«Il diritto alle proprie convinzioni politiche». Una lettera dal carcere di Nelson Mandela

A cura di Tommaso Munari

Il leader sudafricano Nelson Mandela (1918-2013) entrò in carcere a 44 anni, nel 1962, e ne uscì a 72, nel 1990: più di 27 anni di prigionia per aver combattuto il regime di apartheid. I discorsi che pronunciò nel corso dei processi subiti e le lettere che scrisse dalla cella sono diventati documenti storici, e allo stesso tempo agiscono ancora per ispirare e sostenere le lotte contro ogni genere di violazione dei diritti umani, in ogni parte del mondo.

 

Una parola nuova per un’idea vecchia

«Apartheid era un vocabolo nuovo», scrisse Nelson Mandela (1918-2013) nella sua autobiografia, uscita quando ormai era diventato presidente del Sudafrica, «ma l’idea era vecchia». Quella parola di origine afrikaans fu impiegata per la prima volta solo nel 1927, ma la segregazione razziale che essa denotava risaliva all’inizio del Novecento, quando, al termine delle Guerre anglo-boere (1880-1881 e 1899-1902), venne costituita l’Unione del Sud Africa (1910). Fu allora che la minoranza di origine inglese e boera, convinta della propria superiorità razziale, cominciò a introdurre una serie di leggi e regolamenti via via più oppressivi che discriminavano la maggioranza di etnia nera. Finché nel 1948, con la vittoria del Partito nazionale riunificato, «quello che era esistito più o meno de facto», per utilizzare ancora le parole di Mandela, «si affermò implacabilmente de jure». Ebbe infatti inizio allora il sistema legale di apartheid – letteralmente, “separatezza” – che negli anni successivi avrebbe portato alla totale segregazione della popolazione nera (ma anche meticcia e indiana), con quartieri, scuole, ospedali, uffici, spiagge e mezzi di trasporto rigorosamente separati.

 

Il detenuto politico Nelson Mandela

Nell’estate del 1962, l’avvocato Nelson Rolihlahla Mandela, noto esponente del Congresso nazionale africano (Cna) – il partito nato nel 1912 per difendere i diritti della maggioranza nera –, rientrò in patria da un tour dell’Africa di sette mesi, nel corso del quale aveva visitato i nuovi Stati indipendenti (ne erano nati 17 nel solo 1960, anno-simbolo del processo di decolonizzazione), raccolto fondi per la causa del Cna e ricevuto un addestramento militare. Dopo il massacro di Sharpeville (21 marzo 1960), in cui erano stati uccisi settanta manifestanti disarmati, si era infatti convinto che il solo mezzo per sconfiggere il regime di apartheid fosse la lotta armata.

Arrestato poco dopo il suo rientro, il 5 novembre Mandela fu condannato per aver incitato i lavoratori a scioperare nel maggio 1961 e lasciato il Paese clandestinamente, per quel suo viaggio continentale, nel gennaio 1962. Mentre scontava una prima condanna a cinque anni, nel 1964 fu nuovamente processato assieme a un gruppo di compagni, con le accuse di sabotaggio e di alto tradimento, in sostanza per aver fatto ricorso alla lotta armata. La condanna fu l’ergastolo.

La prigionia di Mandela fu lunga 10.052 giorni, trascorsi per la maggior parte nel carcere di massima sicurezza di Robben Island, al largo di Città del Capo: ventisette anni e mezzo di reclusione in cui il suo unico contatto con il mondo, a parte le poche visite concesse, fu rappresentato dalle lettere, anch’esse sottoposte a limitazioni e controlli, che scriveva e riceveva.

 

La lingua del nemico

Uno degli aspetti più interessanti dell’epistolario carcerario di Mandela è il suo plurilinguismo. La maggior parte delle lettere è scritta in inglese, che apprese alla perfezione durante la prigionia, ma le più intime sono in xhosa, la lingua materna a cui ricorreva quando voleva esprimere riconoscenza o affetto. La terza lingua è l’afrikaans, ossia l’idioma dei boeri, che Mandela studiò a fondo per poterla utilizzare contro i suoi carcerieri. Nonostante la condanna definitiva all’ergastolo, continuò a combattere «contro la tirannide del colore» e a rivendicare «il diritto alle proprie convinzioni politiche» anche dall’interno del carcere. Oltre alla moglie Winnie, ai cinque figli e agli amici più cari, il destinatario principale delle sue lettere era infatti lo Stato – incarnato di volta in volta dal direttore di Robben Island, dal commissario per le Carceri e dal ministro della Giustizia –, al quale ribadì incessantemente che l’unico modo per fermare il conflitto sociale che lacerava il Sudafrica era porre fine al regime di apartheid, avviando un processo di riconciliazione fra neri e bianchi.

 

Il documento. «Contro la tirannide del colore»

Il 22 aprile 1969, dal carcere di Robben Island, Nelson Mandela indirizzò, a nome suo e di altri detenuti politici, una lettera al ministro della Giustizia a cui chiedeva la propria e la loro scarcerazione. A cinque anni dall’inizio del processo, chiuso con una condanna all’ergastolo, il prigioniero rovesciava l’accusa: era il governo sudafricano ad aver impedito ogni possibilità di lotta democratica e il ricorso alla violenza era stato «inevitabile». La scarcerazione era invece necessaria per avviare negoziati che potessero portare a una soluzione pacifica, a un Sudafrica «democratico e libero». Nel frattempo, occorreva che lui e i suoi compagni fossero riconosciuti come prigionieri politici e che si ponesse fine a ogni trattamento vessatorio e alle discriminazioni.

 
Egregio Signore,

I miei colleghi mi hanno chiesto di scriverle e di chiederle di scarcerarci e, in attesa della sua decisione in materia, di accordarci il trattamento di cui hanno diritto i prigionieri politici. È nostro desiderio, fin d’ora, sottolineare che, nel fare questa richiesta, non imploriamo pietà, bensì esercitiamo il diritto di tutti i carcerati alle loro convinzioni politiche [...].

Prima della nostra condanna e incarcerazione, eravamo membri di note organizzazioni politiche che si sono battute contro le persecuzioni politiche e razziali e che hanno chiesto pieni diritti politici per le persone africane, meticce e indiane di questo paese. Abbiamo rigettato del tutto, così come continuiamo a fare, ogni forma di discriminazione bianca e, in particolare, la dottrina dello sviluppo separato[1], e abbiamo chiesto un Sudafrica democratico e libero dai mali dell’oppressione razziale, un paese in cui tutti i sudafricani, indipendentemente dalla razza o dal credo, vivessero insieme in pace e armonia in base al principio dell’uguaglianza.

Tutti noi, senza eccezione, siamo stati giudicati colpevoli e condannati per attività politiche che abbiamo svolto come parte integrante della nostra lotta per far ottenere al nostro popolo il diritto all’autodeterminazione, diritto riconosciuto in tutto il mondo civilizzato in quanto diritto di nascita inalienabile di tutti gli esseri umani. A ispirare tali attività è stato il desiderio di opporci a politiche razziali e a leggi ingiuste che violano il principio dei diritti umani e le libertà fondamentali alla base di un governo democratico [...].

Gettare in prigione centinaia di persone altrimenti innocenti ha causato privazioni e dissesti familiari. Infine, ciò ha istituito un regno di terrore che non ha precedenti nella storia del paese e ha chiuso qualsiasi canale di lotta costituzionale. In una situazione simile, il ricorso alla violenza è stato l’alternativa inevitabile degli insorti che avevano il coraggio delle loro idee. Nessun uomo di principio e integrità avrebbe potuto fare diversamente. Restare a braccia conserte sarebbe stato un atto di resa a un Governo di minoranza e un tradimento della nostra causa. La storia del mondo in generale e quella del Sudafrica in particolare ci insegnano che il ricorso alla violenza, in certi casi, può essere perfettamente legittimo [...].

L’unico modo per evitare una catastrofe consiste non nel tenere uomini innocenti in carcere, bensì nell’abbandonare le vostre azioni provocatorie e nel perseguire politiche sane e illuminate. Il fatto che in questo paese debba esserci un conflitto infausto e si debba spargere del sangue dipende interamente dal Governo. Il persistente soffocamento delle nostre aspirazioni e la scelta di governare attraverso la coercizione spinge sempre più gente alla violenza. Né lei né io possiamo prevedere [il prezzo] che il paese dovrà pagare alla fine di quel conflitto. La soluzione ovvia consiste nel metterci in libertà e nel tenere una tavola rotonda al fine di valutare una soluzione pacifica.

La nostra richiesta primaria è che lei ci metta in libertà e, in attesa della sua decisione, che ci tratti da prigionieri politici. Il che significa disporre di una buona alimentazione, di indumenti adeguati, letti e materassi, giornali, radio, bioscope[2] [e] contatti migliori e più stretti con le nostre famiglie e i nostri amici, qui e all’estero. Un trattamento da prigionieri politici implica la libertà di ottenere tutto il materiale di lettura non al bando e scrivere libri in vista di una pubblicazione. Ci aspettiamo di poter scegliere il lavoro che ognuno di noi desidera e di decidere quali mestieri apprendere [...].

In questa situazione, il Governo considera la prigione non un istituto di riabilitazione bensì uno strumento di castigo volto non a prepararci a condurre una vita rispettabile e attiva, dopo il rilascio, e a svolgere il nostro ruolo di degni membri della società, bensì a punirci e a menomarci per far sì che non abbiamo mai più la forza e il coraggio per perseguire i nostri ideali. Ecco la nostra punizione per aver alzato la voce contro la tirannide del colore. È questa la vera spiegazione del pessimo trattamento che riceviamo in carcere: lavoro duro senza pausa per gli ultimi 5 anni, cibo scadente, negazione del materiale culturale essenziale e isolamento dal mondo esterno. Ecco il motivo per cui privilegi di norma concessi ad altri prigionieri, compresi quelli colpevoli di omicidio, stupro e reati aventi a che fare con la disonestà, sono negati ai prigionieri politici [...]

Per concludere, dichiariamo che gli anni che abbiamo trascorso su quest’isola sono stati difficili. Praticamente ognuno di noi ha vissuto fino in fondo, in un modo o nell’altro, le sofferenze che patiscono i prigionieri non bianchi. Tali sofferenze, in certi casi, sono state l’effetto dell’indifferenza dei funzionari ai nostri problemi e, in altri, la conseguenza di persecuzioni vere e proprie. Ma la situazione è decisamente migliorata e noi speriamo che possano venire giorni persino migliori. Aggiungiamo solo la nostra fiducia nel fatto che, quando prenderà in considerazione la nostra richiesta, lei tenga a mente che le idee che ci ispirano e le convinzioni che danno forma e direzione alle nostre attività costituiscono l’unica soluzione ai problemi del nostro paese e sono in armonia con le visioni illuminate della famiglia umana.

Cordiali saluti,

N. Mandela

(Nelson Mandela, Lettere dal carcere, a cura di Sahm Venter, trad. di Seba Pezzani, Il Saggiatore, Milano 2018, pp. 127-35)

[1] «Dottrina dello sviluppo separato» era un sinonimo eufemistico di apartheid.

[2] Apparecchio per la proiezione di film.

 

Da prigioniero politico a presidente del Sudafrica

Mandela venne scarcerato l’11 febbraio 1990. Fu il primo passo verso lo smantellamento del regime di apartheid, a cui si giunse grazie anche alle pressioni internazionali avviate sin dagli anni Settanta (nel 1976 entrò in vigore la Convenzione delle Nazioni Unite sulla soppressione e punizione del crimine di apartheid, che poi divenne formalmente un crimine contro l’umanità) e intensificate da governi e opinione pubblica mondiale negli anni Ottanta.

La sera della sua liberazione, Mandela tenne un discorso dal balcone del municipio di Città del Capo in cui chiedeva «ai nostri compatrioti bianchi di unirsi a noi nella costruzione di un nuovo Sudafrica» e «alla comunità internazionale di procedere nella campagna che mira a isolare il regime separatista». Quel traguardo fu raggiunto ufficialmente il 27 aprile 1994, ossia il giorno delle prime elezioni libere e democratiche del Sudafrica, che sancirono la vittoria del Cna e l’elezione di Mandela alla presidenza della Repubblica.

La nomina alla vicepresidenza del presidente uscente Frederik W. de Klerk (a oggi l’ultimo presidente bianco del Sudafrica) costituì un primo segnale della volontà di riconciliazione nazionale, che trovò un’espressione ancor più forte nell’istituzione della Commissione per la verità e la riconciliazione, un tribunale straordinario (attivo dal 1995 al 1998) chiamato a fare luce sui crimini dell’apartheid, mettendo a confronto vittime e responsabili delle violenze (da entrambe le parti) e dando la possibilità ai colpevoli che confessavano di accedere a forme di amnistia. Si trattò di un esperimento – diventato poi un modello – di «giustizia riparativa», ossia un approccio al sistema penale che mira a trovare un punto di equilibrio fra riconoscimento delle responsabilità e risarcimento per le vittime, facilitando il processo di pacificazione. E forse, la radice di questa scelta si trova proprio nella lettera che abbiamo proposto, laddove Mandela scrive: «La soluzione ovvia consiste nel metterci in libertà e nel tenere una tavola rotonda al fine di valutare una soluzione pacifica».

Gennaio 2026

Immagine: Nelson Mandela saluta la folla.

 

Per approfondire

Le due citazioni iniziali sono tratte dall’autobiografia di Nelson Mandela, Lungo cammino verso la libertà, trad. di Ester Dornetti, Adriana Bottini e Marco Papi, Feltrinelli, Milano 1995, p. 114 (ed. or. 1994). Il testo del discorso tenuto a Città del Capo il giorno della scarcerazione si trova in Id., Un ideale per cui sono pronto a morire, trad. di Roberto Merlini, Garzanti, Milano 2013, pp. 87-95, insieme alla lunga dichiarazione rilasciata dall’imputato Mandela alla corte, all’apertura del processo contro di lui e altri dieci compagni nell’aprile 1964 (pp. 15-80); il titolo del libro riprende le parole con cui Mandela concluse, e che citò in chiusura del suo discorso del 1990 (per la nuova edizione italiana del libretto – Garzanti, Milano 2020 – il titolo è stato tuttavia cambiato in Contro il razzismo).

Per un inquadramento storico del Sudafrica dal periodo coloniale all’inizio degli anni Duemila, si può leggere Mario Zamponi, Breve storia del Sudafrica. Dalla segregazione alla democrazia, Carocci, Roma 2009.

Sul lavoro della Commissione per la verità e la riconciliazione, si vedano i saggi e le testimonianze raccolte in Storie di giustizia riparativa. Il Sudafrica dall’apartheid alla riconciliazione, a cura di Gian Luca Potestà, Claudia Mazzucato, Arturo Cattaneo, il Mulino, Bologna 2017.