La repubblica partigiana, «defascistizzata» e «decolonizzata» dell’Ossola

A cura di Filippo Benfante

Nella sua breve esistenza, la repubblica partigiana dell’Ossola (10 settembre-23 ottobre 1944) si preoccupò anche di «defascistizzare» lo spazio pubblico, cambiando il nome a vie e piazze e disponendo la rimozione di una lapide celebrativa dell’«avventura coloniale» del fascismo. Non fu l’unico provvedimento che guardava al futuro, in chiave costituente. Breve storia con alcuni documenti.

 

La lunga estate delle «zone libere»

A partire dalla tarda primavera del 1944 e fino all’autunno successivo, lo sviluppo della guerra in Italia favorì la nascita di «zone libere» nella parte settentrionale della penisola. Porzioni più o meno grandi di quel territorio sotto occupazione tedesca e formalmente amministrato dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI), creata dopo le vicende del settembre 1943, passarono sotto il controllo di formazioni partigiane locali. Furono esperienze di breve durata – qualche settimana o al massimo qualche mese –, concentrate in aree relativamente periferiche (zone montane o collinari, alcune vallate), ma ebbero grande importanza per molti aspetti.

Intanto dimostravano quanto fragile fosse la RSI, carente di forza propria e di legittimazione presso la popolazione: le autorità fasciste non erano in grado di mantenere il controllo del territorio nel momento in cui veniva meno l’appoggio nazista – il grosso delle forze tedesche, in quei mesi, era stato dirottato più a sud, a creare la Linea Gotica per contenere l’avanzata alleata che, superata Roma (liberata il 4 giugno 1944), avrebbe raggiunto il suo limite sull’Appennino tosco-emiliano-romagnolo alla fine dell’estate, dopo la liberazione di Firenze (11 agosto-1° settembre 1944).

Inoltre, le «zone libere» furono «prove pratiche di libertà» e di autogoverno locale: si insediarono Comitati di Liberazione Nazionale, sindaci, giunte di governo, si organizzò l’amministrazione del territorio e l’erogazione di servizi (il più delicato fu sempre l’approvvigionamento e la distribuzione dei generi di prima necessità). Dove queste esperienze durarono più a lungo, le ambizioni furono maggiori: si cominciò a progettare il futuro, introducendo forme di consultazione popolare, novità di stampo istituzionale e costituzionale. In questi casi si parlò di «repubbliche partigiane», una definizione impegnativa che conteneva echi giacobini e risorgimentali. Nel dopoguerra queste esperienze furono anche mitizzate. Da tempo la storiografia le ha passate al vaglio critico, mostrandone le velleità, le tensioni interne, le contraddizioni, gli errori di calcolo. Peraltro di questa «smitizzazione» si era già incaricata la letteratura: basti pensare a come Beppe Fenoglio comincia il racconto che dedicò alla «sua» zona libera: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944».

 

La repubblica dell’Ossola

Tra le «repubbliche partigiane» spicca quella dell’Ossola, nel Piemonte nord-orientale, la cui storia si fa cominciare il 10 settembre 1944, quando Domodossola fu evacuata dalle forze nazifasciste dopo un accordo con il comando partigiano, il quale insediò una Giunta provvisoria di governo. Fu una vicenda complessa, che si svolse su diversi piani: quello locale (i rapporti interni alle forze partigiane e tra i partiti antifascisti); quello nazionale (i rapporti della repubblica ossolana con il governo italiano insediato a Roma – il primo formato dal CLN – e con il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia); quello internazionale (i rapporti con gli Alleati). Per la sua posizione, a ridosso del confine con la Svizzera, ci furono numerosi giornalisti stranieri sul campo, a riferire l’esperienza dell’Ossola a una opinione pubblica internazionale. In molti, durante l’estate del 1944, pensavano di star vivendo gli ultimi mesi del conflitto – del resto la Francia ormai era libera (gli Alleati erano entrati a Parigi il 25 agosto) – e per un breve momento quelle speranze si accesero: si contava di trasformare l’Ossola in una testa di ponte per accelerare anche la liberazione del Nord Italia.

La repubblica ossolana fu segnata anche da una singolare concentrazione di personalità di spicco. Vi furono presenti uomini già sperimentati nella lotta antifascista, che poi avrebbero ricoperto importanti ruoli politici nell’Italia repubblicana, tra cui: il socialista Ezio Vigorelli (1892-1964); il cattolico Piero Malvestiti (1899-1964); il comunista Umberto Terracini (1895-1983), che, come segretario generale della Giunta, fu anche responsabile del «Bollettino Quotidiano d’Informazione» su cui torneremo tra poco. Come era accaduto nelle rivoluzioni ottocentesche, fu anche un governo di letterati: lo scrittore e critico letterario Mario Bonfantini (1904-1978) aveva l’incarico di tenere i rapporti con il CLNAI; nel CLN di Domodossola in rappresentanza del Partito d’Azione sedeva il critico e filologo Gianfranco Contini (1912-1990).

 

Governare è anche rinominare

Contini ebbe un ruolo fondamentale nella commissione incaricata della scuola che, insieme al governo provvisorio, programmò la riapertura delle scuole (prevista per il 16 ottobre) e la defascistizzazione dei libri di testo, indicando quelli che sarebbero stati eliminati, quelli da cui si sarebbero rimossi certi capitoli, mentre si procuravano alternative in Svizzera e se ne progettavano di nuovi. La commissione formulò anche una proposta di riforma del curricolo – che prevedeva quella media unica che l’Italia repubblicana avrebbe realizzato solo una ventina d’anni dopo – e dei programmi, pensando alle esigenze di una società democratica e moderna.

Come già accennato, l’attività di governo della repubblica ossolana oltre all’ordinaria amministrazione – di per sé impresa titanica, dal momento che i tempi erano tutto fuorché ordinari – guardò al futuro in ogni settore: le forme dell’assistenza pubblica, il fisco, la giustizia (di cui fu incaricato il già citato Vigorelli) e l’epurazione. È su quest’ultimo punto che ci soffermiamo qui, prendendo in esame un aspetto forse secondario, ma di grande importanza simbolica.

Nella sua sesta seduta, il 22 settembre 1944, la Giunta deliberò una serie di cambiamenti nella denominazione delle vie e delle piazze di Domodossola. Era un esercizio di defascistizzazione dello spazio pubblico. Ai nomi dei gerarchi, dei «martiri» e della prosopopea fascista, furono sostituiti quelli di antifascisti e vittime del fascismo. Per esempio Giacomo Matteotti, ucciso nel 1924, scalzava il quadrumviro Italo Balbo; i fratelli Carlo e Nello Rosselli, uccisi nel 1937, prendevano il posto di Costanzo Ciano (evidentemente sopravvissuto alla caduta in disgrazia del figlio Galeazzo, giustiziato l’11 gennaio 1944 per aver tradito Mussolini il 25 luglio 1943); forse per quella forte identificazione del regime con la Grande guerra, fu sloggiato anche un eroe della Prima guerra mondiale, l’aviatore Arturo dell’Oro (morto in un duello aereo nel 1917), a favore dei fratelli Vigorelli, i figli del citato Ezio, giovani partigiani uccisi nel corso di un grande rastrellamento nel giugno 1944. Fu intaccato anche il calendario fascista: via XXVIII ottobre (la data della Marcia su Roma) diventò via Giovanni Amendola; via XXI aprile (il «Natale di Roma», giorno della mitica fondazione di Roma che il regime aveva sostituito al Primo maggio) diventò via 25 luglio. Il mito romano-imperiale fu intaccato anche rimuovendo il nome della «camicia nera» Arnaldo Colombo, morto in «Africa Orientale», sostituito da quello di Antonio Gramsci.

Lo stesso 22 settembre, il «Bollettino Quotidiano di Informazioni» riportava un altro invito a modificare lo spazio pubblico:

 
Documento 1. Rimozione lapidi commemorative

La Giunta Provvisoria di Governo ha invitato le amministrazioni Comunali che non l’avessero già fatto a procedere alla rimozione delle lapidi dedicate alle sanzioni con cui a suo tempo il mondo civile manifestò la sua deplorazione contro l’aggressione armata del fascismo a danno dell’indipendenza nazionale del popolo abissino.

Fonte: «Bollettino Quotidiano di Informazioni della Giunta provvisoria di governo della zona liberata», n. 4, 22 settembre 1944, riprodotto in appendice in Il governo dell’Ossola, [a cura di Mario Giarda, Giulio Muggia, premessa di Massimo Legnani], Comune di Domodossola, Domodossola 1989 (seconda edizione).

 

Breve storia di una lapide

La lapide che la Giunta prendeva di mira era legata all’avvio dell’aggressione italiana in Etiopia nell’autunno 1935.

Il Paese del Corno d’Africa era un membro della Società delle Nazioni (SdN) a pieno titolo: anche per questo l’invasione, che l’Italia cominciò il 2 ottobre 1935 senza nemmeno una formale dichiarazione di guerra, fu un duro colpo al già precario ordine internazionale degli anni Trenta. La SdN rispose timidamente: l’assemblea del 10-11 ottobre 1935 votò una ritorsione sotto forma di sanzione economica; il 2 novembre un comitato ristretto deliberò il divieto, per gli Stati membri, di importazione dall’Italia e di esportazione di materiale di interesse bellico e di crediti verso l’Italia. Le sanzioni sarebbero entrate in vigore il 18 seguente.

Erano provvedimenti non solo facilmente aggirabili, ma resi ampiamente inefficaci dal fatto che alcuni Stati membri non vi aderirono, e soprattutto non riguardavano Germania e Stati Uniti, che non erano nella SdN. Quelle che per il fascismo erano le «inique sanzioni» finirono invece per dare altro slancio ai temi della propaganda e della mobilitazione: il regime poteva presentarsi come vittima di palese ingiustizia ed eccitare ulteriormente i sentimenti nazional-patriottici.

Nella seduta che tenne la notte tra il 16 e il 17 novembre, il Gran Consiglio del Fascismo votò una mozione in cui affermava che il 18 novembre 1935 era «una data di ignominia e di iniquità nella storia del mondo». Nel documento, l’elenco delle rimostranze e delle prime ritorsioni.

 
Documento 2. Il Gran Consiglio del fascismo…

DENUNCIA le sanzioni, mai prima applicate, come un proposito di soffocare economicamente il popolo italiano e come un tentativo vano di umiliarlo, per impedirgli di realizzare i suoi ideali e difendere le sue ragioni di vita.

[…] ELOGIA la calma esemplare e la tenace disciplina con cui il popolo italiano dimostra di essere pienamente consapevole della portata storica degli eventi attuali e lo invita ad opporre alle sanzioni la più implacabile delle resistenze, mobilitando, attraverso gli organi del Regime, tutte le energie morali e le risorse materiali della Nazione;

INVITA gli Italiani e imbandierare per 24 ore le case nella giornata di lunedì 18 novembre;

DECIDE di convocare a Roma il 1° Dicembre i 94 Comitati Provinciali Femminili di Madri e Vedove dei Caduti della Grande Guerra, per coordinare e intensificare la resistenza, nella quale un compito di prima linea è affidato alle Donne Italiane;

ORDINA di scolpire sulle case dei Comuni d’Italia una pietra a ricordo dell’assedio, perché resti documentata nei secoli l’enorme ingiustizia consumata contro l’Italia, alla quale tanto deve la civiltà di tutti i continenti;

RIVOLGE l’espressione della sua simpatia agli Stati i quali, negando la loro adesione alle sanzioni, hanno giovato alla causa della pace e interpretato lo spirito dei popoli.

Fonte: “La Stampa”, 18 novembre 1935, p. 1. Il comunicato stampa che diffondeva il testo della mozione, datato 3 del mattino del 17 novembre, fu rilanciato sulle prime pagine di tutti i quotidiani del 18.

Notiamo qui che il Gran Consiglio agiva sullo spazio pubblico in due modi. Intanto, l’«invito» a imbandierare le case annunciava che il 18 novembre sarebbe entrato nel già affollato calendario civile fascista; la «giornata contro le inique sanzioni» sarebbe stata celebrata fino ai primi anni della guerra mondiale, nel tentativo (dal 1941 sempre più disperato) di rinnovare quel momento di fervore nazionale che aveva segnato l’avvio dell’impresa coloniale. In secondo luogo, con un provvedimento senza precedenti, stabiliva che ogni Comune d’Italia avrebbe dovuto collocare una «pietra», ovvero una lapide, il cui testo coincideva precisamente con quanto affermato nella mozione: «18 NOVEMBRE 1935 – XIV / A ricordo dell’assedio / perché resti documentata nei secoli / l’enorme ingiustizia / consumata contro l’Italia / alla quale / tanto deve la civiltà / di tutti i continenti». Queste ultime parole rimandavano alla tipica propaganda coloniale, non solo fascista: i colonizzatori «bianchi» portavano la civiltà ai popoli «inferiori». In attesa dell’impero tanto agognato, si poteva leggere anche come l’allusione al contributo dell’emigrazione italiana al progresso degli altri Paesi: talenti che ora il regime avrebbe messo a frutto in proprio, nel suo nuovo spazio coloniale.

Nei mesi seguenti il governo stabilì foggia e standard della lapide: in marmo di Carrara e incorniciata da fasci littori; ne erano previste tre dimensioni, in proporzione alla taglia del Comune. Sarebbero state inaugurate con cerimonia solenne il 18 novembre 1936, quando ormai l’impero era cosa fatta e da mesi (luglio 1936) la SdN aveva revocato le sanzioni.

Il provvedimento votato dal governo dell’Ossola nel 1944 indica due cose:

  • che la lapide fu presa di mira già all’indomani del 25 luglio 1943, durante la breve estate dei «45 giorni» intercorsi tra la destituzione di Mussolini e l’annuncio dell’armistizio (8 settembre); l’invito a rimuoverla infatti è rivolto alle «amministrazioni Comunali che non l’avessero già fatto» (vedi anche la sezione Per approfondire);

  • che la giunta antifascista ribaltava la retorica del regime, laddove riconosceva il diritto all’indipendenza nazionale di un popolo colonizzato e la «civiltà» in chi aveva erogato le sanzioni, e di conseguenza, implicitamente, la «barbarie» in chi aveva promosso l’aggressione.


 

Il fascismo e le donne: dalla giornata delle «inique sanzioni» alla giornata della «fede»

Conviene ora soffermarsi su un altro punto della mozione del Gran Consiglio del 16-17 novembre 1935, quello che annunciava la mobilitazione delle «Donne Italiane», alle quali spettava «un compito di prima linea» nella «resistenza» alle sanzioni. Il regime cominciava convocando le organizzazioni femminili investite di una particolare autorevolezza morale: quelle formate da chi aveva perso un marito o un figlio nella guerra del 1915-18, in cui il fascismo vedeva la sua radice. Mentre figli e mariti erano di nuovo chiamati alle armi in massa per conquistare l’Etiopia (e si ricordi che, dalla «pacificazione» della Libia negli anni Venti alla guerra mondiale, il regime fu sempre e sempre più in guerra), alle madri e alle mogli toccava lo sforzo sul «fronte interno», quello che cominciava nelle case e dall’economia domestica.

Lo si sarebbe visto bene un mese dopo, quando si ebbe il culmine delle campagne per il dono – più o meno volontario, più o meno spontaneo – di metalli preziosi allo Stato, lanciate per rispondere alle sanzioni e far fronte alle necessità dello sforzo bellico. Il 18 dicembre 1935, l’«oro alla patria» fu quello degli anelli nuziali, raccolti durante cerimonie che si svolsero contemporaneamente in tutta Italia. Era un sacrificio richiesto a entrambi gli sposi, ma furono le donne – e tra queste anche la regina Elena – a essere collocate al centro del rituale.

Il risultato pratico della giornata non fu trascurabile, soprattutto se commensurato alle risorse di un Paese povero com’era l’Italia degli anni Trenta. Ma il suo significato simbolico fu di gran lunga superiore. Come ha scritto la storica tedesca Petra Terhoeven, che ha studiato minuziosamente l’allestimento e il rito del 18 dicembre 1935: «Dopo che la richiesta del diritto di voto alle donne era stata bollata una volta per tutte come “non italiana” e “non fascista”, escludendo così le italiane dalla versione fascista del «plebiscito» [ovvero il simulacro di elezioni politiche che ebbero luogo nel 1934], alle stesse italiane si chiedeva ora un consenso attivo nella forma prevista dalla giornata della Fede».

Il regime aveva messo in scena – anche a uso della stampa estera – l’adesione delle donne alle sue politiche belliciste, una manifestazione di disponibilità al sacrificio: ora si trattava di cedere l’anello nuziale – dall’enorme valore simbolico e concreto: in moltissimi casi era l’unico oggetto prezioso mai posseduto –, ma la guerra d’Etiopia annunciava l’imminente necessità di rinunciare alla vita dei maschi di casa, chiamati al fronte.

 

Epilogo: la repubblica costituente

Gli ultimi giorni della repubblica dell’Ossola furono segnati da un altro evento di notevole rilevanza: fece il suo ingresso nella giunta Gisella Floreanini (nome di battaglia Amelia Valli, 1906-1993), rappresentante del Partito comunista. Il compagno di partito già nella giunta, Emilio Colombo (nome di battaglia Oreste Filopanti, 1886-1966) l’accoglieva sottolineando come fosse «la prima volta nella storia d’Italia che una donna, interprete della volontà popolare, viene chiamata ad esercitare il potere»; «In tal guisa si marcia speditamente sulla strada della democrazia».

Il 9 ottobre, il «Bollettino di Informazione», ormai non più quotidiano perché le circostanze diventavano sempre più difficili, annunciava l’attribuzione alla «signora Amelia Valli» «del Commissariato per l’Assistenza e per i collegamenti con le Organizzazioni popolari». E ribadiva, sotto il titolo Riconoscere i diritti, «il valore particolare dell’avvenimento, non solo nel ristretto quadro del territorio liberato ma in rapporto all’Italia tutta nel suo prossimo domani». Anche su questo piano, la Giunta rovesciava la storia dell’ultimo ventennio.

Il 10 ottobre 1944 cominciò la controffensiva nazifascista; la resistenza ossolana sarebbe stata piegata dopo l’attacco del 21. Alle morti in battaglia seguirono la repressione, la fuga verso la Svizzera, ma poi ancora la ricostituzione delle forze partigiane che sarebbero state di nuovo attive nella zona. Ci furono altri sei mesi di guerra.

Nella prima seduta della giunta, l’11 settembre 1944, il presidente Ettore Tibaldi (socialista, 1887-1968) aveva fatto mettere a verbale un monito: «Anche se durasse una sola settimana, dobbiamo fare e pensare come nell’Italia di ieri non si è fatto e pensato, dobbiamo comportarci come gli uomini della Repubblica romana del 1849». Tibaldi e i suoi colleghi sapevano bene che i loro compagni del passato avevano formato una costituente (allora l’unica nella storia d’Italia), scritto una costituzione sotto assedio, emanata alla vigilia della loro sconfitta. Insomma, i membri della Giunta sapevano già di parlare al futuro e di poter intervenire soprattutto sul piano simbolico, nelle circostanze di una guerra civile dove in gioco c’erano anche l’interpretazione della storia (si pensi alla revisione dei manuali di scuola) e le genealogie storiche, politiche e civili su cui rifondare l’Italia.

Ascoltandoli dal futuro, oggi possiamo – o vogliamo – scorgere nella determinazione a distruggere la lapide delle «inique sanzioni» quell’internazionalismo che si sarebbe manifestato nell’articolo 11 della Costituzione repubblicana («L’Italia ripudia la guerra» e contribuisce a «un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo») e un latente anticolonialismo, o almeno l’intenzione di «decolonizzare» lo spazio pubblico e la memoria nazionale: un colpo a un’eredità del fascismo che pure – come spiega anche Emanuele Ertola in questo spazio online – fu duratura e difficile da superare, tanto che ancora agisce nel profondo dell’Italia repubblicana.

Maggio 2026

Immagine: la Sala consiliare, oggi Sala Storica della Resistenza, del municipio di Domodossola. Qui si tennero le riunioni della Giunta Provvisoria di Governo della Repubblica partigiana dell’Ossola, tra il 10 settembre e il 21 ottobre del 1944. Foto del 2012.

 

Per approfondire

Sulla repubblica dell’Ossola


I «Bollettini» e gli altri documenti relativi alla repubblica partigiana dell’Ossola sono tratti da Il governo dell’Ossola, seconda ed. [a cura di Mario Giarda, Giulio Muggia, premessa di Massimo Legnani], Comune di Domodossola, Domodossola 1989. Qui si trova anche il documento con le «Proposte della Commissione didattica consultiva», composta da Mario Bonfantini (nome di battaglia Mario Bandini), don Gaudenzio Cabalà, Carlo Calcaterra e Gianfranco Contini.

Questo il testo integrale della nota Riconoscere i diritti («Bollettino di informazioni», 14, 9 ottobre 1944): «La unanime ed immediata decisione con la quale la Giunta Provvisoria ha accolta fra i propri componenti la designata a rappresentarvi il secondo mandato del partito comunista, a questo riconosciuto per diritto dal C.L.N. di zona, ha voluto sottolineare il valore particolare dell’avvenimento, non solo nel ristretto quadro del territorio liberato ma in rapporto all’Italia tutta nel suo prossimo domani. Parlare di avvenimento rivoluzionario sarebbe non solo esagerato ma inesatto. – Già da molti anni, nei grandi paesi alleati, importanti posti nell’Amministrazione pubblica, su, fino ai massimi di governo, sono stati affidati a donne. Il Ministero del lavoro negli Stati Uniti, il Sottosegretario analogo in Inghilterra e, nell’Urss, il Commissariato per l’industria dei prodotti igienici sono stati, ad esempio, e sono retti con piena competenza ed indiscusso successo da donne che hanno nei loro difficili compiti smentita definitivamente la vieta tradizione dell’inidoneità delle nostre compagne di vita ai posti di direzione dell’organismo politico.

Questa tradizione, d’altronde, da molti e molti decenni era stata di fatto superata, nella coscienza degli uomini più consapevoli, dal fatto storico dell’ingresso sempre più largo delle donne nell’apparato produttivo del mondo moderno. Strappate da una ferrea legge di necessità economica dal chiuso ridotto del focolare, al quale nel passato s’era limitata la loro azione pratica e quindi il loro orizzonte spirituale; obbligate, nella lotta diuturna per il pane, a considerare, a fianco dei loro compagni di fatica, i maggiori problemi dei rapporti fra i gruppi contendenti nella società, in tutti i loro sviluppi, e particolarmente in quelli politici (come intervento dello stato a dirimere i conflitti o, fino a ieri, ben più frequentemente a parteggiarvi a favore dei ceti privilegiati) le donne non potevano più essere mantenute in una condizione di tutela civica non più giustificata dinanzi alla realtà. E, d’altronde, se noi ci limitiamo solo a considerare questa nostra Ossola, che mai vi è di più equo e doveroso del riconoscere alle nostre donne, che da secoli vi alternano le cure domestiche colle durissime fatiche della terra, contendendo a questa in un lavoro pertinacie e spesso disumano il frutto avaro che solo possono offrire le scarse zolle montane, che di più equo del riconoscere loro il diritto ad esprimere il proprio avviso sugli affari comuni, cui danno in definitiva un contributo non minore degli uomini delle loro case? Esse conoscono ogni sentiero delle loro valli, ogni fonte dei loro declivi, ogni pianta nei boschi, ogni baita per i dirupi, ed i brevi campi sudati, e le mandre nei prati erbosi, ed il valore del latte, e l’arte di trarne i sapidi formaggi, e come questi si conservano per gl’inverni crudi, ed ogni attività nel villaggio, e cosa esso possa dare al piano e da questo si attenda. Perché non avvantaggiare la comunità tutta dei cittadini di questa esperienza che può apparire modesta solo ai «grandi uomini» di professione, ma che è invece la base salda e preziosa d’ogni più ampia impresa? – Chi opera e fatica per la vita comune, chi interviene nella produzione sociale ha il diritto di partecipare alle decisioni che regolano e determinano il corso della vita collettiva. È per ubbidire a questa prima norma di un vero regime democratico che l’Ossola liberata ha riconosciuto di fatto, senza inutili decreti, alle proprie donne il diritto a sedere nel proprio organo provvisorio di governo».

Tra le testimonianze e i ricordi, segnaliamo la raccolta di scritti Mario Bonfantini. Saggi e ricordi, «Lo Strona», Valstrona (NO) 1983; Gianfranco Contini, Domodossola entra nella storia e altre pagine ossolane e novaresi, Grossi, Domodossola 1995; Franco Fortini, Sere in Valdossola, Marsilio, Venezia 1985 (prima ed. Mondadori, Milano 1963).

Per un inquadramento storico e ulteriori indicazioni bibliografiche si può cominciare da: Mario Giovana, Ossola, repubblica dell’, in Dizionario della Resistenza, II, Luoghi, formazioni, protagonisti, a cura di Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi, Einaudi, Torino 2001, pp. 253-256; si trova all’interno della sezione dedicata alle «zone libere» curata da Gianni Oliva (del Dizionario esiste anche un’edizione in volume unico Einaudi, Torino 2006, si vedano in part. le pp. 497-498 e 513-516).

Risale al 1964 il classico libro di Giorgio Bocca, Una Repubblica partigiana. Ossola 10 settembre-23 ottobre 1944, riedito più volte fino al 2005 (Il Saggiatore, Milano).

Per uno sguardo d’insieme si può partire da Santo Peli, La Resistenza in Italia. Storia e critica, Einaudi, Torino 2004, che dedica un paragrafo alle «repubbliche partigiane», pp. 93-101 (si veda anche Id., Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, Torino 2015, pp. 98-104). Si rimanda anche a Nunzia Augeri, L’estate della libertà. Repubbliche partigiane e zone libere, Carocci, Roma 2014, organizzato come un censimento territoriale (gli otto capitoli corrispondono ad altrettante regioni: Friuli, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia, Toscana, Umbria, Basilicata; i paragrafi alle varie esperienze locali).

I ventitre giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio uscì per la prima volta nel 1952, nella omonima raccolta di racconti pubblicata dall’editore Einaudi.

 

Toponomastica e lapidi del 18 novembre


La denominazione delle vie, e le battaglie che su di essa si scatenano, sono diventate un tema corrente nella discussione pubblica e nella storiografia. Si può partire da Sergio Raffaelli, I nomi delle vie, in I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 217-242.

Esempi di lapidi del 18 novembre si trovano facilmente in rete. Si veda per esempio quella che si trovava a Roma sul palazzo del Campidoglio, messa a disposizione dall’archivio dell’Istituto Luce. Lo stesso Istituto offre la possibilità di vedere il filmato del discorso che Mussolini tenne il 18 novembre 1940, quinto anniversario delle «inique sanzioni», il primo dopo l’ingresso dell’Italia nella guerra mondiale (10 giugno 1940).

In rete si trovano facilmente immagini di alcune lapidi del 18 novembre ancora al loro posto, avendo passato indenni sia il 25 luglio che il 25 aprile. Nel 2020, in occasione dell’85° anniversario delle «inique sanzioni», lo scrittore e ricercatore Wu Ming 2 ne ha pubblicato un censimento e una storia, che si legge sul sito wumingfoundation.com. Anche questo ha contribuito a risvegliare curiosità e interesse (storico o polemico) intorno a queste «pietre». I Comuni di Cinisello Balsamo (Milano) e di Napoli documentano quelle che furono distrutte; quello di Agra (Milano) ne ha riesumata una durante recenti lavori di ristrutturazione del palazzo comunale (ne riferisce una cronaca milanese del «Corriere della Sera», datata 4 febbraio 2023).

Il breve saggio di Lucio Sponza, Di lapidi e altro. Storia e memoria, storiamestre.it, 23 ottobre 2025 è un buon esempio di ricerca che parte dall’osservazione di una lapide delle sanzioni, quella sul municipio di Lorenzago di Cadore (Belluno).

Giulia Albanese, Mappare la memoria del fascismo, in I luoghi del fascismo. Memoria, politica, rimozione, a cura di Giulia Albanese e Lucia Ceci, Viella, Roma 2022, pp. 31-54, fa alcune considerazioni sulle lapidi del 18 novembre in particolare alle pp. 43-45, dove segnala il caso della lapide sul palazzo comunale di Palazzolo Acreide (Siracusa), conservata ma «risignificata» affiancandole un cartello che ne spiega l'origine.

Nello stesso volume compare il saggio di Antonio Spinelli, Fratture e continuità nell’odonomastica fascista: il caso di Padova, ivi, pp. 231-252.

 

La «giornata della fede»


Sulle manifestazioni del 18 dicembre 1935, si veda la minuziosa ricerca di Petra Terhoeven, Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista, Il Mulino, Bologna 2006 (la citazione utilizzata qui nel testo è a p. 234), ma si può partire anche da un «distillato» di poche pagine: Ead., «Oro alla patria», in Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, diretta da Mario Isnenghi, IV/1, Il Ventennio fascista. Dall’impresa di Fiume alla Seconda guerra mondiale (1919-1940), a cura di Mario Isnenghi e Giulia Albanese, UTET, Torino 2008, pp. 628-635.

È utile ricordare che Terhoeven, che condusse la sua ricerca tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, poté ricorrere anche a fonte orali, intervistando, nel 1999, le donne che avevano consegnato (oppure no) le fedi il 18 dicembre 1935, oppure i loro figli eredi della memoria famigliare. Tra le altre cose, la cerimonia prevedeva che in cambio della fede in oro fosse consegnata un anello in ferro con inciso all’interno la data del 18 dicembre anno XIV. Questo fa sì che in moltissime case italiane si sia conservato a lungo – se non fino a oggi – un piccolo cimelio fascista.

Un repertorio dei temi esplorati dalla storica tedesca si ritrova nella testimonianza letteraria del confinato Carlo Levi (1902-1975): «questi contadini taglieggiati […] si spogliarono dell’oro nella “giornata della fede”. Di ori, veramente, ce n’erano ben pochi in paesi: razziati a poco a poco, dai mercanti d’oro, che girano ogni anno per i villaggi più remoti, soprattutto nei mesi di maggio e di giugno, poco prima del raccolto del grano, quando i contadini hanno finito le scorte, sono indebitati, e non sanno come fare per tirare avanti. Fu fatto credere a tutti che consegnare l’oro era obbligatorio, che chissà quali pene sarebbero venute a chi non l’avesse dato; che anche il Papa aveva ordinato di dare tutto l’oro delle chiese: ed essi lo portarono, rassegnati a questa nuova vessazione, sull’altare della Patria. Anche la Giulia, anche la Parroccola si privarono del loro anello nuziale, ricordo dei loro antichi matrimoni, e dei mariti scomparsi di là del mare» (Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli [1945], Einaudi, Torino 1990, p. 214).

 

In questo spazio online


Sugli argomenti di questa scheda, si possono vedere:

l’intervento di Emanuele Ertola, Dal mito degli «italiani brava gente» alla storia globale del colonialismo italiano: la storiografia e le più recenti tendenze;

la fonte a cura di Filippo Benfante Successo e disgrazia di una canzone. Sfumature del razzismo fascista durante la guerra d’Etiopia;

la scheda a cura di Silvia Benini Letture d’invasione. Il romanzo coloniale italiano tra mercato e propaganda;

la scheda a cura di Tommaso Scaramella Abbattere un passato o costruire un futuro?.