La vita «tutta luce» di Piero Gobetti in una pagina del diario della moglie Ada

A cura di Tommaso Munari

Nel centenario della morte di Piero Gobetti (tra il 15 e il 16 febbraio 1926), vittima della persecuzione fascista, pubblichiamo una pagina che la moglie Ada scrisse subito dopo aver ricevuto la notizia fatale. Con una riflessione sul diario come fonte.

 

L’«unità viva della nostra generazione»

Pochi giorni dopo la morte di Piero Gobetti, avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926, Carlo Levi lo ricordava all’amico Natalino Sapegno non solo come un punto di riferimento personale, ma come «l’unità viva della nostra generazione». Negli ultimi anni della sua breve vita (era nato a Torino nel 1901), questo giovane intellettuale era effettivamente riuscito a radunare attorno a sé e alle sue imprese editoriali un gruppo di giovani intellettuali che assieme a lui avevano provato a contrastare l’ascesa del fascismo e che nel suo ricordo avrebbero continuato a combatterlo.

L’attivismo di Gobetti era stato eccezionale, come dimostra il semplice elenco delle sue attività: assiduo collaboratore di alcune delle più importanti riviste politiche degli anni Dieci e Venti quali «L’Unità» di Gaetano Salvemini, «L’Ordine nuovo» di Antonio Gramsci e «L’Educazione nazionale» di Giuseppe Lombardo-Radice; animatore lui stesso d’influenti periodici d’impronta neo-idealista e di taglio militante come «Energie Nuove», «La Rivoluzione liberale» e «Il Baretti»; studioso traduttore autodidatta di letteratura russa e in particolare di Leonid Andreev, Aleksandr Puškin e Aleksandr Kuprin; autore di uno studio sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri (tratto dalla tesi di laurea discussa a Torino con Gioele Solari nel 1922) e di numerosi saggi sulla lotta politica in Italia tuttora attuali; critico teatrale colto e onnivoro, implacabile sia verso gli autori (da Henrik Ibsen a Luigi Pirandello) sia verso gli attori (da Eleonora Duse a Ermete Zacconi); fondatore di una vivace casa editrice (Piero Gobetti editore) che, sotto il motto alfieriano «Che ho a che fare io con gli schiavi?», riuscì a pubblicare più di cento titoli in tre anni, fra i quali niente meno che gli Ossi di seppia di Eugenio Montale (1925); epistolografo infaticabile in contatto con i maggiori letterati, giornalisti, politici e studiosi del tempo.

Le sue lettere più intense sono tuttavia quelle alla moglie Ada Prospero (1902-1968).

 

Il fascismo come «autobiografia della nazione»

Morto forse troppo giovane per maturare un pensiero politico organico e originale che andasse al di là della formula un po’ sfuggente e contraddittoria di «rivoluzione liberale» (ovvero operaia ma non comunista, liberale ma non borghese), questo prodigioso organizzatore di cultura lasciò tuttavia un segno duraturo nella storia italiana per l’intransigenza morale che contraddistinse tutta la sua vita e che lo portò a smascherare il fascismo già all’indomani della Marcia su Roma (28 ottobre 1922). Nei manuali di storia è infatti spesso ricordato per un articolo apparso sulla «Rivoluzione liberale» un mese dopo quell’evento, in cui, rifiutando ogni possibilità di compromesso con il nuovo regime, lo paragonava a una pericolosa malattia ereditaria della politica e della società italiana da non sottovalutare: «Si può ragionare del mistero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più: è stato l’autobiografia della nazione».

Fu il primo di una serie di articoli contro il regime che fecero presto di Gobetti uno dei più temuti oppositori di Mussolini. E di conseguenza anche la vittima predestinata di arresti, perquisizioni, sequestri e violenze.

 

L’ordine del Duce: «Rendere la vita difficile», fino alla morte

«Mi si riferisce», telegrafava il Duce al Prefetto di Torino il 1° giugno 1924, «che noto Gobetti sia stato recentemente a Parigi e oggi in Sicilia. Stop. Prego informarmi e vigilare per rendere nuovamente vita difficile questo insulso oppositore del governo et Fascismo». Così fu. Le percosse di una squadra fascista che lo aggredì sotto casa nell’estate del 1924 ne compromisero la già delicata salute e l’interdizione a pubblicare che lo raggiunse nell’autunno del 1925 lo indusse a espatriare in Francia, dove avrebbe voluto continuare l’attività editoriale, ma dove invece morì poco dopo il suo arrivo per le conseguenze di una bronchite.

 

Il documento. «Tanto ardore, tanto lavoro, tanta gioia»

La notizia della morte di Piero Gobetti, avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926, raggiunse la moglie Ada a Torino il giorno dopo (la nascita del figlio Paolo, un mese e mezzo prima, l’aveva persuasa a ritardare la partenza per la Francia). La disperazione che la assalì in quel momento non le impedì di scrivere una pagina di diario memorabile, riportata in parte di seguito, in cui ripercorse la loro storia d’amore, rievocò il carattere del marito e, con un ragionamento quasi paradossale, cercò di trovare nella fame di vita di Gobetti il senso della sua morte.

 

Potrei, ecco, accettare di non vederti mai più e ancora trovare la forza di benedire. Ma purché potessi pensare che – anche lontano da me per sempre – tu vivi.

Non importa dove: in un paese sconosciuto di cui neanche conoscessi il nome, in una vita nuova, da cui fosse escluso anche il ricordo di me, in cui di tutte le cose che ti circondano non potessi neanche immaginare il volto e le linee. Purché tu vivessi, purché palpitasse il tuo cuore e non fosse spento l’ardore sereno con cui sapevi guardare la realtà.

Tutto intorno è immutato. Il cielo è indifferente e azzurro, senza una nuvola, sui rami spuntano le gemme: i bimbi cinguettano e piangono: lo strepito della città segue immutato il suo ritmo. E tu solo, tu che avevi tanta vita per te e per gli altri, tu che vedevi diritta la tua via e il tuo avvenire, tu che eri tutta fiamma e tutta luce – sei scomparso per sempre. E mai più i tuoi occhi avranno sorrisi, le tue mani carezze, la tua anima gioia. Talvolta mi pare una mostruosa ingiustizia e mi dibatto in una incolmabile incomprensione.

Quand’eri un fanciullo – e venivi foggiando l’anima tua – rispondevi alle mie domande ansiose sul più grande problema: «Io non morirò mai. Non ho paura di morire. Forse la morte non è una necessità, ma solo una conseguenza della debolezza nostra. E io ho in me tanta vita. Anche se il tram sette volte mi passasse addosso, non mi ucciderebbe. Morire si può soltanto quando si sono esaurite tutte le possibilità di vita».

Le tue parole audaci e scottanti di fanciullo paradossale allora mi inebriavano di certezza e di fiducia. Ho vissuto allora e poi nella tua fede. E non ci siamo posti più il grande problema: la morte appariva una cosa troppo lontana da noi perché ci si potesse pensare.

Anche ora, dopo essere stato malato, dopo aver saputo l’infermità del tuo cuore, se pur non dicevi più quelle parole così giovanilmente e divinamente assurde, avevi in fondo la stessa sicurezza. Dicevi: «Morirò a quarant’anni...» perché per te quarant’anni era addirittura la vecchiaia, era un remotissimo termine prima di cui c’era tempo di ricostruire tutto il mondo. E sei partito con la tua calma fiducia. E scrivevi lasciando Torino: «Il senso del fato – non come punto di partenza, ma come indifferenza alle vicende – quando si è sicuri di sé». Eri sicuro di te. Allora come sempre. E invece sei morto. E la tua volontà operosa è infranta per sempre.

Che cosa ti ha spezzato? Qual è stata la cosa più forte della tua volontà, della tua fede, del nostro amore?

Smarritamente me lo chiedo. E tutte le parole abituali con cui si suole spiegare il perché delle cose mi appaiono vuote e prive di senso. Mai come oggi ho sentito la vacuità di certe formule filosofiche che pur mi parevano un tempo tutt’uno con la vita stessa. E vorrei una fede consolante che mi desse l’unico conforto possibile: il pensiero che tu vivi ancora, sia pure in un mondo diverso e lontano.

Ma non posso foggiarmi questa fede – e mi pare che non potrò costruirmela mai. La mia fede è la tua, non altra: e in essa soltanto posso trovare la forza di accettare.

A volte, nei momenti in cui tace un poco la mia desolazione infinita e riesco a vedere – con qualche chiarezza – le cose, credo di trovare nella tua vita stessa la giustificazione della tragedia.

L’urto che ha spezzata, senza un grido, silenziosamente, austeramente la tua vita, non ne è forse il coronamento logico e perfetto? Non c’è forse nella tua fine quella eroica e solitaria bellezza a cui tu sempre, nelle tue concezioni di vita tendevi? E sei scomparso forse perché avevi dato quanto potevi dare e la tua morte è stato un ultimo altissimo insegnamento?

Nella tua breve esistenza c’è stato tanto ardore, tanto lavoro, tanta gioia, da farla più ricca e felice di tante altre lunghissime vite: e non c’è stato in essa nulla di laido, di imperfetto, di malsicuro. È stata tutta luce: parabola breve, dall’intensità luminosissima.

E penso che tu non vorresti che ti si piangesse, ma che si considerasse la tua vita un capolavoro e un esempio.

Questa è – forse – la realtà: e ha in sé la sua consolazione e il suo compenso. Forse debbo accettarla per te, benedicendo; forse dovrei accettarla per mio figlio, se la mia volontà potesse pesare sulla scelta.

Ma per accettare – ora – dovrei non essere una debole donna che ha perduto il suo amore, una creatura che non ha più la sua guida, una bimba perduta che non sa più dove abbandonare il suo capo.

Ero una piccola cosa tua: e la mia forza eri tu che me la davi. E ora – sono sola. Sento la mia debolezza senza fine. E ti chiamo – perché non mi sembra possibile che tu non mi senta, che tu possa non aver pietà.

 

Fonte: Piero e Ada Gobetti, Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926. Diari di Ada Prospero Gobetti 1919-1926, a cura di Ersilia Alessandrone Perona, nuova ed. riveduta e integrata, Einaudi, Torino 2017, pp. 652-654.

 

Ada senza Piero: dalla Resistenza alla scuola

Pubblicati postumi in appendice al carteggio con Piero, i diari di Ada del 1919-1926 sono innanzi tutto una testimonianza della loro storia d’amore. Vicini di casa sin da bambini, i due s’innamorarono da ragazzi e si sposarono appena maggiorenni (all’epoca 21 anni). Come si può cogliere dalla pagina qui riportata, Gobetti fu per lei un amico, un padre, un marito e soprattutto un esempio. Se da un lato il suo vitalismo accrebbe il senso di vuoto di Ada, dall’altro le offrì un modello d’impegno a cui attenersi nella propria vita e nell’educazione del figlio. «Ora devi pensare a tuo figlio», scriveva come per farsi coraggio in un’altra pagina del diario, e poco dopo, rivolgendosi idealmente a Piero: «Quando lo potrà comprendere, gli insegnerò il tuo amore: gli insegnerò a ritrovarti e ad amarti in quanto ci sarà nella sua anima di buono, di forte, di alto».

La sua condizione di madre sola rafforzò quella vocazione pedagogica che aveva coltivato sin dagli anni dell’università (si era laureata in filosofia con una tesi sul pragmatismo anglosassone), ma fu solo alla fine della Seconda guerra mondiale che divenne una figura chiave nel dibattito sull’educazione e sulla scuola repubblicana.

Due anni dopo la morte di Piero, Ada iniziò a insegnare lingua e letteratura inglese nelle scuole (svolgendo parallelamente l’attività di traduttrice), imparando sul campo il funzionamento del sistema educativo italiano e sperimentando in prima persona il delicato equilibrio fra insegnanti, alunni e genitori. Con lo pseudonimo di Margutte, diede alle stampe il libro per bambini Storia del gallo Sebastiano (Garzanti, Milano 1940), che tra le righe nascondeva una coraggiosa critica a quel regime che clandestinamente non aveva mai smesso di combattere. In un certo senso anche la scelta di unirsi alla Resistenza rifletteva il suo duplice impegno politico e pedagogico. Basta leggere il suo Diario partigiano (Einaudi, Torino 1956) – un altro vertice del diarismo novecentesco – per accorgersi che, oltre al fondamentale ruolo di collegamento, Ada svolse quello ufficioso di «madre» per tutti quei ragazzi che, come il figlio Paolo, avevano deciso di «salire in montagna».

Dopo la Liberazione fu nominata vicesindaco di Torino in rappresentanza del Partito d’Azione, che aveva contribuito a fondare nel 1942. Contemporaneamente divenne una dirigente dell’Unione donne italiane (UDI), erede dei Gruppi di difesa della donna, anch’essi nati per sua iniziativa durante la Resistenza. Ma fu appunto la pedagogia il campo in cui decise d’impegnarsi maggiormente, contribuendo alla fondazione e alla direzione di riviste come «Educazione democratica», «Riforma della scuola» e soprattutto «il Giornale dei genitori», con il quale intendeva «aiutare i padri e le madri a risolvere, in senso democratico e progressista, sia nell’impostazione ideale sia nella pratica quotidiana, il problema dell’educazione dei figli» (dall’editoriale del primo numero del maggio 1959). Lo avrebbe animato con passione e competenza fino alla morte, avvenuta il 14 marzo 1968.

 

I diari come fonte

Vale la pena, infine, soffermarsi sul genere letterario che la pagina di Ada Gobetti illustra. La dimensione privata e il carattere soggettivo dei diari li rendono una fonte storica tanto preziosa quanto problematica, poiché restituiscono i fatti non per come sono accaduti, ma per come sono stati percepiti. Per rendersene conto, è sufficiente pensare al diario più celebre del XX secolo, ovvero quello di Anne Frank (1929-1945): una testimonianza imprescindibile sulla persecuzione degli ebrei d’Europa durante il nazismo e al contempo la riflessione intima di una ragazzina tedesca sul mestiere di crescere.

Resta il fatto che nessun’altra fonte storica consente di entrare così a fondo nell’animo di una persona come i diari e ciò accade anche quando questa «manifestazione del “sé”» è condizionata «dal pensiero dell’“altro”». L’ex partigiano e giornalista Saverio Tutino ne era così convinto che nel 1984 promosse la fondazione di un Archivio diaristico nazionale a Pieve Santo Stefano, una sorta di banca della memoria che oggi conserva circa novemila testi autobiografici scritti dalla prima metà dell’Ottocento a oggi (con un’ampia prevalenza di «scritture popolari», ovvero testi scritti da persone comuni che non hanno un rapporto professionale con la scrittura), mettendoli a disposizione di chiunque desideri leggerli o studiarli.

 

Febbraio 2026
Immagine: Piero e Ada Gobetti.

 

Per approfondire

L’archivio e la biblioteca di Piero e Ada Gobetti sono conservati nel palazzo torinese di via Fabro 6, dove i due abitarono e dove ora ha sede il Centro Studi Piero Gobetti. Il carteggio di Piero è stato curato da Ersilia Alessandrone Perona e pubblicato da Einaudi in tre volumi tra il 2003 e il 2023 (il quarto e ultimo, dedicato al 1925-26, è in corso di pubblicazione). Dalla corrispondenza fra Piero e Ada è stato ricavato il romanzo di Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, Feltrinelli, Milano 2013.

Per notizie sulle loro biografie, si può cominciare dalle voci Piero Gobetti e Ada Prospero del Dizionario biografico degli italiani.

La lettera di Carlo Levi (il futuro autore di Cristo si è fermato a Eboli) a Natalino Sapegno (che sarebbe diventato un celebre critico e storico della letteratura) del 27 febbraio 1926 è citata da L’unità e l’impegno di una generazione. Carteggio tra Carlo Levi e Natalino Sapegno II, «Basilicata», 2, febbraio 1986, p. 19.

L’articolo del 23 novembre 1922 da cui è tratta la citazione sul fascismo come «autobiografia della nazione», Elogio della ghigliottina, si può reperire facilmente in rete: segnaliamo le collezioni digitalizzate della «Rivoluzione liberale» messe a disposizione dal Centro Studi Piero Gobetti di Torino e dalla Biblioteca Gino Bianco di Forlì. A stampa si può leggere in Paolo Gobetti, Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Einaudi, Torino 1960 pp. 431-434 (dall’introduzione del curatore è tratta invece la citazione dal telegramma di Mussolini). Negli anni successivi Einaudi ha pubblicato anche la raccolta dei suoi Scritti storici, letterari e filosofici (1969) e quella dei suoi Scritti di cronaca teatrale (1974).

Un’ampia selezione dei saggi pedagogici di Ada Gobetti si trova in Educare per emancipare (scritti pedagogici 1953-1968), a cura di M. Cristina Leuzzi, Lacaita, Manduria 1982, mentre tutti i suoi articoli per «il Giornale dei genitori» si possono leggere in Non siete soli. Scritti da «il Giornale dei genitori» (1959-1968), a cura di Angela Arceri, Edizioni Colibrì, Milano 2018.

Il suo Diario partigiano è stato costantemente ripubblicato dal 1956; l’edizione più recente (sempre Einaudi) risale al 2014, con una introduzione di Goffredo Fofi (1937-2025) e postfazione di Bianca Guidetti Serra (1919-2014), un’altra grande protagonista della Resistenza e dell’attivismo democratico del Novecento italiano.

Per una riflessione sul diario come fonte storica, si può vedere Sergio Luzzatto, «Cara Kitty». Una fonte diaristica, in Prima lezione di metodo storico, a cura dello stesso, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 143-61. Il catalogo dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano si può esplorare online.