Lettura e libertà. La breve stagione di Erasmo in Italia
Silvana Seidel Menchi, Erasmo in Italia 1520-1580, Bollati Boringhieri, Torino 1987, 530 p. Scheda a cura di Eleonora Faricelli
La ricerca di Silvana Seidel Menchi (1938), studiosa della storia della Riforma, sulla ricezione nell’Italia del Cinquecento del pensiero di Erasmo da Rotterdam, pubblicata nel 1987, è diventata un classico della storiografia. Non è tanto questione di dispute teologiche: al centro dell’indagine c’è il modo in cui uomini e donne di diversi strati sociali interpretarono e utilizzarono il pensiero dell’umanista fiammingo nella prima metà del XVI secolo, per coltivare la propria vita di coscienza, affrancandosi dai precetti dall’autorità ecclesiastica e, idealmente, da ogni tutela imposta dall’alto. Libri e idee per farsi liberi, fino a quando, nell’età del Concilio di Trento e dell’avvio della Controriforma, giunse la repressione. I libri di Erasmo furono ascritti definitivamente alla Riforma, «eresia» per l’Inquisizione romana, e nel giro di pochi anni furono fatti sparire dalla penisola. Continuare a leggerli o a custodirli costava caro: gli «eretici» subirono dure condanne, anche di quelle fatali. Un capitolo importante della «Riforma mancata» e della storia culturale e civile italiana.
L’«eretico» ritrovato
«L’assenza dell’Italia dal panorama internazionale degli studi su Erasmo da Rotterdam è il riflesso storiografico dell’assenza di Erasmo dall’orizzonte culturale degli italiani». Così Silvana Seidel Menchi esordisce nel suo Erasmo in Italia, e a ragion veduta. Per circa quattro secoli il grande umanista Erasmo da Rotterdam (1466 o 1469-1536) è, infatti, sparito dalla cornice culturale degli italiani. Un’assenza pesante che si è fatta sentire anche nell’ambito degli studi, numerosi invece al di là delle Alpi. Il libro di Seidel Menchi, scritto nel 1987, è stato il primo significativo tentativo di ricostruire un dialogo interrotto tra la penisola e l’umanista, ponendo l’accento sulla fortuna e la pervasività del suo messaggio negli anni centrali del Cinquecento. Per questo è divenuto in breve un classico della storiografia italiana d’età moderna.
Al contrario della figura tratteggiata dagli studi internazionali, che hanno visto in Erasmo un conciliatore, capace di esprimere in modo esemplare l’idea di concordia civile e religiosa, il libro di Seidel Menchi porta all’attenzione del lettore un personaggio diverso. Ne emerge un uomo di rottura, e soprattutto percepito come tale: «L’Erasmo che ebbe corso nell’Italia del Cinquecento era un eretico pestilenziale, un seminatore di scandali, un principio di lacerazione» (Introduzione, p. 15), un pensatore che rompeva gli schemi imposti dall’ideologia cattolica. Un’immagine, quest’ultima, in linea non solo con la peculiare storia che la fortuna di Erasmo ebbe in Italia nel XVI secolo, ma anche con la singolare ricezione della Riforma nella penisola: il tentativo di instaurare una nuova Chiesa che, com’è noto, fallì.
Al contrario della figura tratteggiata dagli studi internazionali, che hanno visto in Erasmo un conciliatore, capace di esprimere in modo esemplare l’idea di concordia civile e religiosa, il libro di Seidel Menchi porta all’attenzione del lettore un personaggio diverso. Ne emerge un uomo di rottura, e soprattutto percepito come tale: «L’Erasmo che ebbe corso nell’Italia del Cinquecento era un eretico pestilenziale, un seminatore di scandali, un principio di lacerazione» (Introduzione, p. 15), un pensatore che rompeva gli schemi imposti dall’ideologia cattolica. Un’immagine, quest’ultima, in linea non solo con la peculiare storia che la fortuna di Erasmo ebbe in Italia nel XVI secolo, ma anche con la singolare ricezione della Riforma nella penisola: il tentativo di instaurare una nuova Chiesa che, com’è noto, fallì.
Vite nelle carte d’archivio
Nell’introduzione, Seidel Menchi avvisa che il lettore troverà «due capitoli e sei paragrafi che si fondano su fonti letterarie», «due capitoli e un paragrafo che ricostruiscono, in base a letteratura controversistica, la disputa teologica di cui Erasmo fu oggetto», «un paragrafo che sintetizza la storia della ricezione tipografica» (p. 15). Ma l’asse portante dell’indagine e del volume è costituito dai processi dell’Inquisizione, che allora Seidel Menchi poteva attingere soprattutto agli archivi di Venezia, Modena, Udine, Rovigo, Siena, Pisa, Imola, Dublino (l’Archivio del Dicastero per la dottrina della fede, a Roma, è stato aperto agli studiosi solo dal 1998). Sulla base di questa documentazione le è stato possibile accedere «a un mondo socialmente più articolato di quello che aveva professionalmente a che fare con i libri, un mondo nel quale orefici e speziali, calzolai e tessitori, soldati e medici, notai e mercanti si affiancano a maestri di scuola, preti e frati, come protagonisti di una vita intellettuale intensa e a volte drammatica» (p. 13). Inoltre, avvisa l’autrice, le carte processuali, l’andamento dell’interrogatorio, restituiscono la vividezza e la dinamicità dei fenomeni: «Le persone che comparivano davanti ai tribunali erano state appena strappate all’esistenza quotidiana. I loro libri erano rimasti aperti sulla tavola o sul banco della bottega, il loro dialogo col compagno di lavoro, col vicino, col prete, era ancora in corso […] la documentazione inquisitoriale ci immette nel vivo del processo ricettivo. Non conosco alcuna categoria di fonti che documenti con pari immediatezza l’interazione fra vita di coscienza e vita di relazione, che registri con pari minuzia l’itinerario di un’idea in una comunità civile, che colga con pari sensibilità l’incidenza di una parola sull’esistenza quotidiana della gente» (pp. 13-14).
Lettori e modi di leggere Erasmo in Italia
Il volume si articola in quindici capitoli, che seguono le tappe di una presenza complessa: dalle prime tracce del passaggio di Erasmo in Italia alla sua progressiva esclusione dalla cultura nazionale, fino all’epilogo brutale.
Il viaggio in Italia, che il pensatore fiammingo compì nei primi anni del Cinquecento, ebbe inizialmente un rilievo marginale: le sue opere furono recepite e stampate solo attorno al 1515. Fu a Padova, tra il 1520 e il 1525, che il suo messaggio cominciò a circolare con maggiore intensità grazie a un gruppo di ammiratori, tra cui il giovane giurista Pier Paolo Vergerio (1498-1564) destinato a diventare vescovo di Capodistria e poi esule per motivi religiosi. In questa prima fase, «la ricezione italiana di Erasmo sembra in perfetta armonia con la tradizione ecclesiastica. Quest’armonia è possibile perché l’umanista si presenta sulla scena culturale italiana in una versione addomesticata e priva di aculei» (capitolo I, p. 38).
Ben presto, tuttavia, tale visione era destinata a mutare forma. In Italia prese piede l’immagine di un «Erasmo luterano». La stretta associazione con Lutero – a dispetto di quanto Erasmo e Lutero pensassero l’uno dell’altro – trasformò l’umanista in un bersaglio privilegiato delle polemiche religiose, e in alcuni ambienti si arrivò a considerarlo persino più pericoloso del riformatore tedesco. Per esempio, un suo lettore attento, il fiorentino Francesco Vettori (1474-1539), legato ai Medici e in particolare a papa Clemente VII (Giulio de’ Medici), si convinse della necessità di abbandonarne i testi per non «incorrere nome di luterano» (lettera di Francesco Vettori a Filippo Strozzi, giugno 1529) (capitolo II, p. 64).
La generazione di intellettuali nata intorno agli anni Dieci del Cinquecento – con figure come Giovanni Angelo Odoni (1510-ca. 1575) e Ortensio Lando (nato tra il 1510 e il 1512-forse tra 1556 e 1569) – rilesse invece Erasmo come un alleato nel tentativo di rinnovare il pensiero cristiano. «In un’età in cui “arde il sangue e l’ingegno” [l’Autrice riprende queste parole da uno studio di Salvatore Caponetto] la generazione del 1510 cominciò a sentir bollare il proprio maestro come eresiarca e come compare di quel Lutero, del quale la propaganda ecclesiastica diffondeva una immagine diabolica. […] L’associazione dell’umanista con il riformatore, invece di alienare da Erasmo chi aveva imparato a detestare Lutero, poteva rendere interessante Lutero agli occhi di chi si era familiarizzato con le opere di Erasmo. Così l’umanista si trovò probabilmente a fungere da tramite di contatto con quei riformatori, che egli in questi anni sconfessava e combatteva» (pp. 79-80). Formatisi sui suoi scritti, questi giovani fecero proprie le sue riflessioni sulla libertà cristiana, divenuta uno dei temi più fecondi nei circoli eterodossi italiani. L’Enchiridion militis christiani di Erasmo (1503) e altri testi ispirati al suo pensiero circolarono in forma scritta e orale, spesso ridotti a formule e massime che si diffondevano indipendentemente dalle opere originali (capitoli III-IV).
Il viaggio in Italia, che il pensatore fiammingo compì nei primi anni del Cinquecento, ebbe inizialmente un rilievo marginale: le sue opere furono recepite e stampate solo attorno al 1515. Fu a Padova, tra il 1520 e il 1525, che il suo messaggio cominciò a circolare con maggiore intensità grazie a un gruppo di ammiratori, tra cui il giovane giurista Pier Paolo Vergerio (1498-1564) destinato a diventare vescovo di Capodistria e poi esule per motivi religiosi. In questa prima fase, «la ricezione italiana di Erasmo sembra in perfetta armonia con la tradizione ecclesiastica. Quest’armonia è possibile perché l’umanista si presenta sulla scena culturale italiana in una versione addomesticata e priva di aculei» (capitolo I, p. 38).
Ben presto, tuttavia, tale visione era destinata a mutare forma. In Italia prese piede l’immagine di un «Erasmo luterano». La stretta associazione con Lutero – a dispetto di quanto Erasmo e Lutero pensassero l’uno dell’altro – trasformò l’umanista in un bersaglio privilegiato delle polemiche religiose, e in alcuni ambienti si arrivò a considerarlo persino più pericoloso del riformatore tedesco. Per esempio, un suo lettore attento, il fiorentino Francesco Vettori (1474-1539), legato ai Medici e in particolare a papa Clemente VII (Giulio de’ Medici), si convinse della necessità di abbandonarne i testi per non «incorrere nome di luterano» (lettera di Francesco Vettori a Filippo Strozzi, giugno 1529) (capitolo II, p. 64).
La generazione di intellettuali nata intorno agli anni Dieci del Cinquecento – con figure come Giovanni Angelo Odoni (1510-ca. 1575) e Ortensio Lando (nato tra il 1510 e il 1512-forse tra 1556 e 1569) – rilesse invece Erasmo come un alleato nel tentativo di rinnovare il pensiero cristiano. «In un’età in cui “arde il sangue e l’ingegno” [l’Autrice riprende queste parole da uno studio di Salvatore Caponetto] la generazione del 1510 cominciò a sentir bollare il proprio maestro come eresiarca e come compare di quel Lutero, del quale la propaganda ecclesiastica diffondeva una immagine diabolica. […] L’associazione dell’umanista con il riformatore, invece di alienare da Erasmo chi aveva imparato a detestare Lutero, poteva rendere interessante Lutero agli occhi di chi si era familiarizzato con le opere di Erasmo. Così l’umanista si trovò probabilmente a fungere da tramite di contatto con quei riformatori, che egli in questi anni sconfessava e combatteva» (pp. 79-80). Formatisi sui suoi scritti, questi giovani fecero proprie le sue riflessioni sulla libertà cristiana, divenuta uno dei temi più fecondi nei circoli eterodossi italiani. L’Enchiridion militis christiani di Erasmo (1503) e altri testi ispirati al suo pensiero circolarono in forma scritta e orale, spesso ridotti a formule e massime che si diffondevano indipendentemente dalle opere originali (capitoli III-IV).
Leggere Erasmo: maestri di scuola, notai, traduzioni…
Questo modo di recepire Erasmo, come maestro di libertà e di autonoma vita spirituale, non si limitò ai circoli intellettuali, ma ebbe una diffusione più ampia, verso il «basso». Due categorie professionali contribuirono in modo decisivo a questo processo. I primi furono i maestri di scuola. «Il pubblico al quale il maestro trasmetteva il messaggio che aveva attinto dai libri di Erasmo, o da libri scritti sotto l’influsso di Erasmo, non era circoscritto agli scolari. In un paese nel quale l’alfabetizzazione era ancora limitata, il maestro di scuola si trovò a fungere da intermediario fra il libro di Erasmo e un pubblico di interessati, che a quel libro non potevano accedere direttamente. Grazie alla mediazione del maestro, il messaggio erasmiano fu recepito da un uditorio notevolmente più largo di quello dei lettori veri e propri. Finita l’attività di insegnamento infatti il maestro eterodosso si faceva educatore religioso, leggendo e commentando agli adulti che gli si raccoglievano intorno i libri che avevano segnato una svolta nella sua vita di coscienza, o svolgendo un’opera di propaganda individuale a favore delle nuove idee. In tal modo il maestro funzionava spesso da cassa di risonanza del discorso di Erasmo» (p. 123).
Accanto ai maestri, anche i notai svolsero un ruolo decisivo. «I notai rappresentano una categoria professionale con la quale lo storico del movimento riformatore italiano si trova continuamente confrontato. Oltre a essere di regola il redattore dei protocolli inquisitoriali, il notaio compare con insistenza come protagonista del procedimento, che il suo collega seduto a fianco dell’inquisitore viene protocollando» (p. 322). In altre parole, i notai non solo adempivano alle loro funzioni durante lo svolgimento del processo inquisitoriale, ma erano essi stessi fulcro della circolazione di idee e libri proibiti. Per questo divennero, tra il 1555 e il 1580, bersagli della repressione ecclesiastica (V, XIV).
A colpire i lettori e le lettrici della penisola fu in particolare il De immensa Dei misericordia (1524), nel quale Erasmo, riflettendo sul tema della giustificazione, sostituiva ai meriti umani la fiducia nella misericordia divina. Quest’ultima «rappresenta l’antidoto alla fallace idea del merito umano. Di quali presidi si avvale il giusto? Dell’infinita misericordia divina – ci ammaestra il salmista – non dei propri meriti. La fiducia nella misericordia divina, delle cui lodi risuonano il Vecchio e il Nuovo Testamento, esclude la fiducia nelle nostre opere» (p. 155). Il successo di questa visione rese l’opera di Erasmo celebre al punto che, in dodici anni, fu tradotta in tre diversi centri italiani: a Mantova nel 1542, per gli interessi della duchessa Margherita Paleologo (1510-1566, discendente del ramo italiano della famiglia di antica nobilità bizantina dei Paleologi e consorte del duca di Mantova) e di un anonimo esponente dell’Ordine carmelitano; a Venezia nel 1551 per iniziativa della congregazione di Camaldoli; a Firenze nel 1554 per impulso di un gruppo di intellettuali e della duchessa di Piombino Virginia Fieschi (discendente della celebre stirpe genovese dei Fieschi) (capitolo VI).
Non meno dirompente fu la sua riflessione sul matrimonio, istituto positivamente volto «al conforto e all’edificazione reciproca dei coniugi, al consolidamento del patrimonio familiare, alla generazione e allevamento di figli timorati di Dio» (pp. 181-182), in contrasto con la tradizionale esaltazione della verginità. Testi come l’Encomium matrimonii e i diversi colloqui matrimoniali, tradotti e diffusi in Italia sin dal 1526, ribaltarono la gerarchia dei valori familiari e sociali (capitolo VII).
Accanto ai maestri, anche i notai svolsero un ruolo decisivo. «I notai rappresentano una categoria professionale con la quale lo storico del movimento riformatore italiano si trova continuamente confrontato. Oltre a essere di regola il redattore dei protocolli inquisitoriali, il notaio compare con insistenza come protagonista del procedimento, che il suo collega seduto a fianco dell’inquisitore viene protocollando» (p. 322). In altre parole, i notai non solo adempivano alle loro funzioni durante lo svolgimento del processo inquisitoriale, ma erano essi stessi fulcro della circolazione di idee e libri proibiti. Per questo divennero, tra il 1555 e il 1580, bersagli della repressione ecclesiastica (V, XIV).
A colpire i lettori e le lettrici della penisola fu in particolare il De immensa Dei misericordia (1524), nel quale Erasmo, riflettendo sul tema della giustificazione, sostituiva ai meriti umani la fiducia nella misericordia divina. Quest’ultima «rappresenta l’antidoto alla fallace idea del merito umano. Di quali presidi si avvale il giusto? Dell’infinita misericordia divina – ci ammaestra il salmista – non dei propri meriti. La fiducia nella misericordia divina, delle cui lodi risuonano il Vecchio e il Nuovo Testamento, esclude la fiducia nelle nostre opere» (p. 155). Il successo di questa visione rese l’opera di Erasmo celebre al punto che, in dodici anni, fu tradotta in tre diversi centri italiani: a Mantova nel 1542, per gli interessi della duchessa Margherita Paleologo (1510-1566, discendente del ramo italiano della famiglia di antica nobilità bizantina dei Paleologi e consorte del duca di Mantova) e di un anonimo esponente dell’Ordine carmelitano; a Venezia nel 1551 per iniziativa della congregazione di Camaldoli; a Firenze nel 1554 per impulso di un gruppo di intellettuali e della duchessa di Piombino Virginia Fieschi (discendente della celebre stirpe genovese dei Fieschi) (capitolo VI).
Non meno dirompente fu la sua riflessione sul matrimonio, istituto positivamente volto «al conforto e all’edificazione reciproca dei coniugi, al consolidamento del patrimonio familiare, alla generazione e allevamento di figli timorati di Dio» (pp. 181-182), in contrasto con la tradizionale esaltazione della verginità. Testi come l’Encomium matrimonii e i diversi colloqui matrimoniali, tradotti e diffusi in Italia sin dal 1526, ribaltarono la gerarchia dei valori familiari e sociali (capitolo VII).
La conoscenza (e il dissenso) attraverso il dubbio
Al cuore del pensiero erasmiano era posto il dubbio, inteso non come esitazione ma come strumento di conoscenza. L’Italia del Cinquecento fece propria questa attitudine, adottandola come linguaggio indiretto del dissenso: ciò che non poteva essere detto apertamente si poteva insinuare nella forma di una domanda. «In una società dove la libertà d’espressione era limitata, il dubbio rappresentava una forma di comunicazione opportunamente flessibile. L’efficacia comunicativa di tale tecnica era garantita dalla vibratile ricettività di un uditorio altamente sensibilizzato» (p. 202). Ma verso la fine del secolo, con l’irrigidimento della Chiesa e l’affermarsi della censura ecclesiastica, anche questo spazio critico venne progressivamente restringendosi (capitolo VIII).
La reazione della Chiesa: Erasmo all’Indice, lettori e lettrici a processo
A partire dagli anni Cinquanta, la reazione antierasmiana si fece sistematica. Gli ambienti ecclesiastici spinsero per la sua condanna, che arrivò con l’Indice di Paolo IV del 1559 e fu ribadita da quello di Pio IV nel 1564. Accanto al fronte intransigente, sopravvissero tuttavia intellettuali che cercarono di conciliare la lezione erasmiana con la fedeltà al cattolicesimo, delineando la figura di un «Erasmo cattolico» (capitoli IX-XI). Negli ultimi capitoli (XII-XV), Seidel Menchi ricostruisce come a questa presenza fu messo fine a forza di sequestri, roghi di libri, processi dell’Inquisizione: il bando delle idee di Erasmo colpì ancora più duramente gli strati sociali inferiori, «artigiani e piccoli commercianti», «maestri di scuola e preti di campagna», «donne e illetterati», tra i quali nei decenni precedenti l’influsso erasmiano aveva circolato direttamente o indirettamente (p. 354).
Nessun autore subì un’esclusione così radicale: «nell’ultimo quarto del sedicesimo secolo Erasmo è assente dai cataloghi degli stampatori italiani»; «l’importazione e il commercio dei suoi libri sono connessi con rischi rilevanti»; «il patrimonio delle sue stampe sopravvissute nelle biblioteche private è soggetto a una progressiva erosione per le autodenunce dei proprietari in crisi di coscienza e per le immancabili delazioni dall’esterno» (p. 347).
La messa all’Indice segnò non solo la scomparsa di Erasmo dal panorama culturale italiano, ma anche una frattura profonda nella diffusione del suo pensiero tra l’Italia e il resto d’Europa. «Fu intorno al nome di Erasmo che si polarizzarono il dissenso e la protesta contro uno stile di vita intellettuale e morale, il quale si esprimeva nella proibizione dei libri e nella censura» (p. 321). E chi volle mantenersi fedele a quelle idee, pagò. Erasmo in Italia si chiude sulla sorte dell’«ultimo testimone illetterato del successo di Erasmo» incontrato dall’autrice nel corso delle sue ricerche, il filatore Achille Rubini processato e condannato a morte, per affogamento, come eretico «relapso» (recidivo) nel 1587: il mare si richiuse sopra di lui nella notte tra il 30 e il 31 luglio.
Nessun autore subì un’esclusione così radicale: «nell’ultimo quarto del sedicesimo secolo Erasmo è assente dai cataloghi degli stampatori italiani»; «l’importazione e il commercio dei suoi libri sono connessi con rischi rilevanti»; «il patrimonio delle sue stampe sopravvissute nelle biblioteche private è soggetto a una progressiva erosione per le autodenunce dei proprietari in crisi di coscienza e per le immancabili delazioni dall’esterno» (p. 347).
La messa all’Indice segnò non solo la scomparsa di Erasmo dal panorama culturale italiano, ma anche una frattura profonda nella diffusione del suo pensiero tra l’Italia e il resto d’Europa. «Fu intorno al nome di Erasmo che si polarizzarono il dissenso e la protesta contro uno stile di vita intellettuale e morale, il quale si esprimeva nella proibizione dei libri e nella censura» (p. 321). E chi volle mantenersi fedele a quelle idee, pagò. Erasmo in Italia si chiude sulla sorte dell’«ultimo testimone illetterato del successo di Erasmo» incontrato dall’autrice nel corso delle sue ricerche, il filatore Achille Rubini processato e condannato a morte, per affogamento, come eretico «relapso» (recidivo) nel 1587: il mare si richiuse sopra di lui nella notte tra il 30 e il 31 luglio.
Uno snodo della storia culturale e civile italiana
Erasmo in Italia restituisce la complessità di un pensatore che, pur bandito e rimosso, esercitò un’influenza sotterranea ma incisiva sul pensiero religioso e civile almeno fino agli anni Settanta del Cinquecento. Insieme, è uno «scavo archeologico» per riesumare donne e uomini del movimento filoprotestante che fu effervescente nei decenni centrali del XVI secolo, finché «la repressione […] si abbatté sugli eretici [con] un effetto paragonabile a quello della lava che si riversò sulla Pompei del 79 d.C.»: pietrificando loro e la loro cultura religiosa nei protocolli dei notai del Sant’Uffizio.
Un libro dunque che invita a riscoprire quanto viva e controversa sia stata la presenza di Erasmo e delle sue idee nel cuore dell’Italia del Cinquecento: uno dei crocevia della storia culturale e civile della penisola.
Ottobre 2025
Immagine: dettaglio della statua di Erasmo a Rotterdam.
Un libro dunque che invita a riscoprire quanto viva e controversa sia stata la presenza di Erasmo e delle sue idee nel cuore dell’Italia del Cinquecento: uno dei crocevia della storia culturale e civile della penisola.
Ottobre 2025
Immagine: dettaglio della statua di Erasmo a Rotterdam.