Un esorcismo in casa Hamerani, e tutto il mondo fuori
Fernanda Alfieri, Veronica e il diavolo. Storia di un esorcismo a Roma, Einaudi, Torino 2021, 371 p. Scheda a cura di Eleonora Faricelli
La storica Fernanda Alfieri, studiosa dell’età moderna e in particolare della storia delle pratiche e delle norme della sessualità, si è cimentata con la storia di una giovane donna che, nella Roma della Restaurazione, tra il 1834 e il 1835, subì un esorcismo. L’autrice sceglie una forma ibrida e sperimentale per presentare i risultati della sua ricerca: un frammento della vita, per lo più solitaria e reclusa, che ebbe Veronica Hamerani, mentre intorno a lei la storia della Chiesa, quella dell’Italia e dell’Europa, quella della medicina e della psichiatria attraversavano i cambiamenti che i libri di storia raccontano.
Veronica ritrovata in un archivio gesuita
Nella Roma della prima metà dell’Ottocento si consumò la storia di Veronica, una giovane donna sulla quale, tra il 1834 e il 1835, il gesuita padre Kohlmann praticò un esorcismo. Fernanda Alfieri ricostruisce questa vicenda grazie a un manoscritto di trecento carte conservato presso l’Archivio della Compagnia di Gesù a Roma.
Il ritrovamento fortuito di questo documento, insieme alla natura stessa delle altre fonti utilizzate, è il punto di partenza di un volume originale. Il libro di Alfieri infatti non è una monografia storiografica “canonica”: mancano, per esempio, le tradizionali note a piè di pagina che normalmente accompagnano un’opera del genere. Ma non è neppure un romanzo che mescola elementi documentati con altri di finzione.
Il ritrovamento fortuito di questo documento, insieme alla natura stessa delle altre fonti utilizzate, è il punto di partenza di un volume originale. Il libro di Alfieri infatti non è una monografia storiografica “canonica”: mancano, per esempio, le tradizionali note a piè di pagina che normalmente accompagnano un’opera del genere. Ma non è neppure un romanzo che mescola elementi documentati con altri di finzione.
Le fonti, la forma
L’autrice ha scelto una forma ibrida. Attraverso una ricerca d’archivio minuziosa condotta in diversi istituti italiani ed europei, costruisce un racconto dalla forte inclinazione letteraria, ma rigorosamente basato sulle fonti. Persino dettagli apparentemente marginali, come le condizioni atmosferiche di alcune giornate, trovano riscontro nei documenti esaminati – in questo caso nel Diario di Roma per l’anno 1834. Questo metodo consente ad Alfieri di sfiorare il racconto di finzione, pur rimanendo fedele a ciò che la documentazione permette di sostenere.
La natura atipica del volume non ne mette dunque in discussione il carattere storiografico, benché segua un’impostazione diversa da quella di una monografia tradizionale. Il libro, per esempio, non è suddiviso in capitoli veri e propri. Una prima sezione intitolata «Roma, una data vicina a oggi, ma non è così importante. MIEI APPUNTI» introduce il lettore alla struttura del testo e alle scelte narrative adottate. La vicenda dell’esorcismo subito da Veronica Hamerani, questo il nome completo della giovane, è ricostruita soprattutto attraverso due fonti principali. La prima è il manoscritto ricordato sopra, dal titolo “Esorcisazione di Maria Antonina Hamerani, ritenuta ossessa (1834-1835)” (il nome sul manoscritto è stato poi opportunamente corretto in Veronica, probabilmente da un archivista che aveva condotto una ricerca maggiormente approfondita sul fascicolo). La seconda fonte (custodita nel fondo manoscritti della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma) è il diario di Francesco Manera, un giovane gesuita anch’egli incaricato di seguire la vicenda, che annotò quotidianamente le impressioni ricavate dalle visite alla donna durante il periodo dell’esorcismo. Questi due documenti costituiscono la base di partenza per lo sviluppo dell’intero racconto nonché per la suddivisione interna del volume: ciascun breve capitolo si apre infatti con la riproposizione di passi (opportunamente segnalati in corsivo e trascritti secondo l’uso moderno) tratti dalle due fonti principali che seguono, in ordine cronologico, lo sviluppo della vicenda. All’Esorcisazione e al diario di padre Manera se ne affiancano molte altre – tutte presentate nella corposa Nota al testo alla fine del volume – che contribuiscono ad arricchire la ricostruzione: periodici romani, cronache cittadine, opere letterarie, lettere che i gesuiti inoltrarono al Generale della Compagnia per aggiornarlo sull’avanzamento della vicenda e altri documenti coevi. Ne emerge un mosaico di testimonianze molto variegato che restituisce non solo i contorni dell’esorcismo a Veronica, ma anche il quadro più ampio all’interno del quale la vicenda si colloca, sullo sfondo di un’Italia e di un’Europa che, verso la metà dell’Ottocento, stavano affrontando profondi mutamenti politici e culturali.
La natura atipica del volume non ne mette dunque in discussione il carattere storiografico, benché segua un’impostazione diversa da quella di una monografia tradizionale. Il libro, per esempio, non è suddiviso in capitoli veri e propri. Una prima sezione intitolata «Roma, una data vicina a oggi, ma non è così importante. MIEI APPUNTI» introduce il lettore alla struttura del testo e alle scelte narrative adottate. La vicenda dell’esorcismo subito da Veronica Hamerani, questo il nome completo della giovane, è ricostruita soprattutto attraverso due fonti principali. La prima è il manoscritto ricordato sopra, dal titolo “Esorcisazione di Maria Antonina Hamerani, ritenuta ossessa (1834-1835)” (il nome sul manoscritto è stato poi opportunamente corretto in Veronica, probabilmente da un archivista che aveva condotto una ricerca maggiormente approfondita sul fascicolo). La seconda fonte (custodita nel fondo manoscritti della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma) è il diario di Francesco Manera, un giovane gesuita anch’egli incaricato di seguire la vicenda, che annotò quotidianamente le impressioni ricavate dalle visite alla donna durante il periodo dell’esorcismo. Questi due documenti costituiscono la base di partenza per lo sviluppo dell’intero racconto nonché per la suddivisione interna del volume: ciascun breve capitolo si apre infatti con la riproposizione di passi (opportunamente segnalati in corsivo e trascritti secondo l’uso moderno) tratti dalle due fonti principali che seguono, in ordine cronologico, lo sviluppo della vicenda. All’Esorcisazione e al diario di padre Manera se ne affiancano molte altre – tutte presentate nella corposa Nota al testo alla fine del volume – che contribuiscono ad arricchire la ricostruzione: periodici romani, cronache cittadine, opere letterarie, lettere che i gesuiti inoltrarono al Generale della Compagnia per aggiornarlo sull’avanzamento della vicenda e altri documenti coevi. Ne emerge un mosaico di testimonianze molto variegato che restituisce non solo i contorni dell’esorcismo a Veronica, ma anche il quadro più ampio all’interno del quale la vicenda si colloca, sullo sfondo di un’Italia e di un’Europa che, verso la metà dell’Ottocento, stavano affrontando profondi mutamenti politici e culturali.
L’«ossessa»
Benché sia lei la protagonista indiscussa, la voce di Veronica giunge al lettore soltanto attraverso il racconto filtrato di altri. Furono in effetti molte le persone – per lo più uomini, fatta eccezione per la madre Maria Vittoria – che entrarono nella stanza in cui la giovane veniva visitata quasi quotidianamente e offrirono ciascuno una propria interpretazione di ciò che stava accadendo.
I genitori di Veronica, Maria Vittoria e Giovanni Hamerani, appartenenti a un’antica famiglia di medaglisti ormai in declino, osservavano nella figlia allora diciannovenne «turbamenti» nel corpo e nell’animo che non riuscivano a lenire. Avevano per questo deciso di rivolgersi alla Chiesa perché allontanasse il maligno – o così almeno loro reputavano – dalla loro Veronica, l’ultima rimasta di otto figli, due maschi e sei femmine quasi tutti morti in tenera età.
Così, padre François-Antoine Kohlmann fece il suo ingresso in casa Hamerani il 23 dicembre 1834 insieme al più giovane padre Manera. Dopo aver osservato la ragazza, giunse alla conclusione che fosse realmente ossessa, cioè «non era semplicemente vessata dal demonio, che avrebbe potuto agire su di lei anche restando fuori dal suo corpo, ma ne era stata invasa. Lui l’aveva messa in stato di assedio» (p. 24). Era dunque necessario sottrare la fanciulla al diavolo e restituirla non solo a sé stessa ma anche e soprattutto alla Chiesa.
Padre Manera, tuttavia, iniziò ben presto a nutrire qualche dubbio. In quegli anni la medicina progrediva anche in merito ai disturbi psichici che potevano affollare le menti delle persone, soprattutto delle donne, più inclini degli uomini a certe “fantasie”. Per questo motivo, il 9 gennaio 1835 Manera decise di coinvolgere il dottor Andrea Belli, chirurgo dei gesuiti, che si mostrò subito piuttosto indifferente e non rilevò nella giovane segni evidenti di possessione.
Da quel momento casa Hamerani divenne teatro di un continuo susseguirsi di visite e consulti. Manera rinunciò all’incarico di seguire direttamente il caso – decisione poi confermata dal Generale della Compagnia –, ma non per questo cessarono le sue visite alla giovane, per accertarsi della sua sincerità e indagare i suoi sentimenti. Nel suo ruolo subentrò padre Tommaso Massa. Si aggiunsero inoltre nuovi pareri: quello di altri medici, tra cui Sir Arnold James Knight che aveva studiato medicina a Edimburgo e aveva condotto studi specifici sull’isteria (che come indica la sua etimologia, legata a “utero”, allora era considerata una nevrosi prettamente femminile); quello di padre Bernardo, esorcista ufficiale del Vicariato di Roma, che si era limitato a benedire la giovane; quello di Augustin Theiner, divenuto gesuita dopo essersi convertito al cattolicesimo dal protestantesimo e pertanto simbolo della vittoria della “vera” Chiesa. Tutti, in modi diversi, cercavano di capire cosa stesse accadendo.
I genitori di Veronica, Maria Vittoria e Giovanni Hamerani, appartenenti a un’antica famiglia di medaglisti ormai in declino, osservavano nella figlia allora diciannovenne «turbamenti» nel corpo e nell’animo che non riuscivano a lenire. Avevano per questo deciso di rivolgersi alla Chiesa perché allontanasse il maligno – o così almeno loro reputavano – dalla loro Veronica, l’ultima rimasta di otto figli, due maschi e sei femmine quasi tutti morti in tenera età.
Così, padre François-Antoine Kohlmann fece il suo ingresso in casa Hamerani il 23 dicembre 1834 insieme al più giovane padre Manera. Dopo aver osservato la ragazza, giunse alla conclusione che fosse realmente ossessa, cioè «non era semplicemente vessata dal demonio, che avrebbe potuto agire su di lei anche restando fuori dal suo corpo, ma ne era stata invasa. Lui l’aveva messa in stato di assedio» (p. 24). Era dunque necessario sottrare la fanciulla al diavolo e restituirla non solo a sé stessa ma anche e soprattutto alla Chiesa.
Padre Manera, tuttavia, iniziò ben presto a nutrire qualche dubbio. In quegli anni la medicina progrediva anche in merito ai disturbi psichici che potevano affollare le menti delle persone, soprattutto delle donne, più inclini degli uomini a certe “fantasie”. Per questo motivo, il 9 gennaio 1835 Manera decise di coinvolgere il dottor Andrea Belli, chirurgo dei gesuiti, che si mostrò subito piuttosto indifferente e non rilevò nella giovane segni evidenti di possessione.
Da quel momento casa Hamerani divenne teatro di un continuo susseguirsi di visite e consulti. Manera rinunciò all’incarico di seguire direttamente il caso – decisione poi confermata dal Generale della Compagnia –, ma non per questo cessarono le sue visite alla giovane, per accertarsi della sua sincerità e indagare i suoi sentimenti. Nel suo ruolo subentrò padre Tommaso Massa. Si aggiunsero inoltre nuovi pareri: quello di altri medici, tra cui Sir Arnold James Knight che aveva studiato medicina a Edimburgo e aveva condotto studi specifici sull’isteria (che come indica la sua etimologia, legata a “utero”, allora era considerata una nevrosi prettamente femminile); quello di padre Bernardo, esorcista ufficiale del Vicariato di Roma, che si era limitato a benedire la giovane; quello di Augustin Theiner, divenuto gesuita dopo essersi convertito al cattolicesimo dal protestantesimo e pertanto simbolo della vittoria della “vera” Chiesa. Tutti, in modi diversi, cercavano di capire cosa stesse accadendo.
Il fallimento dell’esorcismo
Nel frattempo, le condizioni di Veronica, da alcuni ritenuta indemoniata, da altri isterica, non miglioravano. Ormai da tempo la giovane cadeva in uno stato di torpore dal quale non era possibile destarla, mentre i suoi «attacchi» si facevano sempre più violenti, provocandole grande dolore nel corpo e certamente non solo. I padri cominciarono a mutare strategia a partire dalla fine di gennaio del 1835. Dapprima allestirono una cappella in casa Hamerani per custodire il corpo e il sangue di Cristo; poi tentarono di impartire ordini al maligno in spagnolo; infine arrivarono a percuotere il corpo di Veronica con sempre maggiore durezza.
Sei mesi dopo l’inizio degli esorcismi, nel giugno del 1835, la situazione era ulteriormente peggiorata. Il padre generale decise di sospendere le pratiche. Padre Massa scrisse al generale criticando quella decisione e attribuendo il fallimento soprattutto ai dubbi manifestati da Manera. Anche padre Kohlmann reagì con disappunto, destinando però le sue riflessioni a una lunga dissertazione in latino. La vicenda, a suo giudizio, si concludeva nel peggiore dei modi: Veronica era spacciata, perché, se non era posseduta, significava allora che era pazza e che nessuno l’avrebbe sposata. Ma il fallimento riguardava anche i gesuiti, poiché l’ordine non era stato capace di togliere quell’anima al maligno e l’intera Chiesa cattolica ne usciva indebolita. A vincere, invece, erano i medici che si erano avvicendati nella stanza di casa Hamerani e al cospetto di Veronica avevano concluso che quanto la giovane manifestava era, in realtà, frutto di una malattia e non di possessione diabolica.
Nonostante le reiterate proteste dei padri, la vicenda trovò la sua conclusione. Il 23 aprile 1836 Veronica prese per la prima volta la parola indirizzando a padre Massa – probabilmente il referente principale dopo la morte di padre Kohlmann avvenuta qualche mese prima – una missiva per sollecitare un nuovo intervento in suo aiuto, che pure non arrivò mai. Il colera era infatti giunto in città e aveva cominciato a mietere le sue vittime, tra cui lo stesso Massa, morto nell’agosto del 1837.
Nel 1845 mancarono anche i genitori di Veronica. La donna trascorse nella casa di famiglia il resto della vita, spegnendosi a Roma nel febbraio del 1883. L’ultima traccia della sua esistenza è data dal testamento che vergò di proprio pugno il 12 aprile 1871 destinando i suoi averi all’avvocato Acquari: su di lui e sui legami che ebbe con Veronica non vi è traccia. Leggendo il testamento, si può solo dire che Veronica morì sola, come sola aveva vissuto, priva di un marito e di figli.
Sei mesi dopo l’inizio degli esorcismi, nel giugno del 1835, la situazione era ulteriormente peggiorata. Il padre generale decise di sospendere le pratiche. Padre Massa scrisse al generale criticando quella decisione e attribuendo il fallimento soprattutto ai dubbi manifestati da Manera. Anche padre Kohlmann reagì con disappunto, destinando però le sue riflessioni a una lunga dissertazione in latino. La vicenda, a suo giudizio, si concludeva nel peggiore dei modi: Veronica era spacciata, perché, se non era posseduta, significava allora che era pazza e che nessuno l’avrebbe sposata. Ma il fallimento riguardava anche i gesuiti, poiché l’ordine non era stato capace di togliere quell’anima al maligno e l’intera Chiesa cattolica ne usciva indebolita. A vincere, invece, erano i medici che si erano avvicendati nella stanza di casa Hamerani e al cospetto di Veronica avevano concluso che quanto la giovane manifestava era, in realtà, frutto di una malattia e non di possessione diabolica.
Nonostante le reiterate proteste dei padri, la vicenda trovò la sua conclusione. Il 23 aprile 1836 Veronica prese per la prima volta la parola indirizzando a padre Massa – probabilmente il referente principale dopo la morte di padre Kohlmann avvenuta qualche mese prima – una missiva per sollecitare un nuovo intervento in suo aiuto, che pure non arrivò mai. Il colera era infatti giunto in città e aveva cominciato a mietere le sue vittime, tra cui lo stesso Massa, morto nell’agosto del 1837.
Nel 1845 mancarono anche i genitori di Veronica. La donna trascorse nella casa di famiglia il resto della vita, spegnendosi a Roma nel febbraio del 1883. L’ultima traccia della sua esistenza è data dal testamento che vergò di proprio pugno il 12 aprile 1871 destinando i suoi averi all’avvocato Acquari: su di lui e sui legami che ebbe con Veronica non vi è traccia. Leggendo il testamento, si può solo dire che Veronica morì sola, come sola aveva vissuto, priva di un marito e di figli.
La storia solitaria di Veronica, in un mondo in trasformazione
La storia raccontata in Veronica e il diavolo è dunque il frutto di una minuziosa e attenta ricerca d’archivio che ricostruisce la vicenda della giovane Hamerani, da alcuni ritenuta posseduta dal diavolo da altri semplicemente affetta da una malattia mentale. Il libro di Alfieri, però, non si limita a descrivere la vicenda con dovizia di dettagli e con una scrittura di forte efficacia narrativa. L’autrice piuttosto inserisce l’episodio in un quadro più ampio mostrando, con la meticolosità della storica, un mondo in pieno fermento: la nuova presenza dei padri gesuiti, il cui ordine era stato ricostituito da poco (la soppressione decretata da Clemente XIV nel 1773 fu revocata nel 1814 da Pio VII), nella Roma della Restaurazione; le nuove teorie mediche che iniziavano a ridefinire l’antico sapere sui corpi che la Chiesa aveva detenuto come monopolio per secoli, mentre nuovi venti di riforma soffiavano in tutta Europa. Quando Veronica morì nella casa in cui era nata e cresciuta, e poi invecchiata, il mondo, attorno a lei e a Roma, era profondamente mutato. Nel frattempo, l’Italia era divenuta uno Stato unitario e Roma la sua capitale, mentre il potere temporale del pontefice si era fortemente ridimensionato. Che cosa, di tutto questo, pensasse Veronica non è dato sapere.
Aprile 2026
Immagine: illustrazione di una donna isterica nella posa della crocefissione. Incisione contenuta di uno studio sulle malattie mentali del 1887, pubblicato dei neurologi francesi Jean-Martin Charcot e Paul-Marie-Louis-Pierre Richer.
Aprile 2026
Immagine: illustrazione di una donna isterica nella posa della crocefissione. Incisione contenuta di uno studio sulle malattie mentali del 1887, pubblicato dei neurologi francesi Jean-Martin Charcot e Paul-Marie-Louis-Pierre Richer.