Raccontare il Risorgimento. Celebrazioni, scuola e storiografia

di Enrico Francia

«Costruire la nazione» o «decostruire il processo di nazionalizzazione»? Fare «storia nazionale» o «storia di una costruzione nazionale» su scala europea o globale? Enrico Francia, studioso di storia del Risorgimento, interroga e mette a confronto le immagini del processo di unificazione correnti nel discorso pubblico negli ultimi anni, con gli sviluppi più recenti degli studi storici. Le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e il ritorno a una «centralità» della storia nazionale proposta dalle nuove Indicazioni ministeriali per la scuola disegnano un quadro diverso da quello delineato dalla «nuova storiografia del Risorgimento» che si è sviluppata nel XXI secolo.

 

Il Risorgimento del 150° anniversario

Nel 2011 le celebrazioni per il 150° anniversario della nascita dell’Italia hanno riportato al centro dell’attenzione pubblica il Risorgimento. Nel corso di quell’anno, accanto ai momenti di celebrazione ufficiale, vi è stato un impressionante numero di iniziative pubbliche, incontri, mostre, congressi, che si sono svolti in decine di città o di luoghi di particolare significato per la storia del Risorgimento e che hanno visto una significativa partecipazione popolare.

La natura e lo spirito di queste celebrazioni riflettevano in larga parte uno degli obiettivi del settennato (1999-2006) della presidenza di Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016) durante il quale il 150° è stato progettato: recuperare e dare nuovi contenuti a un’identità nazionale che negli anni precedenti era apparsa in larga parte negletta o addirittura contestata.

Per Ciampi e per i suoi consiglieri ricordare e soprattutto costruire una grande festa popolare intorno al momento della nascita dello Stato italiano era parte integrante di quella pedagogia civica funzionale alla costruzione di un «patriottismo repubblicano» del quale il Risorgimento costituiva uno dei pilastri. Un Risorgimento che, secondo Ciampi, «non fu mai grettamente nazionalistico» (discorso in occasione del 4 novembre 2001) né mai disgiunto «dalla conquista dei diritti civili, delle libertà costituzionalmente garantite» (intervista con Aldo Cazzullo, Ciampi: «Vi spiego la mia idea dell’Italia», «Stampa», 1 novembre 2001, pp. 1 e 3; si veda anche l’articolo di Enrico Francia in bibliografia). Dal racconto celebrativo di quel periodo storico venivano peraltro sostanzialmente espunti conflitti, tensioni, debolezze, o mancanze, restituendone invece un’immagine quasi irenica e pacificata, che vedeva Cavour e Garibaldi, moderati e democratici, cospiratori e intellettuali, sovrani e repubblicani impegnati in un comune sforzo emancipatorio.

A cavallo del 150° il discorso pubblico sul Risorgimento non era peraltro segnato solo da questa dimensione celebrativa. Dall’inizio del XXI secolo attraverso libri di grande successo – per esempio Terroni del giornalista Pino Aprile (prima ed. Piemme, Milano 2010) –, trasmissioni televisive, social network, associazioni locali si è sviluppata una narrazione del brigantaggio postunitario come risposta del «popolo» meridionale a un’occupazione violenta e prevaricatrice del nuovo Stato unitario. Si tratta di una riproposizione in termini semplificatori, polemici e corrivi di un antico dibattito sulle radici della diseguaglianza del paese, che in questa circostanza si tingeva persino di elementi nostalgici verso l’antico Regno delle due Sicilie. Questa narrazione fondata sulla semplificazione, sulla reiterazione di stereotipi, su una retorica vittimista (ricorrente è la rivendicazione che questa interpretazione vuole combattere «la storia ufficiale», «la storia dei vincitori», la «vulgata istituzionale») ha rappresentato per certi versi il controcanto alla rappresentazione epica e progressiva del Risorgimento, ma per quanto possa essere popolare in alcuni ambienti sociali e culturali, non ha scalfito in modo significativo il racconto del Risorgimento proposto dalle istituzioni.

 

Il Risorgimento suggerito dalle Indicazioni nazionali del 2025-2026

Spostiamoci allora in avanti di circa quindici anni e cambiamo lo scenario del discorso pubblico del Risorgimento. Nell’anno scolastico 2026/2027 entrano in vigore le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (Decreto del Ministro dell’istruzione e del merito 9 dicembre 2025, n. 221). La sezione riguardante l’insegnamento della storia ha suscitato accese discussioni per l’impostazione complessiva e per alcuni specifici contenuti, tra i quali quelli relativi al Risorgimento.

È quantomeno sorprendente che si indichi tra gli argomenti storici da trattare per la prima e seconda classe della scuola primaria «Mameli e l’inno nazionale (spiegazione del contenuto), poesie e canti del Risorgimento» e poi «Racconti ricavati dalle vicende del Risorgimento e della Resistenza a scelta degli insegnanti e collegati a riferimenti territoriali e all’esperienza dei bambini». Una sorpresa che si trasforma in stupore a leggere gli esempi di questi «racconti» risorgimentali: accanto a tradizionali episodi e personaggi della narrazione epica risorgimentale – le Cinque giornate di Milano, i martiri di Belfiore, Anita Garibaldi –, trova spazio La piccola vedetta lombarda, uno dei racconti mensili di Cuore di De Amicis. Questi riferimenti, che sembrano evocare addirittura elementi della pedagogia nazionale dell’Italia umbertina, vanno al di là dei propositi delle celebrazioni del 2011 di fare del Risorgimento il fondamento del patriottismo costituzionale, e rispolverano invece un arsenale di immagini e di storie che non solo veicolano un’idea di nazione fondata sul sangue e sul martirio, ma che si appoggiano a forme narrative decisamente poco congrue per il pubblico al quale sono rivolte.

Nelle Indicazioni per la Scuola media e ora in quelle per i licei (queste ultime ancora in forma di documento preparatorio e pubblicate sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito il 22 aprile 2026), il Risorgimento torna a essere oggetto di una narrazione storicamente fondata, ma rimane comunque saldamente incardinato sui suoi tradizionali topoi – cospirazioni, diplomazia, liberali, democratici, Cavour, Mazzini, Garibaldi – e continua ad apparire in parte scorporato da avvenimenti simili che attraversano l’Europa nella prima metà del XIX.

 

E la storiografia? Il percorso nel XX secolo

Quale relazione c’è tra toni e contenuti di questo discorso pubblico e la storiografia? Certo si tratta di due campi della ricostruzione storica distinti, anche se non del tutto separati, soprattutto quando l’oggetto di indagine storiografica è così strettamente legato ai temi dell’identità nazionale e statuale. L’esistenza di questo stretto legame è dimostrata proprio dal modo in cui nel corso del tempo la storiografia ha affrontato il Risorgimento

Fino ai primi decenni del Novecento gli studi dedicati all’Italia della prima metà dell’Ottocento erano interessati soprattutto a ricostruire quali fossero i fondamenti dello Stato nato nel 1861, fornendone interpretazioni tese a legittimare il modo in cui era stato realizzato o al contrario a mostrarne limiti e debolezze. Nel primo caso la lettura fornita negli anni Venti da Benedetto Croce (1866-1952) è senza dubbio quella che ha maggiormente influenzato quello che si può definire il senso comune intorno al Risorgimento e di conseguenza anche larga parte del discorso pubblico. Per Croce il Risorgimento rappresentava la declinazione «italiana» di quella «religione della libertà» che caratterizzò l’Europa del XIX secolo, ossia l’affermazione dei diritti, delle costituzioni, della sovranità nazionale. Di questo movimento emancipatorio furono protagoniste soprattutto le forze politiche liberali, ma anche democratici e repubblicani contribuirono – sia pur senza vedere realizzate le loro aspirazioni politiche – alla costruzione dell’Italia unita. Su questa linea si sarebbe posto trent’anni dopo un altro grande storico di formazione liberale, Rosario Romeo (1924-1987), che valutava positivamente anche quello che la classe dirigente liberale aveva realizzato sul versante economico e sociale, in quanto avrebbe costituito la base per il successivo sviluppo economico del Paese.

Di segno opposto erano invece le interpretazioni che venivano da intellettuali e storici di formazione democratica e radicale, e poi gramsciana, sviluppatesi soprattutto tra gli anni Venti e il secondo dopoguerra. Il loro punto d’osservazione era soprattutto l’esito ultimo di quell’Italia liberale costruita dal Risorgimento, ossia l’avvento del fascismo. Mettendo in luce i limiti del Risorgimento – l’egemonia delle forze moderate e di contro la debolezza di quelle democratiche, la mancata «rivoluzione agraria» – veniva sottolineato come lo Stato nato nel 1861 fosse quantomai debole, privo di un reale sostegno popolare e attraversato da pulsioni autoritarie; tutto ciò avrebbe determinato il ritardo nello sviluppo sociale ed economico, la fragilità delle istituzioni liberali, e infine l’affermazione di un regime autoritario.

Queste due interpretazioni storiografiche, sviluppate e articolate con grande vigore polemico fino agli anni Sessanta, hanno profondamente segnato anche il discorso pubblico sul Risorgimento, a partire da quella lettura della Resistenza come Secondo Risorgimento che si sviluppa nell’immediato secondo dopoguerra e che sarebbe stata ripresa carsicamente nel corso della storia dell’Italia repubblicana. In questa interpretazione la Resistenza andava intesa non solo come una nuova guerra di liberazione nazionale dall’occupazione tedesca analoga a quelle combattute nella prima metà dell’Ottocento contro l’Austria, ma anche come momento in cui si poneva rimedio a quei limiti che avevano caratterizzato l’esperienza risorgimentale (la limitata partecipazione popolare, la sconfitta delle forze democratiche e repubblicane). Era questa la lettura alla quale si sarebbe affidato anche il presidente Ciampi quando ricordava – in occasione del 25 aprile 2003 – come «i costituenti interpretarono quel che non era stato fatto nel Risorgimento, per questo incompleto. E venne infatti completato con la Costituzione del ’47» (il discorso pronunciato da Ciampi è disponibile online; si veda anche l’articolo di Phil Cooke in bibliografia).

 

Gli anni Settanta: fine del Risorgimento?

A partire dagli anni Settanta, invece il legame tra discorso pubblico sul Risorgimento – nella versione liberale o in quella radical-democratica e gramsciana– e indagini della storiografia si incrinava. Tra gli anni Settanta e Ottanta una nuova generazione di studiosi, che si era formata in un ambiente storiografico interessato soprattutto alla storia sociale, provava a studiare l’Ottocento italiano senza fare perno sul Risorgimento. Quindi metteva da parte la ricostruzione delle questioni politiche, ideologiche e organizzative del movimento nazional-patriottico, ossia l’oggetto principale degli studi sull’Ottocento fino a quel momento, e si impegnava invece nella ricostruzione di processi sociali, istituzionali ed economici che avevano attraversato la penisola e che si inserivano in fenomeni di più lungo periodo: la modernizzazione socioeconomica, la trasformazione delle élite, la formazione dello Stato moderno. Una storiografia che veniva definita «revisionista» (così per esempio la studiosa britannica Lucy Riall) o meglio «a-risorgimentale», perché voleva sottrarsi a quella dimensione per certi versi militante che aveva caratterizzato fino a quel momento gli studi sull’Ottocento italiano.

 

Un «ritorno alla «nazione», ma da un punto di vista originale

Nel 2000 però il libro di Alberto Mario Banti, La nazione del Risorgimento, riportava al centro dell’attenzione storiografica la natura dell’esperienza risorgimentale, riprendendo un tema per certi versi antico – la nazione –, ma da una prospettiva decisamente originale. Applicando strumenti analitici fino a quel momento poco utilizzati per lo studio del Risorgimento (dalle categorie forgiate dal filosofo francese Michel Foucault alla narratologia) e facendo tesoro del dibattito internazionale sul nazionalismo, Banti ricostruiva genealogia, morfologia e ricezione del discorso nazional-patriottico, evidenziando come il suo successo si fondasse sul recupero e sull’adattamento di preesistenti tradizioni culturali e discorsive (religiose, cetuali, parentali). Il libro di Banti e anche il successivo volume collettivo uscito tra gli Annali della Storia d’Italia Einaudi, curato dallo stesso Banti e da Paul Ginsborg, hanno certamente costituito una salutare scossa per la storiografia: da un lato mostravano come potessero essere applicati in modo fruttuoso allo studio del Risorgimento metodi di indagine che provenivano da altre discipline e che erano usati da tempo per analizzare altri fenomeni storici; dall’altro sottraeva il Risorgimento alla sua eccezionalità e lo collocava all’interno dei processi di costruzione nazionale che caratterizzano l’Ottocento europeo.

 

Non solo «la nazione»: forme della politica e della partecipazione

Negli anni successivi il tema della «nazione nel Risorgimento» è stato sviluppato e approfondito su diversi versanti (genere, minoranze, emozioni, famiglia, ecc.), scostandosi anche da quell’approccio strettamente legato alla ricostruzione del discorso e della sua ricezione che era presente nell’analisi di Banti, e guardando di più alle pratiche, ai rituali, alle forme della comunicazione. Ma in questo inizio di XXI secolo non era solo il tema della nazione a essere al centro di questo rinnovato interesse storiografico per il Risorgimento.

Prendiamo per esempio l’annosa questione se gli ideali politici e nazional-patriottici del Risorgimento avessero o meno un ampio sostegno tra la popolazione della penisola nella prima metà dell’Ottocento; detto in altri termini, la classica domanda se il Risorgimento fu solo un fenomeno d’élite, mentre il «popolo» vi rimase assente, se non ostile. Uscendo dalle secche della mera quantificazione – quanti sono stati i volontari nelle guerre risorgimentali, quanti hanno partecipato attivamente alle rivoluzioni, ecc. –, la storiografia ha provato a esaminare il tema della cosiddetta «politicizzazione» allargando lo sguardo alle molteplici forme in cui si realizza la partecipazione alla vita pubblica e politica. E lo ha fatto anche in questo caso «sprovincializzando» lo studio del Risorgimento, attraverso l’uso di strumenti analitici e di tipologie di fonti che erano stati impiegati per studiare fenomeni analoghi (per esempio la Rivoluzione francese) o che provenivano da altri contesti disciplinari (per esempio l’antropologia). Le ricerche così realizzate hanno mostrato innanzitutto come le classi dirigenti del movimento patriottico si impegnassero in un’indefessa azione di pedagogia politica, ricorrendo a una molteplicità di strumenti e forme di comunicazione (testi scritti, immagini, oggetti, discorsi in pubblico, feste, cerimonie, celebrazioni pubbliche) che in molti casi non avevano apparentemente a che fare con i luoghi e con gli strumenti tradizionalmente riservati alla «politica». Uno spettacolo teatrale, un foulard, una predica dal pulpito, una serata in osteria potevano diventare forme di comunicazione o di socializzazione politica particolarmente efficaci se su quel foulard fosse stato impresso il volto di Garibaldi, o se lo spettacolo teatrale avesse parlato del riscatto di un popolo.

D’altra parte, questi studi hanno messo in luce anche come «il popolo» non fosse un attore passivo di quest’opera di alfabetizzazione politica. Soprattutto nel corso dei momenti rivoluzionari il comportamento delle comunità rurali, dei ceti popolari delle città, o anche di singoli individui apparentemente privi di retroterra politico non era frutto di un moto reattivo – spesso segnato dal fraintendimento e dalla distorsione – a sollecitazioni provenienti «dall’alto». Esso era piuttosto l’esito complesso di un processo di traduzione e di rilettura delle parole d’ordine del movimento nazional-patriottico, nel quale entravano in gioco la presenza di mediatori politici, l’esistenza di pregresse tensioni sociali, i rapporti con le istituzioni.

Il libro di Piero Brunello dedicato alla rivoluzione veneziana del 1848 è uno degli esempi più brillanti ed efficaci di questo modo di analizzare l’esperienza politica risorgimentale, recuperando l’agency, ovvero la facoltà di azione e di scelta, dei diversi soggetti coinvolti e nello stesso tempo analizzandone le componenti rituali e simboliche.

 

La «nuova storia del Risorgimento»: nel discorso pubblico e a scuola

Ritornando al punto dal quale siamo partiti, questo articolato laboratorio storiografico sul Risorgimento – o «nuova storia del Risorgimento», come è stata definita –, di cui ho fornito solo alcuni esempi, ha fatto breccia nel discorso pubblico? Apparentemente la risposta è negativa e per certi versi scontata. Il racconto pubblico di un evento fondativo dello Stato nazionale non può esimersi da una dimensione celebrativa ed epica, e per certi versi è anche giusto che sia così.

Nello stesso tempo, però, vi sono segnali che mostrano come i risultati del dibattito storiografico siano in parte usciti fuori dalle riviste accademiche o dalle aule universitarie. Per esempio, a fronte della tambureggiante polemica neoborbonica, negli ultimi quindici anni si è sviluppata un’importante produzione storiografica intorno al tema del brigantaggio e più in generale sul processo di unificazione nell’Italia meridionale. Soprattutto grazie ai lavori di Salvatore Lupo e di Carmine Pinto il brigantaggio è stato letto alla luce della categoria di «guerra civile», mostrando come questo fenomeno, che è al contempo sociale, criminale e politico, sia parte di un conflitto più generale tra le diverse componenti della società meridionale che attraversa tutta l’esperienza risorgimentale. E come in tutte le guerre civili gli attori in campo sono portatori di interessi, discorsi legittimanti, aspirazioni che la storiografia ha ricostruito con attenzione e affidandosi anche a modelli narrativi particolarmente efficaci. Grazie a pubblicazioni di successo, conferenze e iniziative pubbliche, questo brigantaggio ricostruito dagli storici è stato in grado di conquistare spazi e visibilità pubblica, costituendo così un solido controcanto alla vulgata neoborbonica.

Il Risorgimento della nuova storiografia è entrato in parte anche nelle scuole. Se, come ha fatto di recente Marco Rovinello (vedi bibliografia), si analizzano i manuali di storia più adottati nelle scuole superiori – e dunque un’altra voce importante nella costruzione del discorso pubblico –, il Risorgimento continua certo in larga parte a essere presentato seguendo tradizionali linee interpretative e periodizzazioni; ma in molti libri di testo vengono anche presentati alcuni dei temi al centro della nuova storiografia – la nazione, il genere, le forme della comunicazione politica –, e anche lo stesso termine «Risorgimento» viene sottoposto a esame critico, mostrando come sia nato e come sia stata costruita la sua intrinseca connotazione ideologico-provvidenziale.

Piccoli segnali che fanno comunque sperare che il Risorgimento possa essere raccontato in modo meno epico e stereotipato di quanto non lo sia ancora adesso.

Maggio 2026

Immagine: Le tre epoche del prode generale Giuseppe Garibaldi propugnatore della causa italiana, stampa popolare del 1861 circa.

 

Per approfondire

Il discorso pubblico sul Risorgimento


Massimo Baioni, Risorgimento conteso. Memorie e usi pubblici nell’Italia contemporanea, Diabasis, Reggio Emilia 2009.

Franco Benigno, Carmine Pinto, Borbonismo. Discorso pubblico e problemi storiografici. Un confronto (1989-2019), «Meridiana»», 95, 2019, pp. 9-20.

Philip Cooke, La Resistenza come secondo Risorgimento: un topos retorico senza fine?, «Passato e presente», 86, 2012, pp. 62-81.

Enrico Francia, Il Presidente, lo storico, il comico. Note sul Risorgimento del 150°, «Contemporanea», 16, 2013, 1, pp. 145-157 (da qui, p. 147, le citazioni di Carlo Azeglio Ciampi).

Mauro Piras, L’insegnamento della storia e le Indicazioni nazionali, «il Mulino. Rivista di cultura e di politica», 1, 2025, disponibile online.

Marco Rovinello, Un Risorgimento da manuale, «Passato e presente», 115, 2022, pp. 71-85.

Silvia Sonetti, L’affaire Pontelandolfo. La storia, la memoria, il mito (1861-2019), Viella, Roma 2020.

 

Rassegne storiografiche


Gian Luca Fruci, Carmine Pinto, «Brigantaggio» Revisited: Historiographical Experiences and Prospects for Research, «Modern Italy», 30, 2025, 1, pp. 94-103.

Maurizio Isabella, Rethinking Italy’s Nation-Building 150 Years Afterwords: The New Risorgimento Historiography, «Past and Present», 217, 2012, pp. 247-268.

Alessio Petrizzo, Storia culturale, storia del Risorgimento: una riflessione, «Passato e presente», 115, 2022, pp. 39-53.

Lucy Riall, Il Risorgimento italiano. Storia e interpretazioni, nuova ed. accresciuta, trad. di Pinella Di Gregorio e David Scaffei, Donzelli, Roma 2007 (prima ed. 1997).

 

La «nuova storiografia» sul Risorgimento


Arianna Arisi Rota, I piccoli cospiratori. Politica ed emozioni nei primi mazziniani, il Mulino, Bologna 2010.

Elena Bacchin, Italofilia. Opinione pubblica britannica e Risorgimento italiano, 1847-1864, Carocci, Roma 2014.

Alberto M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Einaudi, Torino 2000.

Piero Brunello, Colpi di scena. La rivoluzione del Quarantotto a Venezia, Cierre, Sommacampagna (VR) 2018.

Maurizio Bertolotti, Le complicazioni della vita. Storie del Risorgimento, Feltrinelli, Milano 1998.

Silvia Cavicchioli, Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi, Einaudi, Torino 2017.

Exile and the Circulation of Political Practices, ed. by Catherine Brice, Cambridge Scholars Publishing, Newcastle upon Tyne 2020.

Enrico Francia, Oggetti risorgimentali. Una storia materiale della politica nel primo Ottocento, Carocci, Roma 2021.

Giacomo Girardi, I beni degli esuli. I sequestri austriaci nel Lombardo-Veneto (1848-1866), Viella, Roma 2022.

Maurizio Isabella, Southern Europe in the Age of Revolutions, Princeton University Press, Princeton-Oxford, 2023.

Lucy Riall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe, trad. di David Scaffei, Laterza, Roma-Bari 2017 (prima ed. 2007).

Carlotta Sorba, Il melodramma della nazione. Politica e sentimenti nell’età del Risorgimento, Laterza, Roma-Bari 2015

Storia d’Italia. Annali, 22, Il Risorgimento, a cura di Alberto M. Banti, Paul Ginsborg, Einaudi, Torino 2007.

The Risorgimento Revisited. Nationalism and Culture in Nineteenth-Century Italy, ed. by Silvana Patriarca and Lucy Riall, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2012.

Ignazio Veca, Il mito di Pio IX. Storia di un papa liberale e nazionale, Viella, Roma 2018.

 

La storiografia su Mezzogiorno e brigantaggio


Salvatore Lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli, Roma, 2011.

Marco Meriggi, La nazione populista. Il Mezzogiorno e i Borbone dal 1848 all’Unità, il Mulino, Bologna 2021.

Alessio Petrizzo, Parole di brigante. Scrivere di sé in un carcere dell’Italia unita, Viella, Roma 2025.

Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti, 1860-1870, Laterza, Roma-Bari 2019.

Storia del brigantaggio in 50 oggetti, a cura di Maddalena Carli, Gabriele D’Autilia, Gian Luca Fruci e Alessio Petrizzo, Rubettino, Soveria Mannelli (CZ) 2023.

Giulio Tatasciore, Briganti d’Italia. Storia di un immaginario romantico, Viella, Roma 2022.

 

In questo spazio online


Mentre le Indicazioni nazionali varate nel 2025 erano ancora in bozza, in questo spazio online abbiamo ospitato il dossier La storia che vorrei, per promuovere una discussione pubblica su come si insegna e si può insegnare storia nella scuola italiana. Sui temi di questo articolo, segnaliamo in particolare il contributo firmato da Adriano Roccucci e Lucio Caracciolo, Rivolgersi alla storia con passione (marzo 2025); rimandiamo inoltre a un altro contributo di Adriano Roccucci, Nazioni e nazionalismi tra età contemporanea e tempo presente (gennaio 2026).

Infine, Piero Brunello, citato in questo articolo, ha pubblicato su «Storia. Questioni, letture, fonti» un contributo di altro argomento: sul «padre» della bomba atomica.

 

L’autore

Enrico Francia insegna Storia contemporanea all’Università di Padova ed è uno specialista di storia d’Italia nel XIX secolo. Tra i suoi lavori recenti ricordiamo: 1848. La rivoluzione del Risorgimento, Il Mulino, Bologna 2012; Oggetti risorgimentali. Una storia materiale della politica nel primo Ottocento, Carocci, Roma 2021. Ha curato inoltre, insieme a Piero Del Negro, il volume Guerre e culture di guerra nella storia d’Italia, Unicopli, Milano 2011, e con Carlotta Sorba, Political Objects in the Age of Revolution. Material Culture, National Identities, Political Practices, Viella, Roma 2021.