Il «Giorno della memoria» nell’era della «post-testimonianza»
A cura di Orsetta Innocenti
Orsetta Innocenti, studiosa che insegna nella scuola superiore, riflette, e invita a riflettere, su alcune questioni critiche legate alle commemorazioni prescritte, ormai da più di un quarto di secolo, dalla legge sul «Giorno della memoria». Il significato del termine «memoria»; la tensione tra conoscenza e consapevolezza storiche e «pedagogia civile»; le conseguenze della «staffetta della memoria»; il ricorso, sempre più ampio, a opere di finzione; le successive stratificazioni nell’immaginario collettivo di cose viste e sentite senza distinguere troppo i generi e i media. Con suggerimenti per costruire alcuni percorsi che, facendo dialogare, senza distorsioni, storiografia, letteratura e cinema, rovescino punti di vista e certezze talora troppo edificanti per non essere fragili.
La «memoria» a scuola: una riflessione di metodo
Le generazioni di studenti e studentesse italiane di oggi sono figlie della legge 211/2000 e del «giorno della memoria», «in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti». Figlie, cioè, di politiche memoriali inserite in uno strutturatissimo (e ipertrofico) calendario civile (lo storico Guri Schwarz ha parlato di recente di «calendario liturgico nazionale»), che mobilita le scuole «di ogni ordine e grado» come centri organizzatori di «cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione». Parlare di giorno della memoria a scuola, riflettere sul suo significato simbolico, a più di venticinque anni dalla sua istituzione, apre una serie di riflessioni metodologiche sulla parola «memoria» (che spesso è usata come ambiguo sinonimo di «memoria pubblica» e di «politiche della memoria») e costituisce, a livello didattico, una autentica necessità.
È utile partire, in questa ricognizione, dal libro della semiologa Valentina Pisanty, I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe (2020). Prendendo spunto dalla differenza tra il paradigma storico e quello memoriale, Pisanty riflette sul concetto di «memoria», andando a interrogare il dispositivo testimoniale e l’uso pubblico di cui è stato oggetto nella costruzione di un paradigma nazionale di pedagogia civica. Il dovere della memoria, alimentato dall’istituzione dei diversi «giorni della memoria» nei diversi calendari civili in Europa, ha finito per creare una categoria ben definita, quella dei «guardiani della memoria», che ha progressivamente investito la testimonianza «di un valore di verità che trascende i parametri dell’indagine storiografica».
Questa postura si è innestata su quello che lo storico Giovanni De Luna ha definito il «paradigma vittimario», l’avere cioè costruito il patto fondativo della memoria repubblicana sul lutto derivante dal ricordo delle vittime. Si tratta di un principio, come ricorda Pisanty, basato originariamente sul concetto di «responsabilità collettiva» nei confronti delle categorie più vulnerabili, il cui significato latente si è nel tempo progressivamente evoluto dalla domanda «Che cosa ti hanno fatto?» alla domanda «Come hai fatto?», con evidenti conseguenze anche sul ruolo del giorno della memoria. Se infatti la domanda «Che cosa ti hanno fatto» implica un sottinteso spostamento al piano del «che cosa ti abbiamo fatto» (noi tutti, come umanità), viceversa la domanda «Come hai fatto a sopravvivere» sottolinea «una tendenza a esaltare le virtù della resilienza e dell’adattabilità».
È utile partire, in questa ricognizione, dal libro della semiologa Valentina Pisanty, I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe (2020). Prendendo spunto dalla differenza tra il paradigma storico e quello memoriale, Pisanty riflette sul concetto di «memoria», andando a interrogare il dispositivo testimoniale e l’uso pubblico di cui è stato oggetto nella costruzione di un paradigma nazionale di pedagogia civica. Il dovere della memoria, alimentato dall’istituzione dei diversi «giorni della memoria» nei diversi calendari civili in Europa, ha finito per creare una categoria ben definita, quella dei «guardiani della memoria», che ha progressivamente investito la testimonianza «di un valore di verità che trascende i parametri dell’indagine storiografica».
Questa postura si è innestata su quello che lo storico Giovanni De Luna ha definito il «paradigma vittimario», l’avere cioè costruito il patto fondativo della memoria repubblicana sul lutto derivante dal ricordo delle vittime. Si tratta di un principio, come ricorda Pisanty, basato originariamente sul concetto di «responsabilità collettiva» nei confronti delle categorie più vulnerabili, il cui significato latente si è nel tempo progressivamente evoluto dalla domanda «Che cosa ti hanno fatto?» alla domanda «Come hai fatto?», con evidenti conseguenze anche sul ruolo del giorno della memoria. Se infatti la domanda «Che cosa ti hanno fatto» implica un sottinteso spostamento al piano del «che cosa ti abbiamo fatto» (noi tutti, come umanità), viceversa la domanda «Come hai fatto a sopravvivere» sottolinea «una tendenza a esaltare le virtù della resilienza e dell’adattabilità».
Dal testimone alla «staffetta del testimone», dalla storia all’immaginario
Ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti ha assunto progressivamente i contorni di una investitura civica che tuttavia distorce ruoli e, di conseguenza, le finalità della «pedagogia». Infatti, in primo luogo, chi ascolta viene caricato di una responsabilità che, da storica e di conoscenza, si fa morale. Inoltre, alimentato da un senso di “urgenza”, a causa del progressivo venir meno, per ragioni anagrafiche, dei testimoni sopravvissuti (ma in realtà secondo una spinta già presente anche alle origini delle politiche memoriali), il paradigma dominante è stato riassunto nel concetto di «staffetta della memoria», secondo il quale il destinatario di una testimonianza viene a poter rivestire il ruolo di vittima per traslazione, di portatore vicario del trauma. Si passa così dal concetto di testimonianza vera e propria, di chi a un determinato evento ha preso parte direttamente in prima persona, a quello di «post-testimonianza», secondo il quale chi ascolta il racconto di un testimone (dunque, idealmente, tutti noi) può assumere, a sua volta, il ruolo di testimone per delega, facendosi carico di un’impossibile visione diretta di eventi che, per definizione, possono essere raccontati in chiave testimoniale solo da chi li ha vissuti.
Il già citato Schwarz parla di «aporie della memoria» connesse alle politiche di pedagogia civile legate al 27 gennaio e al ruolo che hanno avuto al suo interno sia la scuola, sia i mass media. Perché, a complicare un quadro già di per sé molto variegato, la vastissima produzione finzionale – specialmente di materiale filmico, ma non solo – degli ultimi trent’anni, unita alle politiche della memoria dispiegate in tutti i paesi occidentali, ha fatto sì che, come ha sottolineato lo storico del cinema Guido Vitiello: «la coscienza che la gran parte dei nostri contemporanei ha di Auschwitz, in Occidente, è una concrezione di brandelli e reminiscenze di film, sceneggiati, romanzi, fotografie, perfino fumetti, ed è a queste fonti che commisura la voce dei sopravvissuti».
Parlare della memoria della Shoah significa dunque, anche dal punto di vista didattico, non solo costruire una consapevolezza storica e documentaria, ma anche decostruire un immaginario che, a partire dall’inizio della scuola dell’obbligo, si costruisce attraverso una stratificazione di prodotti culturali che hanno statuti epistemologici molto diversi, la cui utilità è direttamente proporzionale alla simmetrica capacità di chi li legge/guarda di sapere selezionare le domande legittime da porre a quanto si sta studiando.
Il già citato Schwarz parla di «aporie della memoria» connesse alle politiche di pedagogia civile legate al 27 gennaio e al ruolo che hanno avuto al suo interno sia la scuola, sia i mass media. Perché, a complicare un quadro già di per sé molto variegato, la vastissima produzione finzionale – specialmente di materiale filmico, ma non solo – degli ultimi trent’anni, unita alle politiche della memoria dispiegate in tutti i paesi occidentali, ha fatto sì che, come ha sottolineato lo storico del cinema Guido Vitiello: «la coscienza che la gran parte dei nostri contemporanei ha di Auschwitz, in Occidente, è una concrezione di brandelli e reminiscenze di film, sceneggiati, romanzi, fotografie, perfino fumetti, ed è a queste fonti che commisura la voce dei sopravvissuti».
Parlare della memoria della Shoah significa dunque, anche dal punto di vista didattico, non solo costruire una consapevolezza storica e documentaria, ma anche decostruire un immaginario che, a partire dall’inizio della scuola dell’obbligo, si costruisce attraverso una stratificazione di prodotti culturali che hanno statuti epistemologici molto diversi, la cui utilità è direttamente proporzionale alla simmetrica capacità di chi li legge/guarda di sapere selezionare le domande legittime da porre a quanto si sta studiando.
Fare storia della memoria pubblica
Per evitare che il rito prenda il sopravvento su conoscenza e consapevolezza, questo sguardo critico e le domande che esso suscita potrebbero rivolgersi anche al quadro normativo stesso. In altre parole, anche la «memoria» pubblica ha una storia, che può diventare oggetto di approfondimento e aiutare a utilizzare meglio certi strumenti anche in chiave didattica. In un articolo del 2024, Giorgio Giovannetti, insegnante ed esperto di didattica della storia, attualmente responsabile della didattica dell’Istituto Nazionale Parri, ha sottolineato l’utilità di «tematizzare la storia della memoria pubblica» come «occasione non solo per dare fondamenta storiche alle ricorrenze ufficiali», ma anche, simmetricamente, per specificare il ruolo delle opere e/o dei documenti oggetto di studio nei percorsi di memoria (testimonianze dirette, interviste, opere di finzione, letterarie, filmiche, docufiction…).
Studiare «la storia della memoria» significa collocare il giorno della memoria nel quadro della storia europea degli anni Novanta, sottraendolo alle insidie museografiche da mera ricorrenza del calendario civile.
Partendo da queste premesse, propongo alcuni percorsi di riflessione attraverso letture e visioni, mettendo in dialogo e a confronto storiografia e opere di finzione.
Studiare «la storia della memoria» significa collocare il giorno della memoria nel quadro della storia europea degli anni Novanta, sottraendolo alle insidie museografiche da mera ricorrenza del calendario civile.
Partendo da queste premesse, propongo alcuni percorsi di riflessione attraverso letture e visioni, mettendo in dialogo e a confronto storiografia e opere di finzione.
Il «testimone per delega» e la «banalità del male»
Un primo tema che è possibile portare in classe in chiave storicizzante è la figura del testimone «per delega», andando ad approfondire quello che secondo la storica francese Annette Wieviorka è stato l’evento (storico, politico, mediatico) che ha segnato l’inizio di quella che lei stessa ha definito «l’era del testimone»: il processo ad Adolf Eichmann, iniziato a Gerusalemme l’11 aprile 1961. È il processo all’ufficiale delle SS Eichmann infatti che cristallizza il ruolo chiave del testimone come portatore di una memoria del passato che viene però assolutizzata nel presente, conferendogli una autorevolezza e un diritto di parola che trascendono il qui e ora della testimonianza “alla sbarra”.
Partire dal processo e dalla figura di Eichmann consente di parlare della «soluzione finale» da molteplici punti di vista. È possibile partire, per esempio, da due brevi e accessibili profili biografici sul gerarca nazista: quello contenuto nel volume Le 100 parole della Shoah degli storici francesi Tal Bruttmann e Christophe Tarricone e quello proposto dallo storico Sergio Luzzatto (Lo specialista. Adolf Eichmann). In questo modo, la successiva analisi di testi e opere di altra natura culturale avrà modo di innestarsi su una conoscenza essenziale dei fatti.
Il percorso potrà quindi spostarsi a integrare la prospettiva etico-filosofica proposta dalla filosofa tedesca Hannah Arendt nel suo saggio La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, fino a inglobare la rielaborazione letteraria offerta da Primo Levi nella poesia Per Adolf Eichmann. Infine, la visione di un film come The Eichmann Show (2015) del regista Paul Andrew Williams invita a riflettere sul ruolo mediatico internazionale del processo, funzionale anche alla costruzione del paradigma del testimone: quello reale (coinvolto nel processo Eichmann) e quello per delega (lo spettatore in diretta nazionale che fa proprio il messaggio di giustizia etica prodotto dal processo).
In particolare, il concetto di «banalità del male» costituisce un filtro interpretativo sia per leggere la parabola di Eichmann e di tanti altri perpetratori, sia, più in generale, per fare progressivamente emergere una prospettiva più scomoda. Al racconto delle storie di salvezza, incentrate su un paradossale “lieto fine”, si sostituisce il dubbio che “commettere il male” (da quello condotto consapevolmente in prima persona, fino alle più diverse sfumature di complicità) possa essere appunto “banale”, “ordinario”. Significa, in ultima analisi, spostare il piano del ragionamento: dall’automatica identificazione con la vittima, o con un “salvatore”, alla possibile e disturbante identificazione con il complice, se non col carnefice, ricordando a chi legge (o a chi guarda) che riconoscersi nel ruolo dei “salvatori” appunto non è un automatismo, ma anzi, che in quel luogo, in quel tempo, per circostanze le più varie, ci si sarebbe potuti trovare ad agire, per scelta o per conformismo, “dalla parte sbagliata della storia”.
Partire dal processo e dalla figura di Eichmann consente di parlare della «soluzione finale» da molteplici punti di vista. È possibile partire, per esempio, da due brevi e accessibili profili biografici sul gerarca nazista: quello contenuto nel volume Le 100 parole della Shoah degli storici francesi Tal Bruttmann e Christophe Tarricone e quello proposto dallo storico Sergio Luzzatto (Lo specialista. Adolf Eichmann). In questo modo, la successiva analisi di testi e opere di altra natura culturale avrà modo di innestarsi su una conoscenza essenziale dei fatti.
Il percorso potrà quindi spostarsi a integrare la prospettiva etico-filosofica proposta dalla filosofa tedesca Hannah Arendt nel suo saggio La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, fino a inglobare la rielaborazione letteraria offerta da Primo Levi nella poesia Per Adolf Eichmann. Infine, la visione di un film come The Eichmann Show (2015) del regista Paul Andrew Williams invita a riflettere sul ruolo mediatico internazionale del processo, funzionale anche alla costruzione del paradigma del testimone: quello reale (coinvolto nel processo Eichmann) e quello per delega (lo spettatore in diretta nazionale che fa proprio il messaggio di giustizia etica prodotto dal processo).
In particolare, il concetto di «banalità del male» costituisce un filtro interpretativo sia per leggere la parabola di Eichmann e di tanti altri perpetratori, sia, più in generale, per fare progressivamente emergere una prospettiva più scomoda. Al racconto delle storie di salvezza, incentrate su un paradossale “lieto fine”, si sostituisce il dubbio che “commettere il male” (da quello condotto consapevolmente in prima persona, fino alle più diverse sfumature di complicità) possa essere appunto “banale”, “ordinario”. Significa, in ultima analisi, spostare il piano del ragionamento: dall’automatica identificazione con la vittima, o con un “salvatore”, alla possibile e disturbante identificazione con il complice, se non col carnefice, ricordando a chi legge (o a chi guarda) che riconoscersi nel ruolo dei “salvatori” appunto non è un automatismo, ma anzi, che in quel luogo, in quel tempo, per circostanze le più varie, ci si sarebbe potuti trovare ad agire, per scelta o per conformismo, “dalla parte sbagliata della storia”.
Abitare la «zona grigia»
L’approfondimento della storia dei “carnefici” rimette al centro del discorso testimoniale la domanda originaria di Pisanty: «che cosa ti abbiamo fatto». Piuttosto che fare leva sulla identificazione con la vittima tipica della testimonianza per delega, riportare lo sguardo sulle ragioni storiche, politiche, sociali che hanno mosso coloro che allo sterminio hanno, a vario titolo, collaborato, permette di concentrare il discorso sul concetto di «zona grigia», così come originariamente delineato da Primo Levi (e non nella sua versione spesso distorta o manipolata, delle elaborazioni storiografiche e divulgative). Nel secondo capitolo dei Sommersi e i salvati (1986) Levi, partendo dal «laboratorio» del lager, chiama «grigia» quella zona dai «contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi». Levi individua le ragioni di esistenza di questa zona nel rapporto con il potere, connaturato a ogni convivenza umana, che tende a far nascere e proliferare il privilegio in maniera quasi naturale, anche, talora, con inquietanti sfumature di complicità tra vittime e carnefici. È uno dei passaggi più complessi della riflessione di Levi, che ricorda: «La condizione di offeso non esclude la colpa, e spesso questa è obiettivamente grave, ma non conosco tribunale umano a cui delegarne la misura».
Levi individua quale modello esemplare tra coloro che abitano la «zona grigia» quello di Chaim Rumkowski, ebreo nominato dai nazisti amministratore del ghetto di Lodz nell’ottobre del 1939, dopo l’invasione tedesca della Polonia – una figura controversa, collaborazionista (pertanto: carnefice) a tutti gli effetti e a tutti i livelli della macchina nazista e, nello stesso tempo, deportato, come tutti, ad Auschwitz coi suoi familiari al momento della liquidazione del ghetto stesso e lì ucciso (pertanto, anche: vittima). Non solo Primo Levi, ma anche la ricerca storiografica suggerisce tuttavia su Rumkowski anche delle ambiguità. All’interno di un quadro di indubbia collusione con il potere e per il potere, che lo rende complice, senza attenuanti, Rumkowski è noto infatti anche per i suoi tentativi, per quanto spesso grotteschi e inefficaci, di salvare, durante la sua amministrazione del ghetto, un certo numero di ebrei dalle richieste naziste. Levi è su di lui, a questo proposito, oggettivo e sferzante: «Rumkowski non fu soltanto un rinnegato e un complice; in qualche misura, oltre a farlo credere, deve essersi progressivamente convinto egli stesso di essere un messia, un salvatore del suo popolo, il cui bene, almeno ad intervalli, egli deve avere pure desiderato». Dall’analisi della psicologia di Rumkowski, Levi si sposta a considerazioni più generali, che si rivolgono al presente, quando ricorda: «ma quanto forte è la nostra [ossatura morale], di noi europei di oggi? Come si comporterebbe ognuno di noi se venisse spinto dalla necessità e in pari tempo allettato dalla seduzione?».
Sono queste domande a delimitare, secondo Levi, i contorni di fatto indefiniti della complicità e del compromesso che, in quanto tali, possono riguardare tutti; ed è questa l’area in cui sostanzialmente si posiziona la grande maggioranza di quelli che lo storico americano Christopher Browning ha definito «uomini comuni», complici dello sterminio nell’Europa degli anni Trenta e Quaranta, così come di quelli, altrettanto «comuni», destinatari delle politiche civiche e memoriali degli anni Zero.
Levi individua quale modello esemplare tra coloro che abitano la «zona grigia» quello di Chaim Rumkowski, ebreo nominato dai nazisti amministratore del ghetto di Lodz nell’ottobre del 1939, dopo l’invasione tedesca della Polonia – una figura controversa, collaborazionista (pertanto: carnefice) a tutti gli effetti e a tutti i livelli della macchina nazista e, nello stesso tempo, deportato, come tutti, ad Auschwitz coi suoi familiari al momento della liquidazione del ghetto stesso e lì ucciso (pertanto, anche: vittima). Non solo Primo Levi, ma anche la ricerca storiografica suggerisce tuttavia su Rumkowski anche delle ambiguità. All’interno di un quadro di indubbia collusione con il potere e per il potere, che lo rende complice, senza attenuanti, Rumkowski è noto infatti anche per i suoi tentativi, per quanto spesso grotteschi e inefficaci, di salvare, durante la sua amministrazione del ghetto, un certo numero di ebrei dalle richieste naziste. Levi è su di lui, a questo proposito, oggettivo e sferzante: «Rumkowski non fu soltanto un rinnegato e un complice; in qualche misura, oltre a farlo credere, deve essersi progressivamente convinto egli stesso di essere un messia, un salvatore del suo popolo, il cui bene, almeno ad intervalli, egli deve avere pure desiderato». Dall’analisi della psicologia di Rumkowski, Levi si sposta a considerazioni più generali, che si rivolgono al presente, quando ricorda: «ma quanto forte è la nostra [ossatura morale], di noi europei di oggi? Come si comporterebbe ognuno di noi se venisse spinto dalla necessità e in pari tempo allettato dalla seduzione?».
Sono queste domande a delimitare, secondo Levi, i contorni di fatto indefiniti della complicità e del compromesso che, in quanto tali, possono riguardare tutti; ed è questa l’area in cui sostanzialmente si posiziona la grande maggioranza di quelli che lo storico americano Christopher Browning ha definito «uomini comuni», complici dello sterminio nell’Europa degli anni Trenta e Quaranta, così come di quelli, altrettanto «comuni», destinatari delle politiche civiche e memoriali degli anni Zero.
Da Norimberga a Gerusalemme, e ritorno
Abitare la «zona grigia» consente dunque di riflettere su quanto messo in guardia dalla stessa Annette Wieviorka: non è l’emozione, ma sono «le risorse dell’intelligenza» (dunque della ragione e del pensiero) a garantire un’efficacia in qualche misura educativa nell’approccio alla conoscenza di Auschwitz. Allo stesso modo Levi, al termine del capitolo sulla «zona grigia», ricorda: «col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno».
È questo l’approccio scelto dal regista James Vanderbilt nel suo recentissimo Norimberga (2025), che, con un taglio didascalico, fornisce spunti sia rispetto alla questione dei perpetratori, sia sul dialogo passato-presente proprio attraverso il filtro della zona grigia e della banalità del male. Anche in questo caso la lettura della voce «Processo di Norimberga» del già citato volume di Bruttmann e Tarricone fornisce un’agile contestualizzazione storica prima della visione. È possibile integrare ulteriormente il percorso con la lettura di stralci dai taccuini con i quali Leon Goldensohn, assegnato al Processo di Norimberga come psichiatra della prigione, dà conto dei suoi sette mesi di colloqui con gli imputati (tra i quali il numero due della Germania nazista: Hermann Göring). È inoltre possibile completare un quadro di approfondimento consultando gli atti del processo, resi disponibili online dalla Yale Law School.
Il percorso da Norimberga (dove si interrogano i gerarchi nazisti) a Gerusalemme (dove testimoniano i sopravvissuti) permette di apprezzare le profonde differenze storiche tra i due processi e la ricordata nascita dell’«era del testimone». Questo taglio processuale non significa invitare a rivestire il ruolo di giudice, ma consente piuttosto di rimettere al centro, problematicamente, la questione delle responsabilità, in un mosaico in cui approcci e fonti diversi possono essere mescolati in modo efficace.
È questo l’approccio scelto dal regista James Vanderbilt nel suo recentissimo Norimberga (2025), che, con un taglio didascalico, fornisce spunti sia rispetto alla questione dei perpetratori, sia sul dialogo passato-presente proprio attraverso il filtro della zona grigia e della banalità del male. Anche in questo caso la lettura della voce «Processo di Norimberga» del già citato volume di Bruttmann e Tarricone fornisce un’agile contestualizzazione storica prima della visione. È possibile integrare ulteriormente il percorso con la lettura di stralci dai taccuini con i quali Leon Goldensohn, assegnato al Processo di Norimberga come psichiatra della prigione, dà conto dei suoi sette mesi di colloqui con gli imputati (tra i quali il numero due della Germania nazista: Hermann Göring). È inoltre possibile completare un quadro di approfondimento consultando gli atti del processo, resi disponibili online dalla Yale Law School.
Il percorso da Norimberga (dove si interrogano i gerarchi nazisti) a Gerusalemme (dove testimoniano i sopravvissuti) permette di apprezzare le profonde differenze storiche tra i due processi e la ricordata nascita dell’«era del testimone». Questo taglio processuale non significa invitare a rivestire il ruolo di giudice, ma consente piuttosto di rimettere al centro, problematicamente, la questione delle responsabilità, in un mosaico in cui approcci e fonti diversi possono essere mescolati in modo efficace.
Dal lato del «male»: contro le facili autoassoluzioni
Lo scrittore spagnolo Jorge Semprun (1923-2011), sopravvissuto alla Shoah, ricordava, perentorio: «Soltanto coloro che sapranno fare della loro testimonianza un oggetto artistico, uno spazio di creazione, o di ricreazione, riusciranno a raggiungere questa sostanza, questa densità trasparente. Soltanto l’artificio di un racconto abilmente condotto riuscirà a trasmettere in parte la verità della testimonianza». Il filo rosso della zona grigia può così continuare a essere dipanato seguendo alcune opere di finzione che hanno voluto far sperimentare al lettore/spettatore anche «il punto di vista del male». Nella diversità delle soluzioni stilistiche, è possibile infatti rintracciare una volontà tematica comune nella scelta di destabilizzare il proprio pubblico giocando con l’empatia negativa, con l’identificazione col cattivo, possibile, ma scomoda, e dunque necessaria per riflettere su sé stessi, sulle proprie scelte, nella consapevolezza che il passato non si interroga per essere rassicurati su una propria ipotetica ossatura morale non verificabile, ma piuttosto per problematizzare il senso di dubbio che l’identificazione con il perpetratore, con il complice, comporta di necessità.
Il romanzo Le benevole (2006) dello scrittore franco-americano Jonathan Littell è basato proprio su questo meccanismo: non solo il protagonista è un personaggio che non respinge, anzi permette, l’identificazione con il lettore, ma può anche suscitare in lui un ambiguo desiderio di imitazione. Si tratta di un romanzo “difficile” da portare in classe, ha però il merito di far «calare il lettore nella mente del genocida» (per riprendere di nuovo Vitiello), ricostruendo in forma artistica quanto proposto a livello storiografico in un altro saggio fondamentale sui «volonterosi carnefici di Hitler» che contribuirono e sostennero, consapevolmente, lo sterminio.
Se si è interessati a sperimentare in classe «il punto di vista del cattivo», vi sono anche altre opere letterarie di più immediata accessibilità. È possibile costruire un percorso su perpetratori e spettatori attraverso la lettura di Destinatario sconosciuto della scrittrice statunitense Kressmann Taylor (1903-1996), efficace racconto lungo pubblicato, con sguardo anticipatorio, già nel 1939. Racconta l’amicizia di due uomini tedeschi, un ebreo (rimasto a San Francisco) e un non ebreo, rientrato in Germania alla vigilia dell’ascesa di Hitler. La storia, tutta epistolare, si dipana attraverso le fasi di un progressivo allontanamento che renderanno, in maniera diversa e simmetricamente «grigia», uno il carnefice dell’altro.
All’esplorazione del punto di vista del male attraverso l’identificazione postuma con un carnefice della Shoah ha dedicato una delle quattro novelle della raccolta Stagioni diverse (1982) Stephen King: Un ragazzo sveglio racconta la storia di uno studente tredicenne che, dopo avere riconosciuto un ex gerarca nazista in uno degli anziani pensionati che vivono nella sua tranquilla cittadina, inizia una discesa di progressiva identificazione con la mente del carnefice, arrivando a trasformarsi da ragazzo modello a imitatore attivo del male che ha prima riconosciuto, poi interrogato, poi abitato. La novella è stata trasposta in un film per la regia di Bryan Singer (1998) che riflette in maniera altrettanto efficace sul pericolo sottile e inizialmente invisibile dell’identificazione per delega, che porta alla progressiva trasformazione da spettatore in attore. Anche il breve romanzo di Paolo Maurensig La variante di Lüneburg (1993) esplora la Shoah attraverso la stessa lente della zona grigia, dal punto di vista complesso della vittima costretta a farsi anche carnefice all’interno del non-luogo rappresentato dal lager.
Infine, proprio allo spazio del lager come «zona di interesse», di sospensione dell’esistenza, nella quale si dispiega in tutta la sua straniante naturalezza la banalità del male è dedicata una delle opere di finzione più originali degli ultimi anni: il film La zona di interesse (2023) di Jonathan Glazer (un’altra opera di finzione tratta – molto liberamente – da finzione, ovvero l’omonimo romanzo dell’inglese Martin Amis). Con una tecnica cinematografica particolarissima, e giocando in maniera disturbante con le aspettative del pubblico (che entra in sala immaginando di assistere a tutto il repertorio di immagini dello sterminio che è convinto di conoscere), il film cattura lo sguardo dello spettatore, mettendo sotto i suoi occhi la “normalità” della vita del comandante di Auschwitz non dentro, ma a fianco del campo, ricordando a tutti noi come possa essere incredibilmente semplice continuare a vivere nella stanza accanto, scegliendo di non ascoltare il rumore di fondo (costantemente presente nel sonoro del film) del genocidio che si contribuisce a portare avanti, e che continua ad accadere, incessante, pochi metri più in là.
Gennaio 2026
Immagine: il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, a Berlino.
Il romanzo Le benevole (2006) dello scrittore franco-americano Jonathan Littell è basato proprio su questo meccanismo: non solo il protagonista è un personaggio che non respinge, anzi permette, l’identificazione con il lettore, ma può anche suscitare in lui un ambiguo desiderio di imitazione. Si tratta di un romanzo “difficile” da portare in classe, ha però il merito di far «calare il lettore nella mente del genocida» (per riprendere di nuovo Vitiello), ricostruendo in forma artistica quanto proposto a livello storiografico in un altro saggio fondamentale sui «volonterosi carnefici di Hitler» che contribuirono e sostennero, consapevolmente, lo sterminio.
Se si è interessati a sperimentare in classe «il punto di vista del cattivo», vi sono anche altre opere letterarie di più immediata accessibilità. È possibile costruire un percorso su perpetratori e spettatori attraverso la lettura di Destinatario sconosciuto della scrittrice statunitense Kressmann Taylor (1903-1996), efficace racconto lungo pubblicato, con sguardo anticipatorio, già nel 1939. Racconta l’amicizia di due uomini tedeschi, un ebreo (rimasto a San Francisco) e un non ebreo, rientrato in Germania alla vigilia dell’ascesa di Hitler. La storia, tutta epistolare, si dipana attraverso le fasi di un progressivo allontanamento che renderanno, in maniera diversa e simmetricamente «grigia», uno il carnefice dell’altro.
All’esplorazione del punto di vista del male attraverso l’identificazione postuma con un carnefice della Shoah ha dedicato una delle quattro novelle della raccolta Stagioni diverse (1982) Stephen King: Un ragazzo sveglio racconta la storia di uno studente tredicenne che, dopo avere riconosciuto un ex gerarca nazista in uno degli anziani pensionati che vivono nella sua tranquilla cittadina, inizia una discesa di progressiva identificazione con la mente del carnefice, arrivando a trasformarsi da ragazzo modello a imitatore attivo del male che ha prima riconosciuto, poi interrogato, poi abitato. La novella è stata trasposta in un film per la regia di Bryan Singer (1998) che riflette in maniera altrettanto efficace sul pericolo sottile e inizialmente invisibile dell’identificazione per delega, che porta alla progressiva trasformazione da spettatore in attore. Anche il breve romanzo di Paolo Maurensig La variante di Lüneburg (1993) esplora la Shoah attraverso la stessa lente della zona grigia, dal punto di vista complesso della vittima costretta a farsi anche carnefice all’interno del non-luogo rappresentato dal lager.
Infine, proprio allo spazio del lager come «zona di interesse», di sospensione dell’esistenza, nella quale si dispiega in tutta la sua straniante naturalezza la banalità del male è dedicata una delle opere di finzione più originali degli ultimi anni: il film La zona di interesse (2023) di Jonathan Glazer (un’altra opera di finzione tratta – molto liberamente – da finzione, ovvero l’omonimo romanzo dell’inglese Martin Amis). Con una tecnica cinematografica particolarissima, e giocando in maniera disturbante con le aspettative del pubblico (che entra in sala immaginando di assistere a tutto il repertorio di immagini dello sterminio che è convinto di conoscere), il film cattura lo sguardo dello spettatore, mettendo sotto i suoi occhi la “normalità” della vita del comandante di Auschwitz non dentro, ma a fianco del campo, ricordando a tutti noi come possa essere incredibilmente semplice continuare a vivere nella stanza accanto, scegliendo di non ascoltare il rumore di fondo (costantemente presente nel sonoro del film) del genocidio che si contribuisce a portare avanti, e che continua ad accadere, incessante, pochi metri più in là.
Gennaio 2026
Immagine: il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, a Berlino.
Riferimenti bibliografici essenziali
Il testo della legge 211 del 20 luglio 2000, istitutiva del «Giorno della memoria» si trova facilmente in rete; si rimanda qui alla sua pubblicazione sul sito Normattiva, sul quale è possibile sempre consultare la normativa aggiornata e in vigore.
Le citazioni di Guri Schwarz sono tratte dal suo articolo Il 27 gennaio e le aporie della memoria, «Italia Contemporanea», 296, 2021, pp. 100-123; il saggio è contenuto nel numero monografico curato dallo storico Filippo Focardi dedicato a Memoria pubblica e calendario civile in Italia: interazioni, competizioni e dinamiche conflittuali. Una riflessione introduttiva.
Il libro di Valentina Pisanty, I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, è stato pubblicato nel 2020 (Bompiani, Milano). Sul concetto di «post-testimone» e «post-testimonianza» un altro saggio di Valentina Pisanty, sempre del 2020, anticipava le riflessioni più distese del volume: Che cosa è andato storto? Le politiche della memoria nell’epoca del post-testimone, «Novecento.org», 3 gennaio 2020.
Il libro di Guido Vitiello è Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop, Ipermedium libri, Santa Maria Capua Vetere 2011.
Sul 27 gennaio nel calendario civile italiano e internazionale si veda anche il contributo pubblicato da Filippo Benfante in questo stesso spazio online nel gennaio 2025.
Il concetto di paradigma vittimario è stato proposto dallo storico Giovanni De Luna nel libro La repubblica del dolore, Feltrinelli, Milano 2011. Sul legame tra politiche memoriali e «paradigma vittimario», su cui ha riflettuto Giovanni De Luna, si veda anche il contributo di Nicola Labanca sul 20 settembre, in questo stesso spazio online (settembre 2025).
Ipotesi di percorsi didattici per affrontare in maniera aggiornata e problematizzante il giorno della memoria a scuola si possono trovare nell’articolo di Giorgio Giovannetti, Memorie contese: il 27 gennaio, «Novecento.org», 18 settembre 2024. L’articolo contiene anche una sintesi sulle ragioni geopolitiche che hanno portato a eleggere il giorno della memoria come elemento fondativo dell’identità europea comune agli inizi degli anni Zero.
Il libro di Christopher Browning citato è Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia (ed. or. 1992, prima trad. it. di Laura Salvai, Einaudi, Torino 1995); l’edizione più recente, ampliata, è quella Einaudi, Torino 2022. Si può affiancarvi un altro libro a cui ho alluso nel testo: Daniel J. Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto, trad. di Enrico Basaglia, Mondadori, Milano 1997 (ed. or. 1996).
Le 100 parole della Shoah, a cura di Tal Bruttmann e Christophe Tarricone, trad. di Vanna Lucattini Vogelmann, Firenze, Giuntina 2019, è costruito come un piccolo prontuario alfabetico, di grande rigore, sui concetti essenziali per comprendere la Shoah. Si può ricorrere anche al meno recente Dizionario dell’olocausto, a cura di Walter Laqueur, ed. it. a cura di Alberto Cavaglion, Einaudi, Torino 2004.
Il libro nel quale Annette Wieviorka ha definito il concetto di «era del testimone» è appunto L’era del testimone, trad. di Federica Sossi, Raffaello Cortina, Milano 1999. La storica francese si è interrogata sul valore predominante della ragione rispetto all’emozione nel raccontare la Shoah in un agile libretto, molto utile da portare in classe: Auschwitz spiegato a mia figlia, trad. di Eliana Vicari Fabris, nota all’ed. it. di Frediano Sessi, postfazione di Amos Luzzatto, Einaudi, Torino, 1999 (ed. or. 1999; ed. it. più recente 2014).
Il concetto di «trauma vicario» è stato proposto da Gary Weissman, Fantasies of Witnessing. Postwar Efforts to Experience the Holocaust, Cornell University Press, New York 2004 (non ancora tradotto in italiano).
Il libro di memoria di Jorge Semprun è La scrittura o la vita, trad. di Antonietta Sanna, Guanda, Parma 1994 (l’ed. più recente è del 2020, con una introduzione di Paolo Mauri).
Le citazioni di Guri Schwarz sono tratte dal suo articolo Il 27 gennaio e le aporie della memoria, «Italia Contemporanea», 296, 2021, pp. 100-123; il saggio è contenuto nel numero monografico curato dallo storico Filippo Focardi dedicato a Memoria pubblica e calendario civile in Italia: interazioni, competizioni e dinamiche conflittuali. Una riflessione introduttiva.
Il libro di Valentina Pisanty, I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, è stato pubblicato nel 2020 (Bompiani, Milano). Sul concetto di «post-testimone» e «post-testimonianza» un altro saggio di Valentina Pisanty, sempre del 2020, anticipava le riflessioni più distese del volume: Che cosa è andato storto? Le politiche della memoria nell’epoca del post-testimone, «Novecento.org», 3 gennaio 2020.
Il libro di Guido Vitiello è Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop, Ipermedium libri, Santa Maria Capua Vetere 2011.
Sul 27 gennaio nel calendario civile italiano e internazionale si veda anche il contributo pubblicato da Filippo Benfante in questo stesso spazio online nel gennaio 2025.
Il concetto di paradigma vittimario è stato proposto dallo storico Giovanni De Luna nel libro La repubblica del dolore, Feltrinelli, Milano 2011. Sul legame tra politiche memoriali e «paradigma vittimario», su cui ha riflettuto Giovanni De Luna, si veda anche il contributo di Nicola Labanca sul 20 settembre, in questo stesso spazio online (settembre 2025).
Ipotesi di percorsi didattici per affrontare in maniera aggiornata e problematizzante il giorno della memoria a scuola si possono trovare nell’articolo di Giorgio Giovannetti, Memorie contese: il 27 gennaio, «Novecento.org», 18 settembre 2024. L’articolo contiene anche una sintesi sulle ragioni geopolitiche che hanno portato a eleggere il giorno della memoria come elemento fondativo dell’identità europea comune agli inizi degli anni Zero.
Il libro di Christopher Browning citato è Uomini comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia (ed. or. 1992, prima trad. it. di Laura Salvai, Einaudi, Torino 1995); l’edizione più recente, ampliata, è quella Einaudi, Torino 2022. Si può affiancarvi un altro libro a cui ho alluso nel testo: Daniel J. Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto, trad. di Enrico Basaglia, Mondadori, Milano 1997 (ed. or. 1996).
Le 100 parole della Shoah, a cura di Tal Bruttmann e Christophe Tarricone, trad. di Vanna Lucattini Vogelmann, Firenze, Giuntina 2019, è costruito come un piccolo prontuario alfabetico, di grande rigore, sui concetti essenziali per comprendere la Shoah. Si può ricorrere anche al meno recente Dizionario dell’olocausto, a cura di Walter Laqueur, ed. it. a cura di Alberto Cavaglion, Einaudi, Torino 2004.
Il libro nel quale Annette Wieviorka ha definito il concetto di «era del testimone» è appunto L’era del testimone, trad. di Federica Sossi, Raffaello Cortina, Milano 1999. La storica francese si è interrogata sul valore predominante della ragione rispetto all’emozione nel raccontare la Shoah in un agile libretto, molto utile da portare in classe: Auschwitz spiegato a mia figlia, trad. di Eliana Vicari Fabris, nota all’ed. it. di Frediano Sessi, postfazione di Amos Luzzatto, Einaudi, Torino, 1999 (ed. or. 1999; ed. it. più recente 2014).
Il concetto di «trauma vicario» è stato proposto da Gary Weissman, Fantasies of Witnessing. Postwar Efforts to Experience the Holocaust, Cornell University Press, New York 2004 (non ancora tradotto in italiano).
Il libro di memoria di Jorge Semprun è La scrittura o la vita, trad. di Antonietta Sanna, Guanda, Parma 1994 (l’ed. più recente è del 2020, con una introduzione di Paolo Mauri).
Percorsi
* Sui processi di Norimberga e Gerusalemme:
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt è stato pubblicato per la prima volta nel 1963, a un anno dall’esecuzione della sentenza di impiccagione per Eichmann. In Italia è stato pubblicato nel 1964 (trad. di Piero Bernardini, Feltrinelli, Milano). È un classico continuamente ristampato.
Il profilo di Sergio Luzzatto su Eichmann è contenuto in Id. Una febbre del mondo, Einaudi, Torino 2016.
La poesia di Primo Levi Per Adolf Eichmann fa parte della raccolta Ad ora incerta (Garzanti, Milano 1984). Sulle opere e la bibliografia relativa a Primo Levi si veda anche il percorso seguente.
Il film The Eichmann Show, regia di Paul Andrew Williams, è uscito nel 2015.
Il film Norimberga, regia di James Vanderbilt, è uscito nel 2025. Per orientarsi tra le sue numerose fonti, storiche, memoriali, saggistiche è utile l’articolo di Marco Ercolani, Norimberga: i gerarchi e lo psichiatra, «doppiozero», 26 dicembre 2025.
I taccuini di Norimberga derivati dai colloqui di Leon Goldensohn con i gerarchi nazisti a processo (progetto di un libro che l’autore non poté mai realizzare) sono stati pubblicati per la prima volta nel 2004 e sono da poco disponibili in edizione italiana: I taccuini di Norimberga, a cura di Robert Gellately, trad. di Piero Budinich, Neri Pozza, Vicenza 2025.
Gli Atti dei Processi di Norimberga si possono consultare online sul sito del progetto Avalon (The Avalon Project. Documents in Law, History and Diplomacy) della Yale Law School: https://avalon.law.yale.edu/subject_menus/imt.asp. Altre collezioni documentarie online sui processi di Norimberga che vale la pena consultare sono la pagina del Nuremberg Trials Project (realizzato dalla Harvard University) e quella della Donovan Nuremberg Trials Collection, della Cornell University.
* Sulla «zona grigia»
Una prima versione della storia del «re del ghetto» Chaim Rumkowski si può leggere nel racconto di Primo Levi, Il re dei Giudei, del 1977, poi raccolto in Lilìt (Einaudi, Torino 1981) e infine integrato nel capitolo sulla Zona grigia dei Sommersi e i salvati (Einaudi, Torino 1986). Sulle ambiguità storiografiche legate alla figura di Chaim Mordechai Rumkowski è possibile consultare la scheda proposta da Yad Vashem.
Le opere di Levi sono continuamente ristampate, spesso arricchite da nuovi apparati frutto del lavoro di studiosi e studiose che negli ultimi due decenni hanno enormemente incrementato la critica sull’opera dello scrittore torinese. Si rimanda ai tre volumi delle Opere complete di Primo Levi, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 2016-2018.
* Dal «lato del male»
Il concetto di «empatia negativa» è stato proposto come categoria interpretativa in un recente saggio di Stefano Ercolino e Massimo Fusillo, Empatia negativa. Il punto di vista del male, Bompiani, Milano 2022.
Il romanzo di Jonathan Littell uscì in francese nel 2006, seguì l’ed. it. Le benevole, trad. di Margherita Botto, Einaudi, Torino 2007. Sulla rivista online Le parole e le cose del 27 gennaio 2012 Guido Mazzoni ha pubblicato un interessante intervento sul romanzo, che imposta il discorso a partire dall’identificazione con il punto di vista del personaggio “scomodo”: Sul romanzo contemporaneo/1. «Le benevole» (2006) di Jonathan Littell.
Il film La zona di interesse, regia di Jonathan Glazer, 2023, è liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Martin Amis, La zona di interesse, trad. di Maurizia Balmelli, Einaudi, Torino 2015. Si rimanda alla recensione del film scritta da Silvia Morganti, The Zone of Interest: la perfezione tra immagine visiva e immaginazione uditiva, «Novecento.org», 29 maggio 2024, che si interroga sulla funzione stessa che ricopre (e ha ricoperto) la ricca produzione cinematografica sulla Shoah prodotta fino a oggi. Sul ruolo di spartiacque del film di Glaser nella cinematografia sulla Shoah, si veda Gabriele Cingolani, Oltre il nero di uno schermo. Su “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer, «La letteratura e noi», 31 maggio 2024.
La novella di Stephen King, Un ragazzo sveglio (or. Apt Pupil), fa parte della raccolta Stagioni diverse (1982), Sperling & Kupfer, Milano 1987 (trad. di Paola Formenti, ultima ristampa 2013). Nel 1998 ne è uscita la trasposizione filmica L’allievo, regia di Bryan Singer.
Il racconto breve di Kathrine Kressmann Taylor, Destinatario sconosciuto (1939), si può trovare in traduzione italiana (trad. di Ada Arduini, Rizzoli, Milano 2000 e seguenti ristampe).
Il romanzo di Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, è uscito per la prima volta nel 1993 (Adelphi, Milano).
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme di Hannah Arendt è stato pubblicato per la prima volta nel 1963, a un anno dall’esecuzione della sentenza di impiccagione per Eichmann. In Italia è stato pubblicato nel 1964 (trad. di Piero Bernardini, Feltrinelli, Milano). È un classico continuamente ristampato.
Il profilo di Sergio Luzzatto su Eichmann è contenuto in Id. Una febbre del mondo, Einaudi, Torino 2016.
La poesia di Primo Levi Per Adolf Eichmann fa parte della raccolta Ad ora incerta (Garzanti, Milano 1984). Sulle opere e la bibliografia relativa a Primo Levi si veda anche il percorso seguente.
Il film The Eichmann Show, regia di Paul Andrew Williams, è uscito nel 2015.
Il film Norimberga, regia di James Vanderbilt, è uscito nel 2025. Per orientarsi tra le sue numerose fonti, storiche, memoriali, saggistiche è utile l’articolo di Marco Ercolani, Norimberga: i gerarchi e lo psichiatra, «doppiozero», 26 dicembre 2025.
I taccuini di Norimberga derivati dai colloqui di Leon Goldensohn con i gerarchi nazisti a processo (progetto di un libro che l’autore non poté mai realizzare) sono stati pubblicati per la prima volta nel 2004 e sono da poco disponibili in edizione italiana: I taccuini di Norimberga, a cura di Robert Gellately, trad. di Piero Budinich, Neri Pozza, Vicenza 2025.
Gli Atti dei Processi di Norimberga si possono consultare online sul sito del progetto Avalon (The Avalon Project. Documents in Law, History and Diplomacy) della Yale Law School: https://avalon.law.yale.edu/subject_menus/imt.asp. Altre collezioni documentarie online sui processi di Norimberga che vale la pena consultare sono la pagina del Nuremberg Trials Project (realizzato dalla Harvard University) e quella della Donovan Nuremberg Trials Collection, della Cornell University.
* Sulla «zona grigia»
Una prima versione della storia del «re del ghetto» Chaim Rumkowski si può leggere nel racconto di Primo Levi, Il re dei Giudei, del 1977, poi raccolto in Lilìt (Einaudi, Torino 1981) e infine integrato nel capitolo sulla Zona grigia dei Sommersi e i salvati (Einaudi, Torino 1986). Sulle ambiguità storiografiche legate alla figura di Chaim Mordechai Rumkowski è possibile consultare la scheda proposta da Yad Vashem.
Le opere di Levi sono continuamente ristampate, spesso arricchite da nuovi apparati frutto del lavoro di studiosi e studiose che negli ultimi due decenni hanno enormemente incrementato la critica sull’opera dello scrittore torinese. Si rimanda ai tre volumi delle Opere complete di Primo Levi, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 2016-2018.
* Dal «lato del male»
Il concetto di «empatia negativa» è stato proposto come categoria interpretativa in un recente saggio di Stefano Ercolino e Massimo Fusillo, Empatia negativa. Il punto di vista del male, Bompiani, Milano 2022.
Il romanzo di Jonathan Littell uscì in francese nel 2006, seguì l’ed. it. Le benevole, trad. di Margherita Botto, Einaudi, Torino 2007. Sulla rivista online Le parole e le cose del 27 gennaio 2012 Guido Mazzoni ha pubblicato un interessante intervento sul romanzo, che imposta il discorso a partire dall’identificazione con il punto di vista del personaggio “scomodo”: Sul romanzo contemporaneo/1. «Le benevole» (2006) di Jonathan Littell.
Il film La zona di interesse, regia di Jonathan Glazer, 2023, è liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Martin Amis, La zona di interesse, trad. di Maurizia Balmelli, Einaudi, Torino 2015. Si rimanda alla recensione del film scritta da Silvia Morganti, The Zone of Interest: la perfezione tra immagine visiva e immaginazione uditiva, «Novecento.org», 29 maggio 2024, che si interroga sulla funzione stessa che ricopre (e ha ricoperto) la ricca produzione cinematografica sulla Shoah prodotta fino a oggi. Sul ruolo di spartiacque del film di Glaser nella cinematografia sulla Shoah, si veda Gabriele Cingolani, Oltre il nero di uno schermo. Su “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer, «La letteratura e noi», 31 maggio 2024.
La novella di Stephen King, Un ragazzo sveglio (or. Apt Pupil), fa parte della raccolta Stagioni diverse (1982), Sperling & Kupfer, Milano 1987 (trad. di Paola Formenti, ultima ristampa 2013). Nel 1998 ne è uscita la trasposizione filmica L’allievo, regia di Bryan Singer.
Il racconto breve di Kathrine Kressmann Taylor, Destinatario sconosciuto (1939), si può trovare in traduzione italiana (trad. di Ada Arduini, Rizzoli, Milano 2000 e seguenti ristampe).
Il romanzo di Paolo Maurensig, La variante di Lüneburg, è uscito per la prima volta nel 1993 (Adelphi, Milano).
L’autrice
Orsetta Innocenti è docente di materie letterarie nella scuola secondaria di secondo grado; attualmente insegna presso il Liceo Russoli ed è tutor coordinatrice per i percorsi di abilitazione docente di italiano e storia all’Università, a Pisa. Si è laureata all’Università di Pisa in Teoria della Letteratura ed è stata allieva della Scuola Normale Superiore (Pisa), dove ha conseguito il Diploma nel 1997. La sua formazione post-universitaria è proseguita tra le Università di Roma Tre, Bologna, Cambridge. Nelle sue ricerche si è occupata di letteratura giovanile, letteratura e storia (in particolare Resistenza e Shoah), letteratura e scienza. Tra le sue pubblicazioni segnaliamo: La letteratura giovanile, Laterza, Roma-Bari 2000; La biblioteca inglese di Fenoglio. Percorsi romanzeschi in Una questione privata, Vecchiarelli, Manziana 2001; la voce «Genocidio» in Dizionario dei temi letterari, 3 voll., a cura di Remo Ceserani, Mario Domenichelli, Pino Fasano, Utet, Torino 2007 (vol. II, pp. 981-986). Di recente ha partecipato a due webinar organizzati da Mondadori Education: Letteratura, amore, guerra in Una questione privata di Fenoglio (4 ottobre 2022); Insegnare la Shoah: costruzione e ricostruzione della memoria pubblica (25 gennaio 2023).