Nazioni e nazionalismi tra età contemporanea e tempo presente
di Adriano Roccucci
Adriano Roccucci, che insegna Storia contemporanea all’Università Roma Tre, propone una ricognizione sulla storia di un’idea, la «nazione», e di un fenomeno (politico, culturale, ideologico), il «nazionalismo», tra fine Settecento e primo Novecento, mettendo in evidenza il nesso tra nazione, potere e Stato e quello tra nazionalismo, violenza e guerra. Un invito a cogliere lo – e riflettere sullo – spessore storico di dinamiche che agiscono nella fase storica che viviamo oggi: un passaggio verso un futuro imprevedibile, lambito tuttavia da ombre del passato.
Un tema cruciale, che ci sollecita
Ragionare sulle nazioni e sui nazionalismi significa affrontare uno dei temi centrali della storia contemporanea. L’affermazione del binomio nazione-nazionalismo è un fenomeno, infatti, che ha segnato in profondità XIX e XX secolo e che continua a essere, nei primi tre decenni del XXI secolo, all’ordine del giorno della situazione internazionale, della politica interna ai vari paesi, del dibattito politico e delle idee. Anzi il richiamo alla nazione e l’affermazione di movimenti politici nazionalisti – sovente denominati «sovranisti» o «populisti» – sono divenuti un tratto distintivo di questa fase che stiamo vivendo, convulsa e confusa, di passaggio a un’altra epoca storica.
Porre alcune questioni sul binomio nazione-nazionalismo in una prospettiva storica può contribuire a orientarsi in un tempo presente non sempre facilmente decifrabile. La conoscenza storica, sebbene non sia in grado di prevedere il futuro, aiuta ad acquisire una consapevolezza dei processi in corso allo stesso tempo più realistica, perché attenta a comprendere le dinamiche reali e a decifrarne le narrazioni, e più profonda, perché tesa a cogliere lo spessore storico da cui provengono gli eventi del presente.
Le nazioni e il nazionalismo sono innanzitutto dei fenomeni storici, che vanno collocati in una dimensione temporale e che sono sottoposti quindi a processi di formazione e di trasformazione. E necessariamente sono da declinare al plurale, in considerazione della molteplicità e diversità dei fenomeni. Cercheremo di metterne in evidenza alcuni passaggi, tra Ottocento e Novecento, da cui emergono tendenze che, pur soggette alle modifiche dettate dalle trasformazioni della storia, caratterizzano il fenomeno in un arco temporale più ampio.
Porre alcune questioni sul binomio nazione-nazionalismo in una prospettiva storica può contribuire a orientarsi in un tempo presente non sempre facilmente decifrabile. La conoscenza storica, sebbene non sia in grado di prevedere il futuro, aiuta ad acquisire una consapevolezza dei processi in corso allo stesso tempo più realistica, perché attenta a comprendere le dinamiche reali e a decifrarne le narrazioni, e più profonda, perché tesa a cogliere lo spessore storico da cui provengono gli eventi del presente.
Le nazioni e il nazionalismo sono innanzitutto dei fenomeni storici, che vanno collocati in una dimensione temporale e che sono sottoposti quindi a processi di formazione e di trasformazione. E necessariamente sono da declinare al plurale, in considerazione della molteplicità e diversità dei fenomeni. Cercheremo di metterne in evidenza alcuni passaggi, tra Ottocento e Novecento, da cui emergono tendenze che, pur soggette alle modifiche dettate dalle trasformazioni della storia, caratterizzano il fenomeno in un arco temporale più ampio.
Teorie della nazione tra XIX e XX secolo
Il dibattito nelle scienze umane e sociali si è diviso, ai suoi estremi, tra chi ha sostenuto che le nazioni siano state inventate e chi ha asserito che siano sempre esistite o che abbiano una storia antica. Si possono individuare alcuni principali filoni delle teorie della nazione e del nazionalismo.
Le teorie «primordialiste» sostengono che la nazionalità sia un elemento “naturale” dell’esistenza umana, analogamente al linguaggio, e che le nazioni esistano da tempi antichi. Si tratta della visione della nazione di cui per primi si sono fatti fautori i promotori dei movimenti nazionali e gli esponenti dei nazionalismi a partire dal XIX secolo. I movimenti nazionali tendono, infatti, a promuovere i diritti della propria nazione sulla base della rivendicazione di una sua origine antica. La concezione della nazione come un dato culturale per alcuni naturale, per altri antico (in questo caso prevale la definizione di «perennisti»), è stata però sostenuta anche da studiosi nella seconda metà del Novecento – come l’antropologo statunitense Clifford Geertz (1926-2006), o il teologo e storico britannico Adrian Hastings (1929-2001).
Le tesi «moderniste» si sono sviluppate, a partire dagli anni Sessanta del XX secolo, come reazione a quelle primordialiste e hanno inteso sostenere che nazione e nazionalismo siano fenomeni moderni, apparsi negli ultimi due secoli come prodotto necessario dei processi di trasformazione dell’economia, della società, della cultura e della politica. Alcuni hanno sottolineato il ruolo primario delle trasformazioni economiche – per esempio lo scienziato politico scozzese Tom Nairn (1932-2023), o il sociologo statunitense Michael Herchter (1943) –, altri invece hanno sostenuto che nazione e nazionalismo sono state una risposta alle trasformazioni dello Stato e della politica – è il caso degli storici britannici John Breuilly (1946) ed Eric J. Hobsbawm (1917-2012). Un’altra corrente modernista ha posto l’accento sulle trasformazioni socio-culturali come elemento fondamentale per la nascita delle nazioni – il filosofo e antropologo inglese (di origine ceca) Ernest Gellner (1925-1995), il sociologo statunitense (di origine irlandese) Benedict Anderson (1936-2015), o lo storico ceco Miroslav Hroch (1932). Nell’alveo di questo filone, in alcuni casi influenzato anche dalla svolta linguistica e culturalista che ha riguardato le scienze umane tra anni Settanta e Ottanta del Novecento, sono state elaborate le teorie che hanno considerato la nazione il prodotto di una costruzione culturale (l’«invenzione della tradizione» di Hobsbawm e le «comunità immaginate» di Anderson).
La corrente «etnosimbolista», in risposta alle teorie moderniste, ha elaborato un pensiero che ha messo in risalto il ruolo di miti, simboli, memorie, tradizioni nel formare le identità culturali collettive – così lo scienziato politico statunitense John A. Armstrong (1922-2010), o l’antropologo e sociologo britannico Anthony D. Smith (1939-2016). Queste ultime non sono considerate come dati “naturali” e “immobili”, ma come prodotti di processi di lunga durata. Non vengono negate le trasformazioni della modernità, ma si ritiene che queste interagiscono con importanti elementi di continuità tra “tradizionale” e “moderno”. In altre parole, la nazione moderna non nasce dal nulla, ma è radicata in identità etniche di più lungo periodo.
Le teorie «primordialiste» sostengono che la nazionalità sia un elemento “naturale” dell’esistenza umana, analogamente al linguaggio, e che le nazioni esistano da tempi antichi. Si tratta della visione della nazione di cui per primi si sono fatti fautori i promotori dei movimenti nazionali e gli esponenti dei nazionalismi a partire dal XIX secolo. I movimenti nazionali tendono, infatti, a promuovere i diritti della propria nazione sulla base della rivendicazione di una sua origine antica. La concezione della nazione come un dato culturale per alcuni naturale, per altri antico (in questo caso prevale la definizione di «perennisti»), è stata però sostenuta anche da studiosi nella seconda metà del Novecento – come l’antropologo statunitense Clifford Geertz (1926-2006), o il teologo e storico britannico Adrian Hastings (1929-2001).
Le tesi «moderniste» si sono sviluppate, a partire dagli anni Sessanta del XX secolo, come reazione a quelle primordialiste e hanno inteso sostenere che nazione e nazionalismo siano fenomeni moderni, apparsi negli ultimi due secoli come prodotto necessario dei processi di trasformazione dell’economia, della società, della cultura e della politica. Alcuni hanno sottolineato il ruolo primario delle trasformazioni economiche – per esempio lo scienziato politico scozzese Tom Nairn (1932-2023), o il sociologo statunitense Michael Herchter (1943) –, altri invece hanno sostenuto che nazione e nazionalismo sono state una risposta alle trasformazioni dello Stato e della politica – è il caso degli storici britannici John Breuilly (1946) ed Eric J. Hobsbawm (1917-2012). Un’altra corrente modernista ha posto l’accento sulle trasformazioni socio-culturali come elemento fondamentale per la nascita delle nazioni – il filosofo e antropologo inglese (di origine ceca) Ernest Gellner (1925-1995), il sociologo statunitense (di origine irlandese) Benedict Anderson (1936-2015), o lo storico ceco Miroslav Hroch (1932). Nell’alveo di questo filone, in alcuni casi influenzato anche dalla svolta linguistica e culturalista che ha riguardato le scienze umane tra anni Settanta e Ottanta del Novecento, sono state elaborate le teorie che hanno considerato la nazione il prodotto di una costruzione culturale (l’«invenzione della tradizione» di Hobsbawm e le «comunità immaginate» di Anderson).
La corrente «etnosimbolista», in risposta alle teorie moderniste, ha elaborato un pensiero che ha messo in risalto il ruolo di miti, simboli, memorie, tradizioni nel formare le identità culturali collettive – così lo scienziato politico statunitense John A. Armstrong (1922-2010), o l’antropologo e sociologo britannico Anthony D. Smith (1939-2016). Queste ultime non sono considerate come dati “naturali” e “immobili”, ma come prodotti di processi di lunga durata. Non vengono negate le trasformazioni della modernità, ma si ritiene che queste interagiscono con importanti elementi di continuità tra “tradizionale” e “moderno”. In altre parole, la nazione moderna non nasce dal nulla, ma è radicata in identità etniche di più lungo periodo.
L’idea moderna di nazione: a fondamento di uno Stato
Non c’è dubbio, tuttavia, che tra fine Settecento e metà Ottocento si sia formata l’idea moderna di nazione. Le nazioni moderne sono state il prodotto di una costruzione culturale, per la quale il più delle volte si è fatto ricorso, non senza manipolazioni, a “pietre” preesistenti, quali le comunità linguistiche, le appartenenze religiose, la condivisione di patrimoni letterari e culturali, solo per citarne alcune. La committenza e le finalità di tale costruzione erano però eminentemente politiche. La posta in gioco erano il potere e lo Stato. Infatti, ciò che appariva come un dato di novità nell’idea moderna di nazione era che sulla base di questo manufatto identitario chiamato nazione fosse possibile edificare un nuovo tipo di Stato. Parlare di costruzione e di manufatto, non vuol dire attribuire al fenomeno nazione la caratteristica di un artificio illusionista, senza fondamento e consistenza. È invece la consapevolezza che si ha a che fare con un processo storico – che, come tale, è anche costruzione –, che ha dato vita ad appartenenze culturali e politiche, a disegni di potere, a progetti statuali solidi, che hanno mobilitato e mobilitano idee, passioni ed energie.
Quando ci riferiamo a nazioni e nazionalismi parliamo quindi di un fenomeno storico peculiare dell’età contemporanea, anzi esso è uno di quei fenomeni che caratterizza l’età contemporanea come un’epoca storica nuova, cioè diversa da quelle che la hanno preceduta.
Quando ci riferiamo a nazioni e nazionalismi parliamo quindi di un fenomeno storico peculiare dell’età contemporanea, anzi esso è uno di quei fenomeni che caratterizza l’età contemporanea come un’epoca storica nuova, cioè diversa da quelle che la hanno preceduta.
L’elaborazione tra XVIII e XIX secolo
A partire dalla seconda metà del Settecento nella cultura europea si venne a formare l’idea di nazione. Il Romanticismo fornì un terreno di coltura. Nella valorizzazione della storia dei popoli, delle loro tradizioni mitologiche, dell’epos medievale, delle leggende e dei canti popolari, portata avanti dai romantici, si rafforzò la convinzione del carattere peculiare dei singoli popoli con le loro specifiche tradizioni culturali. Si trattava di concetti che erano stati elaborati dal filosofo tedesco Johann Gottfried Herder (1744-1803), a cui il romanticismo fu debitore di molte intuizioni. Herder aveva scritto del «carattere nazionale» dei popoli, fondato su elementi etno-culturali peculiari, in primo luogo il linguaggio, ma anche la letteratura, il patrimonio culturale, la storia, le tradizioni popolari.
Ma c’era stato qualcosa di nuovo su un piano concreto, oltre che su quello delle idee. In Francia con la Rivoluzione il termine «nazione» aveva acquisito valore politico. Si era mostrato rispondente alle esigenze di rifondazione della legittimità del potere sulla base dell’idea della sovranità popolare, elaborata da ultimo in maniera compiuta da Jean-Jacques Rousseau (1712-1778). I rivoluzionari avevano trovato una identità a quel popolo che restava indefinito nei suoi contorni: era la nazione. La sovranità apparteneva alla nazione, recitava la Dichiarazione del 1789.
Con le guerre napoleoniche, compiute in nome della Grande Nation, il concetto di nazione cominciò a circolare in Europa. In Italia era stato formato il Regno d’Italia (benché sotto tutela francese). In Germania invece l’umiliazione delle sconfitte militari e dell’occupazione francese aveva suscitato il desiderio di rafforzare la coscienza nazionale – e in questo contesto furono riprese e sviluppate le idee di Herder, in particolare dal filosofo idealista Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), nei suoi «discorsi alla nazione tedesca» pronunciati a Berlino nel 1807 e 1808.
Ma cos’era dunque la nazione? Nell’Ottantanove la risposta era: il Terzo Stato, l’insieme dei cittadini che aderivano al progetto statuale che i rivoluzionari stavano realizzando. Ernest Renan (1823-1892), intellettuale francese, nel 1882 nella sua celeberrima conferenza alla Sorbona, dal titolo Qu’est-ce qu’une nation?, avrebbe affermato: «L’esistenza di una nazione è un plebiscito di ogni giorno». È l’aforisma che è stato assunto a emblema di un’idea politica di nazione di stampo francese fondata sulla cittadinanza, contrapposta a quella di stampo germanico, etno-culturale, herderiana.
Ma c’era stato qualcosa di nuovo su un piano concreto, oltre che su quello delle idee. In Francia con la Rivoluzione il termine «nazione» aveva acquisito valore politico. Si era mostrato rispondente alle esigenze di rifondazione della legittimità del potere sulla base dell’idea della sovranità popolare, elaborata da ultimo in maniera compiuta da Jean-Jacques Rousseau (1712-1778). I rivoluzionari avevano trovato una identità a quel popolo che restava indefinito nei suoi contorni: era la nazione. La sovranità apparteneva alla nazione, recitava la Dichiarazione del 1789.
Con le guerre napoleoniche, compiute in nome della Grande Nation, il concetto di nazione cominciò a circolare in Europa. In Italia era stato formato il Regno d’Italia (benché sotto tutela francese). In Germania invece l’umiliazione delle sconfitte militari e dell’occupazione francese aveva suscitato il desiderio di rafforzare la coscienza nazionale – e in questo contesto furono riprese e sviluppate le idee di Herder, in particolare dal filosofo idealista Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), nei suoi «discorsi alla nazione tedesca» pronunciati a Berlino nel 1807 e 1808.
Ma cos’era dunque la nazione? Nell’Ottantanove la risposta era: il Terzo Stato, l’insieme dei cittadini che aderivano al progetto statuale che i rivoluzionari stavano realizzando. Ernest Renan (1823-1892), intellettuale francese, nel 1882 nella sua celeberrima conferenza alla Sorbona, dal titolo Qu’est-ce qu’une nation?, avrebbe affermato: «L’esistenza di una nazione è un plebiscito di ogni giorno». È l’aforisma che è stato assunto a emblema di un’idea politica di nazione di stampo francese fondata sulla cittadinanza, contrapposta a quella di stampo germanico, etno-culturale, herderiana.
Due «tipi» di nazionalismo distinti, o una miscela con dosi variabili?
Federico Chabod (1901-1960), eminente storico italiano, ha elaborato in maniera articolata proprio questa distinzione tra due tipi di nazionalismo. In realtà la questione è più complessa. Renan stesso nella conferenza da cui è tratta la frase citata si poneva la domanda perché i normandi dovessero partecipare a questo plebiscito e gli andalusi no. L’intellettuale francese rispondeva che era «un lungo lascito di ricordi» a fare una nazione e che questa si fondava sul «culto degli antenati». Gli stessi rivoluzionari del 1789, d’altronde, avevano fatto ricorso a motivi etno-culturali, con l’attribuzione al Terzo Stato, mutuata da precedenti elaborazioni maturate in ambienti nobiliari, di un’origine celtica per la sua presunta discendenza dai galli e all’aristocrazia di un’origine germanica per la sua presunta discendenza dai franchi. La contrapposizione sociale e politica assumeva quindi caratteri etnici.
Insomma, la nazione, anche quando l’elemento politico della cittadinanza ha avuto un ruolo preminente, si è delineata come il prodotto di un articolato processo di costruzione identitaria. Connotati politici ed etno-culturali si combinano, in miscele differenti, nelle concezioni di nazione promosse dai movimenti nazionalisti nelle loro diverse fasi.
Insomma, la nazione, anche quando l’elemento politico della cittadinanza ha avuto un ruolo preminente, si è delineata come il prodotto di un articolato processo di costruzione identitaria. Connotati politici ed etno-culturali si combinano, in miscele differenti, nelle concezioni di nazione promosse dai movimenti nazionalisti nelle loro diverse fasi.
Forgiare una «identità nazionale»
Nell’Ottocento in Europa, sulla base dell’idea di nazione, si consumò un vasto e profondo processo di ristrutturazione dei profili identitari individuali e collettivi, che nel Novecento si sarebbe esteso a buona parte del mondo extraeuropeo. La nazione offriva una identità che andava a sostituirsi a quelle tradizionali di carattere in primo luogo religioso, e poi dinastico o locale. Le identità nazionali andavano però definite, costruite, delimitate. Occorreva precisare i loro connotati secondo un criterio di omogeneità: una nazione, una lingua, una storia, un patrimonio culturale, una tradizione popolare, un epos. Bisognava stabilire chi ne facesse parte e chi no, attivando processi di inclusione in, e di esclusione da, un corpo sociale in formazione. La definizione delle identità nazionali fu il risultato di un’imponente operazione di carattere culturale e pedagogico, voluta e portata avanti dalle élite intellettuali e politiche.
Le nuove opportunità offerte dalle innovazioni tecnologiche della stampa, con la diffusione di pubblicazioni e di giornali a larga tiratura, fornirono strumenti di grande efficacia. L’Ottocento in Europa fu quindi il secolo della raccolta sistematica di canti, fiabe, miti, racconti delle varie tradizioni popolari; della fissazione del canone delle lingue nazionali, della loro formalizzazione in grammatiche e vocabolari; della formulazione delle storie nazionali e con esse delle storie della cultura nazionale, in primo luogo della letteratura e dell’arte, che sarebbero diventate uno dei perni dei programmi d’istruzione scolastica; della inventariazione e delle politiche di conservazione dei monumenti nazionali; della catalogazione del folclore; della formazione di un epos nazionale; dell’allestimento dei musei della nazione.
L’identità nazionale era in grado di mobilitare sentimenti e passioni, di suscitare nella popolazione un senso di appartenenza, un’adesione non solo imposta o subita, ma partecipe, convinta. La nazione si prestava a sostituire efficacemente il legittimismo dinastico e le dottrine religiose dell’autorità al fine di rispondere all’esigenza del potere politico di trovare nuove forme di sacralizzazione.
Le nuove opportunità offerte dalle innovazioni tecnologiche della stampa, con la diffusione di pubblicazioni e di giornali a larga tiratura, fornirono strumenti di grande efficacia. L’Ottocento in Europa fu quindi il secolo della raccolta sistematica di canti, fiabe, miti, racconti delle varie tradizioni popolari; della fissazione del canone delle lingue nazionali, della loro formalizzazione in grammatiche e vocabolari; della formulazione delle storie nazionali e con esse delle storie della cultura nazionale, in primo luogo della letteratura e dell’arte, che sarebbero diventate uno dei perni dei programmi d’istruzione scolastica; della inventariazione e delle politiche di conservazione dei monumenti nazionali; della catalogazione del folclore; della formazione di un epos nazionale; dell’allestimento dei musei della nazione.
L’identità nazionale era in grado di mobilitare sentimenti e passioni, di suscitare nella popolazione un senso di appartenenza, un’adesione non solo imposta o subita, ma partecipe, convinta. La nazione si prestava a sostituire efficacemente il legittimismo dinastico e le dottrine religiose dell’autorità al fine di rispondere all’esigenza del potere politico di trovare nuove forme di sacralizzazione.
Una nuova grammatica della cultura e della politica: nazione e Stato-nazione
L’Ottocento non fu ancora un’epoca di Stati nazionali, quale sarebbe stato invece il Novecento, tuttavia nel corso del XIX secolo l’idea di nazione emerse come nuova grammatica della cultura e della politica; il nazionalismo si affermò come modo di pensare che informava aspetti molteplici della vita politica, culturale, sociale, internazionale; i popoli cominciarono a identificarsi come nazioni; lo Stato nazionale divenne l’obiettivo dei movimenti nazionali; alcuni nuovi Stati nazionali si formarono in Europa (Grecia, Serbia, Belgio, Italia, Germania, solo per citarne alcuni); in altri continenti nacquero nuovi Stati che si trovarono nella necessità di definire una loro identità nazionale (è questo il caso degli Stati americani). Nazione e Stato, quindi, si configurarono come due entità che sembravano destinate a congiungersi se non a coincidere.
L’idea di nazione si qualificava come uno strumento potente che poteva essere utilizzato dalle élite politiche e intellettuali per la costruzione dello Stato e l’integrazione in esso della popolazione. Ne potevano usufruire sia le classi dirigenti di Stati già esistenti sia le élite di gruppi etnici o di altro genere che intendevano, sulla base della rivendicazione di una identità nazionale, mirare alla fondazione di un nuovo Stato.
L’idea di nazione si qualificava come uno strumento potente che poteva essere utilizzato dalle élite politiche e intellettuali per la costruzione dello Stato e l’integrazione in esso della popolazione. Ne potevano usufruire sia le classi dirigenti di Stati già esistenti sia le élite di gruppi etnici o di altro genere che intendevano, sulla base della rivendicazione di una identità nazionale, mirare alla fondazione di un nuovo Stato.
«Natura» e forzatura
Per realizzare tale obiettivo era necessario che a una nazione corrispondesse un territorio nazionale. Ne conseguiva la delimitazione di confini ben determinati, spesso di confini che si proclamavano “naturali”, sebbene la loro definizione avvenisse non di rado con un notevole tasso di arbitrarietà dovuto a considerazioni attinenti più ad argomenti di carattere politico che a elementi riguardanti la conformazione geografica del territorio.
L’equazione una nazione, un territorio, uno Stato divenne la formula dello Stato nazionale. L’omogeneità etnica, linguistica, culturale ne era un connotato rivendicato e spesso perseguito. Tuttavia i territori su cui vennero realizzati i progetti nazionali di nuovi o antichi Stati il più delle volte non erano uniformi dal punto di vista di questi parametri. Gli Stati nazionali applicarono quindi politiche di omogeneizzazione nazionale volte a eliminare o ridurre le differenze esistenti al loro interno facendo ricorso a pratiche di assimilazione, di snazionalizzazione delle minoranze, ma anche di pulizia etnica con l’uso della violenza tramite espulsioni, deportazioni, massacri.
L’equazione una nazione, un territorio, uno Stato divenne la formula dello Stato nazionale. L’omogeneità etnica, linguistica, culturale ne era un connotato rivendicato e spesso perseguito. Tuttavia i territori su cui vennero realizzati i progetti nazionali di nuovi o antichi Stati il più delle volte non erano uniformi dal punto di vista di questi parametri. Gli Stati nazionali applicarono quindi politiche di omogeneizzazione nazionale volte a eliminare o ridurre le differenze esistenti al loro interno facendo ricorso a pratiche di assimilazione, di snazionalizzazione delle minoranze, ma anche di pulizia etnica con l’uso della violenza tramite espulsioni, deportazioni, massacri.
Un’ideologia politica globale
Un’ondata di nuovo nazionalismo si registrò su scala globale tra gli ultimi due decenni del XIX secolo e il 1914. Nelle province dei grandi imperi agrari dell’Europa centro-orientale, quello russo e quello asburgico, i movimenti nazionali cominciarono ad acquisire una base di massa tra le minoranze linguistiche. Nel cuore dell’impero di Londra, sulle isole britanniche, il nazionalismo irlandese del Sinn Fein conosceva un rapido sviluppo. Il fenomeno non era limitato al solo continente europeo. In Egitto e in India i movimenti nazionalisti nacquero in contrapposizione al colonialismo, e cominciarono a chiedere l’indipendenza. Analoghi fenomeni si registravano tra le élite dell’Indocina francese. Il separatismo boero assumeva tratti di intransigente nazionalismo. La rivoluzione dei giovani turchi del 1908 e quella cinese del 1911 avvennero sotto il segno del rinvigorimento nazionale come reazione all’espansione dell’influenza economica e politica europea e americana. Il nazionalismo, termine che divenne di uso comune a fine Ottocento, rappresentò un’ideologia politica globale.
I movimenti nazionalisti all’interno degli Stati nazionali assunsero connotati di maggiore aggressività nel quadro della competizione internazionale. Il carattere competitivo del nazionalismo alimentò un antagonismo, che si manifestò, non solo nella gara imperialistica, ma anche nelle più diverse forme di attività culturale, dall’architettura monumentale all’impegno educativo degli storici. Le correnti nazionaliste si spostarono dal loro ancoraggio alle forze politiche liberali che ne erano state le interpreti nell’Europa ottocentesca, per collocarsi in un campo politico conservatore o di destra radicale, a seconda dei contesti nazionali. D’altro canto, il sorgere di nuovi nazionalismi nell’Europa centro-orientale e meridionale, nel quadro dei grandi imperi multinazionali, russo, asburgico e ottomano, si caratterizzò per spiccati connotati etnico-culturali in territori la cui peculiarità era quella del plurilinguismo; in territori plurali dal punto di vista della composizione etnica, la contrapposizione tra i nazionalismi acquisì tratti di asprezza e violenza nuovi in un insieme di identità contrapposte.
I movimenti nazionalisti all’interno degli Stati nazionali assunsero connotati di maggiore aggressività nel quadro della competizione internazionale. Il carattere competitivo del nazionalismo alimentò un antagonismo, che si manifestò, non solo nella gara imperialistica, ma anche nelle più diverse forme di attività culturale, dall’architettura monumentale all’impegno educativo degli storici. Le correnti nazionaliste si spostarono dal loro ancoraggio alle forze politiche liberali che ne erano state le interpreti nell’Europa ottocentesca, per collocarsi in un campo politico conservatore o di destra radicale, a seconda dei contesti nazionali. D’altro canto, il sorgere di nuovi nazionalismi nell’Europa centro-orientale e meridionale, nel quadro dei grandi imperi multinazionali, russo, asburgico e ottomano, si caratterizzò per spiccati connotati etnico-culturali in territori la cui peculiarità era quella del plurilinguismo; in territori plurali dal punto di vista della composizione etnica, la contrapposizione tra i nazionalismi acquisì tratti di asprezza e violenza nuovi in un insieme di identità contrapposte.
Nazionalismi e progetti nazionali all’appuntamento con la guerra
La Grande guerra (1914-1918), con il suo abito mentale dicotomico, il cui paradigma era l’irriducibile contrapposizione tra “noi” e il “nemico”, e con il suo terribile surplus di violenza, fu ambito di radicalizzazione di questo nazionalismo di nuovo tipo. Il conflitto mondiale aveva provocato una rimodulazione dei nazionalismi su scala europea e anche globale. Il crollo degli imperi causato dalla guerra provocò l’affermazione dei nazionalismi, favorita anche dall’avvento definitivo della società di massa, che imponeva un ripensamento delle forme della politica, e dall’acuto problema delle minoranze nazionali, che si stagliava come elemento fondamentale della politica territoriale degli Stati.
Il nazionalismo sembrava fornire una proposta rassicurante di fronte a un quadro geopolitico inedito e spaesante. In realtà non coglieva il contesto profondamente nuovo di crescente interdipendenza a livello mondiale. Il nazionalismo, tuttavia, era in grado di offrire un messaggio e un linguaggio nuovi e adeguati al fine di rispondere alle esigenze della mobilitazione di massa, mentre sembrava favorire la coesione nazionale particolarmente in un periodo di crisi e di passaggio quale era il dopoguerra, sebbene esso fosse profondamente divisivo. Infatti, sulla base della rivendicazione della prerogativa esclusiva di determinare cosa fosse la nazione e di indicare i suoi confini, esterni e interni, i nazionalisti promuovevano operazioni continue di ridefinizione dell’appartenenza alla nazione stessa, con l’effetto di stabilire esclusioni successive di segmenti della società ritenuti di volta in volta estranei se non ostili, per motivi etnici, politici, culturali.
Il nazionalismo sembrava fornire una proposta rassicurante di fronte a un quadro geopolitico inedito e spaesante. In realtà non coglieva il contesto profondamente nuovo di crescente interdipendenza a livello mondiale. Il nazionalismo, tuttavia, era in grado di offrire un messaggio e un linguaggio nuovi e adeguati al fine di rispondere alle esigenze della mobilitazione di massa, mentre sembrava favorire la coesione nazionale particolarmente in un periodo di crisi e di passaggio quale era il dopoguerra, sebbene esso fosse profondamente divisivo. Infatti, sulla base della rivendicazione della prerogativa esclusiva di determinare cosa fosse la nazione e di indicare i suoi confini, esterni e interni, i nazionalisti promuovevano operazioni continue di ridefinizione dell’appartenenza alla nazione stessa, con l’effetto di stabilire esclusioni successive di segmenti della società ritenuti di volta in volta estranei se non ostili, per motivi etnici, politici, culturali.
Conclusioni: le molte facce di un fenomeno che si colloca su un crinale ambiguo
Da questa rapida disamina del fenomeno della nazione e del nazionalismo tra fine Settecento e primo Novecento possiamo trarre alcune conclusioni, altrettanto rapide, volte a individuare alcune chiavi di lettura del fenomeno, utili a inquadrarlo anche in una prospettiva temporale più ampia.
La nazione e il nazionalismo hanno manifestato un carattere proteiforme: hanno avuto valenze diverse, sostenendo progetti politici di unificazione politica, di riconoscimento dei diritti di autodeterminazione, di espansione coloniale e di indipendenza anticoloniale, di espansione economica, di aggressione, di guerra. Ci troviamo davanti storicamente alla versatilità e alla flessibilità del nazionalismo e quindi alla molteplicità storica dei nazionalismi.
Il nazionalismo, storicamente, è un fenomeno squisitamente politico. Prendo a prestito le parole del già citato John Breuilly: «il nazionalismo, prima di tutto e al di là di qualsiasi altra cosa, riguarda la politica e la politica il potere. Il potere, nel mondo moderno, riguarda principalmente il controllo dello Stato». Il nesso tra nazione, potere e Stato costituisce la cifra distintiva del nazionalismo.
Il governo di società plurali è una questione capitale per la vicenda della modernità occidentale. Il nazionalismo ha offerto una lettura binaria, polarizzata, di realtà complesse. Attraverso il paradigma dicotomico e divisivo della contrapposizione tra il “noi” e il nemico, i nazionalisti hanno proposto una reductio ad unum, una omogeneizzazione del “noi”, la cui omogeneità è stata da loro sottoposta a processi ripetuti di revisione, che hanno provocato ulteriori divisioni a causa della logica stringente della cultura del nemico, che esige il continuo aggiornamento della categoria stessa di nemico. Insomma, il nazionalismo si colloca sul crinale ambiguo tra coesione e divisione. Per rafforzare la coesione della nazione si rafforzano i meccanismi di esclusione. Il carattere divisivo della politica nazionalista, dissimulato da una retorica unitiva, è alla base di quel nesso tra nazionalismo, violenza e guerra, alimentato anche dalla ricerca del nemico esterno, che a più riprese si è ripresentato nella età contemporanea.
Gennaio 2026
Immagine: carta satirica dell’Europa nel 1914.
La nazione e il nazionalismo hanno manifestato un carattere proteiforme: hanno avuto valenze diverse, sostenendo progetti politici di unificazione politica, di riconoscimento dei diritti di autodeterminazione, di espansione coloniale e di indipendenza anticoloniale, di espansione economica, di aggressione, di guerra. Ci troviamo davanti storicamente alla versatilità e alla flessibilità del nazionalismo e quindi alla molteplicità storica dei nazionalismi.
Il nazionalismo, storicamente, è un fenomeno squisitamente politico. Prendo a prestito le parole del già citato John Breuilly: «il nazionalismo, prima di tutto e al di là di qualsiasi altra cosa, riguarda la politica e la politica il potere. Il potere, nel mondo moderno, riguarda principalmente il controllo dello Stato». Il nesso tra nazione, potere e Stato costituisce la cifra distintiva del nazionalismo.
Il governo di società plurali è una questione capitale per la vicenda della modernità occidentale. Il nazionalismo ha offerto una lettura binaria, polarizzata, di realtà complesse. Attraverso il paradigma dicotomico e divisivo della contrapposizione tra il “noi” e il nemico, i nazionalisti hanno proposto una reductio ad unum, una omogeneizzazione del “noi”, la cui omogeneità è stata da loro sottoposta a processi ripetuti di revisione, che hanno provocato ulteriori divisioni a causa della logica stringente della cultura del nemico, che esige il continuo aggiornamento della categoria stessa di nemico. Insomma, il nazionalismo si colloca sul crinale ambiguo tra coesione e divisione. Per rafforzare la coesione della nazione si rafforzano i meccanismi di esclusione. Il carattere divisivo della politica nazionalista, dissimulato da una retorica unitiva, è alla base di quel nesso tra nazionalismo, violenza e guerra, alimentato anche dalla ricerca del nemico esterno, che a più riprese si è ripresentato nella età contemporanea.
Gennaio 2026
Immagine: carta satirica dell’Europa nel 1914.
Bibliografia essenziale
Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, prefazione di Marco d’Eramo, trad. di Marco Vignale, manifestolibri, Roma 1996 (ed. or. 1991).
John Breuilly, Il nazionalismo e lo stato, trad. di Umberto Livini, il Mulino, Bologna 1995 (ed. or. 1992).
Rogers Brubaker, I nazionalismi nell’Europa contemporanea, trad. di S. Liberatore, Editori Riuniti, Roma 1998 (ed. or. 1996).
Federico Chabod, L’idea di nazione, Laterza, Bari 1961.
Ernest Gellner, Nazioni e nazionalismo, trad. di Maria Lucioni, Editori Riuniti, Roma 1985 (ed. or. 1983; terza ed. it. con una prefazione di Gian Enrico Rusconi, 1997).
Andrea Graziosi, Guerra e rivoluzione in Europa 1905-1956, il Mulino, Bologna 2001.
Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo dal 1780. Programma, mito, realtà, trad. di Piero Arlorio, Einaudi, Torino 1991 (ed or. 1990).
L’invenzione della tradizione, a cura di Eric J. Hobsbawm, Terence Ranger, trad. di Enrico Basaglia, Torino, Einaudi, 1987 (ed. or. 1983).
Mark Mazower, Le ombre dell’Europa. Democrazie e totalitarismi nel XX secolo, trad. di Sergio Minucci, Garzanti, Milano 2000 (ed. or. 1998).
Ernest Renan, Che cos’è una nazione?, trad. di Gregorio De Paola, introduzione di Silvio Lanaro, Donzelli, Roma 1993.
Anthony D. Smith, Le origini etniche delle nazioni, trad. di Umberto Livini, il Mulino, Bologna 1992 (ed. or. 1986).
Tara Zahra, Contro il mondo. Nazionalismo e politica di massa tra le due guerre mondiali, trad. di Tullio Cannillo, Mondadori, Milano 2025 (ed. or. 2023).
John Breuilly, Il nazionalismo e lo stato, trad. di Umberto Livini, il Mulino, Bologna 1995 (ed. or. 1992).
Rogers Brubaker, I nazionalismi nell’Europa contemporanea, trad. di S. Liberatore, Editori Riuniti, Roma 1998 (ed. or. 1996).
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Tara Zahra, Contro il mondo. Nazionalismo e politica di massa tra le due guerre mondiali, trad. di Tullio Cannillo, Mondadori, Milano 2025 (ed. or. 2023).
L’autore
Adriano Roccucci è professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre. Tra i suoi interessi di ricerca spiccano quelli per lo Stato italiano tra Otto e Novecento e per il mondo russo e l’Europa centro-orientale. In questi ambiti di ricerca si segnalano, oltre alla monografia Roma capitale del nazionalismo 1908-1923 (Archivio Guido Izzi, Roma 2001), il volume Stalin e il patriarca. Chiesa ortodossa e potere sovietico, 1917-1958 (Einaudi, Torino 2011) e la cura della raccolta di saggi La costruzione dello Stato-nazione in Italia (Viella, Roma 2012). Per Mondadori Education è autore, insieme a Lucio Caracciolo, del corso per le scuole superiori Oltre gli eventi. Processi storici e scenari geopolitici (la prima edizione è apparsa nel 2022 sotto il titolo Le carte della storia), nonché del manuale per l’università Storia contemporanea. Dal mondo europeo al mondo senza centro (2017), di cui sta preparando una nuova edizione (2026).