Questo Libro non s’ha da leggere: storia di una censura ecclesiastica
Gigliola Fragnito, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), il Mulino, Bologna 1997, 345 p. Scheda a cura di Eleonora Faricelli
In un libro diventato classico, la studiosa di Storia moderna Gigliola Fragnito ha ricostruito la storia di una censura ecclesiastica così sorprendente da essere stata a lungo rimossa. Alla fine del Cinquecento, dopo lunghe discussioni e tensioni interne tra intransigenti e fautori di politiche più moderate, la gerarchia cattolica proibì il libero accesso alla versione in volgare della Bibbia. Si trattò di un passaggio decisivo per le vicende istituzionali della Chiesa di Roma, e soprattutto per la storia culturale e spirituale italiana.
Gli italiani e la Bibbia: un rapporto interrotto nel Cinquecento
Nello stesso anno in cui uscì La Bibbia al rogo di Gigliola Fragnito, il 1997, i vescovi italiani, raccogliendo l’invito di papa Giovanni Paolo II (pontefice dal 1978 alla morte nel 2005) in vista del Giubileo del 2000, sollecitarono i fedeli a tornare con maggiore assiduità allo studio e alla lettura della Bibbia, nella consapevolezza della scarsa familiarità degli italiani con la Sacra Scrittura. Secondo Fragnito, tale ignoranza non era riconducibile soltanto alla recente secolarizzazione, ma affondava le sue radici in una precisa esclusione operata dai vertici ecclesiastici nel corso del XVI secolo, quando, nel pieno dello scontro con l’eresia protestante, Roma giunse ad assimilare la lettura diretta dei testi sacri a un possibile veicolo di «contagio» dottrinale.
È questa la tesi al centro del volume, divenuto un classico della storiografia sulla censura. Fragnito ricostruisce il complicato processo che condusse la Curia romana ad adottare provvedimenti sempre più drastici nei confronti della circolazione della Bibbia in volgare, la versione cioè che poteva avere maggiore diffusione anche tra i ceti meno colti e digiuni del latino. La Bibbia al rogo racconta dunque una vicenda travagliata, avviatasi con la diffusione delle idee della Riforma, rispetto alle quali Roma faticò a elaborare una risposta stabile ed efficace. Attraverso mezzo secolo di lotte interne, ripensamenti, dubbi e cambi di rotta, la Chiesa romana giunse dapprima al primo Indice dei libri proibiti del 1558-59 (detto paolino perché promulgato da Paolo IV, pontefice dal 1555 al 1559), quindi a nuovi mutamenti istituzionali e a un durissimo scontro ai vertici ecclesiastici, soprattutto dopo la nascita della Congregazione dell’Indice, istituita nel 1571. Questo percorso approdò, tra alterne vicende, al divieto di lettura della Bibbia in volgare sancito dall’Indice clementino (poiché promulgato da Clemente VIII, papa dal 1592 alla morte, nel 1605) del 1596.
A questo punto, come scrive Fragnito, «sulle ceneri della Scrittura l’Inquisizione poteva celebrare la propria vittoria: d’ora in avanti il patrimonio culturale e spirituale degli italiani avrebbe cessato di essere alimentato dal contatto diretto con i fondamenti della fede. Rimosso perché giudicato fonte di eresia, il Libro finirà coll’essere assimilato, nell’immaginario collettivo, agli scritti degli eretici in compagnia dei quali verrà arso, avvolgendo di sinistri bagliori il tramonto del Cinquecento e l’alba del nuovo secolo» (p. 18).
È questa la tesi al centro del volume, divenuto un classico della storiografia sulla censura. Fragnito ricostruisce il complicato processo che condusse la Curia romana ad adottare provvedimenti sempre più drastici nei confronti della circolazione della Bibbia in volgare, la versione cioè che poteva avere maggiore diffusione anche tra i ceti meno colti e digiuni del latino. La Bibbia al rogo racconta dunque una vicenda travagliata, avviatasi con la diffusione delle idee della Riforma, rispetto alle quali Roma faticò a elaborare una risposta stabile ed efficace. Attraverso mezzo secolo di lotte interne, ripensamenti, dubbi e cambi di rotta, la Chiesa romana giunse dapprima al primo Indice dei libri proibiti del 1558-59 (detto paolino perché promulgato da Paolo IV, pontefice dal 1555 al 1559), quindi a nuovi mutamenti istituzionali e a un durissimo scontro ai vertici ecclesiastici, soprattutto dopo la nascita della Congregazione dell’Indice, istituita nel 1571. Questo percorso approdò, tra alterne vicende, al divieto di lettura della Bibbia in volgare sancito dall’Indice clementino (poiché promulgato da Clemente VIII, papa dal 1592 alla morte, nel 1605) del 1596.
A questo punto, come scrive Fragnito, «sulle ceneri della Scrittura l’Inquisizione poteva celebrare la propria vittoria: d’ora in avanti il patrimonio culturale e spirituale degli italiani avrebbe cessato di essere alimentato dal contatto diretto con i fondamenti della fede. Rimosso perché giudicato fonte di eresia, il Libro finirà coll’essere assimilato, nell’immaginario collettivo, agli scritti degli eretici in compagnia dei quali verrà arso, avvolgendo di sinistri bagliori il tramonto del Cinquecento e l’alba del nuovo secolo» (p. 18).
Prima del divieto: la circolazione della Bibbia in Italia
Il volume si articola in nove capitoli, nei quali l’autrice ripercorre la storia di un divieto che mutò radicalmente il quadro culturale italiano e che si inscrisse nella logica degli eventi e della reazione della Chiesa cattolica alla diffusione delle idee protestanti.
L’Italia, a differenza di altri Paesi (per esempio la Spagna), vantava una significativa familiarità con la lettura della Bibbia. La diffusione a stampa di traduzioni italiane dei testi sacri era stata considerevole a fine Quattrocento, tanto da determinare una saturazione del mercato nei primi anni del Cinquecento. In una prima fase, la Chiesa non sembrò ostacolare la circolazione delle Sacre scritture in volgare. La prima edizione italiana integrale della Bibbia uscì a Venezia nel 1532 a opera dell’umanista Antonio Brucioli (fine XV sec.-1556), poi simpatizzante della Riforma. Sebbene non mancassero ragioni di sospetto – l’autore si era ispirato a Lutero, che nel 1522 aveva avviato la traduzione della Bibbia in tedesco –, l’opera non incontrò difficoltà significative nella circolazione almeno fino alla diffusione dell’Indice paolino nel 1559. Al contrario, la traduzione di Brucioli contribuì a stimolare nuove iniziative editoriali: tra il 1530 e il 1558 le tipografie veneziane produssero almeno quindici edizioni della Bibbia integrale e sedici del Nuovo Testamento in volgare. Questi dati mostrano come, almeno fino all’edizione del testo sacro del 1567 – l’ultima in Italia per oltre due secoli – Roma fosse ancora sostanzialmente disposta ad ammettere la presenza delle Scritture volgarizzate (capitolo I).
L’Italia, a differenza di altri Paesi (per esempio la Spagna), vantava una significativa familiarità con la lettura della Bibbia. La diffusione a stampa di traduzioni italiane dei testi sacri era stata considerevole a fine Quattrocento, tanto da determinare una saturazione del mercato nei primi anni del Cinquecento. In una prima fase, la Chiesa non sembrò ostacolare la circolazione delle Sacre scritture in volgare. La prima edizione italiana integrale della Bibbia uscì a Venezia nel 1532 a opera dell’umanista Antonio Brucioli (fine XV sec.-1556), poi simpatizzante della Riforma. Sebbene non mancassero ragioni di sospetto – l’autore si era ispirato a Lutero, che nel 1522 aveva avviato la traduzione della Bibbia in tedesco –, l’opera non incontrò difficoltà significative nella circolazione almeno fino alla diffusione dell’Indice paolino nel 1559. Al contrario, la traduzione di Brucioli contribuì a stimolare nuove iniziative editoriali: tra il 1530 e il 1558 le tipografie veneziane produssero almeno quindici edizioni della Bibbia integrale e sedici del Nuovo Testamento in volgare. Questi dati mostrano come, almeno fino all’edizione del testo sacro del 1567 – l’ultima in Italia per oltre due secoli – Roma fosse ancora sostanzialmente disposta ad ammettere la presenza delle Scritture volgarizzate (capitolo I).
Il dibattito si apre al Concilio
Fu al Concilio di Trento, inaugurato nel 1545, che si pose per la prima volta in modo esplicito la questione delle versioni bibliche in volgare. I padri conciliari si interrogarono sulla diffusione del testo sacro tra i fedeli: del resto, uno dei fattori del successo della Riforma era stata proprio l’accessibilità della Parola in lingua tedesca. L’assise si divise tra chi era favorevole alla loro ammissione e chi fortemente contrario. I sostenitori del divieto vedevano nella diffusione del testo volgare uno dei canali attraverso cui le dottrine protestanti potevano propagarsi, e ritenevano dunque necessario intervenire. Chi ne difendeva la liceità, invece, giudicava infondato il nesso tra lettura in volgare ed eresia, e temeva che un divieto avrebbe offerto ai luterani un nuovo argomento polemico contro Roma. Inoltre, la crescente ignoranza del latino rendeva urgente la disponibilità di versioni bibliche comprensibili ai fedeli.
La disputa fu così accesa che, nell’aprile 1546, i legati conciliari, pur pronti a varare il decreto sulla Vulgata – ovvero il testo latino «ufficiale», posto alla base delle versioni bibliche – decisero di sospendere la risoluzione sulla Bibbia in volgare. Nel clima progressivamente orientato alla rottura con i protestanti maturò poi «la decisione di Paolo IV di preparare il primo catalogo dei libri proibiti e di deputare a tale effetto una commissione composta di membri della Congregazione dell’Inquisizione» (p. 82).
La disputa fu così accesa che, nell’aprile 1546, i legati conciliari, pur pronti a varare il decreto sulla Vulgata – ovvero il testo latino «ufficiale», posto alla base delle versioni bibliche – decisero di sospendere la risoluzione sulla Bibbia in volgare. Nel clima progressivamente orientato alla rottura con i protestanti maturò poi «la decisione di Paolo IV di preparare il primo catalogo dei libri proibiti e di deputare a tale effetto una commissione composta di membri della Congregazione dell’Inquisizione» (p. 82).
Gli Indici e i conflitti istituzionali tra Sant’Uffizio e Congregazione dell’Indice
I lavori portarono alla promulgazione dell’Indice il 30 dicembre 1558, cui seguì un’appendice nel 1559 con la condanna delle traduzioni bibliche in volgare. Tuttavia, la sua applicazione si rivelò subito problematica. Per questo, nel febbraio 1559 fu stampata una Instructio circa Indicem librorum prohibitorum, nella quale si precisava che il sequestro dei libri proibiti spettava agli inquisitori e ai loro vicari. Tale scelta mirava a estromettere i vescovi dalla funzione di guida e controllo della vita intellettuale e religiosa del proprio gregge, centralizzando queste funzioni a Roma. L’Instructio vietava inoltre in modo tassativo la lettura della Bibbia a donne, laiche e religiose, sacerdoti, diaconi e suddiaconi. Chi avesse richiesto una dispensa per accedere alle Scritture avrebbe dovuto sottoporre il testo – come vedremo meglio più avanti: qualsiasi testo contenesse parti più o meno lunghe delle Scritture in volgare – al vaglio dell’inquisitore, incaricato di valutarne la liceità.
La rigidità della norma rese però difficile la sua applicazione. Pio IV, succeduto a Paolo IV nel 1559, si adoperò fin dall’inizio per mitigarne gli effetti. Ai vescovi fu nuovamente riconosciuto un ruolo di guida delle proprie comunità, e dunque essi affiancarono gli inquisitori. Questo lungo lavoro di revisione portò alla promulgazione del secondo Indice dei libri proibiti, detto tridentino (stabilito nell’ultima sessione del Concilio), emanato con la bolla Dominici gregis del 24 marzo 1564. Con esso fu nuovamente consentita la stampa delle traduzioni della Scrittura, nella convinzione che potessero aiutare e guidare il fedele nel proprio percorso religioso (capitolo II).
L’elezione di Pio V nel 1566 modificò ancora una volta gli equilibri. Già nel 1570 il pontefice accentrò nelle mani del Maestro del Sacro Palazzo, il teologo del papa – allora il domenicano Tommaso Manrique (?-1573) –, l’attività espurgatoria e la supervisione della pubblicazione, presso la Stamperia Vaticana, delle opere corrette. Nel marzo 1571 fu poi nominata una commissione cardinalizia incaricata di rivedere l’Indice del 1564: nasceva così la Congregazione dell’Indice, formalmente istituita da Gregorio XIII (eletto nel 1572) l’anno successivo.
L’obiettivo fu da subito quello di ampliare le materie comprese nell’Indice tridentino. Sin dai primi lavori emerse anche la volontà di tornare alla rigidità normativa dell’Indice di Paolo IV, soprattutto per quanto riguardava la regola IV dell’Indice tridentino, che riammetteva i volgarizzamenti, vietati del tutto nel 1559.
La mancata stampa del nuovo Indice condusse comunque a una revisione di quello tridentino del 1564. Il dibattito, dapprima molto acceso tra Congregazione dell’Indice e Sant’Uffizio, poi più collaborativo, ruotò intorno alla volontà dell’Inquisizione di mantenere inalterate le proprie prerogative. Il risultato fu la revoca, nel 1582, della regola IV del Tridentino. In questo modo l’Inquisizione riacquisiva il controllo sulle opere di contenuto biblico in volgare, controllo che il testo del 1564 aveva affidato agli ordinari e agli inquisitori locali, ora sostituiti dagli inquisitori romani nella guida del gregge (capitolo III).
La morte di Gregorio XIII, nel 1585, determinò la sospensione delle riunioni della Congregazione dell’Indice fino al 1587, quando esse ripresero per volontà del successore Sisto V. Con la riapertura dei lavori tornarono anche gli scontri tra le due congregazioni, tanto da rendere impraticabile la promulgazione di un nuovo testo. Sisto V, del resto, proveniva dalle fila dell’Inquisizione e non era intenzionato ad avallare le richieste della Congregazione dell’Indice, orientate a una maggiore moderazione, sul modello dell’Indice del 1564.
La morte del pontefice, nel 1590, sospese temporaneamente i dibattiti, che ripresero nel 1592, sotto il successore Clemente VIII. Le dispute tra moderati e intransigenti si protrassero per altri due anni e riguardarono soprattutto l’attribuzione delle competenze in materia di espurgazione (quella forma di censura che prevedeva di tagliare o modificare parti di un’opera) e censura preventiva (il divieto di stampa). Il Sant’Uffizio non era infatti disposto a rinunciare a questi momenti decisivi del controllo sui fedeli, né ad accettare che tali materie rientrassero nella sfera di competenza degli ordinari diocesani (capitolo IV).
La rigidità della norma rese però difficile la sua applicazione. Pio IV, succeduto a Paolo IV nel 1559, si adoperò fin dall’inizio per mitigarne gli effetti. Ai vescovi fu nuovamente riconosciuto un ruolo di guida delle proprie comunità, e dunque essi affiancarono gli inquisitori. Questo lungo lavoro di revisione portò alla promulgazione del secondo Indice dei libri proibiti, detto tridentino (stabilito nell’ultima sessione del Concilio), emanato con la bolla Dominici gregis del 24 marzo 1564. Con esso fu nuovamente consentita la stampa delle traduzioni della Scrittura, nella convinzione che potessero aiutare e guidare il fedele nel proprio percorso religioso (capitolo II).
L’elezione di Pio V nel 1566 modificò ancora una volta gli equilibri. Già nel 1570 il pontefice accentrò nelle mani del Maestro del Sacro Palazzo, il teologo del papa – allora il domenicano Tommaso Manrique (?-1573) –, l’attività espurgatoria e la supervisione della pubblicazione, presso la Stamperia Vaticana, delle opere corrette. Nel marzo 1571 fu poi nominata una commissione cardinalizia incaricata di rivedere l’Indice del 1564: nasceva così la Congregazione dell’Indice, formalmente istituita da Gregorio XIII (eletto nel 1572) l’anno successivo.
L’obiettivo fu da subito quello di ampliare le materie comprese nell’Indice tridentino. Sin dai primi lavori emerse anche la volontà di tornare alla rigidità normativa dell’Indice di Paolo IV, soprattutto per quanto riguardava la regola IV dell’Indice tridentino, che riammetteva i volgarizzamenti, vietati del tutto nel 1559.
La mancata stampa del nuovo Indice condusse comunque a una revisione di quello tridentino del 1564. Il dibattito, dapprima molto acceso tra Congregazione dell’Indice e Sant’Uffizio, poi più collaborativo, ruotò intorno alla volontà dell’Inquisizione di mantenere inalterate le proprie prerogative. Il risultato fu la revoca, nel 1582, della regola IV del Tridentino. In questo modo l’Inquisizione riacquisiva il controllo sulle opere di contenuto biblico in volgare, controllo che il testo del 1564 aveva affidato agli ordinari e agli inquisitori locali, ora sostituiti dagli inquisitori romani nella guida del gregge (capitolo III).
La morte di Gregorio XIII, nel 1585, determinò la sospensione delle riunioni della Congregazione dell’Indice fino al 1587, quando esse ripresero per volontà del successore Sisto V. Con la riapertura dei lavori tornarono anche gli scontri tra le due congregazioni, tanto da rendere impraticabile la promulgazione di un nuovo testo. Sisto V, del resto, proveniva dalle fila dell’Inquisizione e non era intenzionato ad avallare le richieste della Congregazione dell’Indice, orientate a una maggiore moderazione, sul modello dell’Indice del 1564.
La morte del pontefice, nel 1590, sospese temporaneamente i dibattiti, che ripresero nel 1592, sotto il successore Clemente VIII. Le dispute tra moderati e intransigenti si protrassero per altri due anni e riguardarono soprattutto l’attribuzione delle competenze in materia di espurgazione (quella forma di censura che prevedeva di tagliare o modificare parti di un’opera) e censura preventiva (il divieto di stampa). Il Sant’Uffizio non era infatti disposto a rinunciare a questi momenti decisivi del controllo sui fedeli, né ad accettare che tali materie rientrassero nella sfera di competenza degli ordinari diocesani (capitolo IV).
L’Indice clementino e le sue conseguenze
Soltanto nell’autunno del 1594 la macchina censoria si rimise in moto, fino alla promulgazione dell’Indice clementino nel 1596, dopo ulteriori contrasti con il Sant’Uffizio. Ancora una volta il principale motivo di scontro riguardava i volgarizzamenti biblici. L’Inquisizione ribadì che «ordinari ed inquisitori locali non potevano autorizzarne la lettura» (p. 182), in esplicita opposizione alla linea della Congregazione dell’Indice, favorevole al ripristino della regola IV. Al termine di un vero e proprio braccio di ferro, Clemente VIII accolse la posizione dell’Inquisizione, che altrimenti avrebbe visto ridotta la propria giurisdizione sui fedeli desiderosi di avvicinarsi ai testi sacri in lingua volgare. Così, «la Chiesa si apprestava, con un’operazione senza precedenti, a sopprimere ogni residua traccia del testo sacro in italiano» (p. 197) (capitolo V).
Nonostante la decisione presa, la Congregazione dell’Indice continuò a insistere sulla necessità di reintrodurre la regola IV, poiché il divieto non colpiva soltanto le versioni integrali o parziali della Bibbia, ma anche ogni scritto che presentasse, nelle lingue vernacolari, estratti o parafrasi del testo sacro, in prosa o in versi. Su questi materiali la Congregazione assunse posizioni diverse e articolate. Nel caso dei Salmi, molto diffusi nel Cinquecento, ritenne per esempio ammissibili le versioni accompagnate da commenti, come quelle del vescovo e acceso predicatore antiprotestante Francesco Panigarola (1548-1594), la cui prima edizione risaliva al 1570, mentre intendeva escludere le versioni poetiche. Posizioni come questa furono sottratte, non senza fatica e compromessi, al controllo del Sant’Uffizio.
Se in Italia – e, per ragioni analoghe, in Spagna e Portogallo, in virtù delle rispettive Inquisizioni – fu assai difficile restituire ai fedeli le Sacre Scritture, diversa fu la situazione nel resto d’Europa. Diversi Paesi europei – come Polonia e Germania, dove i cattolici coabitavano con i protestanti – chiesero, e ottennero, che l’Indice clementino fosse rivisto nei suoi divieti, così da autorizzare nuove traduzioni. «Al di là dell’effettiva portata della decisione di liberalizzare l’accesso al testo volgare della Scrittura in determinate zone, il fatto stesso che tutta la questione fosse stata affidata all’esame della Congregazione dell’Indice sembra indicare che all’inizio del secolo si fosse verificato un miglioramento dei rapporti con l’Inquisizione» (p. 225).
Rispetto alla promulgazione degli indici precedenti, paolino e tridentino, il terzo fu accolto con sostanziale acquiescenza anche dalle autorità civili, il cui atteggiamento nei confronti della Chiesa era mutato, anche in relazione al contesto delle guerre di religione in Francia e alla relativa vittoria cattolica. L’applicazione dell’Indice non incontrò dunque ostacoli significativi, con l’eccezione del ducato di Savoia e della repubblica di Venezia, contro la quale di lì a poco la Santa Sede avrebbe scagliato l’interdetto del 1606.
I fedeli furono invitati a consegnare agli inquisitori, ai loro vicari, oppure al vescovo, o al suo vicario, l’elenco dei libri in loro possesso, avviando così la macchina del controllo. La categoria più consistente era proprio quella dei testi riconducibili alla Sacra Scrittura, nonostante la resistenza dei fedeli, che custodivano tenacemente i libri posseduti. Le difficoltà, le esitazioni e i ritardi con cui Roma si era mossa avevano infatti consentito, ancora alla fine del Cinquecento, la permanenza di molte copie del testo sacro nelle case dei fedeli, mentre esse risultavano ormai del tutto assenti dalle botteghe dei librai (capitoli VI, VII, VIII, IX): «L’abbondanza del materiale biblico sequestrato e poi distrutto dal fuoco aveva confermato quell’estesa dimestichezza degli italiani – uomini e donne, queste forse in numero più elevato di quelli – con la Sacra Scrittura, nella sua variegata tipologia, che i cardinali del Sant’Ufficio avevano sempre paventato e cercato di sradicare» (p. 316).
Nonostante la decisione presa, la Congregazione dell’Indice continuò a insistere sulla necessità di reintrodurre la regola IV, poiché il divieto non colpiva soltanto le versioni integrali o parziali della Bibbia, ma anche ogni scritto che presentasse, nelle lingue vernacolari, estratti o parafrasi del testo sacro, in prosa o in versi. Su questi materiali la Congregazione assunse posizioni diverse e articolate. Nel caso dei Salmi, molto diffusi nel Cinquecento, ritenne per esempio ammissibili le versioni accompagnate da commenti, come quelle del vescovo e acceso predicatore antiprotestante Francesco Panigarola (1548-1594), la cui prima edizione risaliva al 1570, mentre intendeva escludere le versioni poetiche. Posizioni come questa furono sottratte, non senza fatica e compromessi, al controllo del Sant’Uffizio.
Se in Italia – e, per ragioni analoghe, in Spagna e Portogallo, in virtù delle rispettive Inquisizioni – fu assai difficile restituire ai fedeli le Sacre Scritture, diversa fu la situazione nel resto d’Europa. Diversi Paesi europei – come Polonia e Germania, dove i cattolici coabitavano con i protestanti – chiesero, e ottennero, che l’Indice clementino fosse rivisto nei suoi divieti, così da autorizzare nuove traduzioni. «Al di là dell’effettiva portata della decisione di liberalizzare l’accesso al testo volgare della Scrittura in determinate zone, il fatto stesso che tutta la questione fosse stata affidata all’esame della Congregazione dell’Indice sembra indicare che all’inizio del secolo si fosse verificato un miglioramento dei rapporti con l’Inquisizione» (p. 225).
Rispetto alla promulgazione degli indici precedenti, paolino e tridentino, il terzo fu accolto con sostanziale acquiescenza anche dalle autorità civili, il cui atteggiamento nei confronti della Chiesa era mutato, anche in relazione al contesto delle guerre di religione in Francia e alla relativa vittoria cattolica. L’applicazione dell’Indice non incontrò dunque ostacoli significativi, con l’eccezione del ducato di Savoia e della repubblica di Venezia, contro la quale di lì a poco la Santa Sede avrebbe scagliato l’interdetto del 1606.
I fedeli furono invitati a consegnare agli inquisitori, ai loro vicari, oppure al vescovo, o al suo vicario, l’elenco dei libri in loro possesso, avviando così la macchina del controllo. La categoria più consistente era proprio quella dei testi riconducibili alla Sacra Scrittura, nonostante la resistenza dei fedeli, che custodivano tenacemente i libri posseduti. Le difficoltà, le esitazioni e i ritardi con cui Roma si era mossa avevano infatti consentito, ancora alla fine del Cinquecento, la permanenza di molte copie del testo sacro nelle case dei fedeli, mentre esse risultavano ormai del tutto assenti dalle botteghe dei librai (capitoli VI, VII, VIII, IX): «L’abbondanza del materiale biblico sequestrato e poi distrutto dal fuoco aveva confermato quell’estesa dimestichezza degli italiani – uomini e donne, queste forse in numero più elevato di quelli – con la Sacra Scrittura, nella sua variegata tipologia, che i cardinali del Sant’Ufficio avevano sempre paventato e cercato di sradicare» (p. 316).
Un passaggio decisivo nella storia della cultura italiana
Il libro di Gigliola Fragnito illustra dunque un conflitto istituzionale in seno alla Chiesa, da cui uscì sconfitta quella «parte dei vertici della Chiesa e della gerarchia ecclesiastica, aliena da qualsiasi propensione protestante o ereticale», ma favorevole a un accesso libero e diretto ai testi biblici (p. 327): si consumò allora la «disfatta delle esauste forze dell’umanesimo cristiano» (p. 20).
Soprattutto, l’autrice mette in luce le conseguenze di lungo periodo che questo esito produsse in Italia. Si approfondì il solco culturale tra i ceti: «Un incontro individuale e diretto con la Bibbia nella sua integrità non sarebbe più stato concesso a chi non sapeva il latino, vale a dire alla stragrande maggioranza dei cattolici italiani (clero incluso)» (p. 317). La Chiesa impose il suo ruolo di mediatrice imprescindibile, somministrando il Verbo con cautela, attraverso il filtro di commenti, iconografia, predicazione e catechismo. A una fede consapevole, si preferì il controllo sulla società. «Inculcando nei credenti sfiducia nella propria autonomia intellettuale e coscienziale e riducendo la loro formazione a una rudimentale catechesi […] e un devozionismo utile forse a nutrire la fantasia, ma non certo a stimolare la riflessione e il discernimento, la Chiesa ha indubbiamente contribuito a plasmare alcuni dei “caratteri originali” degli italiani, ancora oggi evidenti nella nostra mentalità collettiva» (p. 20).
Maggio 2026
Immagine: Sebastiano Ricci, Paolo III ispirato dalla Fede a convocare il Concilio di Trento, 1685-1687 ca., Piacenza, Musei Civici di Palazzo Farnese.
Soprattutto, l’autrice mette in luce le conseguenze di lungo periodo che questo esito produsse in Italia. Si approfondì il solco culturale tra i ceti: «Un incontro individuale e diretto con la Bibbia nella sua integrità non sarebbe più stato concesso a chi non sapeva il latino, vale a dire alla stragrande maggioranza dei cattolici italiani (clero incluso)» (p. 317). La Chiesa impose il suo ruolo di mediatrice imprescindibile, somministrando il Verbo con cautela, attraverso il filtro di commenti, iconografia, predicazione e catechismo. A una fede consapevole, si preferì il controllo sulla società. «Inculcando nei credenti sfiducia nella propria autonomia intellettuale e coscienziale e riducendo la loro formazione a una rudimentale catechesi […] e un devozionismo utile forse a nutrire la fantasia, ma non certo a stimolare la riflessione e il discernimento, la Chiesa ha indubbiamente contribuito a plasmare alcuni dei “caratteri originali” degli italiani, ancora oggi evidenti nella nostra mentalità collettiva» (p. 20).
Maggio 2026
Immagine: Sebastiano Ricci, Paolo III ispirato dalla Fede a convocare il Concilio di Trento, 1685-1687 ca., Piacenza, Musei Civici di Palazzo Farnese.
Per approfondire
L’edizione più recente di La Bibbia al rogo è quella del 2015. Gigliola Fragnito ha proseguito il suo studio critico di questi temi in Proibito capire. La Chiesa e il volgare nella prima età moderna, Il Mulino, Bologna 2005, e in Rinascimento perduto. La letteratura italiana sotto gli occhi dei censori, Il Mulino, Bologna 2019.
Su questi argomenti, in questo stesso spazio online si possono vedere le schede di Tommaso Scaramella sull’Indice dei libri del 1787 e sul libro di Giorgio Caravale, Libri pericolosi. Censura e cultura italiana in età moderna, Laterza, Roma-Bari 2022; e quella di Eleonora Faricelli sul libro di Silvana Seidel Menchi, Erasmo in Italia 1520-1580, Bollati Boringhieri, Torino 1987.
Su questi argomenti, in questo stesso spazio online si possono vedere le schede di Tommaso Scaramella sull’Indice dei libri del 1787 e sul libro di Giorgio Caravale, Libri pericolosi. Censura e cultura italiana in età moderna, Laterza, Roma-Bari 2022; e quella di Eleonora Faricelli sul libro di Silvana Seidel Menchi, Erasmo in Italia 1520-1580, Bollati Boringhieri, Torino 1987.