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Gli antichi e noi
Impegno etico e storiografia:
un modo di fare storia non del tutto superato?
finalità estetica e impegno etico
Omne tulit punc-
tum qui miscuit utile dulci / lectorem delectando pari-
terque monendo
: «Ha raggiunto ogni perfezione chi
è riuscito a fondere l’utile e il piacevole, dilettando il
lettore e al contempo ammaestrandolo», afferma Ora-
zio (
Ars poetica
, vv. 343-344). La compresenza di una
duplice finalità, estetica ed etica, comune a molta par-
te della letteratura antica, è particolarmente evidente
nell’opera di Livio. Le sue
Storie
sono indubbiamente
un’opera di
elevato valore letterario
, caratterizzata
dal piacere di raccontare e da un registro stilistico so-
stenuto nel lessico e nella sintassi. Nello stesso tempo,
però, la narrazione della storia nazionale è finalizzata
alla trasmissione di un
contenuto morale e civile
che
l’autore intende additare ai suoi lettori. Esso consiste
essenzialmente nei valori tradizionali del
mos maio-
rum
, che ad avviso di Livio hanno fondato la grandezza
di Roma nei secoli trascorsi e ne giustificano il dominio
sugli altri popoli, ma che gli appaiono ormai offuscati e
perciò bisognosi di restaurazione.
L’attribuzione di una finalità artistica alla propria opera
allontana certamente Livio dalla concezione scientifica
della storiografia propria dei moderni e per certi versi
risalente a Tucidide, anche se non dobbiamo dimen-
ticare che uno storico come Theodor
Mommsen si meritò il
premio Nobel per la
letteratura.
dare senso alla storia
Ma possiamo conside-
rare l’impegno morale e
civile che contrassegna
l’opera di Livio un altro
segno di discontinuità
rispetto alla storiografia
moderna?
Certo, l’
antiquus animus
di Livio, l’importanza da
lui accordata alla religiosità tradizionale, il suo mora-
lismo di stampo tradizionalista ne fanno uno scrittore
per molti versi lontano dalla prevalente sensibilità mo-
derna. La
profonda eticità delle sue
Storie
non può
tuttavia essere liquidata come un modo di fare storia
del tutto sorpassato: ancora in tempi recenti o recen-
tissimi, un filosofo come
Karl Popper
e un filologo e
storico dell’antichità come
emanuele narducci
han-
no rivendicato l’opportunità di dare senso all’indagine
storica attraverso un «approccio eticamente motivato»
agli eventi. La materia umana con cui ha a che fare
lo storico (come gli altri studiosi delle scienze sociali)
non gli consente – al di là di ogni illusione positivista
– di mantenere l’asettica indifferenza dello scienziato.
Com’è possibile, per fare un esempio, riferire dell’or-
dine impartito dal presidente americano Truman di
sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki
(agosto 1945) senza affrontare il tema delle respon-
sabilità sul piano etico che con quella decisione egli si
assunse? A maggior ragione, com’è possibile trattare
dello sterminio nazista degli ebrei o anche soltanto del-
le leggi razziali promulgate dal regime fascista (1938)
senza formulare un chiaro giudizio di condanna?
Una presa di posizione dello storico sul piano dei giudi-
zi di valore appare insomma tanto più naturale
e addirittura doverosa quan-
do l’oggetto dell’in-
dagine storiografica
sia costituito da eventi
o periodi in cui sembra
essersi realizzato l’im-
pero del male.
Le copertine di due numeri
della rivista
La difesa della
razza
, creata a Roma nel
1938, a seguito delle leggi
fasciste promulgate nello stesso
anno contro gli ebrei italiani.
Per APProfondIre
• M. Bloch,
Apologia della storia o Mestiere di storico
, trad. it., PBE, Torino 1969; E. H. Carr,
Sei lezioni sulla storia
, trad. it., Ei-
naudi, Torino 1966; F. Chabod,
Lezioni di metodo storico
, Laterza, Roma-Bari 1993; A. Gardi,
L’impegno morale e politico dello
storico
, in “Società e Storia”, 1997, fasc. 77.
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