Dal Mille all’età comunale
UNITÀ DI APPRENDIMENTO
10
Un personaggio significativo
Dante Alighieri
Durante Alighieri, detto Dante, nacque nella Firenze
del 1265, una città ricca e fiorente ma sconvolta dalle
fazioni e dai rancori personali, tanto da avere ad-
dirittura due correnti guelfe – i neri, strettamente
legati al papa, e i bianchi, più autonomisti –, oltre,
naturalmente, ai ghibellini. Fu così che a soli dodici
anni Dante venne fidanzato alla undicenne Gemma,
della potente famiglia Donati, che capeggiava i neri.
Dopo aver partecipato alla vittoriosa battaglia di Cam-
paldino contro la ghibellina Arezzo (1289) e ad altri
scontri militari, Dante si iscrisse all’arte degli speziali
ed “entrò in politica” con cariche minori, finché nel
1300 fu eletto fra i sei priori, massima magistratura
del Comune fiorentino. Schieratosi contro papa Bo-
nifacio VIII, prima ne condannò al taglio della lingua
tre emissari che tramavano contro la libertà del Co-
mune; poi, a seguito di una violenta rissa, cacciò
dalla città otto capi dei neri e sette dei bianchi, fra
La sintesi
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In seguito alla loro grande espansione, le città erano divenute
organismi complessi che richiedevano istituzioni adeguate
alle mutate esigenze dei cittadini e di un’economia in espan-
sione. Nacquero così, nell’Italia centro-settentrionale, i Comuni
che, grazie al raggiungimento dell’
autonomia
politica, si svilup-
parono rapidamente, molto più dei centri urbani europei – e
particolarmente di quelli dell’Italia meridionale –, rimasti sotto
il controllo di un sovrano. Simile a quello dei Comuni italiani
fu invece lo sviluppo delle cosiddette
città anseatiche
, le libe-
re città dell’Europa settentrionale unite nella Lega anseatica.
2
La parola
Comune
indica la forma di
autogoverno
indi-
pendente che molte città italiane si dettero dal 1080 circa
(Brescia già nel 1038); la loro giurisdizione si estendeva anche
al contado circostante. L’evoluzione dei Comuni italiani passò
attraverso tre fasi: consolare, podestarile e popolare. I primi Co-
muni si governavano infatti attraverso un’assemblea di cittadini
detta “arengo”, che eleggeva due o più consoli, un consiglio di
cittadini dotato di potere legislativo e i giudici dei tribunali. Suc-
cessivamente, alle assemblee si sostituirono gruppi più ristretti
(consigli). Vennero anche creati degli uffici pubblici, a capo dei
quali erano posti cittadini eletti o sorteggiati.
3
I ceti sociali presenti nelle città erano i magnati, il popolo
grasso, il popolo minuto e una schiera di operai e lavora-
tori immigrati dalle campagne. Mentre le prime tre classi si
alternarono, non senza durissime lotte, al governo delle città,
gli ultimi rimasero sempre esclusi dal potere. Con l’istituzione
del podestà si tentò di porre fine alle dure lotte tra le fazioni
che tormentavano i Comuni. Questo magistrato, proveniente
da un’altra città, aveva il compito di amministrare la giustizia
in modo imparziale. Talvolta gli veniva affiancata un’altra figu-
ra in rappresentanza del popolo grasso, il capitano del popolo.
Alcuni comuni furono guelfi, altri ghibellini, e questo portò a
guerre non solo fra i Comuni, ma anche all’interno di essi. Il
caso più celebre è quello di Dante Alighieri, fautore dei guelfi
bianchi, che nel 1302 fu esiliato da Firenze, quando si impose
la fazione avversa dei guelfi neri.
4
Nel 1155 l’imperatore Federico I di Svevia, detto Barbaros-
sa, decise di restaurare l’autorità imperiale in Italia, dove
i Comuni avevano approfittato delle lotte fra impero e papa-
to per conquistare una relativa indipendenza. Nel 1158, nella
dieta di Roncaglia, egli impose alle città la restituzione delle
regalie. Contro di lui i Comuni formarono la Lega lombarda e
lo sconfissero a Legnano nel 1176. Nel 1183, con la pace di Co-
stanza, fra i contendenti fu raggiunto un accordo con il quale
ai Comuni venne concessa una larga autonomia. Nel frattem-
po si era diffusa in Italia la divisione politica fra guelfi, che si
appoggiavano al papa, e ghibellini, sostenitori dell’imperatore.
5
Morto il Barbarossa, gli succedette dopo pochi anni il nipo-
te Federico II, che fu aiutato nei primi tempi dal papa In-
nocenzo III, sostenitore della teoria secondo la quale il potere
dei sovrani doveva restare sottoposto all’autorità del pontefice.
Federico II dedicò molta attenzione alle vicende d’Italia, ma
per il suo desiderio di restaurare l’autorità imperiale si mise in
conflitto con il papa e con i Comuni italiani. Morto Federico II,
nel 1250, il pontefice chiamò gli Angioini a governare Napoli
e la Sicilia. Nella guerra che ne seguì morirono il figlio di Fe-
derico II, Manfredi (1266), e il nipote Corradino (1268) e così
ebbe fine la dinastia sveva.
6
Intorno alla metà del Trecento, l’Europa attraversò una forte
crisi economica, sociale e demografica a causa dello spopo-
lamento provocato dalle epidemie, dalle guerre, dalle carestie.
La crisi ebbe inizio con la caduta della produzione agricola,
in seguito a eventi meteorologici sfavorevoli, che determinò
una terribile carestia in tutta Europa. A questa seguirono varie
epidemie e una crisi demografica che, con l’arrivo della peste
nel 1348, divenne un vero e proprio crollo. Il risultato fu il dra-
stico ridimensionamento di tutte le attività, da quelle agricole
alle manifatture e ai commerci, con una crisi di liquidità che
provocò addirittura il fallimento di due banche fiorentine, fra
le più ricche e potenti d’Europa.
cui l’amico e poeta Guido Caval-
canti. Queste scelte gli valsero la
violenta ostilità del papa e furono
causa della sua rovina politica: con-
dannato prima alla confisca dei beni e
poi a morte, nel 1302 Dante scelse la via
dell’esilio e non rientrò mai più a Firenze.
Fu proprio nei lunghi anni dell’esilio – tra-
scorsi come ospite dei signori di Verona e
poi di Ravenna, dove sarebbe morto nel 1321
– che egli compose il più grande poema della
letteratura italiana, la
Divina Commedia
. In es-
so, intrecciata ai grandi temi morali, religiosi
e politici, non tace mai quella passione civile
che aveva segnato, nel bene e nel male, la
sua vicenda di fiorentino.
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