Hiroshima e Nagasaki, ottant’anni fa. Domande a partire da un libro (e da un film) sul «padre della bomba»

di Piero Brunello

Nell’agosto 2025 il mondo ha superato gli ottant’anni di vita nell’era atomica, quella in cui esistono armi in grado di distruggere la vita sul pianeta Terra. Con un sospiro di sollievo o trattenendo il fiato? Quest’anno le commemorazioni delle centinaia di migliaia di vittime dei bombardamenti statunitensi del 6 e 9 agosto 1945, sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, hanno avuto luogo dopo mesi in cui nelle minacce tra potenze nucleari e nel discorso pubblico degli analisti è tornata – ed è stata quasi banalizzata – la possibilità di impiego di ordigni atomici. Piero Brunello, che ha insegnato Storia contemporanea e Storia sociale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, riprende la biografia da cui è stato tratto il film su Robert Oppenheimer (2023), proponendo alcune domande che – pur in un contesto molto diverso – sono tornate di attualità.

 

Uno studio documentato, una ricerca di gruppo

Nel 2023, l’editore Garzanti ha riproposto la biografia di Robert Oppenheimer scritta da Martin Jay Sherwin (1937-2021) e Kai Bird (1951) sulla scia del successo del film di Christopher Nolan, vincitore di sette premi Oscar. La prima edizione del libro era uscita nel 2005; vent’anni dopo sembra aver riguadagnato un’attualità che, per un breve periodo, tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, sembrava essere tramontata.

Il ponderoso volume che mi accingo a ripercorrere si basa su un amplissimo numero di fonti (atti governativi, rapporti e intercettazioni dell’FBI, manoscritti e lettere da archivi privati, interviste, letteratura, su cui si veda l’elenco alle pp. 821-835), alla cui raccolta Sherwin dedicò vent’anni di lavoro, dapprima da solo, e in un secondo momento con il coautore Bird. Alla ricerca, resa possibile da finanziamenti di «numerose fondazioni» (p. 730), contribuirono uno «scelto gruppo di studenti» (p. 727) e uno «straordinario gruppo di ricercatori e di laureati» (p. 728).

 

Oppenheimer: un antifascista del suo tempo

Robert Oppenheimer nacque nel 1904 a New York in una famiglia ebraica immigrata dalla Germania; il padre era un ricco uomo d’affari, la madre una pittrice. Assieme al fratello Frank, di otto anni più giovane, Robert studiò alla Ethic Culture School, una scuola privata ebraica che si proponeva di integrare nella società statunitense gli ebrei di classe alta. Dopo la laurea in chimica ad Harvard, intraprese studi di fisica teorica dapprima a Cambridge, in Inghilterra, e in seguito a Gottinga, in Germania. Fu quindi richiamato negli Stati Uniti, a Berkeley, a insegnare la nuova fisica quantistica appresa in Europa.

Nel 1936, a 22 anni, Robert conobbe Jean Tatlock, una militante comunista che lo introdusse ai suoi amici, tra i quali il professore di letteratura francese Haakon Chevalier, legato al Partito comunista. La relazione sarebbe durata fino alla fine del 1939. In quel periodo Oppenheimer, impegnato assieme a Chevalier nell’Unione degli insegnanti, frequentò gli ambienti che appoggiavano il Fronte popolare in Francia e la Repubblica spagnola.

A partire dal 1941 Robert venne controllato e schedato dal Federal Bureau of Investigation (FBI) come «simpatizzante comunista», e inserito nell’elenco delle persone da sottoporre a custodia preventiva in caso di emergenza nazionale. Secondo gli autori: «L’FBI non riuscì mai a risolvere la questione se Robert sia stato o no un membro del Partito comunista, il che significa che ci sono scarsi riscontri che lo fosse davvero» (p. 177). Di sicuro Oppenheimer era «impegnato a lavorare per la giustizia sociale ed economica in America», «entusiasta» di Franklin Roosevelt e del New Deal, e «per raggiungere questo risultato aveva scelto di schierarsi a sinistra» (pp. 182-183, 189).

 

La guerra mondiale: la gara per la bomba, i dilemmi morali, la fedeltà politica

Nel gennaio 1939 un’agenzia di stampa riferì che due chimici tedeschi avevano dimostrato che il nucleo di uranio poteva essere diviso in due o più parti. Nella primavera del 1941 «un gruppo supersegreto» inglese, che era stato chiamato Comitato MAUD, giunse alla conclusione che una bomba trasportabile in aereo poteva essere costruita in un paio d’anni (p. 223). Il presidente statunitense Roosevelt creò un Ufficio per la ricerca scientifica e lo sviluppo (OSRD), a scopi militari. Nel gennaio 1942 (l’America era in guerra da poche settimane) Oppenheimer fu nominato direttore delle ricerche sui neutroni veloci al Radiation Laboratory di Berkeley, che cominciò a lavorare al progetto della bomba atomica. Benché avesse abbandonato il lavoro nel sindacato, Oppenheimer continuava a essere sorvegliato dal servizio segreto dell’esercito, che gli negava il nulla osta per poter accedere a dati secretati.

Già in questa fase la ricerca sollevava dilemmi. E se la bomba avesse innescato un’esplosione nell’atmosfera, composta per il 78% di azoto, e negli oceani, composti di idrogeno, avvolgendo il cosmo in un rogo di proporzioni inimmaginabili? Oppenheimer rispondeva: che cosa succederebbe se i nazisti costruissero la bomba per primi?

Il progetto, denominato Progetto Manhattan, fu coperto dal segreto e sottoposto al comando di un militare: il colonnello Leslie Groves. Vennero secretati tutti gli studi che avessero attinenza con l’argomento (per esempio la tesi di dottorato di David Bohm, che Oppenheimer avrebbe voluto reclutare). L’FBI aumentò la sorveglianza, installando microspie e dispositivi di intercettazione, e raccogliendo informazioni che poi finivano sul tavolo di Groves.

Nel marzo 1943 Groves concentrò gli scienziati addetti al progetto in un sito circondato da filo spinato, a Los Alamos, su un altopiano semidesertico nello Stato del New Mexico, sotto la direzione di Oppenheimer, che in estate ottenne il nulla osta per la sicurezza. Dopo l’arrivo del primo centinaio di scienziati, il loro numero andò aumentando costantemente. Nell’estate del 1945 a Los Alamos vivevano 4.000 civili e 2.000 militari, in 300 appartamenti, 52 dormitori e 200 roulotte, e un’area tecnica con 37 edifici. Erano quasi tutti immigrati dall’Europa; età media, 25 anni. Inizialmente tutti, anche i civili, dovevano portare la divisa militare (e così compare Oppenheimer in qualche foto). Poi si giunse a un compromesso: in abiti civili nei laboratori, ma al momento di sperimentare la bomba, tutti in divisa.

Quando Chevalier gli chiese di passargli informazioni da girare ai sovietici (che in fondo in quel momento erano alleati) Oppenheimer si rifiutò dicendo che si sarebbe trattato di alto tradimento: ma almeno dall’autunno 1944 i sovietici erano informati della ricerca di Los Alamos da parte di qualcuno che ci lavorava.

Ci fu chi, come il fisico Isidor Isaac Rabi, rifiutò di collaborare al progetto di Los Alamos per convinzioni morali. Chi accettò lo fece per sconfiggere Hitler, cosicché, quando alla fine del 1944 si cominciò a pensare alla prossima vittoria sul nazifascismo, «numerosi scienziati» espressero dubbi etici sulla continuazione del progetto (pp. 352-353). Joseph Rotblat, fisico ebreo polacco, lasciò Los Alamos. L’8 maggio 1945 la Germania si arrese. Tra gli scienziati di Los Alamos si diffuse la sensazione di essere arrivati troppo tardi.

 

Le bombe sul Giappone: «contro un nemico già sconfitto»

Restava in guerra il Giappone. A fine maggio il governo giapponese fece sapere di essere pronto alla resa, chiedendo di poter conservare l’imperatore e la sua Costituzione, risalente al 1889. Nel luglio 1945 le cinque principali città del Giappone furono rase al suolo da bombardamenti che in seguito si sarebbero chiamati «convenzionali». Il 16 luglio una bomba atomica fu fatta scoppiare per esperimento nel deserto del New Mexico. Il 6 agosto una bomba a uranio fu sganciata sopra Hiroshima; un’altra colpì Nagasaki il 9 agosto. Truman, che aveva ottenuto da Stalin l’impegno a dichiarare guerra al Giappone il 15 agosto, voleva finire la guerra prima del coinvolgimento dell’Unione sovietica. Come si legge nei libri di scuola, la «guerra fredda» tra Stati Uniti e Unione Sovietica ebbe le sue prime avvisaglie già durante le conferenze di pace dell’estate del 1945.

È in questo contesto di crescenti diffidenze e nuove tensioni internazionali che, negli ultimi giorni del 1945, Oppenheimer e Rabi scrissero un documento per ribadire (tra gli scienziati di Los Alamos se ne parlava da qualche mese) che l’unica possibilità di garantire la pace consisteva nella creazione di un’autorità atomica internazionale. I due funzionari statunitensi che dovevano presentare il rapporto alle Nazioni Unite evitarono di farlo – entrambi erano membri di un consiglio di amministrazione di una grande azienda mineraria che possedeva miniere di uranio. Prima che l’esercito statunitense facesse scoppiare la quarta bomba atomica del mondo (dopo il primo test e le due sul Giappone), nell’atollo di Bikini nell’Oceano Pacifico, il 1° luglio 1946, Oppenheimer dichiarò che dal punto di vista scientifico era un esperimento inutile oltre che molto costoso. Nel frattempo scrisse che le bombe sganciate sopra il Giappone erano state usate «contro un nemico che era già completamente sconfitto» (p. 426).

 

Interessi militari, interessi politici: Oppenheimer messo ai margini

A puntare sulla bomba atomica era l’aeronautica militare, che nei propri piani segreti prevedeva la distruzione delle città sovietiche. Oppenheimer sosteneva invece la moratoria della sperimentazione nucleare (nell’agosto 1949 l’URSS fece esplodere segretamente la sua prima bomba atomica), dichiarando di volere un’Europa «libera, non distrutta» dalle bombe atomiche (p. 549). A proposito dei piani di costruzione della ancora più potente bomba H (all’idrogeno), Oppenheimer dichiarò che sarebbe servita solo allo «sterminio delle popolazioni civili» (p. 514). Il capo di Stato Maggiore dell’aereonautica cancellò di nascosto il nome di Oppenheimer dall’elenco delle persone che potevano avere accesso ai dati supersegreti. Truman si accodò alle richieste dell’aeronautica. Alla fine del 1952 gli Stati Uniti fecero un test con una bomba H che fece sparire l’isola di Elugelab nel Pacifico (era una delle piccole isole tra Hawai e Filippine che gli Stati Uniti avevano occupato durante la guerra contro il Giappone, creando il Territorio fiduciario delle Isole del Pacifico).

Alla fine 1953 l’Atomic Energy Commission (AEC), l’agenzia governativa creata nel 1946 per dirigere lo sviluppo e il controllo della ricerca in questo campo, mise sotto accusa Oppenheimer, dal 1947 direttore dell’Institute for Advanced Study a Princeton, sulla base dei documenti raccolti dall’FBI; tra le accuse, aver avuto rapporti con comunisti e rallentato la costruzione della bomba H. Gli autori della biografia parlano di documenti raccolti in modo illegale, di un «processo-farsa» e di «violazioni delle regole dovute in un processo» (p. 650). Nel maggio 1954 la commissione (per due voti contro uno) giudicò Oppenheimer un cittadino leale che però rappresentava un rischio per la sicurezza. Le proteste sottoscritte da 282 scienziati di Los Alamos e da oltre 1100 studiosi e ricercatori fecero sì che Oppenheimer rimanesse direttore dell’Institute a Princeton. Ma da allora in poi, concludono gli autori, gli scienziati dovevano essere al servizio degli interessi militari degli USA (pp. 671-672).

Alla fine del 1963 Oppenheimer, riabilitato, ricevette dal presidente Johnson il premio Enrico Fermi. Morì il 18 febbraio 1967, a sessantadue anni.

 

Le domande che ci sollecitano

Al termine della lettura del libro, così come della visione del film che lo segue fedelmente, restano alcuni interrogativi che sono al fondo della ricerca storica e che – sia pure in un contesto profondamente mutato – ci sollecitano ancora oggi.

In che modo la Seconda guerra mondiale indirizzò la ricerca scientifica? Chi si rifiutò di collaborare al progetto della bomba atomica, e per quali ragioni?

La Germania stava davvero costruendo la bomba? Come venne presentata ufficialmente, e raccontata poi, la decisione di sganciare la bomba atomica sul Giappone?

In che modo il Progetto Manhattan venne tenuto segreto? Come funzionava il controllo da parte dell’FBI e del Servizio Segreto dell’esercito? Chi passò informazioni all’URSS?

Come avviene il processo decisionale nel caso, molto comune in questa vicenda, di scontri tra apparati?

Aprendo un suo libro recente sulla distruzione del Giappone nelle ultime fasi della Seconda guerra mondiale, lo storico britannico Richard Overy ha scritto: «Vivendo oggi in una nuova epoca di crisi, in cui le popolazioni civili sono tornate a subire attacchi indiscriminati, il passato può di certo costituire un insegnamento» (vedi anche la sezione «Per approfondire»). Per cominciare, il passato può mettere in allerta la società civile sulla disinvoltura con cui oggi si evoca l’arma atomica e sulla fragilità del diritto e delle convenzioni internazionali.

Settembre 2025

Immagine: Robert Oppenheimer nel 1964, mentre guarda Ten Seconds that Shook the World, il documentario che ricostruisce la creazione e il primo utilizzo della bomba atomica.

 

Per approfondire. Fonti per una discussione

Da leggere

Il libro al centro di questo intervento è Kai Bird, Martin J. Sherwin, Oppenheimer. Trionfo e caduta dell’inventore della bomba atomica, trad. di Emanuele e Alfonso Vinassa de Regny, Garzanti, Milano 2023, 853 pp. (prima ed. italiana 2005; ed. or. American Prometheus: The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer, Knopf, New York 2005).

Per organizzare una discussione sulle domande proposte poco sopra, e suscitarne altre, è possibile tornare ai testi dei contemporanei.

Due giorni dopo la bomba di Hiroshima, l’8 agosto 1945, in un editoriale per il quotidiano «Combat», nato nell’ambito della Resistenza francese, Albert Camus esprimeva angoscia nel constatare che la civiltà delle macchine aveva raggiunto l’ultimo (per allora) livello di ferocia, e concludeva con queste parole: «Non è più una supplica ma un ordine che deve salire dai popoli ai governi, l’ordine di decidere definitivamente tra l’inferno e la ragione» (per l’ed. italiana: Albert Camus, Questa lotta vi riguarda, Corrispondenze per Combat 1944-1947, trad. di Sergio Arecco, Bompiani, Milano 2018, pp. 449-451).

Nel gennaio 1947 la rivista newyorkese «Politics» pubblicò una lunga lettera in cui l’intellettuale antifascista italiano Andrea Caffi (firmandosi European), osservando che dopo il 1914 tutte le grandi democrazie moderne si avviavano verso la forma di Stato totalitario, e portava come esempio gli Stati Uniti, quello che gli pareva comunque il «paese meno affetto dal cancro dell’onnipotenza statale», dove centoventimila operai avevano lavorato per costruire la bomba atomica senza avere la minima idea dello scopo del loro lavoro (European, Violence and Sociability, «Politics», IV, 1, gennaio 1947, pp. 23-28; si legge in italiano in Andrea Caffi, Violenza e socievolezza, «Tempo presente», III, 1 gennaio 1958, pp. 6-18, poi in Id., Critica della violenza, prefazione di Nicola Chiaromonte, Bompiani, Milano 1966).

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Nel febbraio 1947 Henry Lewis Stimson, ex segretario statunitense alla guerra negli anni 1940-45, pubblicò nella rivista «Harper’s Magazine» l’articolo The Decision to Use the Atomic Bomb, in cui dichiarava che le bombe sul Giappone avevano «risparmiato» un milione di morti e feriti (il testo è facilmente reperibile in rete).

Nel 1948 il fisico britannico Patrick Maynard Stuart Blackett, nel libro, sostenne che le persone rifiutano «l’ipotesi che le bombe [sul Giappone] siamo state sganciate per conseguire una vittoria diplomatica [sull’URSS], perché ciò sembra loro moralmente troppo ripugnante per venire creduto»: quest’opinione porta a credere che ciascuno Stato in possesso della bomba atomica potrà usarla «senza impellenti necessità militari o diplomatiche» (Conseguenze politiche e militari dell’energia atomica [1948], trad. di Anna Maria Levi, Einaudi, Torino 1949, p. 193).

Nel 1965 lo storico statunitense Gar Alperovitz pubblicò un libro per dimostrare quanto la decisione di usare la bomba atomica contro il Giappone fosse dettata dalla volontà di intimidire l’Unione Sovietica nel contesto dell’inizio della Guerra fredda (trad. it. Un asso nella manica. La diplomazia atomica americana: Potsdam e Hiroshima, trad. di Piero Bernardini Marzolla, Einaudi, Torino 1966). Alperovitz è tornato sull’argomento trent’anni dopo portando nuove prove in The Decision to use the Atomic Bomb and the Architecture of an American Myth, Afred A. Kopfn, New York 1995 (mai tradotto in italiano).

Eric Schlosser, Comando e controllo. Il mondo a un passo dall’apocalisse nucleare, trad. di Luca Fusari, Mondadori, Milano 2015 (ed. or. 2013) fornisce dati sulla distruzione e sulle vittime causate dalla bomba atomica in Giappone (pp. 62-66). Alla domanda se fosse necessario ricorrere alla bomba atomica per sconfiggere il Giappone, l’autore fornisce una bibliografia della discussione (n. 91, pp. 503-504) ma risponde di non voler avventurarsi in tesi controfattuali (p. 67); quando racconta la decisione di Truman di bombardare Hiroshima l’autore sottolinea che il presidente degli USA Truman lo fece preferendo sacrificare i civili giapponesi «piuttosto che chissà quanti soldati americani» (p. 59).

Di recente, lo storico britannico Richard Overy (Pioggia di distruzione. Tokyo, Hiroshima e la bomba, trad. di Laura Bernaschi, Einaudi, Torino 2025; ed. or. 2025) ha dimostrato come l’uso della bomba atomica sia stato il culmine di una strategia di annientamento delle città e della popolazione civile giapponese con armi convenzionali, e inserisce la scelta finale in un contesto che comprende non solo i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma anche il punto di vista giapponese e la politica britannica.

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Nel 1956 il saggista austriaco Robert Jungk pubblicò un’avvincente ricostruzione storica della scoperta dell’energia atomica attraverso i ritratti di diversi scienziati, spiegando perché questi «Faust del ventesimo secolo» si fossero lasciati indurre così facilmente «a stringere patti col diavolo», lasciando perdere qualsiasi considerazione etica. «Quello che è “tecnicamente dolce” – osservò – è per lui semplicemente irresistibile». (Robert Jungk, Gli apprendisti stregoni. Storia degli scienziati atomici, trad. di Piero Bernardini Mazzolla, Einaudi, Torino 19712, p. 457).

Nel 1959-60 il filosofo tedesco Günther Anders (che si era stabilito negli Stati Uniti negli anni Trenta, costretto all’esilio dal nazismo), fondatore con Robert Jungk del movimento antinucleare, ebbe uno scambio di lettere con Claude Eatherly, il pilota che aveva sganciato la bomba su Hiroshima. Tra gli altri argomenti, Anders sostiene che l’annientamento dell’umanità, reso possibile dalla tecnica, va al di là della nostra immaginazione, e quindi della nostra possibilità di provare sentimenti e di reagire. «L’inibizione – scrive – diminuisce progressivamente con l’ingrandirsi oltre misura dell’azione» (La coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherly e di Günther Anders, introduzione di Robert Jungk, prefazione di Bertrand Russell, trad. di Renato Solmi, Einaudi, Torino 1962, p. 33; un’ed. più recente è uscita a cura di Micaela Latini sotto il titolo L’ultima vittima di Hiroshima, per l’editore Mimesis, Milano-Udine 2016). Come Anders scrisse più tardi, «noi gente d’oggi, non siamo altro che innumerevoli Claude virtuali; a cui potrebbe capitare lo stesso che è capitato a Claude: cioè di diventare un pezzo di apparato complice del crimine» (Günther Anders, Hiroshima è dappertutto [1982], in Id., I morti. Discorso sulle tre guerre mondiali (1964) seguito da Hiroshima è dappertutto. Una prefazione (1982), a cura di Ea Mori, Linea d’ombra, Roma 1990, p. 79).

Nella commedia I fisici di Friedrich Dürrenmatt (1961), un fisico nucleare per proteggere i risultati della sua ricerca si fa internare in un manicomio, seguito da un agente segreto americano e da una spia comunista.

In un’intervista del 2005, il fisico Joseph Rotblat, che alla fine del 1944 aveva rifiutato di collaborare al progetto Manhattan (vedi sopra), raccontò che alla notizia della distruzione di Hiroshima (nel frattempo si era trasferito a Liverpool) aveva provato «un profondo senso di disperazione», sapendo che quello era il primo passo verso un vasto programma di sviluppo delle armi nucleari, come lo stesso Niels Bohr gli aveva confidato di temere ancor prima che la bomba fosse costruita. Fino a quel momento aveva sperato che gli Stati Uniti non riuscissero a costruire la bomba, e che in caso non l’usassero contro i civili, limitandosi semmai a farla scoppiare in un’isola deserta davanti a osservatori internazionali. Da allora cominciò a pensare a come «impedire la sterminio del genere umano» (Joseph Rotblat, Daisaku Ikeda, Dialoghi sulla pace, trad. di Filippo Manfredi, Sperling & Kupfer, Milano 2006, cap. 2 «Hiroshima e Nagasaki: dal “ground zero” del Giappone al mondo»; ed. or. 2006).

Da vedere

Nel film satirico Il dottor Stranamore, regia di Stanley Kubrik (1964), un generale americano pazzo mette in moto un attacco nucleare contro l’URSS.

Da ascoltare

Nel 1955, a dieci anni dalle bombe atomiche sul Giappone, il poeta turco Nazim Hikmet compose la poesia Kız Çocuğu (La bambina), in cui parla una bambina morta a sette anni tra le fiamme di Hiroshima. La poesia, tradotta in inglese, fu adattata nel 1962 dal cantautore statunitense Pete Seeger alla melodia di una ballata tradizionale (I Come and Stand at Every Door). Già nel 1958 Seeger aveva composto la canzone Talking Atom, un cui verso dice «Einstein dice di essere terrorizzato / e se è terrorizzato Einstein lo sono anch’io».

La poesia di Hikmet fu tradotta in giapponese da Nobuyuki Nakamoto nel 1961, e musicata nel 1978 da Toyama Yûzô; una nuova versione, con arrangiamento del compositore Ryûichi Sakamoto venne cantata nella cerimonia del sessantesimo anniversario di Hiroshima nel 2005, e può essere ascoltata dalla voce di Chitose Hajime.

 

L’autore

Piero Brunello ha insegnato Storia contemporanea e Storia sociale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra i suoi interessi di ricerca, le migrazioni, le culture popolari, la storia urbana, la musica e l’anarchismo, le forme della scrittura saggistica, il rapporto tra storiografia e fiction. Tra i suoi libri recenti Storie di anarchici e di spie. Polizia e politica nell’Italia liberale, Donzelli, Roma 2009; Colpi di scena. La rivoluzione del Quarantotto a Venezia, Cierre, Sommacampagna (VR) 2018; Trofei e prigionieri. Una foto ricordo della colonizzazione in Brasile, Cierre, Sommacampagna (VR) 2020. Ha curato due fortunate antologie di «consigli di scrittura» tratti dagli scritti di Anton Čechov (minimum fax, Roma 2002 e 2004, poi raccolte nel volume unico Né per fama, né per denaro. Consigli di scrittura e di vita, BEAT, Roma 2015).