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Uno dei protagonisti della conquista spagnola fu
Hernán Cortés
. Inviato,
nel 1519, dal governatore di Cuba a esplorare il Messico, impose la propria
volontà al corpo di spedizione e, affondata la flotta per impedire ai suoi
soldati di tornare indietro, iniziò una lunga marcia verso l’interno. Così,
dopo avere prima combattuto e poi fatto suoi alleati i
toltechi
di Tlaxcala
contro gli aztechi, fu il primo a godere dell’incredibile spettacolo della cit-
tà di
Tenochtitlán
, adorna di grandi monumenti e capitale del vasto Im-
pero azteco, che occupava gran parte dell’attuale Messico. Dopo aver ap-
preso dell’esistenza dei «selvaggi» (
Approfondimento
qui sotto), l’opinione
pubblica europea venne a conoscenza anche dell’esistenza di grandi civiltà,
capaci di edificare complesse organizzazioni politiche e strutture urbane, e
di realizzare straordinari monumenti civili e religiosi.
Il piccolo corpo di spedizione di Cortés poteva contare su importanti
van-
taggi militari
, come le armi da fuoco e i cavalli, sconosciuti agli indigeni.
La conquista fu però facilitata anche da debolezze interne all’Impero e alla
società aztechi. Inoltre la volontà di resistenza degli aztechi fu minata dal
fatto che, almeno in un primo tempo, l’arrivo di Cortés fu scambiato per il
ritorno del grande dio piumato Quetzalcoatl. Contando sul vantaggio della
sorpresa Cortés – che era stato ricevuto con grandi onori – fece prigioniero
l’imperatore
Montezuma
e lo costrinse a un atto di sottomissione al re di
Spagna. La città si ribellò e a Cortés occorsero settimane di lotta per piegare
la resistenza degli abitanti di Tenochtitlán, peraltro flagellati da un’epidemia.
La sproporzione tra gli apparati militari
dei
conquistadores
e quelli degli indigeni
è ben rappresentata dalla battaglia raffigurata in
questa immagine, tratta dal
Codice Durán
,
un libro sulla storia degli aztechi scritto
dal frate domenicano Diego Durán (1537-88).
Approfondimento
Il mito del «selvaggio»
La scoperta dell’America mise per la prima volta in contatto due mondi che fino ad allora si erano vicendevolmente igno-
rati. Nel giro di pochi decenni l’incontro tra la civiltà del vecchio continente e le culture dei popoli del Nuovo Mondo diede
origine a un nuovo mito europeo: il «
selvaggio
».
A fornire le prime testimonianze sulla vita, le tradizioni e la cultura degli indiani d’America furono i resoconti di viaggiato-
ri e missionari come
Bartolomé de Las Casas
(
p. 309) che, profondamente imbevuti di cultura classica, intravidero nelle
società indigene quella «primitività» idealizzata e non corrotta che nella tradizione occidentale apparteneva a un passato
lontano, ormai soltanto immaginato e ridotto a soggetto letterario e artistico.
Gli abitanti del Nuovo Mondo erano invece vivi, vegeti e concreti, e consentivano un confronto immediato con il modello
di vita dell’uomo europeo. Il «selvaggio» divenne ben presto «una pietra di paragone su cui misurare il mondo classico e
il mondo moderno» (come ha scritto l’antropologo Giuseppe Cocchiara, 1904-65), un nuovo modello etico ma anche una
nuova categoria filosofica e letteraria.
A partire da
Michel de Montaigne
(1533-92), che nei suoi
Saggi
(
p. 311) riconosce al selvaggio una fondamentale bontà e
la capacità di vivere secondo le
leggi di natura
, numerosissimi autori si dedicarono al «nuovo» mito. Nel XVIII secolo
Jean-
Jacques Rosseau
(1712-78) istituì il confronto fra «l’uomo fatto dall’uomo» e «l’uomo fatto dalla natura» e giunse a conclu-
dere che le strutture sociali e storiche hanno profondamente minato la naturale spontaneità umana. In seguito il mito del
«selvaggio» si infiltrerà sempre più profondamente nella cultura europea, con profondi riflessi sulla formazione delle scien-
ze etnografiche, della pedagogia e del dibattito relativo al diritto naturale.
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