«La colonna Vendôme sarà demolita». La prima fotografia di un atto iconoclasta
A cura di Tommaso Munari
L’abbattimento della colonna di piazza Vendôme, il 16 maggio 1871, fu uno dei pochi provvedimenti che la Comune di Parigi, nella sua breve esistenza (72 giorni), riuscì a realizzare. Fu un atto iconoclasta dal forte valore simbolico: con la statua di Napoleone, si intendeva abbattere una tradizione di potere autoritario, centralista e militarista. Ci soffermiamo su un’immagine tratta dall’importante documentazione fotografica di quella cerimonia, e sul decreto che la stabilì.
Foto di gruppo con statua abbattuta
La fotografia in bianco e nero che prendiamo in esame fu scattata a Parigi nella seconda metà di maggio del 1871 dal fotografo professionista Bruno Braquehais (1823-1875). Siamo verso gli ultimi giorni della Comune, il governo rivoluzionario che resse la capitale francese dal 18 marzo al 28 maggio 1871, nella complessa situazione che si era venuta a creare dall’estate del 1870, dopo che l’impero di Napoleone III era crollato nella guerra che aveva incautamente intrapreso contro la Prussia.
La foto immortala l’esito di uno degli eventi più emblematici della Comune: la distruzione della colonna in pietra e bronzo che Napoleone I fece erigere, sul modello della colonna Traiana di Roma, in una piazza del centro della capitale per celebrare la vittoria di Austerlitz del 1805.
Al centro si vede la statua di Napoleone I che si trovava sulla sommità della colonna, distesa a terra in mezzo a vari detriti. È circondata da ventisette uomini, quasi tutti con lo sguardo rivolto verso l’obiettivo; alcuni hanno il viso sfuocato a causa dei lunghi tempi di esposizione imposti dalla tecnologia fotografica del tempo. I tre a sinistra, in primo piano, sono in piedi su un pezzo del basamento della colonna; gli altri si trovano a livello del selciato dietro la statua. A eccezione di sei uomini in redingote al centro dell’immagine, tutti indossano l’uniforme della Guardia nazionale. Due imbracciano un fucile, uno impugna una tanica. Altri tre sembrano avere in mano una sigaretta, mentre un quarto ha in bocca la pipa. Quello con la barba scura e fitta – il nono dalla destra – è stato identificato da alcuni con il pittore Gustave Courbet (1819-1877). Sullo sfondo si riconosce un angolo dell’ottagonale place Vendôme da cui la colonna prende il nome.

La foto immortala l’esito di uno degli eventi più emblematici della Comune: la distruzione della colonna in pietra e bronzo che Napoleone I fece erigere, sul modello della colonna Traiana di Roma, in una piazza del centro della capitale per celebrare la vittoria di Austerlitz del 1805.
Al centro si vede la statua di Napoleone I che si trovava sulla sommità della colonna, distesa a terra in mezzo a vari detriti. È circondata da ventisette uomini, quasi tutti con lo sguardo rivolto verso l’obiettivo; alcuni hanno il viso sfuocato a causa dei lunghi tempi di esposizione imposti dalla tecnologia fotografica del tempo. I tre a sinistra, in primo piano, sono in piedi su un pezzo del basamento della colonna; gli altri si trovano a livello del selciato dietro la statua. A eccezione di sei uomini in redingote al centro dell’immagine, tutti indossano l’uniforme della Guardia nazionale. Due imbracciano un fucile, uno impugna una tanica. Altri tre sembrano avere in mano una sigaretta, mentre un quarto ha in bocca la pipa. Quello con la barba scura e fitta – il nono dalla destra – è stato identificato da alcuni con il pittore Gustave Courbet (1819-1877). Sullo sfondo si riconosce un angolo dell’ottagonale place Vendôme da cui la colonna prende il nome.

Contro un «monumento di barbarie»: la Comune antimilitarista
Courbet aveva auspicato di distruggere la colonna Vendôme già all’indomani della proclamazione della Terza repubblica francese (4 settembre 1870), successiva alla decisiva sconfitta di Napoleone III nella battaglia di Sedan. La demolizione fu decretata solo quattro mesi dopo dalla Comune, frutto di una insurrezione contro il governo nazionale guidato da Adolphe Thiers, considerato conservatore, oppressore e «capitolatore» (aveva firmato la resa ai prussiani, dopo che la popolazione di Parigi aveva tentato di resistere sino all’ultimo nel lungo assedio subito dal settembre 1870 al gennaio 1871).
Questo pionieristico esperimento di autogoverno municipale emanò una serie di decreti d’ispirazione socialista: dall’abolizione della coscrizione obbligatoria al condono delle scadenze d’affitto, alla tutela della laicità e gratuità della scuola. Uno di questi decreti riguardava appunto la colonna Vendôme. Un unico articolo, datato 12 aprile 1871, stabiliva: «La colonna Vendôme sarà demolita». Le ragioni? Quel «monumento di barbarie» era «un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, un’affermazione del militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori ai vinti, un attacco perpetuo a uno dei tre grandi principi della Repubblica francese, la fraternità».
Sebbene fosse stata programmata per il 5 maggio (cinquantesimo anniversario della morte di Napoleone), la demolizione avvenne undici giorni dopo e fu documentata da una serie di fotografie di Braquehais, fra cui quella riprodotta sopra.
Questo pionieristico esperimento di autogoverno municipale emanò una serie di decreti d’ispirazione socialista: dall’abolizione della coscrizione obbligatoria al condono delle scadenze d’affitto, alla tutela della laicità e gratuità della scuola. Uno di questi decreti riguardava appunto la colonna Vendôme. Un unico articolo, datato 12 aprile 1871, stabiliva: «La colonna Vendôme sarà demolita». Le ragioni? Quel «monumento di barbarie» era «un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, un’affermazione del militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori ai vinti, un attacco perpetuo a uno dei tre grandi principi della Repubblica francese, la fraternità».
Sebbene fosse stata programmata per il 5 maggio (cinquantesimo anniversario della morte di Napoleone), la demolizione avvenne undici giorni dopo e fu documentata da una serie di fotografie di Braquehais, fra cui quella riprodotta sopra.
La Comune fotografata: documentare o reprimere?
Braquehais non fu l’unico fotografo francese a immortale questo momento; e questo momento non fu il solo a essere immortalato nei settantadue giorni della Comune di Parigi. Assieme alla guerra di Crimea (1853-1856) e alla guerra civile americana (1861-1865), l’insurrezione parigina del 1871 fu infatti uno dei primi eventi storici a ricevere un’ampia copertura fotografica. In realtà, la maggior parte delle fotografie fu scattata dopo la «Settimana di sangue» (21-28 maggio 1871), i giorni in cui l’esercito del governo nazionale, dopo essere riuscito a penetrare in città, represse i «comunardi» (secondo l’epiteto spregiativo con cui erano stati designati) nel corso di una sanguinosa battaglia accompagnata da violenze ed esecuzioni sommarie. Realizzate a scopo commerciale da fotografi professionisti, queste immagini mostrano le rovine urbane causate dagli scontri, a cominciare dallo scheletro dell’Hôtel de Ville.
Del periodo precedente restano comunque numerose testimonianze fotografiche, tra cui un importante nucleo di ritratti di comunardi sulle barricate, sia in posa sia in azione, scattati da Braquehais. Tali immagini hanno consentito agli studiosi di dare un volto ai comunardi, consacrando il loro autore come un antesignano del fotogiornalismo. La sola fotografia della Settimana di sangue a essersi conservata sembra invece essere quella raffigurante i cadaveri di dodici insorti nelle bare attribuita all’inventore della «carte de visite» Eugène Disdéri (1819-1889).
Come ha osservato la studiosa e fotoreporter Gisèle Freund (1908-2000), la Comune di Parigi fu anche il primo evento storico in cui la fotografia «servì da delatrice della polizia». Al termine dell’esperienza «comunalista» (termine che impiegavano i sostenitori della Comune), infatti, il governo nazionale requisì i ritratti presenti nelle botteghe e li utilizzò per identificare i ribelli. Alcune di queste immagini furono inoltre impiegate per realizzare fotomontaggi anticomunardi, come i celebri Crimes de la Commune di Eugéne Appert (1830-1891), che segnarono l’inizio dell’uso politico di questa tecnica.
Del periodo precedente restano comunque numerose testimonianze fotografiche, tra cui un importante nucleo di ritratti di comunardi sulle barricate, sia in posa sia in azione, scattati da Braquehais. Tali immagini hanno consentito agli studiosi di dare un volto ai comunardi, consacrando il loro autore come un antesignano del fotogiornalismo. La sola fotografia della Settimana di sangue a essersi conservata sembra invece essere quella raffigurante i cadaveri di dodici insorti nelle bare attribuita all’inventore della «carte de visite» Eugène Disdéri (1819-1889).
Come ha osservato la studiosa e fotoreporter Gisèle Freund (1908-2000), la Comune di Parigi fu anche il primo evento storico in cui la fotografia «servì da delatrice della polizia». Al termine dell’esperienza «comunalista» (termine che impiegavano i sostenitori della Comune), infatti, il governo nazionale requisì i ritratti presenti nelle botteghe e li utilizzò per identificare i ribelli. Alcune di queste immagini furono inoltre impiegate per realizzare fotomontaggi anticomunardi, come i celebri Crimes de la Commune di Eugéne Appert (1830-1891), che segnarono l’inizio dell’uso politico di questa tecnica.
Un atto iconoclasta
Anche la fotografia da cui abbiamo preso le mosse vanta un primato: è la prima a immortalare un atto pubblico di iconoclastia, ossia di distruzione di un’immagine per ragioni politiche. Le origini di questa dottrina risalgono all’VIII secolo d.C., quando nell’Impero bizantino sorse un movimento religioso che vietava il culto delle immagini e ne predicava la distruzione. Da allora, l’iconoclastia riemerse ciclicamente nella storia, ogni volta che un potere sentiva il bisogno di cancellare simboli del passato, come avvenne durante la Riforma protestante o la Rivoluzione francese o, più recentemente, in Afghanistan, quando i Talebani distrussero i Buddha di Bamiyan, considerandole statue idolatriche.
La demolizione della colonna di Napoleone I si inseriva in una precisa tradizione: nel 1792 i rivoluzionari avevano distrutto la statua equestre di Luigi XIV che si trovava al centro della place Vendôme (che a sua volta era stata creata per volontà del re Sole a fine Seicento). Nella sua particolare dinamica, inoltre, l’atto iconoclasta del 1871 prefigurò l’abbattimento di quelle degli zar durante la Rivoluzione russa (1917-1921) o di Marx e Lenin dopo il crollo dell’Unione Sovietica (1989), ma anche del monumento equestre del generale confederato Robert E. Lee a Charlottesville, in Virginia, nel 2021, ritenuto un simbolo dello schiavismo. A differenza degli atti iconoclasti di matrice religiosa, in cui l’immagine era considerata una vera e propria incarnazione della divinità, la demolizione delle statue negli ultimi due secoli è stata motivata soprattutto dal loro valore simbolico. Non è un caso se in mezzo ai soldati della Guardia nazionale la fotografia di Braquehais ritrae alcuni membri del governo della Comune: il nuovo ordine che avrebbe dovuto sostituire il vecchio.
La demolizione della colonna di Napoleone I si inseriva in una precisa tradizione: nel 1792 i rivoluzionari avevano distrutto la statua equestre di Luigi XIV che si trovava al centro della place Vendôme (che a sua volta era stata creata per volontà del re Sole a fine Seicento). Nella sua particolare dinamica, inoltre, l’atto iconoclasta del 1871 prefigurò l’abbattimento di quelle degli zar durante la Rivoluzione russa (1917-1921) o di Marx e Lenin dopo il crollo dell’Unione Sovietica (1989), ma anche del monumento equestre del generale confederato Robert E. Lee a Charlottesville, in Virginia, nel 2021, ritenuto un simbolo dello schiavismo. A differenza degli atti iconoclasti di matrice religiosa, in cui l’immagine era considerata una vera e propria incarnazione della divinità, la demolizione delle statue negli ultimi due secoli è stata motivata soprattutto dal loro valore simbolico. Non è un caso se in mezzo ai soldati della Guardia nazionale la fotografia di Braquehais ritrae alcuni membri del governo della Comune: il nuovo ordine che avrebbe dovuto sostituire il vecchio.
La fotografia come fonte
La valenza politica di questa immagine invita a riflettere anche sullo statuto della fotografia come fonte storica. A dispetto della promessa di verità che sembra implicare, la macchina fotografica non è mai neutrale, poiché seleziona e talvolta manipola la realtà inquadrata, come dimostra anche un rapido excursus sulla sua storia. Per lungo tempo, dopo l’invenzione di questo procedimento tecnico, i fotografi si concentrarono sulle bellezze naturali e artistiche. Solo in un secondo momento s’interessarono agli esseri umani, sebbene con l’intento di classificarli per provenienza, mestiere o classe sociale. Nella prima metà del Novecento la fotografia fu invece utilizzata dalle dittature per autocelebrarsi, occultando il reale e manipolando la verità; solo con la Seconda guerra mondiale e con l’affermazione del fotogiornalismo, essa riuscì ad acquisire quella libertà di visione che le è tuttora riconosciuta, ma che non coincide con una neutralità dello sguardo.
Ciò non toglie che gli storici dell’età contemporanea hanno a disposizione una fonte straordinaria sia per qualità sia per quantità, che consente di cogliere aspetti della realtà con un’immediatezza sconosciuta alle fonti scritte. Tuttavia, proprio per questa sua apparente «immediatezza», che tende a far dimenticare la sua natura selettiva e costruita, essa richiede di essere analizzata criticamente, come qualsiasi altra testimonianza storica.
Aprile 2026
Immagine di copertina: l’abbattimento della colonna Vendôme il 16 maggio 1871. Incisione pubblicata nel periodico L’Univers illustré. Musée Carnavalet, Parigi.
Ciò non toglie che gli storici dell’età contemporanea hanno a disposizione una fonte straordinaria sia per qualità sia per quantità, che consente di cogliere aspetti della realtà con un’immediatezza sconosciuta alle fonti scritte. Tuttavia, proprio per questa sua apparente «immediatezza», che tende a far dimenticare la sua natura selettiva e costruita, essa richiede di essere analizzata criticamente, come qualsiasi altra testimonianza storica.
Aprile 2026
Immagine di copertina: l’abbattimento della colonna Vendôme il 16 maggio 1871. Incisione pubblicata nel periodico L’Univers illustré. Musée Carnavalet, Parigi.
Per approfondire
Per una storia aggiornata della Comune di Parigi, si veda Jacques Rougerie, La Commune et les Communards, Gallimard, Paris 2018. Jacques Rougerie (1934-2024) resta un punto di riferimento fondamentale negli studi sulla Comune e più in generale sulle rivoluzioni del XIX secolo; è ancora disponibile il sito web https://www.commune1871-rougerie.fr/ in cui aveva messo a disposizione numerosi articoli fino ad allora dispersi in varie riviste (e alcuni inediti).
Per una rapida introduzione in italiano, invece, Enrico Zanette, Una e centomila. la Comune di Parigi del 1871, introd. di Maria Grazia Meriggi, manifestolibri, Roma 2021. Il decreto di demolizione della colonna Vêndome, pubblicato nel «Journal officiel» del 13 aprile 1871, si può leggere in I giornali della Comune. Antologia della stampa comunarda 7 settembre 1870-24 maggio 1871, a cura di Mariuccia Salvati, trad. di Maristella Basso, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 254-255 (una versione ridotta di questo volume, priva però del decreto in questione, è uscita a cura di Goffredo Fofi con il titolo I giorni della Comune. Parigi 1871, e/o, Roma 2021).
Dopo la repressione della Comune, Gustave Courbet fu considerato il diretto responsabile della demolizione della colonna, e condannato a risarcire una cifra esorbitante a titolo di danno, ovvero a pagare la sua ricostruzione. Per i rapporti tra Courbet e la Comune si può cominciare dalla breve presentazione di una mostra che ebbe luogo al Musée d’Orsay di Parigi nel 2000, disponibile online in italiano.
Sulle fotografie della Comune di Parigi, si veda La Commune photographiée, a cura di Quentin Bajac, Éditions de la Reunion des musées nationaux, Paris 2000. Per le biografie dei fotografi menzionati si rimanda alla Encyclopedia of Nineteenth-Century Photography, a cura di John Hannavy, Routledge, New York-London 2008, ad voces. Si veda anche Bertrand Tillier, La Commune de Paris. Révolution sans images? Politique et représentations dans la France républicaine (1871-1914), Seyssel, Champ vallon, 2004.
L’osservazione di Gisèle Freund sulla fotografia come «delatrice» è contenuta nel suo Fotografia e società. Riflessione teorica ed esperienza pratica di una allieva di Adorno, trad. di Laura Lovisetti Fuà, Einaudi, Torino 1976 (ed. or. 1974), p. 93.
Per un’ampia e articolata riflessione sull’iconoclastia si rimanda ai saggi di David Freedberg raccolti in Iconoclasm, The University of Chicago Press, Chicago-London 2021, in particolare Charlottesville, alle pp. 203-220.
Sulle immagini come fonte storica, si vedano invece Peter Burke, Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini, trad. di Gian Carlo Brioschi, Carocci, Roma 2002 (ed. or. 2001) e il classico Giulio Bollati, Il modo di vedere italiano (note su storia e fotografia) (1979), in Id., L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi, Torino 1983, pp. 124-178.
Rimandiamo infine in questo spazio online, per l’affinità del tema, alla scheda di Tommaso Scaramella dedicata ai libri recenti di Tomaso Montanari e Germano Maifreda sull’abbattimento delle statue.
Per una rapida introduzione in italiano, invece, Enrico Zanette, Una e centomila. la Comune di Parigi del 1871, introd. di Maria Grazia Meriggi, manifestolibri, Roma 2021. Il decreto di demolizione della colonna Vêndome, pubblicato nel «Journal officiel» del 13 aprile 1871, si può leggere in I giornali della Comune. Antologia della stampa comunarda 7 settembre 1870-24 maggio 1871, a cura di Mariuccia Salvati, trad. di Maristella Basso, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 254-255 (una versione ridotta di questo volume, priva però del decreto in questione, è uscita a cura di Goffredo Fofi con il titolo I giorni della Comune. Parigi 1871, e/o, Roma 2021).
Dopo la repressione della Comune, Gustave Courbet fu considerato il diretto responsabile della demolizione della colonna, e condannato a risarcire una cifra esorbitante a titolo di danno, ovvero a pagare la sua ricostruzione. Per i rapporti tra Courbet e la Comune si può cominciare dalla breve presentazione di una mostra che ebbe luogo al Musée d’Orsay di Parigi nel 2000, disponibile online in italiano.
Sulle fotografie della Comune di Parigi, si veda La Commune photographiée, a cura di Quentin Bajac, Éditions de la Reunion des musées nationaux, Paris 2000. Per le biografie dei fotografi menzionati si rimanda alla Encyclopedia of Nineteenth-Century Photography, a cura di John Hannavy, Routledge, New York-London 2008, ad voces. Si veda anche Bertrand Tillier, La Commune de Paris. Révolution sans images? Politique et représentations dans la France républicaine (1871-1914), Seyssel, Champ vallon, 2004.
L’osservazione di Gisèle Freund sulla fotografia come «delatrice» è contenuta nel suo Fotografia e società. Riflessione teorica ed esperienza pratica di una allieva di Adorno, trad. di Laura Lovisetti Fuà, Einaudi, Torino 1976 (ed. or. 1974), p. 93.
Per un’ampia e articolata riflessione sull’iconoclastia si rimanda ai saggi di David Freedberg raccolti in Iconoclasm, The University of Chicago Press, Chicago-London 2021, in particolare Charlottesville, alle pp. 203-220.
Sulle immagini come fonte storica, si vedano invece Peter Burke, Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini, trad. di Gian Carlo Brioschi, Carocci, Roma 2002 (ed. or. 2001) e il classico Giulio Bollati, Il modo di vedere italiano (note su storia e fotografia) (1979), in Id., L’Italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi, Torino 1983, pp. 124-178.
Rimandiamo infine in questo spazio online, per l’affinità del tema, alla scheda di Tommaso Scaramella dedicata ai libri recenti di Tomaso Montanari e Germano Maifreda sull’abbattimento delle statue.