Riti ancestrali e tradizioni inventate: lo sguardo storico di un antropologo
Claude Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato, trad. di Clara Caruso, introduzione di Gianfranco Marrone, Sellerio, Palermo 2024, 106 p. Scheda a cura di Filippo Benfante
Un antropologo, teorico delle strutture delle società umane, alle prese con il tempo presente: quando Claude Lévi-Strauss commentò di un fatto di cronaca accaduto nella Francia dell’immediato dopoguerra. Un classico «minore», con consigli su come osservare e storicizzare le nostre vite quotidiane.
Un autodafé a Digione, nel 1951
La notizia apparve sul principale quotidiano francese del dopoguerra: un manichino con le sembianze di Babbo Natale era stato impiccato e bruciato sulla cancellata della cattedrale di Digione il 23 dicembre 1951. Fu la manifestazione più eclatante della disapprovazione che le autorità ecclesiastiche francesi (non solo cattoliche, ma anche protestanti) avevano espresso nei mesi precedenti «per la crescente importanza attribuita dalle famiglie e dai commercianti al personaggio di Babbo Natale», denunciando la «paganizzazione» della festa «a vantaggio di un mito privo di valore religioso» (p. 31). La corrispondenza da Digione riportava che Babbo Natale era stato condannato dal clero borgognone come «usurpatore ed eretico» (p. 32); la sua effigie fu giustiziata secondo le modalità di un «autodafé» (p. 64): l’antica cerimonia della tradizione inquisitoriale, soprattutto spagnola, veniva riproposta in pieno XX secolo.
Babbo Natale sbarcato in Francia
L’antropologo Claude Lévi-Strauss fu colpito dalla notizia e ci scrisse sopra un breve articolo (una ventina di pagine) per la rivista «Les Temps Modernes». La prima cosa che colpisce il lettore è come l’autore ricollocava la vicenda in una serie di contesti storici. Per cominciare, c’era da pensare alla lunga tensione tra la Chiesa e la Repubblica francese, tra cattolici e anticlericali (come riportava la corrispondenza, a Babbo Natale «si rimprovera soprattutto di essersi introdotto in tutte le scuole pubbliche da cui il presepe è scrupolosamente bandito», pp. 32-33). Lévi-Strauss prendeva sul serio «questo piccolo incidente» perché negli ultimi anni, dall’occupazione tedesca in poi, in Francia si era assistito a «una progressiva riconciliazione di una parte dell’opinione pubblica largamente miscredente con la religione», come attestava il successo di un partito politico sostanzialmente inedito nella storia francese, di orientamento democratico cristiano (p. 35). Gli anticlericali non avevano perso l’occasione per polemizzare con la Chiesa «inquisitoriale». Eppure che paradosso, notava Lévi-Strauss: «infatti, tutto si svolge come se fosse la Chiesa ad adottare uno spirito critico avido di franchezza e di verità, mentre i razionalisti si ergono a guardiani della superstizione», ovvero a difensori di un personaggio immaginario, Babbo Natale appunto.
Il secondo contesto è quello della ripresa economica, avviata intorno al 1948-1949, anche o soprattutto grazie agli aiuti del Piano Marshall, il programma varato dagli Stati Uniti (anche in chiave anticomunista) per la ricostruzione post-bellica del Vecchio continente. E pure il Natale si è «americanizzato»: tutta una serie di usanze (dalla carta colorata per i regali ai biglietti d’auguri, dagli alberi di natale addobbati nelle vie pubbliche e nelle case private ai Babbo Natale nei grandi magazzini) «che ancora qualche anno fa apparivano puerili e barocche al francese in visita negli Stati Uniti, e uno dei segni più evidenti della profonda incompatibilità tra le due mentalità, si sono radicate e acclimatate in Francia con una disinvoltura e una generalizzazione che sono una lezione da meditare per lo storico delle civiltà» (p. 37).
Il secondo contesto è quello della ripresa economica, avviata intorno al 1948-1949, anche o soprattutto grazie agli aiuti del Piano Marshall, il programma varato dagli Stati Uniti (anche in chiave anticomunista) per la ricostruzione post-bellica del Vecchio continente. E pure il Natale si è «americanizzato»: tutta una serie di usanze (dalla carta colorata per i regali ai biglietti d’auguri, dagli alberi di natale addobbati nelle vie pubbliche e nelle case private ai Babbo Natale nei grandi magazzini) «che ancora qualche anno fa apparivano puerili e barocche al francese in visita negli Stati Uniti, e uno dei segni più evidenti della profonda incompatibilità tra le due mentalità, si sono radicate e acclimatate in Francia con una disinvoltura e una generalizzazione che sono una lezione da meditare per lo storico delle civiltà» (p. 37).
Lo sguardo storico di un antropologo
Lévi-Strauss si fa dunque per prima cosa storico delle civiltà, sottolineando che la sola influenza degli Stati Uniti non bastava a spiegare il successo delle nuove forme di celebrazione del Natale; si trattava di un caso di «diffusione per stimolo»: «l’usanza importata non viene assimilata, ma gioca piuttosto il ruolo di catalizzatore; suscita, cioè, tramite la sua sola presenza, la comparsa di un’usanza analoga che era già presente allo stato potenziale nell’ambiente secondario» (pp. 39-40). La Francia e l’Europa del dopoguerra, insomma, erano già pronte ad accogliere, e a declinare a modo loro, l’usanza statunitense, in primo luogo grazie al miglioramento del tenore di vita dall’inizio del Novecento e di conseguenza all’ingresso nella moderna società dei consumi.
Il Natale è dunque una «festa moderna», che ha caratteristiche nuove, benché dai tratti arcaicizzanti, fatta di antichi prototipi (presenti in culture diverse, dal culto degli alberi alla figura di san Nicola, ovvero Santa Claus), riassemblati «disordinatamente» (p. 41). Lévi-Strauss non perde l’occasione per un avvertimento più generale: «Sebbene espresse sommariamente, queste rapide indicazioni sono sufficienti a mostrare come sia necessario, davanti a simili problemi, dubitare delle spiegazioni troppo facili ricorrendo automaticamente a “vestigia” e a “sopravvivenze”» (p. 42). Quel che colpisce è proprio la convivenza di questi due piani temporali molto distanti tra loro: un rimando a epoche remote, per connotare una festa che è un’invenzione recentissima.
Lévi-Strauss invitava dunque a considerare un episodio apparentemente trascurabile come un segnale nel tempo presente di questioni profonde, e a generalizzare le domande che ne scaturivano: «Non capita tutti i giorni all’etnologo l’occasione di osservare, nella società in cui vive, lo sviluppo improvviso di un rito, e persino di un culto; di ricercarne le cause e di studiarne l’impatto sulle altre forme di vita religiosa; infine, di cercar di comprendere a quali trasformazioni complessive, allo stesso tempo sociali e mentali, si ricolleghino manifestazioni visibili» di questo fenomeno (p. 36).
In queste righe, così come in quelle sulla sfida rivolta allo storico della civiltà dalla diffusione del rito, sembra riecheggiare il dialogo che lo storico francese Marc Bloch (1886-1944) riferiva di aver avuto con il collega medievista Henri Pirenne (1862-1935) durante una loro visita a Stoccolma: «all’arrivo mi disse: “Che cosa andiamo a vedere prima di tutto? Pare che ci sia un Municipio nuovissimo. Cominciamo di là”. E poi aggiunse, quasi volesse prevenire il mio stupore: “Se fossi un antiquario, non avrei occhi che per le cose vecchie. Ma sono uno storico. Ecco perché amo la vita”. Questa facoltà di apprendere ciò che vive: ecco la massima virtù dello storico». Ed è anche quanto può apparentare storici e antropologi.
Il Natale è dunque una «festa moderna», che ha caratteristiche nuove, benché dai tratti arcaicizzanti, fatta di antichi prototipi (presenti in culture diverse, dal culto degli alberi alla figura di san Nicola, ovvero Santa Claus), riassemblati «disordinatamente» (p. 41). Lévi-Strauss non perde l’occasione per un avvertimento più generale: «Sebbene espresse sommariamente, queste rapide indicazioni sono sufficienti a mostrare come sia necessario, davanti a simili problemi, dubitare delle spiegazioni troppo facili ricorrendo automaticamente a “vestigia” e a “sopravvivenze”» (p. 42). Quel che colpisce è proprio la convivenza di questi due piani temporali molto distanti tra loro: un rimando a epoche remote, per connotare una festa che è un’invenzione recentissima.
Lévi-Strauss invitava dunque a considerare un episodio apparentemente trascurabile come un segnale nel tempo presente di questioni profonde, e a generalizzare le domande che ne scaturivano: «Non capita tutti i giorni all’etnologo l’occasione di osservare, nella società in cui vive, lo sviluppo improvviso di un rito, e persino di un culto; di ricercarne le cause e di studiarne l’impatto sulle altre forme di vita religiosa; infine, di cercar di comprendere a quali trasformazioni complessive, allo stesso tempo sociali e mentali, si ricolleghino manifestazioni visibili» di questo fenomeno (p. 36).
In queste righe, così come in quelle sulla sfida rivolta allo storico della civiltà dalla diffusione del rito, sembra riecheggiare il dialogo che lo storico francese Marc Bloch (1886-1944) riferiva di aver avuto con il collega medievista Henri Pirenne (1862-1935) durante una loro visita a Stoccolma: «all’arrivo mi disse: “Che cosa andiamo a vedere prima di tutto? Pare che ci sia un Municipio nuovissimo. Cominciamo di là”. E poi aggiunse, quasi volesse prevenire il mio stupore: “Se fossi un antiquario, non avrei occhi che per le cose vecchie. Ma sono uno storico. Ecco perché amo la vita”. Questa facoltà di apprendere ciò che vive: ecco la massima virtù dello storico». Ed è anche quanto può apparentare storici e antropologi.
Babbo Natale antropologizzato
Nella seconda parte dell’articolo, Lévi-Strauss inserisce Babbo Natale nelle strutture antropologiche, stabilendone: la natura particolare (quella di una divinità «di una sola fascia di età della nostra società», ovvero i bambini, mentre «gli adulti non credono in lui, benché incoraggino i propri figli a crederci e alimentino tale credenza mediante un gran numero di mistificazioni», p. 45); la funzione di mito e rito di passaggio (i bambini diventano adulti quando sono infine messi al corrente dell’inesistenza di Babbo Natale); e da qui, infine, quella di tenere sotto controllo il rapporto con la morte, ovvero tra i vivi e i morti («dietro la contrapposizione tra bambini e adulti» del mito iniziatico, vi è «una contrapposizione più profonda tra morti e vivi», p. 51).
In quest’ultimo senso, Babbo Natale rientra in quei riti dell’ultima stagione dell’anno, quando il buio prevale in attesa del ritorno della luce, che vanno da Halloween sino ai Saturnali romani (che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre), e in cui la Chiesa cristiana si è poi inserita con i suoi (da Ognissanti alla Natività). Babbo Natale dunque rientrerebbe nella simbologia dell’aldilà (e dunque della morte), e i bambini sarebbero incarnazione dei morti che vengono a tormentare i vivi (in quanto essi non sono ancora del tutto incorporati alla società degli adulti, e quindi ne rappresentano una alterità, essendo la morte il massimo «altro» dalla vita). Pertanto, ai bambini rappresentanti o «mediatori» dei morti, gli adulti devono celebrare sacrifici: la paura del buio e della morte viene tenuta sotto controllo con i regali (che vengono dall’aldilà, essendo recati da un essere soprannaturale, una divinità appunto), permettendo «infine il trionfo della vita quando, a Natale, i morti carichi di doni abbandonano i vivi per lasciarli in pace fino all’autunno successivo» (p. 59).
In poche pagine, non senza ironia, Lévi-Strauss evoca anche l’evoluzione delle società umane nel senso di un addolcimento dei costumi e dei riti (molto più violenti nell’antichità e almeno fino a tutto il Medioevo) e di «un miglioramento dei nostri rapporti con la morte» (p. 61). Tuttavia, «questo indebolimento della relazione tra morti e vivi non si svolge più a scapito del personaggio che l’incarna; al contrario, si direbbe che si sviluppi ancora meglio» (p. 62). «Interroghiamoci – prosegue Lévi-Strauss – sulla tenera cura che ci prendiamo di Babbo Natale, sulle precauzioni e i sacrifici a cui acconsentiamo per mantenere intatto il suo fascino presso i bambini. Al fondo di noi non veglia, forse, sempre il desiderio, per quanto minimo, di credere in una generosità senza limiti, in un altruismo senza secondi fini; in un breve intervallo durante il quale è sospesa ogni paura, ogni invidia, ogni rancore? […] La credenza che manteniamo nei nostri bambini secondo cui i loro giocattoli provengono dall’aldilà, procura un alibi all’impulso segreto che ci incita, in realtà, a offrirli all’aldilà sotto il pretesto di donarli ai bambini. Per questo motivo, i regali natalizi rimangono un sacrificio autentico alla dolcezza di vivere, la quale consiste innanzitutto nel non morire» (p. 63).
In quest’ultimo senso, Babbo Natale rientra in quei riti dell’ultima stagione dell’anno, quando il buio prevale in attesa del ritorno della luce, che vanno da Halloween sino ai Saturnali romani (che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre), e in cui la Chiesa cristiana si è poi inserita con i suoi (da Ognissanti alla Natività). Babbo Natale dunque rientrerebbe nella simbologia dell’aldilà (e dunque della morte), e i bambini sarebbero incarnazione dei morti che vengono a tormentare i vivi (in quanto essi non sono ancora del tutto incorporati alla società degli adulti, e quindi ne rappresentano una alterità, essendo la morte il massimo «altro» dalla vita). Pertanto, ai bambini rappresentanti o «mediatori» dei morti, gli adulti devono celebrare sacrifici: la paura del buio e della morte viene tenuta sotto controllo con i regali (che vengono dall’aldilà, essendo recati da un essere soprannaturale, una divinità appunto), permettendo «infine il trionfo della vita quando, a Natale, i morti carichi di doni abbandonano i vivi per lasciarli in pace fino all’autunno successivo» (p. 59).
In poche pagine, non senza ironia, Lévi-Strauss evoca anche l’evoluzione delle società umane nel senso di un addolcimento dei costumi e dei riti (molto più violenti nell’antichità e almeno fino a tutto il Medioevo) e di «un miglioramento dei nostri rapporti con la morte» (p. 61). Tuttavia, «questo indebolimento della relazione tra morti e vivi non si svolge più a scapito del personaggio che l’incarna; al contrario, si direbbe che si sviluppi ancora meglio» (p. 62). «Interroghiamoci – prosegue Lévi-Strauss – sulla tenera cura che ci prendiamo di Babbo Natale, sulle precauzioni e i sacrifici a cui acconsentiamo per mantenere intatto il suo fascino presso i bambini. Al fondo di noi non veglia, forse, sempre il desiderio, per quanto minimo, di credere in una generosità senza limiti, in un altruismo senza secondi fini; in un breve intervallo durante il quale è sospesa ogni paura, ogni invidia, ogni rancore? […] La credenza che manteniamo nei nostri bambini secondo cui i loro giocattoli provengono dall’aldilà, procura un alibi all’impulso segreto che ci incita, in realtà, a offrirli all’aldilà sotto il pretesto di donarli ai bambini. Per questo motivo, i regali natalizi rimangono un sacrificio autentico alla dolcezza di vivere, la quale consiste innanzitutto nel non morire» (p. 63).
Babbo Natale a scuola
Il breve articolo di Lévi-Strauss fornisce numerosi spunti per ricerche sulla storia delle festività di fine anno (e non solo), che possono partire da memorie di famiglia, interviste, osservazioni sul campo (strade pubbliche, negozi, grandi magazzini), confronti – di taglio storico o antropologico – con tradizioni diverse da quelle italiane, o europee e cristiane. L’attenzione potrà soffermarsi per esempio sulle diverse cronologie che possono riguardare un rito prima che diventi di massa. O ancora, l’accenno di Lévi-Strauss al legame tra l’affermazione della festa e il tenore di vita introduce una dimensione sociologica, che distingue cioè tra classi sociali e territori. Inoltre, un’adesione di massa a un rito può convivere con altri riti locali (per esempio in certe zone d’Italia restano vive le ricorrenze del 6 e del 13 dicembre, legate rispettivamente a san Nicola e a santa Lucia).
Infine, sono importanti indicazioni di metodo le considerazioni sulle «sopravvivenze» e le «vestigia», ovvero sulle «radici» (anche in questo caso risuona la messa in guardia di Marc Bloch dall’«idolo delle origini»). Natale può essere una buona occasione per cominciare a ragionare di «invenzione della tradizione» e a distinguere gli strati archeologici su cui basiamo le nostre vite quotidiane.
Dicembre 2025
Immagine: manichino di Babbo Natale dato alle fiamme di fronte alla cattedrale di Digione, in Francia, il 23 dicembre 1951.
Infine, sono importanti indicazioni di metodo le considerazioni sulle «sopravvivenze» e le «vestigia», ovvero sulle «radici» (anche in questo caso risuona la messa in guardia di Marc Bloch dall’«idolo delle origini»). Natale può essere una buona occasione per cominciare a ragionare di «invenzione della tradizione» e a distinguere gli strati archeologici su cui basiamo le nostre vite quotidiane.
Dicembre 2025
Immagine: manichino di Babbo Natale dato alle fiamme di fronte alla cattedrale di Digione, in Francia, il 23 dicembre 1951.
Per approfondire
La notizia del rogo di Babbo Natale sulla cancellata della cattedrale di Digione, avvenuto il 23 dicembre 1951, uscì sul quotidiano «France Soir» datato 25 dicembre 1951. Claude Lévi-Strauss parla di «24 dicembre» (p. 32) perché riprende la data della corrispondenza, che nella traduzione italiana comincia così «Ieri pomeriggio Babbo Natale è stato impiccato alla cancellata della cattedrale di Digione e arso pubblicamente sul sagrato» (cit. a p. 32). L’articolo originale oggi è consultabile liberamente sul sito Gallica, la biblioteca digitale della Bibliothèque Nationale de France.
Rilanciati dal quotidiano allora più diffuso di Francia, gli eventi di Digione divennero un caso nazionale, suscitando numerose reazioni e commenti nei giorni e nelle settimane seguenti. È in questo dibattito, più o meno serio, che si collocò l’articolo di Claude Lévi-Strauss, ospitato dalla rivista culturale «Les Temps Modernes» (fondata e diretta da Jean-Paul Sartre nel 1945): Le père Noël supplicié, «Les Temps Modernes», 77, marzo 1952, pp. 1572-1590 (una trascrizione è disponibile online nella biblioteca digitale Les Classiques des sciences sociales, progetto sostenuto dall’Université du Québec à Montréal).
All’epoca, Lévi-Strauss (1908-2009) era già il celebre antropologo strutturalista autore de Les structures élémentaires de la parenté (1948; trad. it. Le strutture elementari della parentela, a cura di Alberto M. Cirese, Feltrinelli, Milano 1969); nello stesso 1952 sarebbe uscito il saggio Race et histoire (trad. it. all’interno della raccolta Razza e storia e altri studi di antropologia, a cura di Paolo Caruso, Einaudi, Torino 1967) e nel 1955 quello che molti considerano il suo capolavoro, Tristes tropiques (trad. it. Tristi tropici, trad. di Bianca Garufi, Il Saggiatore, Milano 1960).
La prima traduzione italiana dell’articolo del 1952 uscì negli anni Sessanta, con il titolo Babbo Natale suppliziato, nella già citata raccolta Razza e storia e altri studi (pp. 245-265). La prima edizione in volume è quella Sellerio, Palermo 1995, che riprendeva la traduzione già pubblicata da Einaudi, ora rivista e firmata da Clara Caruso e introdotta dall’antropologo Antonino Buttitta (1933-2017); nel 2024 il volume è stato riproposto da Sellerio aggiungendo una nuova introduzione del semiologo Gianfranco Marrone e spostando la nota di Buttitta in fondo al volume.
La citazione del dialogo tra Marc Bloch e Henri Pirenne viene da Marc Bloch, L’apologia della storia, o mestiere di storico, a cura di Girolamo Arnaldi, trad. di Carlo Pischedda, Einaudi, Torino 1969, p. 54 (cap. 1, par. 7, «Comprendere il passato mediante il presente»); all’«idolo delle origini» è dedicato un paragrafo intero, ivi, pp. 43-48.
La formula «invenzione della tradizione» è legata al libro L’invenzione della tradizione, a cura di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, trad. di Enrico Basaglia, Einaudi, Torino 2002 (ed. or. 1983; prima ed. it. 1987), che partiva da questa osservazione: «Le “tradizioni” che ci appaiono, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta» (p. 3).
Per uno studio sul Natale più recente, in italiano si può vedere Martyne Perrot, Etnologia del Natale. Indagine su una festa paradossale, trad. di Guido Lagomarsino, prefazione di Franco La Cecla, Eleuthera, Milano 2012 (ed. or. 2000, prima ed it. 2001).
Per idee di ricerche storiche sul tema, sono debitore a Piero Brunello, Babbo Natale, «Altrochemestre», 5, 1997, pp. 61-62.
In rete si trovano facilmente articoli e materiali didattici, in francese. Segnalo tra gli altri l’articolo di Frédéric Blondel, Le mythe du Père Noël selon Lévi-Strauss, sul sito de l’Académie de Normandie e quello dell’archivista, specialista del Medioevo e della divulgazione storica, Jacques Berlioz, On a brûlé le Père Noël?, «L’Histoire», 260, dicembre 2001, pp. 28-29, ora disponibile online.
L’articolo di Pauline Petit, Claude Lévi-Strauss et le bûcher de Noël, pubblicato online il 22 dicembre 2020 sul sito di Radio France è corredato da alcune belle immagini.
Rilanciati dal quotidiano allora più diffuso di Francia, gli eventi di Digione divennero un caso nazionale, suscitando numerose reazioni e commenti nei giorni e nelle settimane seguenti. È in questo dibattito, più o meno serio, che si collocò l’articolo di Claude Lévi-Strauss, ospitato dalla rivista culturale «Les Temps Modernes» (fondata e diretta da Jean-Paul Sartre nel 1945): Le père Noël supplicié, «Les Temps Modernes», 77, marzo 1952, pp. 1572-1590 (una trascrizione è disponibile online nella biblioteca digitale Les Classiques des sciences sociales, progetto sostenuto dall’Université du Québec à Montréal).
All’epoca, Lévi-Strauss (1908-2009) era già il celebre antropologo strutturalista autore de Les structures élémentaires de la parenté (1948; trad. it. Le strutture elementari della parentela, a cura di Alberto M. Cirese, Feltrinelli, Milano 1969); nello stesso 1952 sarebbe uscito il saggio Race et histoire (trad. it. all’interno della raccolta Razza e storia e altri studi di antropologia, a cura di Paolo Caruso, Einaudi, Torino 1967) e nel 1955 quello che molti considerano il suo capolavoro, Tristes tropiques (trad. it. Tristi tropici, trad. di Bianca Garufi, Il Saggiatore, Milano 1960).
La prima traduzione italiana dell’articolo del 1952 uscì negli anni Sessanta, con il titolo Babbo Natale suppliziato, nella già citata raccolta Razza e storia e altri studi (pp. 245-265). La prima edizione in volume è quella Sellerio, Palermo 1995, che riprendeva la traduzione già pubblicata da Einaudi, ora rivista e firmata da Clara Caruso e introdotta dall’antropologo Antonino Buttitta (1933-2017); nel 2024 il volume è stato riproposto da Sellerio aggiungendo una nuova introduzione del semiologo Gianfranco Marrone e spostando la nota di Buttitta in fondo al volume.
La citazione del dialogo tra Marc Bloch e Henri Pirenne viene da Marc Bloch, L’apologia della storia, o mestiere di storico, a cura di Girolamo Arnaldi, trad. di Carlo Pischedda, Einaudi, Torino 1969, p. 54 (cap. 1, par. 7, «Comprendere il passato mediante il presente»); all’«idolo delle origini» è dedicato un paragrafo intero, ivi, pp. 43-48.
La formula «invenzione della tradizione» è legata al libro L’invenzione della tradizione, a cura di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, trad. di Enrico Basaglia, Einaudi, Torino 2002 (ed. or. 1983; prima ed. it. 1987), che partiva da questa osservazione: «Le “tradizioni” che ci appaiono, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta» (p. 3).
Per uno studio sul Natale più recente, in italiano si può vedere Martyne Perrot, Etnologia del Natale. Indagine su una festa paradossale, trad. di Guido Lagomarsino, prefazione di Franco La Cecla, Eleuthera, Milano 2012 (ed. or. 2000, prima ed it. 2001).
Per idee di ricerche storiche sul tema, sono debitore a Piero Brunello, Babbo Natale, «Altrochemestre», 5, 1997, pp. 61-62.
In rete si trovano facilmente articoli e materiali didattici, in francese. Segnalo tra gli altri l’articolo di Frédéric Blondel, Le mythe du Père Noël selon Lévi-Strauss, sul sito de l’Académie de Normandie e quello dell’archivista, specialista del Medioevo e della divulgazione storica, Jacques Berlioz, On a brûlé le Père Noël?, «L’Histoire», 260, dicembre 2001, pp. 28-29, ora disponibile online.
L’articolo di Pauline Petit, Claude Lévi-Strauss et le bûcher de Noël, pubblicato online il 22 dicembre 2020 sul sito di Radio France è corredato da alcune belle immagini.