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«Noi» e gli «altri»
Pregiudizi e mancanza di conoscenza spesso impediscono
il dialogo con chi ci appare «diverso»
Rileggi le frasi evidenziate nei testi storiografici di questo percorso. Confronta poi i passi che hai letto con i brani che ti proponia-
mo, relativi al problema dei rapporti tra persone diverse nella società in cui viviamo. Il primo proviene dal libro di una storica, Ada
Lonni; il secondo e il quarto sono tratti dal saggio di un’antropologa, la camerunense Geneviève Makaping, che vive e insegna in
Italia; il terzo è un articolo di un’altra antropologa, Ida Magli.
1
«Noi» e «loro»:
chi è l’altro?
G. Makaping,
Traiettorie di sguardi. E se
gli altri foste voi?
, Rubbettino, Soveria
Mannelli 2001, p. 133
Nel corso degli incontri fatti con gli altri,
spesse volte mi sono sorpresa a pensare che
è stupefacente, quasi impossibile da credere,
che stiamo ancora qui a parlare di diversi-
tà, di appartenenza e non appartenenza. Mi
arrovellavo sul fatto che quando si parlava
di diversità e alterità ero sempre io l’altra,
la diversa. Mi sono sempre sforzata di fa-
re capire che le diversità sono almeno due.
Sforzo quasi sempre vano. Ad ogni modo
c’era un vivo interesse alla discussione da
parte della platea di fronte a me, interessa-
ta alla mia diversità, spesse volte dimenti-
cando la propria. Il polso del pubblico ha
pulsato molto forte, ma paradossalmente,
l’interesse calava quando poi cercavo il con-
fronto con una singola persona. Anche que-
sto è un elemento che voglio scandagliare.
Potrebbe essere interessante capire perché il
gruppo è ben lieto di «confrontarsi», men-
tre il singolo lo è di meno.
2
È utile conoscere il
passato e i sogni delle
persone che giungono
in Italia?
A. Lonni,
Immigrati
,
Bruno Mondadori, Milano 2003, p. 35-36
Sono circa due milioni, lo si è detto, gli stra-
nieri presenti oggi in Italia e, in quanto mi-
granti, sono tutti uguali fra loro: hanno un
passato di sofferenze che vorrebbero, ma
non possono dimenticare; hanno sogni e
speranze che coltivano per se stessi e per i
loro figli; hanno nostalgie che raramente si
possono lenire. Ma ciascuno di loro è anche
unico, ha una sua storia che lo rende diverso
da tutti, una storia che dobbiamo imparare
a conoscere perché è la sola che ci aiuterà a
dissolvere le paure, che ci permetterà di cre-
are i rapporti e di strutturare gli interventi
necessari per quella società multicultura-
le in cui, che ci piaccia o meno, viviamo e
continueremo a vivere negli anni a venire.
Il cinese che attraversa i due continenti e ci
serve il riso cantonese e i ravioli al vapore alla
luce soffusa di lanterne rosse ha con l’Italia
un modo di approccio ben diverso dalla ra-
Un controllo di polizia nei confronti di immigrati a Roma.
gazza peruviana o capoverdiana colf a tempo
pieno in molte delle nostre famiglie, o del
marocchino che clandestinamente attraversa
Gibilterra, o ancora del curdo che arriva ag-
grappato a una zattera e a un filo di speranza.
Noi non possiamo naturalmente pretendere
di conoscere tutte le storie individuali, ma
dobbiamo innanzitutto scrollarci di dosso
l’idea di una omogeneità che non esiste né
potrebbe esistere; e provare ad aprire delle
finestre per lo meno sui mondi da cui que-
sti stranieri provengono, sulla loro gente, sul
rapporto del loro paese con l’Italia, sul per-
ché hanno scelto le nostre città e non altre
per dar corpo ai loro sogni.
3
I matrimoni tra
persone di culture
diverse: favoriscono
la conoscenza
reciproca o sono
elementi di conflitto?
I. Magli,
Fermare i matrimoni misti
,
«il Giornale», 26 luglio 2008
Gli episodi come quelli della bambina por-
tata via dal padre marocchino di cui si occu-
pa oggi la cronaca, sono molto più numerosi
di quanto non si creda a causa dell’intensi-
ficarsi di presenze straniere nel nostro Pae-
se, presenze che portano spesso le italiane a
sposarsi con uomini appartenenti a culture
incompatibili con la nostra. Nei matrimoni
con africani e orientali, in grande maggio-
ranza di religione islamica, le donne italiane
si trovano in condizione di assoluta inferio-
rità, una inferiorità di cui nella fase dell’in-
namoramento di solito non sono in grado di
rendersi conto, spinte anche dall’atmosfera
di tolleranza e di negazione delle differen-
ze che si respira ovunque in abbondanza. È
necessario guardare in faccia la realtà. È ne-
cessario mettersi «dal punto di vista dell’in-
digeno», come ha ripetuto Franz Boas, uno
dei più grandi padri dell’antropologia, se si
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