Chi può votare? Una petizione per l’allargamento del diritto di voto nel 1876
A cura di Silvia Benini
La legge elettorale approvata nel 1882 segna una tappa della lunga storia dell’allargamento del suffragio in Italia. Sono note le discussioni all’interno della classe dirigente e le polemiche in merito che ne accompagnarono l’iter parlamentare sin dal 1876. Molto meno noto è come la società civile tentò di incidervi, aspetto che solo di recente la storiografia italiana ha cominciato a indagare in modo sistematico.
La riforma elettorale del 1882: un progetto di inclusione graduale
Nel 1876, la cosiddetta «rivoluzione parlamentare» portò al potere la Sinistra storica, con la caduta del governo Minghetti e l’insediamento dell’esecutivo guidato da Depretis. Una delle promesse elettorali della nuova maggioranza era stata la riforma elettorale, intesa come strumento per estendere la rappresentanza politica e favorire una maggiore integrazione dei cittadini (ma non ancora delle cittadine) nel giovane Regno d’Italia.
Diverse proposte furono avanzate, ma il nodo centrale – la definizione dei criteri di capacità elettorale, cioè i criteri di ammissione al voto – rimase irrisolto per anni e fu al centro di un ampio dibattito tra le diverse forze politiche nell’aula del parlamento.
La Destra storica si oppose all’allargamento del suffragio esteso sulla base del requisito dell’istruzione elementare, temendo che l’alfabetizzazione avrebbe incrementato il peso delle aree urbane, generalmente più scolarizzate, a scapito delle campagne, loro tradizionale bacino elettorale. Ma proprio su questa base, un esponente della Destra come Sydney Sonnino si spinse a sostenere il suffragio universale maschile: egli riteneva che l’ampliamento del diritto di voto a tutti gli uomini adulti avrebbe potuto favorire la Destra stessa, proprio perché avrebbe dato voce alle masse contadine, spesso legate a posizioni conservatrici e clericali. Nemmeno nella Sinistra le posizioni erano omogenee. L’ala più radicale sosteneva il suffragio universale maschile, mentre la componente moderata – prevalente – adottava una prospettiva più cauta. Essa riteneva che l’istruzione pubblica dovesse fungere da strumento di formazione civica, in grado di preparare i cittadini all’esercizio del voto. Inoltre, con un timore speculare all’auspicio di Sonnino, molti pensavano che un’estensione indiscriminata del diritto di voto avrebbe potuto favorire gruppi vicini agli ambienti conservatori o clericali.
La riforma elettorale venne infine approvata nel 1882. Il diritto di voto, fino ad allora determinato prevalentemente dal censo, venne ridefinito in base al titolo di studio (il completamento della seconda elementare o «scuola reggimentale») o al pagamento di un’imposta minima di 20 lire. Questo approccio gradualista procedeva coerentemente con la legge Coppino del 1877, che aveva reso obbligatoria l’istruzione primaria, e rifletteva la volontà di integrare i cittadini ritenuti istruiti e consapevoli nel sistema politico nazionale.
Depretis definì questa innovazione come un suffragio universale «potenziale»: se tutti fossero stati obbligati a studiare, un giorno tutti avrebbero potuto votare. Nell’immediato, comunque, la riforma del 1882 ampliò significativamente il corpo elettorale, portandolo a includere circa l’8% della popolazione, ma non eliminò completamente le disuguaglianze strutturali del sistema. Il criterio della capacità ridusse il censo a un fattore integrativo o residuale, ma il processo di nazionalizzazione della politica (ovvero di integrazione dei cittadini nello Stato) rimase incompiuto.
Diverse proposte furono avanzate, ma il nodo centrale – la definizione dei criteri di capacità elettorale, cioè i criteri di ammissione al voto – rimase irrisolto per anni e fu al centro di un ampio dibattito tra le diverse forze politiche nell’aula del parlamento.
La Destra storica si oppose all’allargamento del suffragio esteso sulla base del requisito dell’istruzione elementare, temendo che l’alfabetizzazione avrebbe incrementato il peso delle aree urbane, generalmente più scolarizzate, a scapito delle campagne, loro tradizionale bacino elettorale. Ma proprio su questa base, un esponente della Destra come Sydney Sonnino si spinse a sostenere il suffragio universale maschile: egli riteneva che l’ampliamento del diritto di voto a tutti gli uomini adulti avrebbe potuto favorire la Destra stessa, proprio perché avrebbe dato voce alle masse contadine, spesso legate a posizioni conservatrici e clericali. Nemmeno nella Sinistra le posizioni erano omogenee. L’ala più radicale sosteneva il suffragio universale maschile, mentre la componente moderata – prevalente – adottava una prospettiva più cauta. Essa riteneva che l’istruzione pubblica dovesse fungere da strumento di formazione civica, in grado di preparare i cittadini all’esercizio del voto. Inoltre, con un timore speculare all’auspicio di Sonnino, molti pensavano che un’estensione indiscriminata del diritto di voto avrebbe potuto favorire gruppi vicini agli ambienti conservatori o clericali.
La riforma elettorale venne infine approvata nel 1882. Il diritto di voto, fino ad allora determinato prevalentemente dal censo, venne ridefinito in base al titolo di studio (il completamento della seconda elementare o «scuola reggimentale») o al pagamento di un’imposta minima di 20 lire. Questo approccio gradualista procedeva coerentemente con la legge Coppino del 1877, che aveva reso obbligatoria l’istruzione primaria, e rifletteva la volontà di integrare i cittadini ritenuti istruiti e consapevoli nel sistema politico nazionale.
Depretis definì questa innovazione come un suffragio universale «potenziale»: se tutti fossero stati obbligati a studiare, un giorno tutti avrebbero potuto votare. Nell’immediato, comunque, la riforma del 1882 ampliò significativamente il corpo elettorale, portandolo a includere circa l’8% della popolazione, ma non eliminò completamente le disuguaglianze strutturali del sistema. Il criterio della capacità ridusse il censo a un fattore integrativo o residuale, ma il processo di nazionalizzazione della politica (ovvero di integrazione dei cittadini nello Stato) rimase incompiuto.
Una voce dalla provincia: la petizione dell’Associazione Progressista Camerinese
Una delle pratiche con cui la società civile cercò di incidere sul dibattito istituzionale fu quella della petizione, una forma di comunicazione diretta con il Parlamento, prevista dalla normativa, attraverso cui singoli cittadini o associazioni potevano avanzare richieste formali alle autorità.
Tra le petizioni conservate negli archivi della Camera dei Deputati si trova anche quella che presentiamo qui: l’Associazione Progressista Camerinese la inviò, naturalmente da Camerino (in provincia di Macerata), il 5 dicembre 1876. Si tratta di una testimonianza preziosa, che consente di osservare come anche realtà provinciali potessero partecipare attivamente al dibattito politico nazionale.
La petizione rivendica l’inclusione dei reduci delle guerre d’indipendenza nel corpo elettorale. Il documento accoglie il principio della «capacità politica» come base per il diritto di voto, ma propone un ampliamento di tale criterio, riconoscendo come prova di questa «capacità» anche l’aver combattuto per la patria, indipendentemente dal possesso di medaglie o titoli formali.
L’argomentazione si sviluppa su un piano morale e politico. Secondo i firmatari, chi ha dimostrato «con le opere proprie» patriottismo e senso civico è più meritevole del diritto di voto rispetto a chi possiede un’istruzione elementare o paga una piccola imposta, verso i quali si nutre addirittura diffidenza.
Maggio 2025
Immagine: aula di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, a Roma, in un’incisione tardo-ottocentesca.
Tra le petizioni conservate negli archivi della Camera dei Deputati si trova anche quella che presentiamo qui: l’Associazione Progressista Camerinese la inviò, naturalmente da Camerino (in provincia di Macerata), il 5 dicembre 1876. Si tratta di una testimonianza preziosa, che consente di osservare come anche realtà provinciali potessero partecipare attivamente al dibattito politico nazionale.
La petizione rivendica l’inclusione dei reduci delle guerre d’indipendenza nel corpo elettorale. Il documento accoglie il principio della «capacità politica» come base per il diritto di voto, ma propone un ampliamento di tale criterio, riconoscendo come prova di questa «capacità» anche l’aver combattuto per la patria, indipendentemente dal possesso di medaglie o titoli formali.
L’argomentazione si sviluppa su un piano morale e politico. Secondo i firmatari, chi ha dimostrato «con le opere proprie» patriottismo e senso civico è più meritevole del diritto di voto rispetto a chi possiede un’istruzione elementare o paga una piccola imposta, verso i quali si nutre addirittura diffidenza.
Maggio 2025
Immagine: aula di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, a Roma, in un’incisione tardo-ottocentesca.
Il documento
Associazione Progressista Camerinese
Camerino, 5 decembre 1876
Petizione al Parlamento Nazionale
Nel momento che il Governo Italiano affidò agli studi di una Commissione la proposta di iniziativa parlamentare per la estensione del diritto elettorale, le associazioni che hanno a scopo il progresso in ogni sua forma, domandano che sia appagato un lungo desiderio della intera Nazione e sia soddisfatto il debito di giustizia collo accordare il diritto del suffragio ai reduci delle patrie battaglie
Dopo sedici anni dacché le franchigie di libertà si attuarono in tutta l’Italia[1] il popolo debbe esser chiamato ad una maggiore partecipazione al governo in ragione appunto della maggior pratica acquistata nel vivere libero. Su questo principio si fonda lo allargamento che vuol darsi al voto popolare estendendo il diritto di suffragio anche a coloro che godono di tenuissimo censo, e a chiunque sia fornito di limitata ed elementare istruzione, presumendosi per questi cittadini che il lungo uso della libertà li renda degni del suo ulteriore sviluppo.
Ma laddove per essi milita una semplice presunzione, pei reduci delle patrie battaglie havvi l’assoluta certezza di attitudine al godimento dei patrii diritti. Chi comprese tanto bene i doveri di cittadino da esporre la vita per la indipendenza e la libertà della patria non può non conoscere quale uso debba farsi dei diritti, i quali al governo della Nazione si riferiscono.
La distributiva giustizia si associa a reclamare un provvedimento che al giure costituzionale è pienamente conforme. Se quegli che soddisfa allo Stato un piccolo tributo pecuniario sarà chiamato, per questo solo, a prendere parte agli elettorali diritti, quanto più non dovrà goderne chi offrì spontaneo alla Nazione il tributo della sua esistenza? Se un licenziato delle scuole secondarie dà bastevole motivo ad essere assunto alla dignità di elettore, questo posto molto più si addice a chi con le opere proprie addimostrò di essere all’apice della coltura e del patriottismo.
Ai fregiati della medaglia al valor civile o militare si estesero i diritti elettorali, in ricompensa dei loro nobili fatti; ma tutta la Nazione ravvisa nei reduci delle guerre patrie una schiera di valorosi, i quali dimostrarono al mondo come l’Italia sapeva col sangue e la vita dei figli affermare il diritto alla propria esistenza. Per queste ragioni, che basta adombrare, e per le altre senza numero che emergono dai principî della libertà e della eguaglianza di tutti i cittadini in faccia alla legge, le quali non possono sfuggire al patriottismo della Camera, noi domandiamo che tutti coloro, i quali presero parte alle guerre nazionali per la indipendenza della Patria e per la liberazione di Roma, dal 1848 ad oggi, sieno annoverati fra gli elettori politici ed amministrativi.
La Camera nello estendere il diritto al suffragio, non permetta che – nel mentre sarà chiamata a goderne tanta gente regolare, che verrà guidata all’urna dagli eterni nemici della Nazione sulle vie del regresso e dell’oscurantismo[2] – ne sia poi allontanato chi fece del proprio braccio spontanea barriera alle falangi mercenarie della tirannide.
Fonte. Documento inedito in Archivio della Camera dei Deputati, b. 52, f. 156, Petizioni dal n. 1356 al n. 1500, anno 1877, n. 1375, 1° febbraio 1877.
[1] Riferimento è all’Unità d’Italia raggiunta nel 1860.
[2] Gli autori della petizione si riferiscono qui al «rischio» che il diritto di voto venga esteso a persone tendenzialmente più vicine a posizioni conservatrici e, in particolare, clericali. In quel periodo, a pochi anni dall’Unità d’Italia, la Chiesa cattolica era vista da una parte consistente della classe politica liberale come il principale antagonista del nuovo Stato unitario. La rottura tra la Chiesa e lo Stato italiano era stata sancita dal Non expedit, il divieto imposto nel 1874 da papa Pio IX ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno d’Italia, che la Chiesa considerava usurpatore dei territori dello Stato pontificio e soprattutto di Roma.
Per approfondire. La storiografia italiana e l’allargamento del suffragio
L’estensione del diritto di voto fu una delle trasformazioni più rilevanti della politica italiana tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Contribuì in modo sostanziale alla costruzione dello Stato e al progressivo rimodellamento del rapporto tra cittadini e istituzioni.
Per lungo tempo, la storiografia italiana non ha indagato se questo processo sia stato anche il risultato di pressioni, rivendicazioni e mobilitazioni provenienti dalla società civile. Solo negli ultimi anni si è iniziato a mettere a fuoco il ruolo attivo dei cittadini e dei gruppi sociali nella formazione del corpo elettorale, analizzando l’esistenza di proteste, campagne simboliche, pratiche collettive e richieste dal basso che abbiano potuto influenzare le scelte istituzionali. In questa prospettiva, si indaga la possibilità che il diritto di voto non sia stato solamente «concesso», ma anche rivendicato da cittadini e gruppi sociali attraverso un ampio repertorio di azioni politiche.
Per una panoramica della storia elettorale in Italia si vedano: Maria Serena Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1848 ad oggi, Laterza, Roma-Bari 1995; La questione elettorale nella storia d’Italia. Da Depretis a Giolitti (1876-1892), a cura di Pier Luigi Ballini, Archivio storico della Camera dei Deputati, Roma 2003. È imminente l’uscita del volume In piazza per il suffragio. La mobilitazione per la riforma elettorale del 1882, a cura di Salvatore Botta, Fulvio Cammarano, Gian Luca Fruci, Affinità Elettive, Ancona 2025, che si inserisce nel più recente interesse per le forme di partecipazione «dal basso» e propone una mappatura su base provinciale delle mobilitazioni per il suffragio nel biennio 1880-1881, indagando la pluralità di soggetti che si fecero portatori di istanze democratiche anche fuori dalle aule parlamentari. In questa direzione va anche il volume collettivo Dalle piazze alle urne. Pratiche sociali per la rappresentanza politica (XIX e XX secolo), a cura di Silvia Benini, Affinità Elettive, Ancona 2025 (in corso di stampa).
Per un ulteriore approfondimento sul ruolo delle petizioni come strumento di pressione politica si vedano, nel contesto italiano: Mario Di Napoli, Le petizioni parlamentari nell’Italia liberale (1848-1922), in «Nuovi studi politici», 3-4, 1996, pp. 133-143; Dario Marino, Il linguaggio della verità: le petizioni al Parlamento nazionale delle Due Sicilie del 1820-21, in «Rassegna storica del Risorgimento», CVI, 1/2, 2019, pp. 30-50.
Per una prospettiva non solo italiana ma transnazionale: Scrivere alle autorità: suppliche, petizioni, appelli, richieste di deroga in età contemporanea, a cura di Enrica Asquer, Lucia Ceci, Viella, Roma 2021.
Per lungo tempo, la storiografia italiana non ha indagato se questo processo sia stato anche il risultato di pressioni, rivendicazioni e mobilitazioni provenienti dalla società civile. Solo negli ultimi anni si è iniziato a mettere a fuoco il ruolo attivo dei cittadini e dei gruppi sociali nella formazione del corpo elettorale, analizzando l’esistenza di proteste, campagne simboliche, pratiche collettive e richieste dal basso che abbiano potuto influenzare le scelte istituzionali. In questa prospettiva, si indaga la possibilità che il diritto di voto non sia stato solamente «concesso», ma anche rivendicato da cittadini e gruppi sociali attraverso un ampio repertorio di azioni politiche.
Per una panoramica della storia elettorale in Italia si vedano: Maria Serena Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1848 ad oggi, Laterza, Roma-Bari 1995; La questione elettorale nella storia d’Italia. Da Depretis a Giolitti (1876-1892), a cura di Pier Luigi Ballini, Archivio storico della Camera dei Deputati, Roma 2003. È imminente l’uscita del volume In piazza per il suffragio. La mobilitazione per la riforma elettorale del 1882, a cura di Salvatore Botta, Fulvio Cammarano, Gian Luca Fruci, Affinità Elettive, Ancona 2025, che si inserisce nel più recente interesse per le forme di partecipazione «dal basso» e propone una mappatura su base provinciale delle mobilitazioni per il suffragio nel biennio 1880-1881, indagando la pluralità di soggetti che si fecero portatori di istanze democratiche anche fuori dalle aule parlamentari. In questa direzione va anche il volume collettivo Dalle piazze alle urne. Pratiche sociali per la rappresentanza politica (XIX e XX secolo), a cura di Silvia Benini, Affinità Elettive, Ancona 2025 (in corso di stampa).
Per un ulteriore approfondimento sul ruolo delle petizioni come strumento di pressione politica si vedano, nel contesto italiano: Mario Di Napoli, Le petizioni parlamentari nell’Italia liberale (1848-1922), in «Nuovi studi politici», 3-4, 1996, pp. 133-143; Dario Marino, Il linguaggio della verità: le petizioni al Parlamento nazionale delle Due Sicilie del 1820-21, in «Rassegna storica del Risorgimento», CVI, 1/2, 2019, pp. 30-50.
Per una prospettiva non solo italiana ma transnazionale: Scrivere alle autorità: suppliche, petizioni, appelli, richieste di deroga in età contemporanea, a cura di Enrica Asquer, Lucia Ceci, Viella, Roma 2021.