convinsero senz’ombra di dubbio coloro
che conobbero quel mondo. «Tutto è mol-
to diverso» scrisse fra’ Tomàs de Mercado
1
fra le sue direttive ai mercanti di Siviglia,
«l’ingegno degli indigeni, il carattere della
comunità, il metodo di governo e anche la
disponibilità a essere governati».
«GLI EUROPEI DI FRONTE AL
NUOVO MONDO CERCANO DI
RICONDURRE L’IGNOTO AL NOTO,
MA ALLA FINE SONO COSTRETTI A
RICONOSCERNE LA DIVERSITÀ»
Ma come comunicare questo effettivo divario –
l’unicità dell’America – a coloro che non l’ave-
vano mai vista? Il problema della descrizione
ridusse alla disperazione scrittori e cronisti.
1.
Teologo domenicano del XVI secolo, vissuto a lun-
go in Messico e autore di manuali di economia.
T.5
Marcello Carmagnani
I protagonisti
della conquista
Autore:
Marcello Carmagnani
(1940-vivente), storico italiano
Testo tratto da:
L’altro Occidente.
L’America Latina dall’invasione europea
al nuovo millennio
, Einaudi, Torino 2003,
pp. 5, 8-10, 12-17
Data della prima pubblicazione:
2003
Secondo Marcello Carmagnani, studioso delle ra-
dici storiche di quello che oggi definiamo «mondo
occidentale», le caratteristiche del continente ame-
ricano si sono definite lentamente nel complesso
rapporto di interazione e confronto fra popolazioni
indigene e invasori europei. Pur senza sottovaluta-
re gli innegabili aspetti di violenza e distruttività
che la conquista assunse in molte circostanze,
egli intende correggere la diffusa convinzione che
l’incontro fra iberici e popolazioni amerinde si sia
svolto all’insegna di una totale incomprensione,
quasi che i protagonisti non possedessero alcuno
strumento culturale per interpretare le nuove re-
altà che entrambi si trovavano a fronteggiare.
Alla fine del XV secolo una buona metà del-
la popolazione americana vive in organiz-
zazioni statali complesse e circa i tre quarti
di essa ha conosciuto la rivoluzione neoli-
tica
1
. Il mondo americano prima dell’arrivo
degli Europei è quindi complesso e dina-
mico; l’idea che lo presenta come un am-
biente statico si diffonde a partire dalla con-
quista a scopi politici e ideologici, culmi-
nando nell’immagine odierna, altrettanto
ideologica, che le società indie, a differen-
za di quelle coloniali, fossero armoniche e
ugualitarie. [...]
All’arrivo degli Europei esistevano due im-
peri – l’azteco e l’inca, che a loro volta con-
tavano numerose signorie statali – e accan-
to ad essi vi erano anche signorie statali in
America Centrale, Colombia, Venezuela,
Ecuador, nel Nord del Cile, nel Nordovest
dell’Argentina e in alcune aree amazzoniche.
Tutte queste organizzazioni sono il risultato
di lunghe storie di trasformazioni interne,
migrazioni e contatti interculturali, visibili
nell’arte, nell’astronomia, nella matematica,
nell’architettura e nell’ingegneria. È special-
mente interessante notare come, grazie alla
lunga esperienza e quale risultato di nume-
rose prove ed errori, imperi e signorie siano
riusciti a controllare efficacemente ecologie
estremamente diverse
2
e, in seguito alla for-
mazione di numerosi e complessi meccani-
smi di disciplinamento diversificati gerarchi-
camente, [...] siano stati capaci di sostenere
una popolazione numerosa. [...]
L’organizzazione gerarchica è quindi il trat-
to distintivo delle società americane ed è
ben visibile sia nella distinzione tra nobili e
plebei sia nelle diverse categorie che forma-
no queste due classi sociali. […] Sebbene
l’organizzazione gerarchica avesse favorito
cambiamenti significativi nel contesto pro-
duttivo e una migliore gestione delle risorse
volta a sostenere una popolazione crescen-
te, è anche vero che essa fu causa di tensio-
ni e forti conflitti. […] La conflittualità, che
investe tanto il ceto nobile quanto quello
plebeo, ha una particolare importanza per-
ché favorirà alleanze e intese con gli inva-
sori. […] Grazie all’alleanza tra i conqui-
statori spagnoli e i Tlaxcaltechi
3
, Cortés ri-
uscì a espugnare Tenochtitlán, la capitale
dell’impero azteco. Non diversa fu la situa-
zione nell’impero inca, dove all’arrivo del-
la sparuta spedizione spagnola comandata
da Francisco Pizarro e Diego de Almagro
nel 1532, gli Spagnoli colsero l’opportuni-
tà di inserirsi nel complesso gioco politico
tra Atahualpa e Huascar per la successio-
ne al trono dell’imperatore. [...] Se si tiene
presente che gli Amerindi possiedono un
insieme di capacità in grado di elaborare
strategie di una complessità simile a quella
degli invasori europei, si può allora inco-
minciare a capire la pluralità di forme che
la penetrazione europea può assumere nel-
le terre americane. […]
Se gli Amerindi non sono quei selvaggi e
quei barbari predestinati a essere introdotti
alla vera fede da Spagnoli e Portoghesi, così
come ce li presenta la pubblicistica cattoli-
ca del Cinquecento, nemmeno gli invasori
iberici possono essere presentati, come fa la
propaganda antispagnola a partire dal XVI
secolo, come rozzi, incolti, oscurantisti e
superstiziosi. Queste due immagini hanno
finito per dare dell’invasione iberica una
caratterizzazione semplicistica, secondo la
quale vengono sottolineati esclusivamente
la violenza e i soprusi degli invasori, che
furono in verità moltissimi, occultando
però i fenomeni di convivenza che si veri-
ficarono con grande frequenza tra Iberici
e Amerindi.
Sia gli invasori iberici, capitani di conqui-
sta, sia i signori etnici, i nobili e i plebei
amerindi erano in grado di elaborare nuove
strategie di adeguamento e sviluppare mec-
canismi di adattamento che daranno vita a
nuovi codici di comportamento e modelli
di vita. Queste capacità culturali degli Iberi-
ci bene si percepiscono se si tiene presente
che essi provengono soprattutto dalle re-
gioni della Castiglia e dalle aree meridio-
nali del Portogallo, cioè da zone tra le più
dinamiche e densamente popolate della
penisola iberica. La loro estrazione sociale
era prevalentemente non contadina e forte-
mente influenzata dalla cultura urbana: in-
fatti gli Iberici che approdarono in America
erano prevalentemente alfabetizzati […]. La
stragrande maggioranza degli Iberici ten-
de ad autodefinirsi
hidalgos
o
fidalgos
, ciò
significa, letteralmente, che sono dotati di
una qualche qualità sociale ereditata e che
sono esentati dal pagamento delle impo-
ste personali. […] Le famiglie appartenen-
ti alla piccola nobiltà rappresentavano al
momento della scoperta dell’America un
buon decimo delle famiglie della Castiglia.
Questa percentuale di
hidalgos
è assai più
elevata che negli altri regni spagnoli. Va
inoltre aggiunto che tale espansione non
interessò l’alta nobiltà, poiché il numero
delle grandi casate castigliane, un centina-
io, rimase stabile dalla fine del Trecento.
Il notevole incremento della piccola nobiltà
non può essere dissociato dall’importanza
che la Castiglia acquista nel processo pluri-
secolare della riconquista delle regioni ibe-
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