Donne migranti nel Medioevo e nella prima Età moderna

di Ermanno Orlando

La presenza femminile all’interno dei flussi migratori tra Quattro e Cinquecento fu certamente importante, anche se poco attestata dalla documentazione. Lo studioso Ermanno Orlando, presentando alcuni casi tratti dagli archivi veneziani, spiega come alcune fonti giudiziarie – e in particolare i processi che riguardavano i matrimoni e si celebravano davanti all’autorità ecclesiastica – possano aiutare a far uscire dal cono d’ombra gli spostamenti compiuti dalle donne.

 

Invisibili? La difficoltà di documentare la mobilità delle donne

Che il Medioevo e la prima Età moderna siano state epoche segnate da un’intensa circolazione di uomini e culture e da flussi migratori costanti non è più ormai da tempo in discussione. Rimane, tuttavia, difficile stabilire il ruolo avuto dalle donne in questo contesto di spostamenti e migrazioni. I motivi rimandano innanzitutto alla struttura delle migrazioni in quell’epoca: a muoversi erano soprattutto gli uomini, mentre le donne erano una percentuale minore, spesso irrilevante. Vi è poi una questione legata alle fonti: a raccontare le migrazioni sono quasi esclusivamente uomini; nelle loro carte, le donne spesso scompaiono o sono presenti in maniera effimera e marginale.

Fortunatamente si è individuata una guida più eloquente (ma talora anche più insidiosa, se non maneggiata con acribia e il necessario rigore esegetico) di altre per spingersi in tali orizzonti meno investigati dalla ricerca, vale a dire l’ampia gamma delle fonti giudiziarie: scritture da qualche tempo oggetto di attenzioni e fruizione da parte degli studiosi, che ne hanno colto le potenzialità anche per tematiche quali i movimenti migratori e lo studio della mobilità femminile. È bastato, infatti, scostare lo sguardo dalle fonti più tradizionali per la storia delle migrazioni e posarlo su scritture solo in parte utilizzate a questo scopo – appunto le scritture giudiziarie, sia criminali sia civili, le fonti inquisitoriali e i processi matrimoniali prodotti dai tribunali ecclesiastici –, per vedere immediatamente affiorare frammenti di umanità e squarci di vissuto, anche femminili, del tutto funzionali allo studio dei fenomeni migratori.

Si tratta di quelle categorie di fonti definite dalla storiografia come ego-documenti: quei documenti in cui la biografia e il racconto personale non sono mai consapevoli, deliberati o intenzionali, come accade, invece, nei diari, nei «libri di famiglia» o nelle «ricordanze» – generi di scritture, diffusi soprattutto in ambito urbano toscano, in cui si registravano le memorie domestiche insieme a episodi legati alla vita politica e sociale cittadina. Le scritture in oggetto sono, al contrario, preterintenzionali, ossia né del tutto volute né tanto meno ricercate. In tali fonti l’individualità prende forma e si fa momento narrativo sotto l’incalzare di un giudice e la pressione di un tribunale. Il fatto che questa autorappresentazione sia indotta e condizionata da un procedimento giudiziario e filtrata dalla mediazione verbale e scritta di coloro che verbalizzavano gli atti e le testimonianze – giusdicenti e notai – non inficia, tuttavia, la sua rilevanza documentaria, pur imponendo allo storico una certa prudenza, un attento discernimento critico e l’esercizio di particolari accorgimenti ermeneutici. Una volta sfrondata dalla retorica e dagli artifici di scritture costruite per avvalorare una verità giudiziaria, talora lontana dalla verità storica, la fonte permette infatti, di entrare nell’intimità e nella quotidianità dei movimenti migratori, e di cogliere episodi e percorsi della mobilità femminile, altrimenti assai difficili da documentare. Nei paragrafi che seguono, ci soffermeremo su alcuni esempi, tratti dalla documentazione prodotta e conservata negli archivi ecclesiastici veneziani.

 

La storia di Anna

Esemplare appare in tal senso la vicenda di Anna di Giovanni Fosco (così il nome volgarizzato nella fonte), una giovane donna originaria di Anversa, nelle Fiandre, che possiamo seguire attraverso il processo dalla stessa intentato nel 1537 presso la curia patriarcale di Venezia per ottenere il riconoscimento e la validazione del suo matrimonio, contratto qualche anno prima con un conterraneo, Daniele di Martino de Anna (i van Haanen di Anversa, poi emigrati definitivamente in laguna).

Anna proveniva da una famiglia nobile e «honesta»; rimasta orfana in tenera età, viveva nella casa paterna con i fratelli maggiori, titolari della patria potestà. Le fonti non ne riportano mai l’età, ma doveva essere poco più che adolescente, «iuvenis et puella», quando nel 1533 (o giù di lì), si sposò clandestinamente nella sua città natale con Daniele, giovane erede di una famiglia di grandi commercianti, da tempo attivi sul mercato di Rialto.

Daniele era in procinto di lasciare Anversa con suo padre, alla volta della città lagunare. Forse i due intrattenevano già da tempo una relazione amorosa, per quanto nascosta e disapprovata dalle rispettive famiglie. Daniele ne era ben consapevole; probabilmente sapeva anche che il padre l’aveva già promesso in sposo a Venezia a una facoltosa rampolla del ceto mercantile lagunare. Per questo, prima di mettersi in viaggio, aveva organizzato, con la complicità di un domestico, un matrimonio clandestino (vedi anche la sezione «Per approfondire»); se volevano coronare la loro storia d’amore, bisognava forzare la situazione con una unione segreta. I due giovani si incontrarono in un luogo privato, fuori da occhi indiscreti. Anna, per quanto spaventata, si lasciò sedurre dalle promesse dell’amato. Dopo lo scambio dei consensi, l’avrebbe portata con sé a Venezia, come sua legittima moglie; giunti in laguna, avrebbe reso finalmente pubblica la loro unione, convinto nel frattempo di ottenere l’approvazione del padre («et come sia a Venetia publice iuxta il solito celebrarò le noze» si legge nella fonte). Senza esitare più oltre, Anna proferì le parole previste dal diritto canonico per rendere valido il vincolo e formare il sacramento; poi i due si presero teneramente per mano, «ut moris est», com’era costume. Quindi, consumarono più volte il matrimonio. Quell’unione sembrava davvero santa, tanto da essere benedetta dal concepimento di un figlio.

Dopo il matrimonio, Daniele lasciò Anversa per l’Italia. Non prima, tuttavia, di avere pianificato con la novella sposa il viaggio di ricongiungimento a Venezia. Affidò, pertanto, Anna alle cure di un comune amico, il quale l’avrebbe accompagnata e protetta lungo l’intero viaggio migratorio verso Venezia. Per finanziare le spese, la giovane vendette tutto quanto riuscì a trafugare dalla casa paterna prima della sua veloce dipartita. Stanca e provata, oltre che gravida, raggiunse infine la città lagunare, probabilmente nel 1533: «et cusì lei vene a Venezia, conducta dal dicto patron». Fu allora che scoprì di essere stata tragicamente ingannata: Daniele non aveva alcuna intenzione di onorare le promesse fatte e di riconoscerla come moglie legittima. Per settimane si trovò ad affrontare, sola, smarrita e spaventata, l’inserimento in una città straniera, non conoscendo una parola della lingua locale, parlando ella solo quella «fiamenga». Ciò non bastasse, il figlio che portava in grembo stava ormai per nascere. Poté, fortunatamente, contare sulla solidarietà di Caterina, una pizzocchera – una laica legata all’ordine dei serviti, votata alla preghiera, alla carità e all’assistenza –, che l’accolse in casa e la ospitò per qualche tempo. Fu in quella dimora che Anna diede alla luce il figlio, aiutata e assistita dalla religiosa.

 

La denuncia contro Daniele

Una volta recuperate le forze e trovata un po’ di confidenza con la città e le sue strutture, Anna denunciò Daniele, il 6 marzo 1537, presso il tribunale patriarcale (dal 1451 l’antico vescovado di Castello/Venezia era stato elevato a patriarcato) per abbandono del tetto coniugale e chiese il riconoscimento del suo matrimonio, per quanto clandestino. Trovò il conforto e l’appoggio morale necessari a condurre la sua battaglia legale in un frate di San Gregorio, che capiva la sua lingua, al quale Anna aveva confidato in quei mesi duri e tribolati tutta la sua pena e il suo profondo disorientamento. Furono ascoltati diversi testimoni, tra cui anche parecchi mercanti fiamminghi, presenti per affari in città. Il procedimento, durato quasi un anno, non le rese, tuttavia, giustizia. Si concluse, infatti, l’11 gennaio 1538, con l’assoluzione di Daniele, sulla motivazione che Anna non aveva provato il matrimonio. Malgrado la forza e la disperazione con cui aveva cercato di difendere la legittimità del suo legame matrimoniale, le sue ragioni muliebri, l’onore offeso dall’inganno subito e il suo diritto ai sostegni e alle solidarietà di una famiglia, nemmeno la giustizia riparatrice del tribunale ecclesiastico seppe restituirle un marito sposato clandestinamente in patria ma dileguatosi troppo presto per via, durante la sofferta migrazione a Venezia.

 

Storie parallele: Elisabetta e Anastasia

Le fonti processuali matrimoniali veneziane ci restituiscono innumerevoli storie simili di donne migranti e dei loro viaggi migratori. Si tratta sempre di donne finite davanti al tribunale patriarcale per motivi legati a matrimoni controversi: per chiedere la validazione di legami dubbi, incerti o clandestini (come nel caso di Anna); per ottenere l’annullamento di un matrimonio sgradito, incongruo o inficiato da vizi del consenso; per regolarizzare rapporti di convivenza more uxorio o per denunciare unioni trasgressive; per reclamare il ripristino della coabitazione in caso di abbandono illegittimo del tetto coniugale; o per conseguire un divorzio in caso di matrimoni irregolari e violenti (consentito per ragioni gravissime dal diritto canonico, ma che implicava la sola separazione di letto e di mensa tra gli sposi, non lo scioglimento del vincolo e la possibilità di un loro secondo matrimonio).

Elisabetta, per esempio, si era trovata a difendere in tribunale nel 1462 il matrimonio contratto con un connazionale a Venezia senza autorizzazione della sua famiglia di origine. Era partita giovanissima da Augusta (in Germania), dove era nata, per andare a servizio presso un facoltoso panettiere suo conterraneo, Giorgio teutonico «pistor», da tempo trasferitosi in laguna. Era rimasta orfana sin dalla puerizia; gli zii paterni, che l’avevano accudita e educata per qualche tempo, appena potuto l’avevano instradata verso Venezia, per sgravare un bilancio famigliare che non poteva permettersi un’altra bocca da sfamare e un’altra figlia da dotare. In casa di maestro Giorgio, Elisabetta avrebbe guadagnato quel tanto che le avrebbe permesso di vivere onestamente e di aiutare i parenti a costituire, per lei, una dote congrua a un matrimonio dignitoso.

Anche Anastasia era emigrata a Venezia da Zara (oggi in Croazia), agli inizi del Cinquecento, allettata dalle opportunità di lavoro, guadagno ed emancipazione offerte dalla città. Aveva lasciato un marito in patria, Giorgio Badenich, per servire come domestica nella casa del nobile Leonardo da Molin. Nel giro di pochi anni aveva messo da parte i denari sufficienti per rimaritarsi – a onta del precedente matrimonio, mai sciolto – con un cittadino veneziano, portando così a compimento un disegno di riscatto iniziato con la sua partenza frettolosa dalla terra natia. Nel suo caso, a portarla in tribunale nel 1516 era stata la denuncia del nuovo marito veneziano che, venuto a sapere del primo legame formato a Zara da Anastasia, aveva chiesto l’annullamento del vincolo per matrimonio plurimo (diremmo oggi per bigamia).

 

Vite altrove

Lasciate le storie particolari, possiamo ora tornare ai quadri generali. Per sottolineare innanzitutto come la fonte evidenzi, seppure a partire da situazioni di disagio, precarietà, irregolarità, trasgressione e spesso fallimento dei legami coniugali (o para-coniugali), il ruolo assunto dal matrimonio in una città di forte immigrazione come Venezia quale strumento di integrazione e radicamento dei nuovi arrivati nella società ospite. Molte delle esperienze migratorie avevano come loro epilogo, una volta in città, un matrimonio; gran parte dei migranti, infatti, era costituita da giovani, celibi o nubili al momento del loro arrivo in laguna, naturalmente propensi a formare una famiglia per dare stabilità e continuità ai loro progetti. Come detto, le scritture processuali traboccano di procedimenti che hanno come protagonisti forestieri immigrati, i quali, una volta a Venezia, formavano legami di natura sia endogamica (ovvero con persone che avevano la loro stessa origine) sia esogamica per favorire il loro inserimento in città (da cui l’elevato numero di matrimoni misti, sia interconfessionali sia interetnici, che è possibile rilevare dalla fonte). Spesso, anzi, ai matrimoni formali e legittimi gli immigrati preferivano forme alternative e surrogatorie del matrimonio, come le convivenze more uxorio o il concubinato, meno onerose e impegnative, dal punto di vista sia economico sia sociale, dei legami convenzionali (per esempio, si potevano formare anche in assenza di dote). Formale o aformale che fosse, tuttavia, il matrimonio rimaneva – assieme al lavoro e a una sistemazione abitativa – uno dei mezzi più immediati e accessibili a disposizione del migrante per inserirsi e mettere radici nella nuova realtà.

Ciò detto, rimane impossibile quantificare i flussi migratori e proporre delle stime, mancando completamente, per il periodo, fonti statistiche, quali anagrafi, registri parrocchiali, stati delle anime (elenchi dove i parroci registravano dati anagrafici e religiosi dei loro fedeli) e censimenti di varia natura. È, tuttavia, assodata, come si diceva, una netta prevalenza di migranti maschi. Per rimanere all’esempio veneziano, una ricerca di stampo prosopografico sulle minoranze orientali presenti in città nei secoli XIV-XVI, fatta a partire dagli archivi notarili e giudiziari, ha censito migliaia di immigrati di provenienza balcanica, di cui, tuttavia, solo il 6,5% donne.

Tali cifre erano spesso completamente stravolte in tempo di congiuntura. Durante l’occupazione delle coste balcaniche da parte dei turchi ottomani, tra il 1474 e il 1479, migliaia di profughi cercarono scampo verso la penisola italiana, in particolare a Venezia, nelle Marche, in Puglia e a Napoli. I cronisti del tempo raccontano di un esodo di proporzioni bibliche; i sopravvissuti all’aggressione turca, in maggioranza vedove e bambini, confluirono in massa verso le spiagge, in attesa di trovare posto in una delle tante imbarcazioni, anche di fortuna, messe in acqua per l’occasione e di essere trasportati dall’altra parte dell’Adriatico. Molti di quei carichi umani fecero vela per la laguna, scaricando a Venezia, nel giro di pochi anni, qualche migliaio di persone, in grande prevalenza donne. Molte di loro, di estrazione sociale elevata, furono accolte in dimore riservate e mantenute, per diversi anni, a spese del comune. Le donne di più umile condizione, invece, trovarono per lo più sistemazione come domestiche o balie nelle case patrizie o andarono a ingrossare le fila delle inservienti negli ospedali cittadini.

Quando a determinare ritmi e consistenze dei flussi migratori non erano la congiuntura, le guerre o le calamità, le ragioni che maggiormente inducevano donne e uomini a migrare dalle loro terre d’origine e a cercare condizioni migliori di vita altrove erano, ora come allora, ragioni economiche: la ricerca di un’opportunità lavorativa e la volontà di abbandonare ambienti ritenuti scarsamente produttivi o socialmente respingenti. Anche a Venezia, l’economia e il lavoro rappresentavano il principale motore di attrazione dei flussi migratori e allo stesso tempo uno dei fattori più immediati (assieme allo stesso matrimonio) di integrazione dei nuovi arrivati nella società di adozione. Per le caratteristiche strutturali del mercato veneziano, il fabbisogno di lavoro immigrato era naturalmente concentrato, per i maschi, in alcuni settori particolari, quali l’industria del mare, le attività di servizio, la movimentazione delle merci e l’artigianato. Quanto alle donne, invece, la maggioranza assoluta era impegnata in attività di servizio, cura e assistenza, sia presso abitazioni private (la maggior parte) sia in strutture pubbliche (ospedali e lazzaretti). Di fatto, la sistemazione più consueta riservata alle immigrate era – come lo fu per gran parte delle profughe del 1474-1479, ma anche per Elisabetta e Anastasia – il servizio domestico presso le famiglie patrizie e mercantili cittadine come serve, coadiutrici nella cura di bambini e anziani o come governanti di ragazze da marito.

Settembre 2025

Immagine: tre donne vestite secondo la moda veneziana. Incisione del 1585.

 

Per approfondire

I processi di Anna, Elisabetta e Anastasia sono conservati nell’Archivio Storico del Patriarcato di Venezia, nel fondo Curia, Sezione Antica, Causarum Matrimoniorum, vol. 2, fasc. 8 (Elisabetta), vol. 18, fasc. o (Anastasia) e vol. 37, fasc. 13 (Anna).

Per una riflessione sulla fonte: Silvana Seidel Menchi, I processi matrimoniali come fonte storica, in Coniugi nemici. La separazione in Italia dal xii al xviii secolo, a cura di Silvana Seidel Menchi e Diego Quaglioni, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 15-94.

Una sintesi delle migrazioni medievali ora in Ermanno Orlando, Medioevo migratorio. Mobilità, contatti e interazioni in Italia nei secoli V-XV, Il Mulino, Bologna 2022.

Sulle migrazioni a Venezia si rinvia a: Brunehilde Imhaus, Le minoranze orientali a Venezia. 1300-1510, Il Veltro, Roma 1997; Reinhold C. Mueller, Immigrazione e cittadinanza nella Venezia medievale, Viella, Roma 2010; Andrea Zannini, Venezia città aperta. Gli stranieri e la Serenissima, XIV-XVIII sec., Marcianum Press, Venezia 2009; Ermanno Orlando, Migrazioni mediterranee. Migranti, minoranze e matrimoni a Venezia nel basso medioevo, Il Mulino, Bologna 2014.

Tra Medioevo e prima Età moderna si intendeva per matrimonio clandestino quello celebrato dagli sposi senza alcuna forma di pubblicità, in assenza di testimoni e senza approvazione paterna. Per quanto poco tollerato dalla società civile, in quanto sottraeva i coniugi dal controllo delle famiglie, il matrimonio, una volta formato (e provato), era valido. Prima del Concilio di Trento (1545-1563), infatti, sia per il diritto canonico sia per quello civile l’istituto matrimoniale si fondava sulla «dottrina del consenso», ovvero sulla pura e semplice volontà dei contraenti, dovunque e in qualunque forma essa si fosse manifestata, senza bisogno di null’altro: né di riti specifici, né di celebranti particolari, né di luoghi predefiniti, né tantomeno di testimoni. Le cose sarebbero cambiate radicalmente a partire dalla pubblicazione, nel 1563, del decreto Tametsi, che impose per la prima volta e in maniera definitiva una forma specifica di celebrazione, pubblica e solenne, come condizione di validità stessa del matrimonio: in chiesa, davanti a un prete officiante e alla presenza di almeno due o tre testimoni.

Sul matrimonio pretridentino si vedano: Daniela Lombardi, Matrimoni di antico regime, Il Mulino, Bologna 2001; Charles Donahue, Law, Marriage and Society in the Later Middle Ages. Arguments about Marriage in Five Courts, Cambridge University Press, Cambridge 2007; Cecilia Cristellon, La carità e l’eros. Il matrimonio, la Chiesa, i suoi giudici nella Venezia del Rinascimento (1420-1545), Il Mulino, Bologna 2010; Christiane Klapisch-Zuber, Matrimoni rinascimentali. Donne e vita famigliare a Firenze (secc. XIV-XV), Viella, Roma 2021; Ermanno Orlando, Matrimoni medievali. Sposarsi in Italia nei secoli XIII-XVI, Viella, Roma 2023.

 

L’autore

Ermanno Orlando insegna Storia medievale all’Università per stranieri di Siena. Tra i suoi lavori recenti, oltre a quelli citati nella bibliografia, ricordiamo Venezia e il mare nel Medioevo (Il Mulino, Bologna 2014); Le repubbliche marinare (Il Mulino, Bologna 2021); Le Venezie di Marco Polo (Il Mulino, Bologna 2023); è imminente l’uscita (sempre presso l’editore Il Mulino) di Pace, pace, pace. Donne e uomini contro la guerra nel medioevo.