Gli obiettivi


La nozione di «italiano percepito» si lega da un lato ai riflessi delle cosiddette «ideologie linguistiche», dall’altro a quello che è stato chiamato «il sentimento della lingua». Oggi potremmo ricondurre questo secondo concetto alla nozione sociologica di sentiment: un comune sentire attestato su posizioni pessimistiche, influenzate da spinte emotive più che da dati obiettivi. Tipica, in questo senso, è la vicenda della «morte del congiuntivo»: morte presunta, ma annunciata già da oltre mezzo secolo proprio come quella del punto e virgola; o ancora – analogamente – della «scomparsa dei dialetti» e dell’«invasione» delle parole straniere. Il principale prodotto di questa ideologia conservatrice è una varietà di lingua che potremmo chiamare «trascendentale»: una lingua perfetta e immutabile che, collocata in una sorta di empireo, guarda dall’alto tutti gli usi concreti. E non può che giudicarli tutti più o meno difettosi, perché inevitabilmente nessuno coincide con quell’idealizzazione.

Si parlerà di:

  • Tra ideologia e sentimento. Per ideologia linguistica s’intende l’insieme di credenze e convinzioni sulla lingua che sono condivise da una determinata comunità in una determinata epoca. Il sentimento della lingua viene evocato da Luca Serianni come comune legame affettivo, prima ancora che normativo, nei confronti della lingua madre.

  • I rischi della percezione. La dialettologia percettiva ha in Italia un’amplissima bibliografia, almeno a partire dal 2000 (Il dialetto percepito s’intitola un libro di Gabriele Iannàccaro), nel quadro più generale di quella che a livello internazionale viene chiamata folk linguistics.

  • Il popurismo. L’ideologia linguistica prevalente ancora oggi è – non solo in Italia – un istintivo (perché così educato) conservatorismo. Una visione non propriamente purista, ma senz’altro un po’ purista: popurista, appunto.

  • Il pregiudizio universale. Alcune idées reçues sulla lingua si possono a buon diritto definire, come faceva l’illuminismo, pregiudizi. Eppure, nonostante tutti gli sforzi fatti in questi secoli, quei pregiudizi continuano ad agire in profondità.

  • L’italiano percepito. Di qui il rafforzarsi di un italiano percepito sempre più lontano dalla realtà. È alla luce di questo che si spiega la distanza tra ciò che molte persone dicono a proposito della lingua e ciò che davvero fanno quando parlano e scrivono.

  • Un nuovo standard. Data l’inarrestabile modificazione delle lingue vive, lo standard inteso come varietà di riferimento dovrebbe essere un concetto dinamico, sempre in fieri: una definizione che dovrebbe riempirsi via via di contenuti diversi.



Relatore


Giuseppe Antonelli è professore ordinario di Storia della lingua italiana all'Università di Pavia, dove presiede il Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei. Scrive su «7» e «la Lettura» del «Corriere della Sera»; per molti anni ha raccontato storie di parole su Rai3 e Rai Radio3. Con Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin ha curato la Storia dell'italiano scritto in sei volumi (2014-2021; premio Cesare Pavese per la saggistica); con la collaborazione di Giovanni Battista Boccardo e di Federico Milone, è stato curatore scientifico della mostra Dante. Un’epopea pop (Museo d’Arte della città di Ravenna). Tra i suoi ultimi libri: Volgare eloquenza (Laterza, 2017), Il museo della lingua italiana (Mondadori, 2018), Il mondo visto dalle parole (Solferino, 2020) e Il piacere del significante (Cesati, 2022). Per Einaudi ha pubblicato da poco Il Dante di tutti. Un'icona pop (2022).

 

Moderatore


Duccio Canestri, Docente e consulente editoriale, Mondadori Education.