Del resto, lo stesso Cicerone giustificava la guerra solo in vista del conseguimento della pa-
ce: «Si devono intraprendere guerre solo per questo, per poter vivere in pace senza ricevere
offesa» (
De officiis
I 35).
In che cosa consisteva dunque questa pace tanto agognata? In primo luogo nella
cessazio-
ne della guerra civile
e nel congedo degli eserciti. A sua volta, la fine delle guerre compor-
tava la ripresa delle attività produttive, dei commerci e delle opere pubbliche. Dunque la ri-
organizzazione dell’impero dopo i disordini ingenerati dalle guerre si traduceva in un gua-
dagno generalizzato.
Si trattava però di una pacificazione parziale, che non escludeva affatto
guerre contro i ne-
mici esterni
e che può essere riassunta nel verso virgiliano
parcere subiectis et debellare super-
bos
,
«essere clementi con i vinti e sgominare i superbi» (
Eneide
VI 853).
Una pace
condizionata
Barattare la libertà con la pace
Nell’aprire le
Historiae
,
Tacito ci dice che «dopo Azio fu nell’interesse della pace che
il potere fosse messo nelle mani di uno solo». Tacito ave-
va dunque capito quello che nell’immediato doveva essere
sfuggito ai più, cioè che la pace aveva avuto un prezzo mol-
to alto, la
perdita della libertà
.
Si potrebbe obiettare che, in fondo, la libertà della repub-
blica era una libertà sotto la tutela del senato. Ma era pur
sempre preferibile alla tirannide che Tacito aveva sperimen-
tato su di sé e aveva pagato con un quindicennio della sua
vita, tanti anni quanti era durata la tirannide di Domiziano.
Sicurezza e benessere in cambio di libertà
Questa pro-
blematica ci immerge nel vivo dell’attualità. Un famoso libro
del Nobel Amartya Sen, economista indiano, ha come tito-
lo
Lo sviluppo è libertà
(trad. it., Mondadori, Milano 2000)
e sostiene la tesi che non vi sia crescita senza democrazia.
Ora, passato un decennio, il libro appena tradotto in italia-
no dell’editorialista inglese John Kampfner,
Libertà in ven-
dita. Come siamo diventati più ricchi e meno liberi
(Later-
za, Bari 2010), sostiene l’esatto contrario: la ricchezza uc-
cide la democrazia; i contemporanei stanno progressiva-
mente rinunziando alla loro libertà in cambio di maggiore
sicurezza. Da una parte le misure assunte per fronteggia-
re l’emergenza del terrorismo, dall’altra i leader populisti
a capo delle più antiche democrazie del mondo occiden-
tale stanno erodendo il potere dei parlamenti, della stam-
pa, della magistratura. Come reagisce a tutto ciò il popo-
lo sovrano? Non reagisce affatto. Accetta le restrizioni im-
poste alla propria libertà in cambio delle promesse di sicu-
rezza e benessere.
Se le cose stanno così, si stanno ricreando le condizioni
dell’antica Roma. E non c’è proprio di che compiacersi…
Le rivolte contro le dittature
Eppure, eppure… La ‘pri-
mavera’ musulmana, cioè i movimenti di popolo che stan-
no smantellando le dittature nordafricane e mediorientali,
dimostrano che il corso della storia non è né lineare né pre-
vedibile. Quando tutti credevano che per il mondo arabo
l’equilibrio fosse l’immobilità, uno dopo l’altro, dalla Tuni-
sia all’Egitto, dalla Libia alla Siria i regimi dittatoriali sono ca-
duti o entrati in crisi, dimostrando che
la democrazia non
è più un’esclusiva dell’Occidente
, ma che tutti i popo-
li aspirano alla libertà. Il cammino è tutt’altro che compiu-
to e non è affatto da escludere che da una dittatura nasca
un’altra dittatura; ma la battaglia che si sta combattendo
in questi paesi è sulla stessa strada della lotta contro gli altri
totalitarismi del Novecento, il nazifascismo e il comunismo.
L’‘incontro delle civiltà’
I recenti moti nordafricani ci dimo-
strano anche un’altra cosa: che la dinamica dei rapporti tra
Occidente e Islam non si configura in termini di ‘scontro delle
civiltà’, come recita il titolo del famigerato libro dell’america-
no Samuel P. Huntington (trad. it., Garzanti, Milano 2000),
al quale dopo l’11 settembre molti hanno attinto argomen-
ti in chiave antiislamica. Quello che emerge è invece un ‘in-
contro delle civiltà’, come dice il titolo del libro dei francesi
Youssef Courbage e Emmanuel Todd (trad. it., Marco Tro-
pea, Milano 2009), che riscontrano anche nel mondo mu-
sulmano un movimento di convergenza su scala planetaria
nella
comune direzione del progresso
.
La lezione della storia antica
Da questo punto di vista
possiamo dire che dalla storia antica qualcosa si possa im-
parare: per esempio che, anche se non furono sconosciu-
ti momenti di contrapposizione ideologica (Oriente e Occi-
dente, greci e barbari), i conflitti si risolsero sempre in ter-
mini di
assimilazione
e
interculturalità
. Basta ricordare i
famosi versi di Orazio
Graecia capta ferum victorem cepit et
artes / intulit agresti Latio
(«La Grecia conquistata conquistò
il rozzo vincitore e introdusse le arti nel Lazio agreste»; epi-
stola II 1, 156-157) e pensare al debito culturale dei romani
verso etruschi e popoli orientali. Ma anche a quanto Roma
trasmise alle popolazioni dell’impero: per esempio la nozio-
ne del diritto. Davvero lo ‘scontro delle civiltà’ è una favola
buona per giornalisti e politicanti…
Costi della pace, costi del benessere
Gli antichi e noi
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