Una fame da fine del mondo: la carestia in Europa nel 1031-1033 secondo Rodolfo il Glabro

A cura di Lorenzo Tabarrini

Una cronaca del monaco borgognone Rodolfo il Glabro riferisce di una carestia che si sarebbe abbattuta sull’Europa tra il 1031 e il 1033, con effetti catastrofici. Possiamo considerare affidabile il racconto che Rodolfo fece dal suo osservatorio? Il confronto con altre fonti scritte e con i dati della paleoclimatologia permette di provare a dare una risposta.

 

 

Una fortuna tardiva

Non è raro trovare nei manuali di scuola o università uno o più brani tratti dalle Historiae del monaco borgognone Rodolfo detto «il Glabro», un’opera in cinque libri terminata poco prima dell’anno 1050. Rodolfo, entrato in monastero a soli dodici anni, ci ha consegnato una cronaca molto importante per lo studio degli eventi politici dei secoli X e XI, ma anche (e forse soprattutto) una vivace testimonianza delle sue inquietudini personali e spirituali, specchio di un’epoca animata da sentimenti religiosi vissuti in modo drammatico – e così lontani, si potrebbe aggiungere, dallo stereotipo di un Medioevo bigotto e oscurantista. Proprio il carattere eccentrico di questo scritto e la descrizione estremamente cruda di alcuni avvenimenti, come la carestia di cui ci occupiamo qui, contribuirono, tuttavia, alla relativa marginalità di un testo che sembra aver circolato molto poco (ci è giunto grazie a quattro soli manoscritti). L’autore non gli diede nemmeno un titolo: Historiae gli fu attribuito nel 1596 dal suo primo editore, l’erudito francese Pierre Pithou. Oggi l’opera di Rodolfo offre a insegnanti e studenti uno straordinario esempio di cronaca medievale e, nella fattispecie, il terrificante racconto di una calamità che si sarebbe abbattuta «in universo orbe terrarum», in ogni parte del mondo, mentre si avvicinavano i mille anni dalla Passione di Cristo.

 

«Heu proh dolor!»

«Oh sventura!», dice Rodolfo quando si accinge a narrare i fatti più scabrosi, quelli di cui vorrebbe proprio tacere, che accompagnarono la carestia degli anni 1031-1033 e che dominano il IV capitolo del IV libro delle Historiae. La disgrazia fu annunciata dalla morte di alcuni uomini illustri e pii, come il re dei Franchi occidentali Roberto e il vescovo di Chartres Fulberto. Da quel momento, il clima divenne così instabile che non si riusciva più a individuare il momento adatto per la semina o la mietitura; tutti pativano la fame, al punto che la generale mancanza di risorse impediva ai potentes (i ricchi e i potenti) di opprimere i pauperes (i poveri e gli indifesi), i quali non avevano più nulla da offrire alla rapacità dei primi. Secondo Rodolfo, Dio puniva così i peccati e l’arroganza degli uomini, che cominciarono a mangiare erbe selvatiche e poi altre cose innominabili, fino a giungere all’antropofagia. Solo nel 1033 il cielo cominciò a rasserenarsi, l’ira divina si placò e iniziò una nuova era di prosperità e pace.

 

La grande carestia: finzione o realtà?

Quando si legge una cronaca medievale è inevitabile chiedersi se possiamo fidarci del suo autore. Non dobbiamo dimenticarci, del resto, che il problema del «vero» e del «falso» è più importante per noi di quanto non lo fosse per Rodolfo. Quest’ultimo vede nella storia null’altro che il cammino dell’umanità verso la Salvezza; la verifica e l’analisi critica delle fonti gli è del tutto estranea. Occorre aggiungere che ogni opera letteraria ha alle spalle alcuni modelli, da cui chi scrive trae ispirazione e materia per il proprio racconto: ciò rende talvolta difficile, per lo storico, distinguere tra una rielaborazione colta di un testo precedente e una creazione originale. Nel caso della narrazione contenuta nel IV libro delle Historiae si può essere, tuttavia, ragionevolmente fiduciosi: altri autori del secolo XI, che pare fossero ignoti a Rodolfo e a loro volta ignari di lui, raccontano di questa crisi climatica e alimentare in termini simili. Anche gli episodi di antropofagia, talora liquidati come il frutto della fantasia del nostro monaco, trovano un tragico – ancorché tardo – riscontro nella terribile carestia cinese del 1958-1961. Infine, bisogna sottolineare che i dati ricavabili dalla paleoclimatologia, ovvero da quell’insieme di pratiche scientifiche che consentono di studiare l’evoluzione del clima nel passato, sembrerebbero mostrare un abbassamento delle temperature nella prima metà del secolo XI in Europa. Le cautele sono d’obbligo: non è sempre possibile combinare con successo le informazioni provenienti dalle paleoscienze con quelle ricavabili dalle fonti scritte, poiché il grado di precisione cronologica e geografica delle prime – che riguardano tempi e spazi molto ampi, così ampi da risultare difficili da circoscrivere – è, in generale, inferiore a quello delle seconde – che riportano le date e i nomi dei luoghi in modo spesso puntuale. In questo caso, però, tutti gli indizi a nostra disposizione concorrono a indicarci Rodolfo come un testimone sostanzialmente affidabile, se si eccettuano alcune iperboli che servono a dare enfasi al valore morale e religioso della sua cronaca.

Settembre 2025

Immagine: due contadini impegnati nella trebbiatura del mais con degli strumenti chiamati alette. Miniatura dal Salterio di Luttrell, 1325-1335 ca.

 

La fonte

Frattanto, dopo essersi cibata di quadrupedi e uccelli, la gente, sotto i morsi tremendi della fame, cominciò a prendere per nutrimento ogni sorta di carne, anche di bestie morte, e altre cose schifose. Taluni cercarono di sfuggire alla morte mangiando radici silvestri e piante acquatiche, ma inutilmente: non si trova scampo all’ira vendicatrice di Dio se non rivolgendosi a sé stessi. Si inorridisce a descrivere le perversioni cui l’umanità andò soggetta. In quel tempo – oh sventura! – la furia della fame costrinse gli uomini a divorare carne umana, come solo di rado si era sentito dire in passato. I viandanti venivano ghermiti da uomini più forti di loro, squartati, cotti sul fuoco e divorati. Molti tra coloro che migravano da un luogo a un altro per sfuggire all’inedia, furono sgozzati di notte nelle case dove venivano accolti e diedero nutrimento ai loro ospiti. Moltissimi adescavano i bambini con un frutto o un uovo, li inducevano a seguirli in posti appartati, li trucidavano e li divoravano. In innumerevoli luoghi perfino i cadaveri furono dissepolti e usati per calmare la fame. Tanto dilagò quell’insano furore, da lasciare più al sicuro dal rischio di sequestri il bestiame abbandonato che l’uomo. Come se ormai stesse divenendo un fatto abituale il mangiare carni umane, un tale ne portò di cotte per metterle in vendita sul mercato di Tournus[1], quasi si trattasse di comune carne animale. Arrestato, l’uomo non negò quella colpa; fu allora immobilizzato e bruciato sul rogo. La carne venne seppellita; ma un altro la dissotterrò di notte e la mangiò, finendo egli pure bruciato […].

Molti estraevano una sabbia bianca, simile ad argilla, e, mischiandola alla quantità allora disponibile di farina e crusca, ne ricavavano delle pagnotte, per cercare anche così di scampare alla fame. Questa era per loro l’unica speranza di salvezza; ma l’esito fu vano. I volti di tutti divennero pallidi e scavati, parecchi avevano il corpo gonfio e la pelle tesa; le loro voci si facevano esili al punto da assomigliare al lamento di uccelli moribondi […].

Nessun autore potrà mai esprimere con parole il dolore, la tristezza, i singhiozzi, i lamenti, il pianto di chi assisteva a tutto questo, specialmente gli uomini di chiesa, vescovi e abati, monaci e monache, e in generale tutte le persone timorate di Dio di qualunque sesso e condizione. Si credette che la gerarchia delle stagioni e degli elementi, che aveva regnato fin dall’inizio dei tempi, fosse precipitata in un inarrestabile caos che avrebbe condotto l’umanità alla sua fine.

Fonte. Rodolfo il Glabro, Cronache dell’anno Mille (Storie), ed. e trad. a cura di Guglielmo Cavallo e Giovanni Orlandi, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 2005 (prima ed. 1989), pp. 215-221.

[1] Località della Borgogna.

Per approfondire

Su Rodolfo il Glabro e l’edizione curata da Cavallo e Orlandi si veda Girolamo Arnaldi, Rivisitando le Storie di Rodolfo il Glabro, in Haut Moyen-Age. Culture, éducation et société. Études offertes à Pierre Riché, a cura di Michel Sot, Publidix-Erasme, Parigi 1990, pp. 547-554. Un commento recente sulla carestia del 1031-1033 si trova in Mathieu Arnoux, Un monde sans ressources. Besoin et société en Europe (XIe-XIVe siècle), Albin Michel, Parigi 2023, pp. 67 e ss. Sul problema delle carestie e la reazione delle società medievali alle crisi alimentari è fondamentale Jean-Pierre Devroey, La Nature et le roi. Environnement, pouvoir et société à l’âge de Charlemagne (740-820), Albin Michel, Parigi 2019. Per i dati paleoclimatici rimando all’articolo di sintesi di Jürg Luterbacher et al., European Summer Temperatures since Roman Times, «Environmental Research Letters», 11 (2016), disponibile online (ultima consultazione 25 agosto 2025).