Te la do io l’America! Le relazioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti dall’Ottocento ai giorni nostri

A cura di Matteo Pretelli

Matteo Pretelli, studioso di Storia dell’America del Nord, illustra brevemente le relazioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti a partire dal XIX secolo. Ripercorrere questa storia, cominciata anche prima della nascita del Regno d’Italia, aiuta a individuare alcuni tratti costanti che agiscono tuttora: collaborazione, cordialità, e asimmetria.

 

Prima che ci fosse l’Italia

Le relazioni fra Italia e Stati Uniti sono state in genere sempre caratterizzate da cordialità e collaborazione, pur con alcuni momenti di scontro, in particolare la dichiarazione di guerra di Benito Mussolini a Washington l’11 dicembre 1941.

Dopo la dichiarazione d’indipendenza dall’Inghilterra nel 1776 e l’approvazione del «Model Treaty» (il modello di accordo che il giovane Stato intendeva stipulare con le altre nazioni), gli Stati Uniti si proiettarono nel mondo attraverso la lente del commercio, guardando all’Europa come primo interlocutore. Nel corso dell’Ottocento, vennero firmati trattati commerciali anche con alcuni Stati italiani preunitari, potendo contare su proprie sedi consolari in città portuali come Livorno o Napoli. Grazie al controllo di Genova, il Regno di Sardegna mantenne i maggiori legami transoceanici. Washington, tuttavia, espresse riserve rispetto molte delle monarchie italiane (in particolare lo Stato della Chiesa e il Regno delle Due Sicilie), denigrate in quanto conservatrici, retrograde ed eccessivamente legate alle gerarchie ecclesiastiche cattoliche.

 

Dal Risorgimento alla «grande emigrazione»

Auspicando la nascita di una repubblica italiana plasmata sul modello statunitense, da Washington si guardò con favore ai moti liberali del 1848-1849 che attraversarono l’Europa. Si fu vicini al riconoscimento della Repubblica romana, che nella sua breve vita nel 1849 vide l’allontanamento del Papa e il sostegno della corrispondente del New York Tribune Margaret Fuller, che con i suoi resoconti invitò gli statunitensi a sostenere la causa indipendentista e antipapista dei rivoltosi.

Agli Stati Uniti guardarono anche gli esuli risorgimentali in fuga dalla persecuzione politica. Pur non amando la società statunitense in quanto troppo materialista e individualista, Giuseppe Mazzini ricercò, senza successo, il sostegno alla causa unitaria italiana di organizzazioni protestanti statunitensi che erano interessate a espandersi nel Vecchio Continente. Una ridotta comunità di rifugiati italiani si formò a New York, composta da militanti che si dividevano fra il credo mazziniano e quello liberal-moderato più vicino alla causa risorgimentale condotta dalla dinastia sabauda in Piemonte. Anche Giuseppe Garibaldi risiedette da esule a New York per alcuni mesi nel 1850 e 1853, riscuotendo grande popolarità per via delle imprese militari condotte in precedenza in America Latina a favore di cause indipendentiste.

Dagli Stati Uniti si perorò la causa risorgimentale, identificando nel Piemonte l’unico attore in grado di portarla a compimento, mentre giunsero anche aiuti concreti a sostegno della spedizione dei Mille di Garibaldi. Washington fu fra i primi a riconoscere nel 1861 il neonato Stato italiano, pur rammaricandosi della mancata nascita di una repubblica.

In seguito, le relazioni fra i due paesi rimasero buone, almeno fino al 1891, quando 11 siciliani vennero linciati a New Orleans, provocando una crisi diplomatica che si protrasse per quasi un anno. L’evento fu conseguenza di un acceso pregiudizio anti-italiano che trovò poi ulteriore e piena manifestazione con l’arrivo negli Stati Uniti, fra gli anni Ottanta dell’Ottocento e la metà degli anni Venti del Novecento, di ben 4 milioni e mezzo di emigranti italiani. Si trattava per lo più di contadini con bassi livelli di istruzione che oltreoceano si stanziarono nelle grandi città sulla costa nord-orientale del Paese, impiegandosi prima nei lavori meno qualificati per entrare poi in gran parte nel mondo del proletariato industriale. Spesso etichettati come violenti, legati ad associazioni criminali, familisti (ovvero pronti a privilegiare i legami e le solidarietà di parentela rispetto ai rapporti sociali), poco propensi a far propri i precetti della democrazia statunitense, subirono lo stigma del pregiudizio da parte della società statunitense e delle sue istituzioni. Dopo la Prima guerra mondiale, il Congresso federale, con due provvedimenti legislativi del 1921 e del 1924, impose draconiane quote di ingresso negli Stati Uniti, che ridussero drasticamente gli accessi di immigrati dall’Europa meridionale e orientale (quindi anche dall’Italia); esse rimasero in vigore fino agli anni Sessanta.

 

La Prima guerra mondiale: conoscenza e diffidenza

Proprio a inizi Novecento, le élite politiche italiane sapevano poco degli Stati Uniti, un Paese che – dopo la guerra vittoriosa della guerra contro la Spagna nel 1898 – stava assurgendo a potenza globale in quello che verrà definito in seguito «secolo americano». La Prima guerra mondiale rafforzò sia l’egemonia statunitense sia la conoscenza reciproca, dal momento che i due Paesi si ritrovarono sullo stesso fronte contro gli imperi centrali. La forza di spedizione militare statunitense in Europa contò un numero consistente di italoamericani, mentre in Italia furono molte le aspettative rispetto al presidente statunitense Woodrow Wilson (in carica dal 1913 al 1921), dal quale gli italiani volevano la concessione della città di Fiume e di territori lungo la costa dalmata. Tramite la propria ambasciata a Roma, Washington si adoperò per favorire il filoamericanismo e il filo-wilsonismo, ma ai positivi riscontri iniziali nell’opinione pubblica seguirono diffidenze e proteste nei confronti di un presidente che si oppose alle aspirazioni territoriali italiane in Adriatico.

 

Mussolini: un «uomo d’ordine» gradito a Washington

Le relazioni migliorarono nuovamente con l’ascesa al potere di Benito Mussolini nel 1922, la cui Marcia su Roma attirò l’attenzione di molti politici e giornalisti statunitensi, fra i quali l’ambasciatore Richard W. Child (1881-1935), talmente affascinato dal nuovo leader da curarne l’autobiografia in inglese (nel 1928). Ammaliati dal suo vigore fisico, dall’anticomunismo e dal ruolo di «uomo d’ordine», gli statunitensi nel 1925 riconobbero all’Italia il diritto di pagare in rate dilazionate i propri debiti di guerra, mentre la Banca J.P. Morgan concesse un ingente prestito che permise al regime di consolidarsi. D’altro canto, la cultura statunitense fece sempre più breccia fra gli italiani. Lungi dall’essere legati al gigante d’oltreoceano solo dai legami familiari stabilitisi attraverso i flussi emigratori, molti italiani rimasero affascinati dalla modernità espressa dagli Stati Uniti, dall’etica del lavoro del popolo statunitense, così come dalla musica proveniente dal Nuovo Continente, in particolare dallo swing e dal jazz. Le pellicole cinematografiche di Hollywood, in particolare, conquistarono i cuori e le menti di tanti italiani, che continuarono ad amare la cultura americana nonostante il blocco delle importazioni di film americani imposto dal regime fascista alla fine degli anni Trenta.

Con il crollo della borsa di Wall Street nel 1929 e la successiva depressione economica, vari osservatori statunitensi giunsero a ipotizzare di adottare negli Stati Uniti il sistema corporativo fascista, in quanto ritenuto strumento idoneo per la risoluzione delle tensioni all’interno del mondo del lavoro. Lo stesso Franklin D. Roosevelt, presidente democratico dal 1933 (e fino al 1945, anno della morte), non si discostò dalle considerazioni dei suoi predecessori repubblicani, definendo il dittatore italiano un «ammirabile gentiluomo». Gli stessi italoamericani rimasero affascinati dal Duce, il quale si adoperò per rafforzare le relazioni fra Roma e le comunità italiane oltreoceano. Molti «italiani d’America», infatti, vedevano in Mussolini un leader che aveva finalmente restituito grandezza all’Italia, suscitando, di conseguenza, l’orgoglio etnico fra gli immigrati.

 

Le guerre del fascismo: verso la rottura

L’invasione italiana dell’Etiopia nell’ottobre 1935 e la successiva proclamazione dell’«impero italiano» in Africa Orientale (9 maggio 1936) incrinarono le relazioni italo-statunitensi, ma Washington si limitò ad approvare un embargo «morale» a spese dell’aggressore, non imponendo un blocco delle esportazioni di petrolio che, se messo in atto, avrebbe messo in crisi la macchina bellica mussoliniana.

Dopo il conflitto, complice la sempre più stretta alleanza con Hitler, il fascismo accentuò i toni antiamericani in Italia con scarso seguito fra il popolo italiano, pur senza rompere le relazioni diplomatiche. Dal canto suo, Roosevelt si adoperò per mantenere aperto un dialogo con Roma con l’obiettivo di spezzare l’alleanza italo-tedesca ed evitare l’ingresso dell’Italia in un ipotetico conflitto. L’equilibrio si ruppe definitivamente con la dichiarazione di guerra di Mussolini agli Stati Uniti l’11 dicembre 1941.

Nel corso del Secondo conflitto mondiale, migliaia di militari italiani caddero prigionieri degli americani in Nord Africa. L’invasione alleata della Sicilia (10 luglio 1943) e la risalita lungo la penisola vennero salutate positivamente dalla popolazione italiana, le cui città avevano subito pesanti bombardamenti aerei alleati. Molti apprezzarono la propensione dei soldati a stelle e strisce a offrire beni di conforto agli italiani affamati, sebbene la storiografia abbia mostrato i limiti di questa immagine, a lungo dominante nel discorso pubblico: spesso le forze alleate più che da «liberatori» si comportarono da occupanti, commettendo violenze e soprusi e sfruttando in molti casi la propria posizione di potere. Collaborazioni vennero instaurate fra gli Alleati e il movimento resistenziale italiano, per buona parte composto da militanti comunisti, fino alla totale liberazione del Paese dalle forze nazi-fasciste avvenuta il 25 aprile 1945.

 

Dalla guerra alla guerra fredda: l’Italia «collocata» da Washington

Con la fine del conflitto e l’inizio della Guerra fredda, gli Stati Uniti si adoperarono per collocare l’Italia nel blocco filoamericano, a contenimento e contrasto del blocco dominato dall’Unione Sovietica. Nel 1947, venne firmato il trattato di pace, dopodiché Roma divenne una dei maggiori beneficiari degli aiuti statunitensi del Piano Marshall, il programma pensato da Washington per la rinascita economica dell’Europa occidentale. Nel 1949, l’Italia aderì al Patto Atlantico, entrando a far parte ufficialmente della NATO, scelta non avulsa da critiche, dal momento che l’opinione pubblica italiana nutriva sentimenti antimilitaristi e lo stesso primo ministro Alcide De Gasperi aveva espresso un iniziale scetticismo rispetto alla scelta di campo filoamericana, preferendo piuttosto una equidistanza fra i blocchi.

Washington favorì il processo d’integrazione europea di cui l’Italia fu membro attivo, ma mostrò anche tutta la sua capacità di condizionamento in occasione delle elezioni politiche italiane del 1948, quando si sostennero operazioni di guerra «psicologica» e si finanziarono segretamente partiti e sindacati moderati nella competizione elettorale contro comunisti e socialisti. La CIA, fra l’altro, si fece promotrice di una campagna di lettere di italoamericani che invitarono i loro parenti in Italia a votare contro il Partito comunista e quello socialista.

La vittoria della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati centristi il 18 aprile 1948 rassicurò gli statunitensi, ponendo stabilmente l’Italia nell’orbita occidentale, sebbene la presenza di uno dei principali partiti comunisti dell’Europa occidentale legato a Mosca fu fonte di costante preoccupazione oltreoceano. Negli anni Cinquanta non si esitò a minacciare la fine delle commesse a una grande azienda quale la FIAT qualora questa non si fosse «sbarazzata» degli operai comunisti. Inoltre, la CIA fra il 1951 e il 1956 creò «Gladio», una rete segreta all’interno dei servizi segreti italiani pensata per ostacolare una potenziale invasione dell’Armata Rossa o per affrontare un’eventuale insurrezione comunista. Un atteggiamento che trovava la sua piena esplicazione nella figura dell’ambasciatrice a Roma Clare Boothe Luce (in carica dal 1953 al 1956), la quale giunse ad accusare De Gasperi di scarsa risolutezza contro i comunisti, imbastendo un dialogo – dopo le elezioni politiche del 1953, che videro un ridimensionamento della coalizione centrista – anche con i neofascisti del Movimento Sociale Italiano.

Al di là dell’invasiva politica estera in Italia, dopo la fine del conflitto gli Stati Uniti mostrarono ancora una volta un’indubbia capacità di promozione della propria cultura nel Vecchio Continente. I film di Hollywood si affermarono nuovamente nei cinema italiani, così come lo fecero la musica e i format televisivi di stampo statunitense giunti in Italia a partire dagli anni Cinquanta. A questo fenomeno contribuirono anche la politica di Washington, che creò in molte città italiane dei centri di cultura statunitensi denominati United States Information Services, e la massiccia presenza di militari di stanza nelle basi americane che resero familiari agli italiani nuove abitudini alimentari e consumistiche importate da oltre oceano.

 

Veti e avalli: la politica interna italiana sotto la lente americana

Divenuto presidente nella Repubblica nel 1955, l’esponente della Democrazia cristiana Giovanni Gronchi (1887-1978), tentò – seppur con scarso successo – di ritagliare un peso maggiore dell’Italia nel Mediterraneo, spinto anche dal peso che l’Ente nazionale idrocarburi (ENI) aveva assunto nell’area grazie all’azione del suo presidente Enrico Mattei (1906-1962). Il progetto di Mattei, di inserire l’ENI sul mercato dei prodotti petroliferi, intaccando le posizioni consolidate delle grandi compagnie angloamericane, provocò anche tensioni politico-diplomatiche tra Roma e Washington. La morte di Mattei, nel 1962, in un incidente aereo suscitò subito molti dubbi, mai dissipati, sul ruolo che potevano avere avuto servizi segreti stranieri, e prima di tutto statunitensi.

Alla fine degli anni Cinquanta, a causa di una crescente instabilità politica interna si accrebbe il dialogo fra democristiani e socialisti per la formazione di un esecutivo di centrosinistra che ponesse ai margini il Partito comunista, ma che non si realizzò per via dell’avversione dell’amministrazione repubblicana di Dwight D. Eisenhower (presidente dal 1953 al 1961). Solo nel 1962, grazie anche all’avallo del nuovo presidente democratico John F. Kennedy, si aprì la stagione del centrosinistra con il governo del democristiano Amintore Fanfani nato grazie all’astensione dei socialisti, i quali entreranno successivamente in maniera stabile nel governo.

Le proteste giovanili e operaie degli anni Sessanta, la guerra del Vietnam e la contestata figura del presidente Richard Nixon (presidente dal 1969 al 1974) contribuirono a incrinare in parte dell’opinione pubblica l’immagine positiva degli Stati Uniti. L’importante affermazione elettorale dei comunisti nelle elezioni amministrative del 1975, la successiva dichiarazione del leader comunista Enrico Berlinguer di non desiderare l’uscita dell’Italia dalla NATO e la sua proposta ai democristiani di dar vita a un «compromesso storico» sembrarono segnare un cambiamento di rotta nella politica italiana, anche a fronte delle aperture del leader democristiano Aldo Moro. La formula della «solidarietà nazionale» fra democristiani e comunisti trovò espressione nel governo monocolore di Giulio Andreotti (formato nel 1976 con l’astensione dei comunisti) e in una sua successiva riedizione con il PCI che contribuì al programma pur senza avere propri ministri. La negoziazione del 1978 per contare su un voto di fiducia dei comunisti al governo venne meno in seguito al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Rispetto al «compromesso storico», l’amministrazione democratica di Jimmy Carter (presidente dal 1977 al 1981) mostrò notevole ambiguità comunicativa, salvo poi esprimere contrarietà rispetto all’ipotesi di ingresso dei comunisti nel governo.

Il 1985 registrò la maggiore tensione postbellica fra i due Paesi nel momento in cui il presidente del consiglio socialista Bettino Craxi impedì all’aeroporto di Sigonella, in Sicilia, l’arresto da parte di marines americani di alcuni terroristi palestinesi che vi erano atterrati e che erano accusati di avere dirottato la nave «Achille Lauro», uccidendo un turista ebreo-americano.

 

L’allineamento nel mondo post-guerra fredda

Dopo il crollo del muro di Berlino, le relazioni sono state in genere cordiali, con Roma che ha in buona parte allineato la propria politica estera a quella statunitense, come in occasione degli interventi militari nella prima Guerra del Golfo e nei Balcani nell’ambito delle guerre nella ex-Jugoslavia, nell’operazione «Restore Hope» in Somalia e nel corso della «Guerra al terrore» condotta dagli Stati Uniti dopo gli attentati terroristici del 2001. Tensioni si ebbero nel 1998 quando un aereo militare statunitense recise i cavi di una funivia sul monte Cermis, in Trentino Alto-Adige, causando la morte di 20 persone. Inoltre, l’invasione statunitense dell’Iraq di Saddam Hussein nel 2003 venne fortemente osteggiata da una parte consistente dell’opinione pubblica italiana.

Critiche giunsero dalla prima amministrazione di Donald J. Trump all’operato del governo di Giuseppe Conte che siglò nel 2019 la partecipazione italiana alla «Nuova Via della Seta», iniziativa cinese per la creazione di infrastrutture e la facilitazione di scambi commerciali. Spesso, però, il dialogo è stato favorito dai buoni rapporti personali instaurati fra i leader, come nei casi di Silvio Berlusconi e George W. Bush, Matteo Renzi e Barack Obama, fino a quello attuale fra Giorgia Meloni e Donald J. Trump.

Novembre 2025

Immagine: immigrati italiani a Ellis Island, New York, nel 1907.

 

Bibliografia essenziale

Giorgio Bertellini, Il Divo e il Duce. Fama, politica e pubblicità nell’America degli anni Venti, trad. di Filippo Benfante, Mondadori, Milano 2022 (ed. or. University of California Press, Oakland, California 2019).

Guido Bonsaver, America in Italian Culture: The Rise of a New Model of Modernity, 1861-1943, Oxford University Press, Oxford 2023.

Lucia Ducci, Stefano Luconi, Matteo Pretelli, Le relazioni tra Italia e Stati Uniti. Dal Risorgimento alle conseguenze dell’11 settembre, Carocci, Roma 2012.

Daniele Fiorentino, Leopoldo Nuti, U.S. Italian Relations, in Oxford Research Encyclopedia of American History, Oxford, Oxford University Press 2020.

Guido Formigoni, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), il Mulino, Bologna 2016.

Matteo Pretelli, L’emigrazione italiana negli Stati Uniti, il Mulino, Bologna 2011.

Daniela Rossini, Il mito americano nell’Italia della Grande Guerra, Laterza, Roma-Bari 2000.

 

L’autore

Matteo Pretelli insegna Storia dell’America del Nord all’Università «L’Orientale» di Napoli. I suoi principali interessi di ricerca sono l’emigrazione italiana negli Stati Uniti e le relazioni fra Italia e Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: (con Stefano Luconi) «Nazione di Immigrati» o «Fortezza America»? Gli Stati Uniti e le minoranze etniche nel XXI secolo, Mondadori Education, Milano 2024; (con Francesco Fusi) Soldati e patrie. I combattenti alleati di origine italiana nella Seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 2022; (con Lucia Ducci e Stefano Luconi) Le relazioni tra Italia e Stati Uniti: dal Risorgimento alle conseguenze dell’11 settembre, Carocci, Roma 2012; L’emigrazione italiana negli Stati Uniti, il Mulino, Bologna 2011; Il fascismo e gli Italiani all’estero, CLUEB, Bologna 2010.