L’isola «frontiera»
Dionigi Albera, Lampedusa. Una storia mediterranea, Carocci, Roma 2025, 246 p. Scheda a cura di Tommaso Scaramella
L’antropologo francese Dionigi Albera propone una breve storia di Lampedusa, da «isola deserta» del Medioevo a «Porta d’Europa» del XXI secolo, mostrando come, nel corso dei secoli, si è costruita ed è cambiata l’immagine dell’isola, tra «frontiera» (più o meno aperta) e «punto d’incontro» (a rischio di diventare «scontro»). Una ricerca interdisciplinare, che mobilita antropologia, storia, letteratura e geografia, e può essere utilizzata come risorsa didattica. Aggiungiamo inoltre qualche altro suggerimento intorno al 3 ottobre, «Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione».
Il tassello di una storia mediterranea
È da poco disponibile la traduzione italiana di un volume dell’antropologo Dionigi Albera, uscito in francese nel 2023, che propone una lettura originale della storia di Lampedusa, intrecciando passato e presente in una riflessione che restituisce profondità al processo di costruzione dell’immagine di isola come frontiera, oggi al centro dell’attenzione mediatica. Come è noto, infatti, Lampedusa è diventata un primo approdo dei flussi migratori dal Nord Africa verso l’Europa via mare, teatro tanto di «sbarchi» – termine prediletto dalle cronache allarmate e allarmanti – quanto di terribili naufragi. Si è impresso nella memoria in particolare il naufragio del 3 ottobre 2013, che fece quasi 400 vittime, fissato anche nel calendario civile con la «Giornata della Memoria e dell’Accoglienza», istituita con una legge del Parlamento italiano nel 2016.
Secondo un approccio antropologico, Albera intreccia fonti eterogenee – testi letterari, cronache medievali, diari di viaggio e fatti di attualità – in una narrazione capace di cogliere la «lunga durata» e l’esperienza umana dei luoghi. Seguendo la lezione dello storico Fernand Braudel (1902-1985), autore di opere che hanno segnato gli studi sul «mare chiuso» (su tutti La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, uscito per la prima volta nel 1949 e tradotto in italiano, con il titolo Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, nel 1953), il Mediterraneo appare non come un semplice spazio geografico, ma propriamente come un movimento di persone e culture. In questo senso, la Lampedusa di Albera non è una singolarità, bensì parte integrante di una «storia mediterranea» di contatti, conflitti e scambi.
L’Autore ricostruisce in otto capitoli la storia di Lampedusa da «prima di Lampedusa»: dall’isola disabitata dei secoli medievali e moderni, al popolamento dopo l’Unità d’Italia, fino agli sviluppi contemporanei. Attraverso l’analisi delle testimonianze storico-letterarie che si sono succedute nel corso del tempo, l’autore mostra come Lampedusa sia sempre stata un crocevia di persone, culture e simboli, anche religiosi. Lo era un tempo, quando vi approdavano i naviganti dei «due mondi» – cristiano e musulmano – per rifugiarsi dal maltempo o cercare sostentamento, lo è ancor più oggi, quando l’isola è raggiunta dai migranti in fuga da guerre e carestie.
Secondo un approccio antropologico, Albera intreccia fonti eterogenee – testi letterari, cronache medievali, diari di viaggio e fatti di attualità – in una narrazione capace di cogliere la «lunga durata» e l’esperienza umana dei luoghi. Seguendo la lezione dello storico Fernand Braudel (1902-1985), autore di opere che hanno segnato gli studi sul «mare chiuso» (su tutti La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, uscito per la prima volta nel 1949 e tradotto in italiano, con il titolo Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, nel 1953), il Mediterraneo appare non come un semplice spazio geografico, ma propriamente come un movimento di persone e culture. In questo senso, la Lampedusa di Albera non è una singolarità, bensì parte integrante di una «storia mediterranea» di contatti, conflitti e scambi.
L’Autore ricostruisce in otto capitoli la storia di Lampedusa da «prima di Lampedusa»: dall’isola disabitata dei secoli medievali e moderni, al popolamento dopo l’Unità d’Italia, fino agli sviluppi contemporanei. Attraverso l’analisi delle testimonianze storico-letterarie che si sono succedute nel corso del tempo, l’autore mostra come Lampedusa sia sempre stata un crocevia di persone, culture e simboli, anche religiosi. Lo era un tempo, quando vi approdavano i naviganti dei «due mondi» – cristiano e musulmano – per rifugiarsi dal maltempo o cercare sostentamento, lo è ancor più oggi, quando l’isola è raggiunta dai migranti in fuga da guerre e carestie.
Una frontiera che è luogo di incontro
È proprio questo aspetto di frontiera – una frontiera che però non è solo un limite fisico, spiega Albera, ma un luogo di incontro e scambio – che più interessa l’antropologo. Così, alle diverse fonti storiche sulle quali nel corso del tempo si è andato a costruire l’immaginario dell’isola, Albera affianca le riflessioni maturate durante le sue ricerche, presentate quasi come si trattasse di un diario.
L’Autore esamina innanzitutto l’immagine medievale dell’«isola deserta», a partire dalla prima traccia documentaria nota: la Vie de Saint Louis di Jean de Joinville. Il cronista e biografo del re di Francia, Luigi IX, scriveva come nel 1254 la spedizione reale avesse fatto sosta forzata a Lampedusa durante un viaggio di ritorno dalla Terra Santa. In quel minuscolo approdo «in mezzo alle terre» – secondo l’etimologia stessa di «Mediterraneo» – la flotta trovò rifugio dalla tempesta, oltre che un porto sicuro per rifornirsi di cibo e rinnovare le proprie preghiere nella grotta-santuario là esistente.
In questa prima descrizione di Lampedusa come approdo sicuro, materiale e spirituale, Albera individua due motivi destinati a definire l’immagine storica dell’isola: quella del luogo di confine ossia «di mezzo» tra due mondi, cristiano e musulmano, e quella dello spazio di incontro possibile tra culture diverse, un intreccio ben visibile sul piano religioso con la compresenza di culti cristiani e musulmani.
Un simbolo di questa duplice natura può essere individuato proprio nel santuario della Madonna di Porto Salvo, tuttora presente sull’isola. In questo luogo, originariamente costituito da una grotta, erano soliti confluire sia i credenti cristiani sia quelli musulmani. I primi erano devoti alla Madonna, i secondi a un «sant’uomo» musulmano, un «marabutto», la cui tomba era stata scavata nella roccia. L’erudito tedesco Martin Krayss (1526-1607), professore di latino e greco a Tubinga, scrisse per primo di queste peculiari forme di devozione nel suo diario.
L’Autore esamina innanzitutto l’immagine medievale dell’«isola deserta», a partire dalla prima traccia documentaria nota: la Vie de Saint Louis di Jean de Joinville. Il cronista e biografo del re di Francia, Luigi IX, scriveva come nel 1254 la spedizione reale avesse fatto sosta forzata a Lampedusa durante un viaggio di ritorno dalla Terra Santa. In quel minuscolo approdo «in mezzo alle terre» – secondo l’etimologia stessa di «Mediterraneo» – la flotta trovò rifugio dalla tempesta, oltre che un porto sicuro per rifornirsi di cibo e rinnovare le proprie preghiere nella grotta-santuario là esistente.
In questa prima descrizione di Lampedusa come approdo sicuro, materiale e spirituale, Albera individua due motivi destinati a definire l’immagine storica dell’isola: quella del luogo di confine ossia «di mezzo» tra due mondi, cristiano e musulmano, e quella dello spazio di incontro possibile tra culture diverse, un intreccio ben visibile sul piano religioso con la compresenza di culti cristiani e musulmani.
Un simbolo di questa duplice natura può essere individuato proprio nel santuario della Madonna di Porto Salvo, tuttora presente sull’isola. In questo luogo, originariamente costituito da una grotta, erano soliti confluire sia i credenti cristiani sia quelli musulmani. I primi erano devoti alla Madonna, i secondi a un «sant’uomo» musulmano, un «marabutto», la cui tomba era stata scavata nella roccia. L’erudito tedesco Martin Krayss (1526-1607), professore di latino e greco a Tubinga, scrisse per primo di queste peculiari forme di devozione nel suo diario.
Dal mito alla storia: da «frontiera» mitica a «porta» (per lo più chiusa)
Questo intreccio ritorna in molte rappresentazioni letterarie di Lampedusa. Ariosto, nell’Orlando furioso (1516), vi ambienta uno scontro tra Franchi e Saraceni, una battaglia che rende «Lipadusa» il luogo di incontro tra due mondi. Il poeta prese ispirazione probabilmente osservando il mappamondo catalano estense installato nel 1488 a Ferrara, nella biblioteca del duca Ercole I.
Più di due secoli dopo, Denis Diderot immagina Lampedusa come un rifugio ideale per una comunità di attori, laboratorio di un utopico altrove politico e morale, secondo i dibattiti illuministici, in cui sperimentare la vera felicità lontano dai condizionamenti della «civiltà».
Solo nella seconda metà dell’Ottocento l’isola di Lampedusa entra stabilmente nella storia politica, passando dal Regno delle Due Sicilie al nuovo Stato unitario, dopo la spedizione di Garibaldi alla testa dei Mille. Da allora, l’isola perde il suo carattere mitico e, con l’istituzione del Comune, nel 1878, si configura come l’estrema periferia meridionale dell’Italia. Un territorio equiparato agli altri distretti amministrativi sul piano politico-istituzionale, ma pur sempre eccezionale, liminale, per posizione geografica, tra Europa e Africa.
Alla fine del Novecento, Lampedusa torna a essere «frontiera», questa volta teatro delle migrazioni contemporanee. Approdo per migliaia di persone in fuga da guerre e povertà lungo le rotte del Sahara e della Libia. È la Lampedusa che conosciamo oggi, simbolo insieme di speranza e dramma, estrema «Porta d’Europa» e specchio di contraddizioni politiche e sociali.
Più di due secoli dopo, Denis Diderot immagina Lampedusa come un rifugio ideale per una comunità di attori, laboratorio di un utopico altrove politico e morale, secondo i dibattiti illuministici, in cui sperimentare la vera felicità lontano dai condizionamenti della «civiltà».
Solo nella seconda metà dell’Ottocento l’isola di Lampedusa entra stabilmente nella storia politica, passando dal Regno delle Due Sicilie al nuovo Stato unitario, dopo la spedizione di Garibaldi alla testa dei Mille. Da allora, l’isola perde il suo carattere mitico e, con l’istituzione del Comune, nel 1878, si configura come l’estrema periferia meridionale dell’Italia. Un territorio equiparato agli altri distretti amministrativi sul piano politico-istituzionale, ma pur sempre eccezionale, liminale, per posizione geografica, tra Europa e Africa.
Alla fine del Novecento, Lampedusa torna a essere «frontiera», questa volta teatro delle migrazioni contemporanee. Approdo per migliaia di persone in fuga da guerre e povertà lungo le rotte del Sahara e della Libia. È la Lampedusa che conosciamo oggi, simbolo insieme di speranza e dramma, estrema «Porta d’Europa» e specchio di contraddizioni politiche e sociali.
Un approccio interdisciplinare, una risorsa per la didattica
In definitiva, il libro aiuta a comprendere come i fenomeni migratori non siano una «emergenza» senza precedenti, ma la loro storia vada inserita entro un processo secolare. Oltre che per il pubblico più vasto, dunque, si tratta di una lettura preziosa anche per chi insegna o opera nella mediazione culturale. La varietà delle fonti utilizzate nei diversi capitoli può forse rendere l’esposizione simile a una rassegna di testimonianze più che a un discorso organico. E tuttavia, proprio questo aspetto può trasformarsi in una risorsa didattica: i diversi casi citati, per la loro natura intrinsecamente interdisciplinare (storia, letteratura, geografia), offrono spunti interessanti anche per affrontare i diversi temi attraverso singole letture mirate. Ogni fonte diventa così un invito a riflettere sul significato della frontiera come luogo di incontro, utile per discutere i temi dell’accoglienza, dell’identità e del dialogo tra culture.
Ottobre 2025
Immagine: dettaglio del Mappamondo catalano del 1450-1460.
Ottobre 2025
Immagine: dettaglio del Mappamondo catalano del 1450-1460.
Per approfondire
Al libro di Dionigi Albera, aggiungiamo qualche altro suggerimento di lettura, in particolare intorno al 3 ottobre, istituito quale «Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, […] al fine di conservare e di rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria» (legge 21 marzo 2016, n. 45, si veda il sito del ministero dell’Interno).
È di qualche anno fa il libro di un altro antropologo, Marco Aime, L’isola del non arrivo. Voci da Lampedusa, Bollati Boringhieri, Torino 2018. Tra le altre cose scriveva: «Lampedusa è diventata l’isola degli “sbarchi” e già il termine induce una certa ansia. Sbarco evoca subito Normandia, Anzio, i garibaldini. A “sbarcare” sono solitamente i nemici, gli eserciti. Qui la gente arriva, approda, naufraga, non sbarca. E peraltro da alcuni anni nemmeno questo: la maggior parte delle imbarcazioni vengono intercettate in alto mare dalla Guardia Costiera e i loro occupanti portati direttamente in Sicilia, ma ormai lo scenario è stato costruito e nell’immaginario mediatico Lampedusa è sinonimo di sbarco» (p. 37).
Sulla «Giornata della memoria e dell’accoglienza» si può partire dalla pagina web della sezione italiana dell’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati (UNHCR secondo l’acronimo inglese), con un bilancio aggiornato delle vittime di naufragi nel Mediterraneo, dal 2014 in poi.
Sulle ambiguità del rapporto tra politiche del lutto e della memoria e politiche dell’accoglienza, è utile un breve saggio di qualche anno fa, che analizza le vicende del 3 ottobre 2013, prima che la data fosse istituita in «giornata nazionale»: Daniele Salerno, Stragi del mare e politiche del lutto sul confine mediterraneo, in Il colore della nazione, a cura di Gaia Giuliani, Le Monnier Università-Mondadori Education, Firenze-Milano 2015, pp. 123-139.
Si veda infine il saggio di Alessandro Triulzi, 3 ottobre, in Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017, pp. 251-258, che, tra le altre cose, fa notare che il 3 ottobre fu anche quel giorno del 1935 in cui l’Italia diede inizio all’invasione dell’Etiopia: casualità del calendario e della storia, che però invitano a riflettere sia sui legami tra colonialismo europeo e flussi migratori contemporanei, sia sull’ombra del passato coloniale sulle attuali politiche d’accoglienza in Italia.
È di qualche anno fa il libro di un altro antropologo, Marco Aime, L’isola del non arrivo. Voci da Lampedusa, Bollati Boringhieri, Torino 2018. Tra le altre cose scriveva: «Lampedusa è diventata l’isola degli “sbarchi” e già il termine induce una certa ansia. Sbarco evoca subito Normandia, Anzio, i garibaldini. A “sbarcare” sono solitamente i nemici, gli eserciti. Qui la gente arriva, approda, naufraga, non sbarca. E peraltro da alcuni anni nemmeno questo: la maggior parte delle imbarcazioni vengono intercettate in alto mare dalla Guardia Costiera e i loro occupanti portati direttamente in Sicilia, ma ormai lo scenario è stato costruito e nell’immaginario mediatico Lampedusa è sinonimo di sbarco» (p. 37).
Sulla «Giornata della memoria e dell’accoglienza» si può partire dalla pagina web della sezione italiana dell’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati (UNHCR secondo l’acronimo inglese), con un bilancio aggiornato delle vittime di naufragi nel Mediterraneo, dal 2014 in poi.
Sulle ambiguità del rapporto tra politiche del lutto e della memoria e politiche dell’accoglienza, è utile un breve saggio di qualche anno fa, che analizza le vicende del 3 ottobre 2013, prima che la data fosse istituita in «giornata nazionale»: Daniele Salerno, Stragi del mare e politiche del lutto sul confine mediterraneo, in Il colore della nazione, a cura di Gaia Giuliani, Le Monnier Università-Mondadori Education, Firenze-Milano 2015, pp. 123-139.
Si veda infine il saggio di Alessandro Triulzi, 3 ottobre, in Calendario civile. Per una memoria laica, popolare e democratica degli italiani, a cura di Alessandro Portelli, Donzelli, Roma 2017, pp. 251-258, che, tra le altre cose, fa notare che il 3 ottobre fu anche quel giorno del 1935 in cui l’Italia diede inizio all’invasione dell’Etiopia: casualità del calendario e della storia, che però invitano a riflettere sia sui legami tra colonialismo europeo e flussi migratori contemporanei, sia sull’ombra del passato coloniale sulle attuali politiche d’accoglienza in Italia.