«E allora sono arrivate, tutte insieme, le granate». Sarajevo, maggio 1992

A cura di Cecilia Molesini

Il 29 febbraio 1996 ebbe ufficialmente fine l’assedio di Sarajevo, cominciato quarantaquattro mesi prima, nell’aprile 1992: fu uno degli eventi più efferati delle guerre in cui si dissolse la Federazione di Jugoslavia, diventandone un simbolo. Presentiamo qui un documento relativo alle sue primissime fasi della primavera 1992, quando centinaia di persone in fila per comprare il pane diventarono il bersaglio delle cannonate dagli assedianti.

 

«Nuove guerre» in Jugoslavia

Nel corso degli anni Novanta del XX secolo, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fu attraversata da una serie di conflitti che ne determinarono la dissoluzione. In un libro uscito alla fine di quel decennio, Mary Kaldor (1946) propose di chiamarle «nuove guerre»: secondo la studiosa britannica si differenziavano da quelle definite «tradizionali» principalmente per gli attori coinvolti, le modalità di combattimento e gli obiettivi. Agli eserciti regolari, infatti, erano affiancati gruppi paramilitari che perpetravano violenze e massacri su base etnica e religiosa a danno della popolazione civile e che, a causa della loro brutalità, scossero profondamente l’opinione pubblica internazionale.

Fino a quel momento, lo Stato jugoslavo era composto da sei repubbliche federate: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro e Serbia, a cui facevano capo due «province autonome», Voivodina e Kosovo. Era una compagine che presentava notevoli differenze interne, dovute a ragioni storiche, etniche (per la presenza di serbi, croati, bosgnacchi…), religiose (per la presenza di cattolici, ortodossi, musulmani…), a cui si aggiungevano notevoli squilibri economici tra le regioni settentrionali e quelle meridionali. Questo assetto politico, nato dopo la Seconda guerra mondiale, si mantenne coeso per quattro decenni grazie a un insieme di fattori interni ed esterni: dal carisma del presidente Josip Broz (1892-1980), meglio noto come Tito, leader comunista e figura centrale della Resistenza antinazifascista, alle dinamiche della guerra fredda sul confine orientale – due fattori che vennero meno nel corso degli anni Ottanta.

Gli attriti già evidenti si trasformarono in conflitti nell’estate 1991: Slovenia e Croazia dichiararono l’indipendenza secedendo dalla Federazione. In Slovenia, dove la popolazione era «omogenea» e i serbi avevano scarsi interessi strategici, la guerra si risolse in pochi giorni. In Croazia invece la presenza di una consistente minoranza serba rese il conflitto più intenso e violento. Sulla scia di questi eventi, forti tensioni iniziarono a scoppiare poco dopo anche in Bosnia, la più variegata tra le Repubbliche della Federazione a livello etnico e religioso.

 

La guerra in Bosnia

In Bosnia Erzegovina, la minoranza serba rivendicava l’autonomia con l’obiettivo di rientrare nel progetto della «grande Serbia» perseguito da Slobodan Milošević (1941-2006), allora presidente della Repubblica di Serbia. In questo quadro, il 9 gennaio 1992, l’Assemblea dei serbi di Bosnia, proclamò la nascita della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina (successivamente denominata Republika Srpska). Subito dopo, il presidente bosniaco in carica, e leader del partito musulmano, Alija Izetbegović (1925-2003), organizzò un referendum sull’indipendenza della Repubblica di Bosnia (ovvero sulla sua secessione dalla Federazione, sulla scia di quanto stava accadendo nelle regioni settentrionali) che fu disertato dai serbi ma approvato in larga maggioranza dagli altri gruppi etnici. Il 6 aprile 1992 la Comunità europea riconobbe la Bosnia-Erzegovina come stato sovrano, parallelamente i serbi di Bosnia ribadirono invece la loro separazione. Questa tensione segnò l’inizio del conflitto che vide scontrarsi da un lato i bosniaci – nella pluralità delle loro etnie – che sostenevano l’indipendenza della Bosnia, dall’altro i serbi intenzionati a rimanere legati alla Federazione di Jugoslavia.

Le operazioni serbe, appoggiate dall’esercito regolare jugoslavo (che la Serbia controllava), furono caratterizzate da estrema violenza e da campagne di pulizia etnica. Gli altri gruppi etnici e religiosi vennero espulsi, deportati, segregati; donne e uomini colpiti da una violenza sessuale diventata arma di guerra; le loro case, i loro villaggi, gli edifici di interesse culturale saccheggiati e distrutti per eliminarne le tracce. L’obiettivo era quello di creare panico e terrore tra la popolazione in modo che se ne andasse al più presto al fine di rendere il territorio etnicamente omogeneo. Tuttavia, come sempre accade nelle guerre, aggressioni e violenze non furono unilaterali. Se in una prima fase della guerra gli episodi di pulizia etnica erano riconducibili soprattutto ai serbi di Bosnia, col passare del tempo anche da parte bosniaca ci fu chi si macchiò di gravi crimini e fu processato o accusato davanti al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), che fu istituito ad hoc nel 1993.

 

L’assedio di Sarajevo, 1992-1996

All’interno di questa strategia di eliminazione delle altre minoranze si inserisce anche l’assedio di Sarajevo. Radovan Karadzić (1945), leader della minoranza serba in Bosnia, era determinato a distruggere la città in quanto simbolo della cultura e dell’identità musulmano-bosniaca, per trasformarla in un centro esclusivamente serbo. I primi episodi di violenza armata ebbero luogo all’inizio di aprile 1992 quando, durante una manifestazione per la pace organizzata in città, alcuni cecchini serbi aprirono il fuoco sulla folla dal terzo piano dell’hotel Holiday Inn. A partire da quel momento, Sarajevo fu sottoposta a un assedio impenetrabile, sanguinoso, brutale, che durò fino alla fine della guerra (febbraio 1996, 44 mesi). L’8 aprile il governo della Bosnia-Erzegovina, sempre guidato da Izetbegović, dichiarò lo stato d’emergenza.

Soprattutto nei primi mesi di assedio, per la popolazione civile di Sarajevo fu praticamente impossibile mettersi in contatto col mondo esterno. La città era senza luce, acqua, gas. I collegamenti telefonici e i servizi postali erano stati interrotti.

Allo stesso tempo Sarajevo divenne il luogo su cui il mondo (almeno quello occidentale) puntò gli occhi. Sul campo si trovarono operatori dell’ONU, della Croce Rossa e di varie ONG che trasmettevano report, nonché numerosi giornalisti internazionali, tra cui l’italiano Paolo Rumiz che all’epoca era inviato speciale e corrispondente da Sarajevo per «il Piccolo» di Trieste. Dal 1993, inoltre, venne creato un tunnel sotterraneo che collegava la città assediata con il territorio controllato dal governo bosniaco. In questo modo, scene drammatiche di esplosioni e attacchi mirati ai civili vennero diffuse dai telegiornali di tutto il mondo, suscitando profondo sdegno nell’opinione pubblica, ma anche una sorta di «risveglio» della società civile. In questo contesto, un ruolo essenziale fu quello delle ONG, di alcuni enti locali e di associazioni laiche e religiose di vari paesi che decisero di costruire «reti di solidarietà» a sostegno delle comunità coinvolte nel conflitto. La società civile italiana, anche per vicinanza geografica, fu tra le più attive in questo senso (vedi la sezione «Per approfondire»).

 

Il documento. «Non trovo le parole…»

La lettera qui di seguito è una delle poche che, nel corso del primo anno di assedio, riuscirono a partire dalla città. Alcune passarono attraverso membri delle organizzazioni umanitarie, altre grazie all’aiuto di giornalisti, altre ancora attraverso i canali più disparati. In questo caso, un padre scrive ai figli, che non vivevano più in città, per dare notizie sulla «strage del pane» avvenuta il 27 maggio 1992 in via Vase Miskin (una delle vie principali della città), nella quale persero la vita più di venti persone e più di un centinaio rimasero ferite. Letteralmente senza parole, si affida agli appunti presi ascoltando un resoconto alla radio.

 

Sarajevo, 29 maggio 1992

 

Miei figli lontani,

avrete saputo dai giornali quello che è accaduto qui, due giorni fa. Pensavamo di aver ormai visto il peggio, ma quello che è successo nella via Miskin è qualcosa che non riesco a raccontare, non trovo le parole. Il mio amico, il professor Zdravko Grebo, ha parlato alla radio B-92[1], il 27 maggio. Ho preso nota di quello che ha detto.

«Amici di Sarajevo, non una volta soltanto sono andato a vedere che cosa era successo a via Vase Miskin. Ci sono andato quattro volte. La prima volta alle dieci e trenta. Poi sono tornato alla radio per fare un appello alla gente: c’era bisogno di sangue per quell’enorme numero di persone morenti. Sono tornato nella via e ho trovato A.P. e Z.H. i due più famosi comandanti di Sarajevo, che non riuscivano più a parlare e piangevano dalla disperazione. Poco fa ci sono ritornato ancora una volta ad accompagnare con la mia macchina le persone che volevano donare il sangue.

[…] Avrete già saputo voi che ci ascoltate, o forse no, non ricordo neanche più, che ieri è stata bombardata violentemente la clinica ostetrica «Zehra Muhidovic» proprio accanto alla clinica traumatologica dove sono ricoverati gran parte dei feriti di Sarajevo.

Abbiamo pensato che una strage così potesse rappresentare l’acme della pazzia e che nessuna mente, neppure la più disturbata, potesse concepire qualcosa di peggio. Così questa mattina, una bella mattina di primavera, tutto sembrava quasi tranquillo. E un gran numero di persone si è fatto coraggio e si è radunato davanti all’unica panetteria ancora aperta della nostra città.

La gente è proprio “sbucata” dai rifugi e si è messa in fila. E allora sono arrivate, tutte insieme, le granate. Più di cento persone sono rimaste gravemente ferite e trenta sono già morte mentre ora vi parlo. Via Vase Miskin…

Per dare una lezione alla gente di Sarajevo che aveva cercato di uscire fuori, di passeggiare, di far vedere che non aveva paura anche se tutti quegli uomini appostati sulla montagna di Trebević potessero vederli a occhio nudo… tutto è rovinato, massacrato e distrutto… Io non so cosa dire. Il sangue scorreva a fiumi sulla via Miskin, e questa non è una licentia poetica. Questa non è una metafora!

Non si trattava di quelle macchie di sangue alle quali ci stiamo abituando. Il sangue sulla via Miskin letteralmente scorreva! Le mani e le gambe sono volate dai balconi… una donna con la propria gamba stretta tra le braccia tenta di arrivare non so dove… gli uomini si rotolano come tronchi sulla via Miskin… una donna seduta sorregge un figlio di quattro anni e uno di sette, morti…

Una scena più straziante dell’altra…! Se qualcuno non crede tutto questo possibile, la Tv di Sarajevo ha registrato queste immagini e se nel mondo c’è un po’ di coscienza, vi chiedo di trasmetterle, così come sono. La televisione di Sarajevo le offre a tutto il mondo e anche qui a quelle reti televisive che una volta sapevano collaborare. Non chiedo niente di più. Soltanto che l’opinione pubblica a Belgrado e in Serbia sappia e veda la via Miskin trasformata in un fiume di sangue. Ho visto cose terribili: una granata intera nella pancia di un uomo…

Non so veramente cos’altro debba succedere a Sarajevo e in Bosnia-Erzegovina per scuotere tutti quelli che non vogliono sentire e convincerli che il fascismo è alle porte.

Vi prego ancora una volta… poi non chiederò più niente, rimarrò qui e difenderò questa città…

CHE DIO NON VOGLIA CHE ACCADA QUELLO CHE SI PREVEDE A GIUDICARE DALL’INSANGUINATA VIA MISKIN!»

 

Cari figli, non mi sento di aggiungere null’altro.

Vi saluto con tanto affetto,

vostro padre.

 

Fonte: Anna Cataldi, Sarajevo. Voci da un assedio, Baldini&Castoldi, Milano 1993, pp. 32-33.

[1] B-92 era una radio indipendente da cui ogni tanto si riusciva a trasmettere. Zdravko Grebo (1947-2019) era allora un professore della facoltà di diritto di Sarajevo. Schierato su posizioni pacifiste e antinazionaliste, durante l’assedio Grebo fondò un’altra radio cittadina, la ZID. Avrebbe continuato la sua attività di studioso e attività anche dopo la guerra, ottenendo numerosi riconoscimenti internazionali.

 

Testimonianze

Questa lettera è una testimonianza drammatica di uno dei tanti attacchi improvvisi a danno della popolazione civile avvenuti durante l’assedio di Sarajevo.


La fonte presenta quattro elementi di particolare rilievo, a vari livelli. In primo luogo, va considerato il meccanismo della testimonianza: l’autore dichiara l’incapacità di raccontare con parole sue quanto accaduto, perché ancora particolarmente scosso, e sceglie quindi di affidarsi a quelle di un amico che riesce talvolta a comunicare attraverso una radio indipendente. Probabilmente si tratta di un testimone non oculare, ma sul campo: un testimone «indiretto», che si affida a un resoconto oculare, «diretto», fatto da Zdravko Grebo passando così notizie ai figli scampati all’assedio.


In secondo luogo, oltre all’estrema violenza che ha caratterizzato l’operazione, resa evidente dalla descrizione dettagliata di fiumi di sangue, persone gravemente ferite e cadaveri di bambini, emerge un sentimento diffuso di angoscia e incertezza verso il futuro, accompagnato dalla costante paura di perdere la vita anche nello svolgimento delle azioni più quotidiane, come mettersi in fila per comprare il pane. Allo stesso tempo, rimane viva ed evidente la tenacia degli abitanti di Sarajevo che non si danno per vinti e anche dopo un episodio già estremamente violento come il bombardamento della clinica ostetrica, rievocato nel resoconto di Grebo, decidono comunque di uscire per strada. Infine, il testo esprime chiaramente la percezione di abbandono e indifferenza da parte della comunità internazionale, nonché l’urgenza di testimoniare quanto stava accadendo nella speranza di provocare un intervento.


Come già indicato, le testimonianze e le immagini strazianti e tragiche provenienti da Sarajevo ebbero un effetto sulla società civile internazionale risvegliandone l’attivismo politico. In seguito, un altro episodio estremamente violento suscitò lo sgomento dell’opinione pubblica: l’attacco al mercato di Markale, nel quale persero la vita oltre sessanta persone e altre duecento rimasero ferite (5 febbraio 1994). Non fu l’ultimo episodio del genere: a distanza di poco più di un anno, il 28 agosto 1995, nello stesso mercato avvenne un altro massacro. Si dovette aspettare fino a quel momento per vedere un vero e proprio intervento della NATO che, con l’Operation Deliberate Force, nel giro di poche settimane portò le forze serbe alla resa.


 

Febbraio 2026
Immagine: soccorsi a una vittima del bombardamento sul mercato di Markale, avvenuto a Sarajevo il 5 febbraio 1994, due anni dopo il bombardamento raccontato nella lettera riportata qui.


Per approfondire

Il testo di Mary Kaldor a cui si fa riferimento è Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci, Roma 2001.


La notizia della «strage del pane» fu rilanciata da Radio radicale in collegamento con un cronista di “Radio Sarajevo”, e si può ascoltare online.


Sia Radovan Karadzić sia Slobodan Milošević furono giudicati dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, istituito nel maggio del 1993 appositamente per perseguire chi si fosse macchiato di crimini di guerra e contro l’umanità durante le guerre jugoslave a partire dal 1° gennaio 1991. Karadzić fu condannato a quarant’anni di reclusione per genocidio e crimini contro l’umanità. Miloševic, invece, morì in carcere l’11 marzo 2006, prima della fine del processo a suo carico. Sul sito del Tribunale internazionale si trovano le schede dettagliate e alcuni documenti selezionati relativi a Karadzić e a Milošević.


Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia ha incriminato in totale 161 soggetti per gravi violazioni del diritto internazionale umanitario; il sito mette a disposizione i nominativi e i modi in cui si sono conclusi i singoli casi.


Sulla sua esperienza come corrispondente a Sarajevo durante le guerre jugoslave Paolo Rumiz ha pubblicato il libro Maschere per un massacro (Editori Riuniti, Roma 1996), con introduzione di Claudio Magris. L’edizione più recente è quella Feltrinelli, Milano 2013.


La mobilitazione della società civile in Italia e la costruzione di «reti di solidarietà» con i paesi dell’ex Jugoslavia durante i conflitti degli anni Novanta sono documentate nel recente L’Italia e le guerre jugoslave. Reti solidali, società civile, istituzioni, a cura di Eloisa Betti, Benedetto Zaccaria, Carocci, Roma 2024.