Quando gli esseri umani hanno trasformato la Terra
John R. McNeill, Peter Engelke, La Grande accelerazione. Una storia ambientale dell’Antropocene dopo il 1945, trad. di Chiara Veltri, Daniele Cianfriglia, Francesco Rossa, Einaudi, Torino 2018, 253 p. Scheda a cura di Silvia Benini
Il 1945 sarà ricordato come l’anno della fine della Seconda guerra mondiale, come l’inizio dell’era atomica o come l’avvio di una nuova era geologica? Collocandosi sul terreno della storia ambientale, gli studiosi americani John R. McNeill e Peter Engelke sostengono che l’ingresso nel secondo Novecento coincide con l’ingresso nell’«Antropocene», ovvero l’era geologica determinata dall’azione degli esseri umani sugli equilibri del pianeta. Nel secondo dopoguerra, la crescita demografica, l’aumento dei consumi energetici basati su fonti fossili e quello delle emissioni di gas serra sono stati i fattori di una trasformazione ambientale senza precedenti, che peserà a lungo sul futuro della vita sul pianeta.
«Antropocene»: una nuova proposta di periodizzazione
Il volume dello storico John R. McNeill e dell’esperto di studi strategici Peter Engelke, uscito nel 2015 (la traduzione italiana è del 2018), resta al centro di uno dei dibattiti più rilevanti del nostro tempo: quello sull’Antropocene, inteso come l’ingresso della Terra in una nuova era geologica segnata dall’impatto determinante dell’azione umana sugli equilibri del pianeta, e su quando questo passaggio sia avvenuto.
Nel 2024 l’Unione internazionale di scienze geologiche, dopo oltre dieci anni di discussione, ha respinto la proposta di adottare ufficialmente la nozione di «Antropocene», ma questo non ha certo messo fine al suo utilizzo in ambiti disciplinari che vanno dalle scienze umane alle cosiddette scienze «dure». Resta aperta, tra gli studiosi che considerano conclusa l’era dell’Olocene, la questione della data d’inizio della nuova epoca. Il chimico e premio Nobel Paul Crutzen (1933-2021), che per primo ha formalizzato il concetto di Antropocene, ne collocava le origini nel tardo Settecento quando, con la prima «Rivoluzione industriale», iniziò a diffondersi l’utilizzo dei combustibili fossili per produrre energia. Negli ultimi anni, tuttavia, sono state avanzate numerose altre proposte, che spostano l’inizio dell’Antropocene tra il momento della scoperta del fuoco e quello dell’invenzione dell’agricoltura, tra il 1492 e l’«età delle grandi esplorazioni» (il XVI secolo), a seconda dei criteri adottati. In questo libro McNeill ed Engelke hanno voluto proporre un’altra e ben più recente periodizzazione: è a partire dal 1945, sostengono, che una serie di processi convergenti – demografici, energetici, tecnologici ed economici – conosce un’accelerazione così rapida e pervasiva, senza precedenti nella storia umana, tale da determinare un impatto irreversibile sul pianeta. Questa tesi viene poi sostenuta e dimostrata nel corso del volume prendendo in esame alcuni di questi processi.
Nel 2024 l’Unione internazionale di scienze geologiche, dopo oltre dieci anni di discussione, ha respinto la proposta di adottare ufficialmente la nozione di «Antropocene», ma questo non ha certo messo fine al suo utilizzo in ambiti disciplinari che vanno dalle scienze umane alle cosiddette scienze «dure». Resta aperta, tra gli studiosi che considerano conclusa l’era dell’Olocene, la questione della data d’inizio della nuova epoca. Il chimico e premio Nobel Paul Crutzen (1933-2021), che per primo ha formalizzato il concetto di Antropocene, ne collocava le origini nel tardo Settecento quando, con la prima «Rivoluzione industriale», iniziò a diffondersi l’utilizzo dei combustibili fossili per produrre energia. Negli ultimi anni, tuttavia, sono state avanzate numerose altre proposte, che spostano l’inizio dell’Antropocene tra il momento della scoperta del fuoco e quello dell’invenzione dell’agricoltura, tra il 1492 e l’«età delle grandi esplorazioni» (il XVI secolo), a seconda dei criteri adottati. In questo libro McNeill ed Engelke hanno voluto proporre un’altra e ben più recente periodizzazione: è a partire dal 1945, sostengono, che una serie di processi convergenti – demografici, energetici, tecnologici ed economici – conosce un’accelerazione così rapida e pervasiva, senza precedenti nella storia umana, tale da determinare un impatto irreversibile sul pianeta. Questa tesi viene poi sostenuta e dimostrata nel corso del volume prendendo in esame alcuni di questi processi.
L’impatto del consumo energetico
Il primo capitolo è dedicato all’evoluzione del consumo energetico, un elemento che viene definito come «centrale» per definire l’Antropocene (p. 40). Ripercorrendo brevemente le tappe principali dei “regimi energetici” umani, McNeill ed Engelke mostrano come la transizione a un regime fondato sui combustibili fossili abbia consentito un’espansione straordinaria delle capacità produttive umane, rompendo i limiti dell’economia “organica” che aveva caratterizzato la maggior parte della storia precedente. Tuttavia, anche in questo caso si assiste a una «grande accelerazione» dopo il 1945. Da quel periodo in poi, infatti, e nel giro di pochi decenni, l’umanità consuma quantità di energia tale da «sminuire tutto il consumo precedente» (p. 40). A determinare l’impatto sull’ambiente sono, oltre all’utilizzo, l’estrazione e il trasporto dei combustibili fossili, tutti aspetti presi in esame dagli autori che, nello stesso capitolo, non mancano anche di riflettere sull’uso del nucleare e dell’energia idroelettrica, oltre che sull’«(esitante) ascesa delle energie alternative» (p. 36), elementi che hanno contribuito a segnare profondamente la biosfera.
La «bomba» demografica
A questa accelerazione energetica si è accompagnata una crescita demografica senza paragoni, che ha trasformato radicalmente il rapporto tra popolazione, risorse e ambiente. Tra il 1945 e il 2015 la popolazione mondiale è triplicata, un incremento concentrato in poco più di una generazione e reso possibile soprattutto dal rapido crollo dei tassi di mortalità. Nell’affrontare l’impatto ambientale di questo boom demografico (sempre nel capitolo 1), McNeill ed Engelke evitano letture semplicistiche e deterministiche, sottolineando che non via sia una correlazione diretta tra aumento della popolazione e degrado ambientale. Infatti, l’aumento della popolazione ha indubbiamente esercitato una pressione significativa sugli ecosistemi. Si pensi, per esempio, alla produzione di cibo, all’utilizzo di acqua dolce o allo sfruttamento di suoli e all’abbattimento di foreste. D’altro canto, i due autori mostrano come molti dei fenomeni ambientali centrali dell’Antropocene – dall’inquinamento industriale alla contaminazione nucleare, fino ad alcuni grandi disastri tecnologici – non possano essere spiegati in termini strettamente demografici. In questi casi, il fattore decisivo non è stato il numero di abitanti, ma il modo in cui energia e tecnologia sono stati organizzati e impiegati: scelte politiche, assetti economici ed errori umani nella gestione della tecnologia (come nel caso del disastro nucleare di Chernobyl, p. 54) hanno inciso più della semplice dinamica demografica nel produrre gli effetti ambientali dell’Antropocene.
Guerra fredda e ambiente
Particolarmente efficace – e utile per inquadrare anche le cronache dei nostri giorni – è il quarto capitolo dedicato all’impatto ambientale della Guerra fredda, perché è qui che emerge in maniera più evidente e particolarmente riuscita l’intreccio metodologico tra analisi storiografica, economica e di scienze della Terra che caratterizza tutto il volume. Secondo gli autori, la competizione tra i due blocchi – occidentale e sovietico – non fu soltanto un confronto ideologico e militare, ma anche un potente motore di trasformazione ecologica. Infatti, la Guerra fredda ha prodotto uno stato di militarizzazione permanente, ha portato alla creazione di complessi militari e industriali e di grandi progetti infrastrutturali per esigenze strategiche che hanno alterato paesaggi, corsi d’acqua, foreste, fauna e sistemi agricoli su scala continentale. In altre parole, in nome della sicurezza nazionale, si è operata e giustificata una sospensione sistematica delle preoccupazioni ambientali e sanitarie. Ciò è particolarmente evidente nell’analisi dedicata all’impatto ambientale della produzione e sperimentazione nucleare, che costituisce il cuore del capitolo. McNeill ed Engelke descrivono la creazione di veri e propri «arcipelaghi atomici», cioè «reti di siti speciali dedicati alla ricerca nucleare, alla trasformazione dell’uranio, alla costruzione e sperimentazione di armi» (p. 150), da cui sono state rilasciate enormi quantità di radioattività – deliberatamente o per incidente –, causando la contaminazione di intere regioni per decine di migliaia di anni.
Ampio spazio è dedicato anche agli effetti devastanti determinati, sull’uomo e sull’ambiente, dalle “guerre per procura” combattute durante la Guerra fredda. Il caso più eclatante è, naturalmente, quello del Vietnam, citato come esempio estremo di «guerra all’ambiente» (p. 169), in cui la superiorità tecnologica e la potenza di fuoco statunitense permisero una trasformazione rapida e devastante dell’ambiente attraverso bombardamenti, defoliazioni chimiche e distruzione sistematica delle foreste.
Ampio spazio è dedicato anche agli effetti devastanti determinati, sull’uomo e sull’ambiente, dalle “guerre per procura” combattute durante la Guerra fredda. Il caso più eclatante è, naturalmente, quello del Vietnam, citato come esempio estremo di «guerra all’ambiente» (p. 169), in cui la superiorità tecnologica e la potenza di fuoco statunitense permisero una trasformazione rapida e devastante dell’ambiente attraverso bombardamenti, defoliazioni chimiche e distruzione sistematica delle foreste.
Esiti imprevedibili
Alla fine del capitolo appena menzionato (l’ultimo del libro), gli autori mostrano come la Guerra fredda abbia contribuito indirettamente anche alla nascita del moderno ambientalismo. Le ansie legate al fallout nucleare, la percezione della vulnerabilità planetaria e, successivamente, la fase di distensione degli anni Settanta aprirono nuovi spazi per la critica pubblica allo sviluppo incontrollato e all’industrialismo. Paradossalmente, dunque, un conflitto che aveva prodotto devastazioni ambientali su scala globale favorì anche la presa di coscienza ecologica e la formazione di movimenti ambientalisti transnazionali.
La Grande Accelerazione non offre previsioni sul futuro, che resta aperto, anche se condizionato dalle scelte compiute dalla seconda metà del Novecento in poi. Allo stesso tempo, sulla base dei dati forniti, gli autori sostengono che la «grande accelerazione», così come l’abbiamo conosciuta dal 1945 a oggi, si sta esaurendo: da un lato stiamo riducendo l’uso di combustibili fossili, dall’altro i tassi di fertilità si sono ridotti. Vi sono, insomma, secondo McNeill ed Engelke, diversi segnali di rallentamento e, in alcuni casi, di inversione della tendenza. Eppure, anche quando terminerà l’epoca della «grande accelerazione», l’Antropocene continuerà e non sappiamo per quanto tempo – né in che modi – l’umanità continuerà a interferire, con le sue azioni, sui sistemi della Terra.
La Grande Accelerazione non offre previsioni sul futuro, che resta aperto, anche se condizionato dalle scelte compiute dalla seconda metà del Novecento in poi. Allo stesso tempo, sulla base dei dati forniti, gli autori sostengono che la «grande accelerazione», così come l’abbiamo conosciuta dal 1945 a oggi, si sta esaurendo: da un lato stiamo riducendo l’uso di combustibili fossili, dall’altro i tassi di fertilità si sono ridotti. Vi sono, insomma, secondo McNeill ed Engelke, diversi segnali di rallentamento e, in alcuni casi, di inversione della tendenza. Eppure, anche quando terminerà l’epoca della «grande accelerazione», l’Antropocene continuerà e non sappiamo per quanto tempo – né in che modi – l’umanità continuerà a interferire, con le sue azioni, sui sistemi della Terra.
Un’analisi importante anche per le indicazioni di metodo
È proprio questa prospettiva di lungo periodo a costituire uno dei principali meriti del volume. McNeill ed Engelke riescono infatti a storicizzare l’emergenza ambientale, sottraendola all’immediatezza del dibattito pubblico e ricollocandola all’interno di una traiettoria storica complessa, fatta di scelte politiche, assetti economici e trasformazioni tecnologiche.
A questa complessità si lega il secondo elemento di forza del volume, ossia l’approccio dichiaratamente interdisciplinare, in cui storia, scienze della Terra ed economia politica vengono costantemente messe in dialogo. È proprio questa integrazione tra livelli diversi di analisi che permette di cogliere la natura sistemica dell’Antropocene e di comprendere come le trasformazioni ambientali siano il risultato di processi storici, tecnologici e politici che sono inestricabilmente legati tra loro e che non potrebbero essere compresi se non analizzati in maniera sincronica.
Febbraio 2026
Immagine: test nucleare americano nell’atollo di Bikini, Isole Marshall (Oceano Pacifico). Operazione Crossroads, 25 luglio 1946.
A questa complessità si lega il secondo elemento di forza del volume, ossia l’approccio dichiaratamente interdisciplinare, in cui storia, scienze della Terra ed economia politica vengono costantemente messe in dialogo. È proprio questa integrazione tra livelli diversi di analisi che permette di cogliere la natura sistemica dell’Antropocene e di comprendere come le trasformazioni ambientali siano il risultato di processi storici, tecnologici e politici che sono inestricabilmente legati tra loro e che non potrebbero essere compresi se non analizzati in maniera sincronica.
Febbraio 2026
Immagine: test nucleare americano nell’atollo di Bikini, Isole Marshall (Oceano Pacifico). Operazione Crossroads, 25 luglio 1946.
Per approfondire
Sulla storia ambientale e il concetto di antropocene in particolare, si vedano in questo stesso spazio online le due videointerviste con Giacomo Bonan (La storia ambientale: definizioni, origini, genealogie e La storia ambientale ai tempi dell’antropocene) con i rispettivi materiali di approfondimento (qui e qui).