criminologo che avrebbe ricoperto un ruolo dirigenziale di primo piano nella fase più tarda delle Br. L’autore suggerisce di anticipare il suo ingresso nell’organizzazione, forse addirittura a prima della primavera del 1978, precisando però come manchino «evidenze documentarie d’epoca» (pp. 305-306). In questo capitolo Luzzatto torna anche sull’omicidio di Guido Rossa da parte dello stesso Dura e di altri militanti della colonna.
Negli ultimi due capitoli emerge pienamente un’interpretazione che attraversa l’intero libro e che tende ad accentuare il ruolo degli “intellettuali” – esemplificati dai «cognati rossi» Fenzi e Senzani, entrambi docenti universitari – nelle Br e nella nascita della colonna genovese. Il ruolo svolto dagli intellettuali, indubbiamente, merita di essere approfondito, ma non appare così determinante come sembra suggerire l’autore, quasi che le Br fossero nate tra i banchi delle facoltà di via Balbi.
Percorsi e ragioni
Il lavoro di Luzzatto ha il merito di evitare quello che Angelo Ventrone, qualche anno fa, ha identificato come uno dei maggiori rischi per chi si confronta con questo periodo, cioè che una valutazione di tipo morale prenda «il sopravvento sullo studio dei “percorsi e delle ragioni”, non solo personali, ma storiche, sociali e culturali». Il volume, infatti, offre una lettura del fenomeno della lotta armata degli anni Settanta in Italia capace di intercettare una questione spesso accennata, ma finora mai affrontata in maniera diretta dalla storiografia, cioè come esso si inserisca all’interno della più ampia storia del Paese. Luzzatto, a partire dalla biografia di Dura, individua una possibile spiegazione nelle enormi trasformazioni sociali e nell’intenso processo di «sradicamento originario» e di «spaesamento» innescati dal miracolo economico e nella loro influenza nello sviluppo della violenza politica. La lotta armata, quindi, non appare come un fenomeno fuori dal tempo o come l’esito scellerato della predicazione di “cattivi maestri”, ma un fenomeno sociale e politico che trova la propria spiegazione nell’assetto politico bloccato del secondo dopoguerra, nelle enormi trasformazioni sociali ed economiche innescate dal boom economico e in una democrazia che si affermava a fatica. Come abbiamo segnalato sopra, tuttavia, in alcuni passaggi l’autore, però, pare indugiare un po’ troppo su alcuni protagonisti, per esempio sugli “intellettuali” della colonna, anteponendo le esigenze della narrazione a quelle della ricostruzione storica. A tal proposito, la scelta di Luzzatto di mettere a nudo i propri dubbi e le proprie incertezze, di esplicitare i propri azzardi interpretativi, di esternare le proprie emozioni di fronte a una fonte o una testimonianza inedita, di certo restituisce un ritratto concreto del mestiere dello storico, ma talvolta gioca troppo sulle ambiguità del rapporto tra narrazione, immaginazione e ricostruzione storica.
Maggio 2025
Immagine: panoramica del porto di Genova.
Maggio 2025
Immagine: panoramica del porto di Genova.
Per approfondire
L’altro libro di Luzzatto a cui si fa riferimento è Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa, Einaudi, Torino 2021. La citazione di Angelo Ventrone è tratta da I dannati della rivoluzione. Violenza politica e storia d’Italia negli anni Sessanta e Settanta, a cura di Angelo Ventrone, Eum, Macerata 2010, pp. 9-10. Per ulteriori approfondimenti si rimanda anche a Davide Serafino, La lotta armata a Genova. Dal Gruppo 22 ottobre alle Brigate rosse (1969-1981), Pacini, Ospedaletto (Pisa) 2016.
Una nota sulle fonti
Dolore e furore, frutto di un notevole scavo d’archivio e di una grande pluralità di fonti, offre diversi spunti per affrontare la questione delle fonti per lo studio della conflittualità sociale. Un luogo comune, fortunatamente sempre meno in voga, vuole, infatti, che lo studio della lotta armata degli anni Settanta sia reso difficile dalla presunta assenza di fonti, ragione spesso usata per affrontare queste tematiche in chiave moralistica o per sfruttarle a fini politici. La questione si colloca al crocevia di processi diversi: da un lato non si possono ignorare le difficoltà ad accedere ad alcuni documenti – si pensi alle carte dei servizi e della polizia –, ora però in parte attenuate dalle Direttive Prodi e Renzi[1]; ma dall’altro lato si registra la sovrabbondanza di alcuni documenti – opuscoli, riviste, numeri unici, volantini, rivendicazioni – a cui con fatica è stato riconosciuto pienamente lo status di fonte e che sono conservati presso istituti e soggetti privati poco conosciuti (si parla di particolarità e anomalia dei soggetti conservatori). La sfida per lo storico è, semmai, di selezionare tra le molteplici fonti quelle più adatte alla propria ricerca. Tra quelle possibili per lo studio di questa stagione, infatti, troviamo: gli archivi pubblici, come l’Archivio Centrale dello Stato e gli Archivi di Stato, che conservato i documenti prodotti dalle istituzioni; gli archivi privati, come quelli di partiti, sindacati, movimenti e centri culturali, presenti a decine in tutto il territorio nazionale, ma anche di singoli militanti e personalità politiche; le fonti giudiziarie e i fondi di avvocati; la carte raccolte dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta e quelle rese disponibili dalle Direttive Prodi e Renzi; le pubblicazioni a stampa, quotidiani, settimanali, ma anche riviste e fogli prodotti dai movimenti; la memorialistica e le interviste scritte; le fonti orali, ma anche i diari, i video, le canzoni, i manifesti, le registrazioni delle radio.
[1] Le Direttive Prodi e Renzi, rispettivamente del 2008 e del 2014, hanno disposto che le amministrazioni dello Stato versassero, con procedura straordinaria, all’Archivio Centrale dello Stato e agli Archivi di Stato la documentazione di cui erano in possesso relativa «agli eventi di Piazza Fontana a Milano (1969), di Gioia Tauro (1970), di Peteano (1972), della Questura di Milano (1973), di Piazza della Loggia a Brescia (1974), dell’Italicus (1974), di Ustica (1980), della stazione di Bologna (1980), del Rapido 904 (1984)». Tra queste carte in particolare si può trovare materiale sul fenomeno eversivo proveniente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) e dai Ministeri dell’Interno (Dipartimento della pubblica sicurezza), della Difesa (Arma dei carabinieri, Stato maggiore della difesa, Stato maggiore dell’esercito), di Grazia e giustizia e degli Affari esteri.
[1] Le Direttive Prodi e Renzi, rispettivamente del 2008 e del 2014, hanno disposto che le amministrazioni dello Stato versassero, con procedura straordinaria, all’Archivio Centrale dello Stato e agli Archivi di Stato la documentazione di cui erano in possesso relativa «agli eventi di Piazza Fontana a Milano (1969), di Gioia Tauro (1970), di Peteano (1972), della Questura di Milano (1973), di Piazza della Loggia a Brescia (1974), dell’Italicus (1974), di Ustica (1980), della stazione di Bologna (1980), del Rapido 904 (1984)». Tra queste carte in particolare si può trovare materiale sul fenomeno eversivo proveniente dalla Presidenza del Consiglio dei ministri (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) e dai Ministeri dell’Interno (Dipartimento della pubblica sicurezza), della Difesa (Arma dei carabinieri, Stato maggiore della difesa, Stato maggiore dell’esercito), di Grazia e giustizia e degli Affari esteri.