Svjatlana Aleksievič all’ascolto del «popolo» di Černobyl’
Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’. Cronaca dal futuro, trad. dal russo di Sergio Repetti, edizioni e/o, Roma 2002 (ed. or. 1997), 286 p. Scheda a cura di Iris Karafillidis
Il libro della scrittrice premio Nobel nel 2015 è una raccolta di «voci del popolo» sospesa tra testimonianza e letteratura. Diventato un classico contemporaneo, il lavoro di Aleksievič non solo documenta le conseguenze di uno dei peggiori disastri nucleari della storia, ma traccia un quadro di ampio respiro del passato dell’Unione Sovietica e invita a una riflessione che si proietta sul nostro futuro.
Un lamento funebre a più voci
Pubblicato oltre un decennio dopo l’incidente nucleare (l’edizione originale è del 1997), Preghiera per Černobyl’, della scrittrice bielorussa e russofona (nata in Ucraina nel 1948) Svjatlana Aleksievič, è un testo fondamentale per accedere alle voci di quanti vissero, da molteplici prospettive, i diversi momenti del disastro e le sue strazianti conseguenze. Servendosi di interviste a testimoni diretti – tutte persone comuni, abitanti della zona – l’autrice presenta un lamento funebre polifonico, capace di mettere in relazione gli eventi che hanno segnato la storia sovietica – dalle origini fino al 1986 e poi al suo disfacimento – con ciò che ne è seguito negli anni Novanta e, in prospettiva, con ciò che ancora non è accaduto (il sottotitolo, infatti, è Cronaca del futuro).
Gli avvenimenti
Nella notte del 26 aprile 1986 esplose il reattore 4 della centrale nucleare di Černobyl’, piccola città del nord nell’Ucraina (allora una repubblica dell’Unione Sovietica), a poca distanza dal confine bielorusso. Il nocciolo del reattore – prima surriscaldatosi e poi rimasto esposto dopo la distruzione della copertura – sprigionò una nube di idrogeno e grafite che provocò un’ulteriore esplosione e un incendio che si estese agli edifici vicini. Così, nell’atmosfera iniziò a disperdersi un quantitativo ingente di isotopi radioattivi, la cui emissione continuò fino al 10 maggio e portò alla diffusione di cesio-137 su un territorio vastissimo. Non furono solamente le zone limitrofe a essere coinvolte: nel giro di pochi giorni l’Europa orientale, e, poi, centrale e meridionale, venne sorvolata dalla nube radioattiva.
Le autorità locali, a partire dai responsabili della centrale, intervennero in modo caotico, tergiversando e compromettendo tragicamente la vita dei soccorritori, esposti a quantità mortali di radiazioni. Anche l’evacuazione dalla cosiddetta «zona di alienazione», l’area più esposta, compresa in un raggio di 30 km dalla centrale, iniziò in modo disordinato, ma alla fine oltre centomila persone furono costrette a lasciare le proprie case per essere trasportate nella capitale ucraina. Michail Gorbačëv (1931-2022), all’epoca al vertice dello Stato nella veste di segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, solamente il 14 maggio parlò pubblicamente dell’esplosione, quando già centinaia di persone erano morte, o stavano morendo, per essere stati investite dalle radiazioni.
Le autorità locali, a partire dai responsabili della centrale, intervennero in modo caotico, tergiversando e compromettendo tragicamente la vita dei soccorritori, esposti a quantità mortali di radiazioni. Anche l’evacuazione dalla cosiddetta «zona di alienazione», l’area più esposta, compresa in un raggio di 30 km dalla centrale, iniziò in modo disordinato, ma alla fine oltre centomila persone furono costrette a lasciare le proprie case per essere trasportate nella capitale ucraina. Michail Gorbačëv (1931-2022), all’epoca al vertice dello Stato nella veste di segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, solamente il 14 maggio parlò pubblicamente dell’esplosione, quando già centinaia di persone erano morte, o stavano morendo, per essere stati investite dalle radiazioni.
Tra storia, narrazione e testimonianza
Il testo di Aleksievič ricostruisce le vicende che ruotano intorno all’esplosione della centrale nucleare focalizzandosi sul montaggio di voci «del popolo». Questa tecnica accomuna tutti i testi della scrittrice che fanno parte del ciclo Voci dell’Utopia (Golosa Utopii, 1984-2013), incentrati sulla narrazione collettiva degli eventi traumatici che segnarono la vita dell’homo Sovieticus, mettendo in luce le distorsioni che subì l’utopia comunista nella sua veste sovietica: dalle vicende legate alla Seconda guerra mondiale (vista attraverso gli occhi delle donne e dei bambini), all’occupazione dell’Afghanistan (in cui cadde un numero ancora imprecisato di soldati, i cui corpi furono nascosti e tumulati in bare di zinco), fino alle conseguenze della dissoluzione dell’URSS, che negli anni successivi creò un abisso, prima di tutto identitario, in cui sprofondarono centinaia di suicidi ma che si specchiò anche nel sentimento nostalgico condiviso da tante persone.
Così come nelle altre opere del ciclo, anche in Preghiera per Černobyl’ il genere prediletto dall’autrice è quello delle «voci umane», ovvero una prosa documentale che combina le testimonianze raccolte dalle decine di interviste (Aleksievič è stata a lungo giornalista), alla narrazione e alla costruzione letteraria. Si genera così un’originale sintesi che, per quanto si fondi sulla ricostruzione degli eventi attraverso fonti documentarie («Informazioni storiche» è infatti il secondo cappello che segue l’introduzione), pone al centro le persone e i loro racconti, seguendo il modello compositivo già tracciato da alcuni autori bielorussi, primi fra tutti Ales’ Adamovič (1927-1994) e Jan’ka Bryl’ (1917-2006). Il risultato è una testimonianza collettiva in cui non vi è una gerarchia delle fonti, quanto, piuttosto, un insieme di testimonianze che creano un testo corale, guidato dalla voce dell’autrice che, presente solo occasionalmente in corsivo e tra sobrie parentesi tonde, segnala talvolta un movimento, una reazione o uno stato d’animo particolare di colui o colei che sta “parlando”.
Così come nelle altre opere del ciclo, anche in Preghiera per Černobyl’ il genere prediletto dall’autrice è quello delle «voci umane», ovvero una prosa documentale che combina le testimonianze raccolte dalle decine di interviste (Aleksievič è stata a lungo giornalista), alla narrazione e alla costruzione letteraria. Si genera così un’originale sintesi che, per quanto si fondi sulla ricostruzione degli eventi attraverso fonti documentarie («Informazioni storiche» è infatti il secondo cappello che segue l’introduzione), pone al centro le persone e i loro racconti, seguendo il modello compositivo già tracciato da alcuni autori bielorussi, primi fra tutti Ales’ Adamovič (1927-1994) e Jan’ka Bryl’ (1917-2006). Il risultato è una testimonianza collettiva in cui non vi è una gerarchia delle fonti, quanto, piuttosto, un insieme di testimonianze che creano un testo corale, guidato dalla voce dell’autrice che, presente solo occasionalmente in corsivo e tra sobrie parentesi tonde, segnala talvolta un movimento, una reazione o uno stato d’animo particolare di colui o colei che sta “parlando”.
La memoria polifonica
La polifonia nel testo letterario, così come ci ricorda il critico russo Michail Bachtin (1895-1975), crea una plurivocità di punti di vista che permette di presentare un fatto in maniera dialogica, segnata dall’interazione tra diversi personaggi. Aleksievič raccoglie e ci propone infatti un insieme di testimonianze, che prendono le forme (e, nelle numerose rappresentazioni teatrali in cui è stata trasposta quest’opera, anche le fattezze) di un’alternanza tra monologhi e parti corali.
I tre capitoli in cui si suddivide il libro seguono la narrazione degli eventi del 1986 attraverso una progressione emotiva che ricalca quella del lamento funebre slavo. La preghiera per Černobyl’ (o di Černobyl’, dal momento che il titolo russo consente anche questa interpretazione) è un’unione di voci che convergono e si diramano allo stesso tempo:
A queste parti strutturate in monologhi, seguono tre cori (dei soldati, popolare, dei bambini), in cui si scardina ulteriormente l’identificazione della voce testimoniale per dar vita a una commistione di ricordi, sensazioni, brevissime osservazioni “onnicomprensive” perché, di fatto, collettive.
I tre capitoli in cui si suddivide il libro seguono la narrazione degli eventi del 1986 attraverso una progressione emotiva che ricalca quella del lamento funebre slavo. La preghiera per Černobyl’ (o di Černobyl’, dal momento che il titolo russo consente anche questa interpretazione) è un’unione di voci che convergono e si diramano allo stesso tempo:
- «La terra dei morti» ricostruisce ciò che accadde immediatamente dopo la catastrofe, il primo impatto con le radiazioni, lo shock e la distinzione immediata tra coloro che sopravvivono e coloro che muoiono subito;
- «La corona della creazione», mutuando un’espressione biblica che identifica l’essere umano come culmine del disegno divino, si concentra sui danni alla vita umana nelle sue diverse fasi, dalle nascite di bambini con gravissime malformazioni ai trasferimenti forzati, dal senso di abbandono e ghettizzazione fino alla vecchiaia stravolta dalla solitudine e dall’impotenza;
- «L’incanto della tristezza» segna invece l’idea dell’accettazione del dolore, lo sguardo disincantato di chi inizia a contestualizzare questa cesura sociale e umana nella propria storia all’interno di un più ampio orizzonte segnato da altre tragedie.
A queste parti strutturate in monologhi, seguono tre cori (dei soldati, popolare, dei bambini), in cui si scardina ulteriormente l’identificazione della voce testimoniale per dar vita a una commistione di ricordi, sensazioni, brevissime osservazioni “onnicomprensive” perché, di fatto, collettive.
Una voce e uno sguardo femminile e sulle altre forme di vita
Oltre alla voce della stessa autrice, con la quale talvolta i e le testimoni interagiscono, è quella femminile a farsi sentire di più: la maggioranza delle persone intervistate sono donne, di estrazione sociale diversa, di età diversa, di opinioni diverse. Due voci “solitarie” aprono e chiudono il testo: sono le mogli di due vigili del fuoco che per primi arrivarono sul luogo del disastro e che, a causa dell’esposizione diretta alle radiazioni, morirono tra sofferenze atroci nel giro di poche settimane. In questi racconti, però, al dolore della perdita e della straziante accelerazione degli eventi si contrappone un profondo sentimento d’amore, che determina l’attaccamento e la caparbietà di queste donne.
Di particolare interesse sono poi le voci delle donne anziane, «residenti non autorizzate» che, decise a non abbandonare la casa costruita grazie a tanti sacrifici, sono rimaste nella «zona di alienazione». Si rivolgono all’intervistatrice raccontando il proprio passato, la vita prima, ma anche un presente fatto di solitudine e piccoli gesti quotidiani. Spesso, l’unica compagnia di cui possono godere è quella degli animali che sono sopravvissuti alle operazioni di sterminio ordinate durante le procedure di bonifica dell’area, ed è proprio su questi (cani, gatti) che le testimonianze si soffermano in numerose, toccanti, occasioni, a testimonianza dell’indissolubilità della vita dell’uomo e delle altre creature.
L’attenzione verso gli animali, sia quelli da allevamento, sia, soprattutto, quelli domestici, ma anche verso la vegetazione, è una caratteristica che consente alla ricostruzione di soffermarsi anche sulle altre forme di vita. Coloro che hanno dovuto abbandonare le proprie case hanno lasciato non solamente i propri effetti personali, ma l’intero ambiente circostante, che ha subito così una profonda trasformazione e un progressivo inselvatichimento.
Di particolare interesse sono poi le voci delle donne anziane, «residenti non autorizzate» che, decise a non abbandonare la casa costruita grazie a tanti sacrifici, sono rimaste nella «zona di alienazione». Si rivolgono all’intervistatrice raccontando il proprio passato, la vita prima, ma anche un presente fatto di solitudine e piccoli gesti quotidiani. Spesso, l’unica compagnia di cui possono godere è quella degli animali che sono sopravvissuti alle operazioni di sterminio ordinate durante le procedure di bonifica dell’area, ed è proprio su questi (cani, gatti) che le testimonianze si soffermano in numerose, toccanti, occasioni, a testimonianza dell’indissolubilità della vita dell’uomo e delle altre creature.
L’attenzione verso gli animali, sia quelli da allevamento, sia, soprattutto, quelli domestici, ma anche verso la vegetazione, è una caratteristica che consente alla ricostruzione di soffermarsi anche sulle altre forme di vita. Coloro che hanno dovuto abbandonare le proprie case hanno lasciato non solamente i propri effetti personali, ma l’intero ambiente circostante, che ha subito così una profonda trasformazione e un progressivo inselvatichimento.
Prima e oltre Černobyl’
Come già detto, nella costruzione letteraria di Aleksievič il disastro nucleare di Černobyl’ si inserisce all’interno di una continuità e contiguità di eventi e contesti traumatici che hanno segnato l’utopia comunista e la vita dell’homo Sovieticus. Un segnale tangibile di questa interpretazione è la presenza del termine zona (identico anche nell’originale russo), che sta a identificare non solo la zona di alienazione, o esclusione, del territorio che più era stato colpito dalle radiazioni, ma anche il perimetro concentrazionario dei GULag.
«Laggiù, nella zona, la gente è chiusa in trappola. Una trappola per topi. Nessuno sa cosa farsene di questi uomini e donne qualsiasi. Sono cessati i trasferimenti. E loro vivono come nel GULag. Il GULag di Černobyl’ […] Ci sono due Stati, ormai, separati dal filo spinato: da una parte la zona, dall’altra tutto il resto. La gente che viene qui sembra in visita a un cimitero... Il mondo dopo la tecnologia... Il tempo ha cominciato a scorrere all’indietro... Qui non sono sepolte le loro case soltanto, ma tutta la loro epoca. L’epoca della fede! Nella scienza! In un’idea sociale giusta! Il grande impero è andato in pezzi. È crollato. Prima l’Afghanistan, poi Černobyl’. Quando l’impero è scomparso, siamo rimasti soli» (pp. 217, 260-261).
Il testo corale di Aleksievič non solo ci permette di osservare gli ultimi momenti dell’Unione Sovietica prima del suo definitivo collasso ma, a partire dalle parole di quanti hanno affrontato il disastro nucleare e convivono con le sue conseguenze, delinea anche una più ampia riflessione sul ruolo della memoria e della sua preservazione. In questo senso il sottotitolo Cronaca del futuro ci presenta una prospettiva che guarda anche alle nuove generazioni e alle domande del nostro presente.
Maggio 2026
Immagine: i sergenti D.V. Melnichuk e Yu. N. Kostylev, due dei militari che presero parte alle operazioni di demolizione nei pressi del reattore 4 di Černobyl’, il 9 maggio 1986, esponendosi ad altissime dosi di radiazione. Foto del 1986.
«Laggiù, nella zona, la gente è chiusa in trappola. Una trappola per topi. Nessuno sa cosa farsene di questi uomini e donne qualsiasi. Sono cessati i trasferimenti. E loro vivono come nel GULag. Il GULag di Černobyl’ […] Ci sono due Stati, ormai, separati dal filo spinato: da una parte la zona, dall’altra tutto il resto. La gente che viene qui sembra in visita a un cimitero... Il mondo dopo la tecnologia... Il tempo ha cominciato a scorrere all’indietro... Qui non sono sepolte le loro case soltanto, ma tutta la loro epoca. L’epoca della fede! Nella scienza! In un’idea sociale giusta! Il grande impero è andato in pezzi. È crollato. Prima l’Afghanistan, poi Černobyl’. Quando l’impero è scomparso, siamo rimasti soli» (pp. 217, 260-261).
Il testo corale di Aleksievič non solo ci permette di osservare gli ultimi momenti dell’Unione Sovietica prima del suo definitivo collasso ma, a partire dalle parole di quanti hanno affrontato il disastro nucleare e convivono con le sue conseguenze, delinea anche una più ampia riflessione sul ruolo della memoria e della sua preservazione. In questo senso il sottotitolo Cronaca del futuro ci presenta una prospettiva che guarda anche alle nuove generazioni e alle domande del nostro presente.
Maggio 2026
Immagine: i sergenti D.V. Melnichuk e Yu. N. Kostylev, due dei militari che presero parte alle operazioni di demolizione nei pressi del reattore 4 di Černobyl’, il 9 maggio 1986, esponendosi ad altissime dosi di radiazione. Foto del 1986.
Per approfondire
L’edizione più recente di Preghiera per Černobyl’ è quella del 2018.
Svjatlana Aleksievič (nata nel 1948) ha ricevuto il Nobel per la letteratura nel 2015; è disponibile online il discorso che ha tenuto alla cerimonia di conferimento del premio.
Le opere che compongo il ciclo Voci dell’Utopia sono: La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella Seconda guerra mondiale (ed. or. 1985; trad. it. di Sergio Rapetti, Bompiani, Milano 2015); Gli ultimi testimoni (ed. or. 1985; trad. it. di Nadia Cicognini, Bompiani, Milano 2016); Ragazzi di zinco (ed. or. 1991; trad. it. di Sergio Repetti, Edizioni e/o, Roma 2003); Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (ed. or. 2013; trad. it. Nadia Cicognini e Sergio Repetti, Bompiani, Milano 2014).
Una lettura più ampia di questo ciclo è offerta da Noemi Albanese, Svjatlana Aleksievič, Il ciclo Voci dell’Utopia (1984-2013), in OpeRus: la letteratura russa attraverso le opere. Dalle origini ai nostri giorni, a cura di Maria Cristina Bragone, Mario Caramitti, Roberta De Giorgi, Laura Rossi, Silvia Toscano, Wojtek Edizioni, Pomigliano d’Arco (NA) 2023, pp. 1-21, disponibile online.
Sulla prosa documentale di Aleksievič, cfr. Iryna Shylnikova, La prosa documentale di Svetlana Aleksievič. Tra reportage e memoir collettivo, «Fabrica Litterarum Polono-Italica», 2 (6), 2023, pp. 1-18, disponibile online.
A proposito del lamento funebre slavo in relazione a questa opera, cfr. A. Karpusheva, Svetlana Aleksievich’s Voices from Chernobyl: between an oral history and a death lament, «Canadian Slavonic Papers», LIX, 2017, 3-4, pp. 1-22.
Di Ales’ Adamovič è disponibile in italiano il volume Le voci dell’assedio: Leningrado, 1941-1943 (scritto insieme a Daniil Granin), trad. di Costantino Di Paola, presentazione di Eridano Bazzarelli, Mursia, Milano 1992.
Una ricostruzione meticolosa del disastro nucleare di Černobyl’ è quella di Serhii Plokhy, Chernobyl. Storia di una catastrofe nucleare, trad. di Rosa Prencipe e Caterina Chiappa, Rizzoli, Milano 2019.
Per contestualizzare l’evento del 1986 all’interno della complessa, e tragica, storia ucraina «degli sradicamenti» si veda Francesco Cataluccio, Chernobyl, Sellerio, Palermo 2011.
Svjatlana Aleksievič (nata nel 1948) ha ricevuto il Nobel per la letteratura nel 2015; è disponibile online il discorso che ha tenuto alla cerimonia di conferimento del premio.
Le opere che compongo il ciclo Voci dell’Utopia sono: La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella Seconda guerra mondiale (ed. or. 1985; trad. it. di Sergio Rapetti, Bompiani, Milano 2015); Gli ultimi testimoni (ed. or. 1985; trad. it. di Nadia Cicognini, Bompiani, Milano 2016); Ragazzi di zinco (ed. or. 1991; trad. it. di Sergio Repetti, Edizioni e/o, Roma 2003); Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (ed. or. 2013; trad. it. Nadia Cicognini e Sergio Repetti, Bompiani, Milano 2014).
Una lettura più ampia di questo ciclo è offerta da Noemi Albanese, Svjatlana Aleksievič, Il ciclo Voci dell’Utopia (1984-2013), in OpeRus: la letteratura russa attraverso le opere. Dalle origini ai nostri giorni, a cura di Maria Cristina Bragone, Mario Caramitti, Roberta De Giorgi, Laura Rossi, Silvia Toscano, Wojtek Edizioni, Pomigliano d’Arco (NA) 2023, pp. 1-21, disponibile online.
Sulla prosa documentale di Aleksievič, cfr. Iryna Shylnikova, La prosa documentale di Svetlana Aleksievič. Tra reportage e memoir collettivo, «Fabrica Litterarum Polono-Italica», 2 (6), 2023, pp. 1-18, disponibile online.
A proposito del lamento funebre slavo in relazione a questa opera, cfr. A. Karpusheva, Svetlana Aleksievich’s Voices from Chernobyl: between an oral history and a death lament, «Canadian Slavonic Papers», LIX, 2017, 3-4, pp. 1-22.
Di Ales’ Adamovič è disponibile in italiano il volume Le voci dell’assedio: Leningrado, 1941-1943 (scritto insieme a Daniil Granin), trad. di Costantino Di Paola, presentazione di Eridano Bazzarelli, Mursia, Milano 1992.
Una ricostruzione meticolosa del disastro nucleare di Černobyl’ è quella di Serhii Plokhy, Chernobyl. Storia di una catastrofe nucleare, trad. di Rosa Prencipe e Caterina Chiappa, Rizzoli, Milano 2019.
Per contestualizzare l’evento del 1986 all’interno della complessa, e tragica, storia ucraina «degli sradicamenti» si veda Francesco Cataluccio, Chernobyl, Sellerio, Palermo 2011.