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zione della potenza imperiale inglese nel secolo XVII, e su di essi vennero
a convergere gli interessi più svariati: quelli dei mercanti africani che cat-
turavano e vendevano agli europei la manodopera indigena, quelli dei ne-
grieri bianchi che li acquistavano per poi rivenderli ai detentori dell’
asiento
,
o direttamente ai proprietari di piantagioni e di miniere in America. E su
tutti vi era la convenienza delle potenze coloniali, che su questo ignobile
commercio confidavano per nuovi introiti finanziari, per un più capillare
controllo dei canali commerciali oltreoceano e per il rafforzamento della
loro presenza nel Nuovo Mondo.
I portoghesi entrano
in contatto con cinesi
e giapponesi ma non
riescono a imporre il loro
predominio.
Il traffico delle spezie e del pepe dall’oceano Indiano
verso l’Europa era stato del tutto sottratto alla media-
zione araba e passava ormai solo per le linee di navi-
gazione portoghesi. Questo però non bastava ancora.
Molte delle spezie più pregiate – chiodi di garofano e
noce moscata – non provenivano dall’India, ma dagli attuali
arcipelaghi
indonesiani
. I portoghesi, non appena ebbero consolidate le loro posizio-
ni, proseguirono quindi la loro spinta verso Oriente.
Nel 1511 venne conquistata
Malacca
, che controllava il braccio di mare tra
l’isola di Sumatra e l’estrema propaggine meridionale dell’Indocina. Malac-
ca era la porta verso le isole delle spezie, ma anche, e soprattutto, verso le
grandi civiltà che si affacciavano sull’oceano Pacifico, la
Cina
e il
Giappo-
ne
. Nel 1513 la prima nave portoghese giunse a Canton e nel 1520 amba-
sciatori portoghesi arrivarono fino alla corte di Pechino. Cina e Giappone
rappresentavano un terzo dell’umanità e per la prima volta tra questi Paesi
e l’Europa vennero stabiliti dei contatti regolari e continuativi.
Ma la Cina e il Giappone erano Stati ben organizzati, in grado di difender-
si molto più efficacemente di quanto non potessero fare i potentati africa-
ni o indiani e, del resto, il Portogallo era troppo piccolo e troppo lontano
per pensare di controllare anche questi immensi spazi marittimi e terrestri.
La carenza di uomini e la difficoltà di convincere le donne portoghesi a re-
carsi nelle Indie crearono un
deficit demografico
insuperabile: nelle terre
del loro impero coloniale, i portoghesi rimasero sempre una piccola mi-
noranza. A queste difficoltà si aggiungevano quelle dovute alla distanza e
al tempo necessario per raggiungere questi Paesi. Un viaggio di andata e ri-
torno da Lisbona a Goa richiedeva almeno due anni e durante questi lun-
ghissimi viaggi le perdite di navi e di uomini erano spaventose. Il sottile filo
di navi e piazzeforti che teneva insieme l’impero marittimo portoghese era
quindi, a un tempo, straordinariamente efficace ed estremamente fragile.
Proprio negli anni in cui le navi dei portoghesi facevano la loro compar-
sa sulle coste sud-occidentali dell’India, altri conquistatori e costruttori di
imperi invasero la Penisola indiana da Nord: i
moghul
. I conquistatori
moghul provenivano da quell’inquieto mondo dell’Asia centrale abitato
da popolazioni turco-mongole da dove erano partite molte delle invasioni
Esploratori portoghesi, accompagnati dai loro
schiavi africani e da un gruppo di preti, sul loro
vascello (a sinistra) e durante lo sbarco (a destra), in
un paravento giapponese della fine del XVI secolo.
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