Il confine meridionale degli Stati Uniti: dalla guerra dell’Ottocento ai muri del XXI secolo
Di Matteo Pretelli
Matteo Pretelli, studioso di storia dell’America del Nord, ripercorre brevemente la storia della militarizzazione del confine tra Stati Uniti e Messico. Polizia di frontiera e costruzione di muri, stereotipi razziali e deportazioni: fili rossi che si dipanano da ben prima delle ultime leggi varate dal presidente Donald Trump e collegano i secoli XIX e XXI.
Una nuova legge dalle lunghe radici
Nel luglio 2025, la legge One Big Beautiful Bill Act ha stanziato ben 170,1 miliardi di dollari per frenare l’immigrazione e rafforzare le frontiere statunitensi, specialmente quella meridionale con il Messico. Il provvedimento ha risposto alla volontà, ribadita da anni, del presidente Donald J. Trump, eletto per il suo secondo mandato nel 2024, di “sigillare” il confine perché ritenuto luogo di passaggio di immigrati “irregolari” e di stupefacenti, quindi sensibile per la sicurezza nazionale.
Quello di Trump, tuttavia, è l’apice di un processo di lungo corso di «border enforcement», cioè di chiusura delle frontiere. Infatti, almeno dalla Prima guerra mondiale, gli Stati in Occidente si adoperano per rendere sempre più inaccessibili i propri confini, pratica acceleratisi dalla crisi energetica degli anni Settanta e poi dopo la fine della Guerra fredda e gli attentati terroristici del 2001. Anche a livello sovranazionale è stata seguita questa tendenza: negli anni Novanta, la Comunità Europea ha eliminato le proprie frontiere interne, ma ha sopperito con il rafforzamento di quelle esterne per limitare l’accesso di migranti, al punto che oggi si parla di «Fortezza Europa».
Quello di Trump, tuttavia, è l’apice di un processo di lungo corso di «border enforcement», cioè di chiusura delle frontiere. Infatti, almeno dalla Prima guerra mondiale, gli Stati in Occidente si adoperano per rendere sempre più inaccessibili i propri confini, pratica acceleratisi dalla crisi energetica degli anni Settanta e poi dopo la fine della Guerra fredda e gli attentati terroristici del 2001. Anche a livello sovranazionale è stata seguita questa tendenza: negli anni Novanta, la Comunità Europea ha eliminato le proprie frontiere interne, ma ha sopperito con il rafforzamento di quelle esterne per limitare l’accesso di migranti, al punto che oggi si parla di «Fortezza Europa».
Breve storia di un confine: dal 1848 alla fine del XX secolo
A lungo il confine meridionale statunitense ha visto il passaggio di migranti senza l’imposizione di controlli draconiani: erano soprattutto i messicani che partivano e lavoravano negli Stati del Sud-Ovest statunitense per poi tornare, vista la vicinanza, con una certa frequenza dalle proprie famiglie.
L’attuale frontiera fra Stati Uniti e Messico venne delineata in seguito allo scontro militare fra i due paesi del 1846-1848 e alla firma, proprio nel 1848, del Trattato di Guadalupe-Hidalgo, che sancì il passaggio agli Stati Uniti di circa un terzo del territorio messicano (oggi, appunto, Sud-Ovest statunitense); ulteriori acquisizioni territoriali furono stabilite dal Gadsen Purchase (1854). La vittoria sul Messico diede concretezza all’idea che era andata affermandosi in ambienti politici e intellettuali statunitensi per cui agli Stati Uniti fosse riservato un «Destino manifesto» che li avrebbe portati alla completa colonizzazione del continente e all’affermazione delle proprie istituzioni repubblicano-democratiche. La guerra fu pertanto il portato di questo pensiero, che venne enucleato dal giornalista del «Democratic Review» John O’Sullivan (1813-1895) e poi messo in pratica con la guerra dal presidente democratico James Polk (1795-1849, alla Casa Bianca dal 1845 al 1849).
Se le mobilità dal Messico avevano avuto ben pochi freni, negli anni Venti del Novecento la creazione della polizia di frontiera (Border Patrol) e l’imposizione agli immigrati di una tassa e di un visto cercarono di condizionare i flussi in ingresso dei messicani, adesso sempre più percepiti dall’opinione pubblica come “clandestini”.
Tale pregiudizio toccò un picco negli anni Ottanta, quando si accrebbero i toni “emergenziali”: nel 1986, il Congresso federale approvò una legge che stanziò un numero maggiore di agenti lungo il confine, ma anche una “sanatoria” che regolamentò lo status di milioni di messicani che erano in precedenza entrati negli Stati Uniti in maniera irregolare.
Gli anni Novanta segnarono poi un ulteriore passo in avanti rispetto alla “securitizzazione” del confine. Venne drasticamente incrementato il bilancio dell’Immigration and Naturalization Service – l’agenzia federale incaricata del controllo dell’immigrazione e della gestione dei confini – e l’amministrazione democratica di Bill Clinton (presidente in carica dal 1993 al 2001) lanciò nel corso del decennio una serie di operazioni volte a pattugliare massicciamente le zone di confine di maggior attraversamento di esseri umani, costruendo anche delle barriere per impedire il passaggio di migranti a San Diego (California) e Nogales (Arizona).
L’attuale frontiera fra Stati Uniti e Messico venne delineata in seguito allo scontro militare fra i due paesi del 1846-1848 e alla firma, proprio nel 1848, del Trattato di Guadalupe-Hidalgo, che sancì il passaggio agli Stati Uniti di circa un terzo del territorio messicano (oggi, appunto, Sud-Ovest statunitense); ulteriori acquisizioni territoriali furono stabilite dal Gadsen Purchase (1854). La vittoria sul Messico diede concretezza all’idea che era andata affermandosi in ambienti politici e intellettuali statunitensi per cui agli Stati Uniti fosse riservato un «Destino manifesto» che li avrebbe portati alla completa colonizzazione del continente e all’affermazione delle proprie istituzioni repubblicano-democratiche. La guerra fu pertanto il portato di questo pensiero, che venne enucleato dal giornalista del «Democratic Review» John O’Sullivan (1813-1895) e poi messo in pratica con la guerra dal presidente democratico James Polk (1795-1849, alla Casa Bianca dal 1845 al 1849).
Se le mobilità dal Messico avevano avuto ben pochi freni, negli anni Venti del Novecento la creazione della polizia di frontiera (Border Patrol) e l’imposizione agli immigrati di una tassa e di un visto cercarono di condizionare i flussi in ingresso dei messicani, adesso sempre più percepiti dall’opinione pubblica come “clandestini”.
Tale pregiudizio toccò un picco negli anni Ottanta, quando si accrebbero i toni “emergenziali”: nel 1986, il Congresso federale approvò una legge che stanziò un numero maggiore di agenti lungo il confine, ma anche una “sanatoria” che regolamentò lo status di milioni di messicani che erano in precedenza entrati negli Stati Uniti in maniera irregolare.
Gli anni Novanta segnarono poi un ulteriore passo in avanti rispetto alla “securitizzazione” del confine. Venne drasticamente incrementato il bilancio dell’Immigration and Naturalization Service – l’agenzia federale incaricata del controllo dell’immigrazione e della gestione dei confini – e l’amministrazione democratica di Bill Clinton (presidente in carica dal 1993 al 2001) lanciò nel corso del decennio una serie di operazioni volte a pattugliare massicciamente le zone di confine di maggior attraversamento di esseri umani, costruendo anche delle barriere per impedire il passaggio di migranti a San Diego (California) e Nogales (Arizona).
Il XXI secolo dei muri
Ancora sulla scia delle reazioni suscitate dagli attentati dell’11 settembre 2001, il Congresso degli Stati Uniti approvò nel 2006 il Secure Fence Act, provvedimento che autorizzò la costruzione di barriere protettive lungo 700 delle 1100 miglia del confine meridionale, prevedendo anche l’utilizzo di sofisticati dispositivi tecnologici per rilevare gli attraversamenti delle zone di frontiera che non sarebbero state protette dal “muro”. Il presidente George W. Bush (in carica dal 2001 al 2008) mobilitò anche 6000 unità della Guardia nazionale per coadiuvare le forze di pattugliamento del confine.
Barack Obama (presidente dal 2009 al 2016) si pose in seguito in continuità con Bush: contravvenendo ai propositi della campagna elettorale, scelse di continuare a costruire le barriere al confine, oltre che di ammodernare i sistemi di videosorveglianza e di aumentare gli agenti del Border Patrol, supportandoli ancora una volta con i militari. Nel corso dei suoi otto anni di mandato, il presidente si distinse anche per la ridotta propensione ad accogliere rifugiati e per l’elevato numero di deportazioni di immigrati dal paese, al punto da essere etichettato da molti come «Deporter-in-chief».
Entrato per la prima volta alla Casa Bianca nel 2017, Donald Trump pose il tema dell’immigrazione al centro della sua agenda politica, mettendo in pratica tutta una serie di politiche indirizzate contro l’ingresso di immigrati e di rifugiati su suolo nazionale. Parlando in toni apocalittici di una “invasione” in corso nel paese, egli fece ruotare la sua campagna elettorale e molta della sua politica da presidente intorno allo slogan «Build the Wall» («Costruire il muro»), con cui enfatizzava la necessità di sigillare completamente il confine meridionale. Trump, però, trovò un Congresso recalcitrante alle sue richieste di fondi per raggiungere lo scopo, a cui rispose proclamando uno stato emergenziale al confine per distogliere fondi dal bilancio del Dipartimento della difesa, mossa che ottenne in seguito una parziale approvazione della Corte Suprema federale.
Complice la pandemia globale di covid-19 e una specifica legislazione a salvaguardia della salute pubblica denominata «Title 42», sia Trump sia il suo successore Joe Biden (presidente dal 2021 al 2024) chiusero in più occasioni la frontiera con il Messico.
Barack Obama (presidente dal 2009 al 2016) si pose in seguito in continuità con Bush: contravvenendo ai propositi della campagna elettorale, scelse di continuare a costruire le barriere al confine, oltre che di ammodernare i sistemi di videosorveglianza e di aumentare gli agenti del Border Patrol, supportandoli ancora una volta con i militari. Nel corso dei suoi otto anni di mandato, il presidente si distinse anche per la ridotta propensione ad accogliere rifugiati e per l’elevato numero di deportazioni di immigrati dal paese, al punto da essere etichettato da molti come «Deporter-in-chief».
Entrato per la prima volta alla Casa Bianca nel 2017, Donald Trump pose il tema dell’immigrazione al centro della sua agenda politica, mettendo in pratica tutta una serie di politiche indirizzate contro l’ingresso di immigrati e di rifugiati su suolo nazionale. Parlando in toni apocalittici di una “invasione” in corso nel paese, egli fece ruotare la sua campagna elettorale e molta della sua politica da presidente intorno allo slogan «Build the Wall» («Costruire il muro»), con cui enfatizzava la necessità di sigillare completamente il confine meridionale. Trump, però, trovò un Congresso recalcitrante alle sue richieste di fondi per raggiungere lo scopo, a cui rispose proclamando uno stato emergenziale al confine per distogliere fondi dal bilancio del Dipartimento della difesa, mossa che ottenne in seguito una parziale approvazione della Corte Suprema federale.
Complice la pandemia globale di covid-19 e una specifica legislazione a salvaguardia della salute pubblica denominata «Title 42», sia Trump sia il suo successore Joe Biden (presidente dal 2021 al 2024) chiusero in più occasioni la frontiera con il Messico.
Gli esiti del più recente «border enforcement»
Nel gennaio 2019, l’amministrazione Trump fece entrare in vigore la misura «Remain in Mexico» («Restare in Messico»), implementata con il beneplacito di Città del Messico (ma poi bocciata dalla Corte Suprema). Essa obbligava le famiglie che facevano richiesta di asilo presentandosi al confine ad attendere su suolo messicano l’approvazione di un giudice statunitense, revocando quanto era accaduto fino ad allora, ovvero consentire l’ingresso di questi migranti negli Stati Uniti, a patto che si presentassero in tribunale una volta ricevuta la convocazione per l’eventuale convalida del diritto di asilo.
In discontinuità con il suo predecessore, Biden pose fine all’applicazione di questa norma e interruppe anche la costruzione del “muro”. Nondimeno, fece clamore nel 2021 la dichiarazione della vicepresidente di Biden, Kamala Harris, che nel corso di un’intervista in Guatemala invitò i centroamericani a non partire alla volta degli Stati Uniti pena il rischio di essere respinti. Washington tentò anche di tenere lontani i rifugiati dal proprio confine meridionale, creando all’estero centri specifici dove vagliare le richieste d’asilo; inoltre, ancora una volta si utilizzò la Guardia nazionale con funzioni di sostegno logistico al confine; e, soprattutto, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali (giugno 2024), Biden firmò un controverso ordine esecutivo grazie al quale sarebbe stato possibile limitare le richieste d’asilo in presenza di un numero eccessivo di attraversamenti illegali del confine.
In generale, il «border enforcement» ha portato i migranti a reindirizzare i propri flussi in aree desertiche più remote e meno accessibili, facendo lievitare i costi dei trafficanti di esseri umani che li accompagnano oltre confine (oggi a emigrare sono sempre più persone provenienti dall’America centrale piuttosto che messicani). Drammatico il costo anche in termini di vite umane: secondo un’indagine pubblicata dal «New York Times» nel 2017 ben 6000 persone fra il 2000 e il 2016 sono morte nel tentativo di attraversare il confine.
In discontinuità con il suo predecessore, Biden pose fine all’applicazione di questa norma e interruppe anche la costruzione del “muro”. Nondimeno, fece clamore nel 2021 la dichiarazione della vicepresidente di Biden, Kamala Harris, che nel corso di un’intervista in Guatemala invitò i centroamericani a non partire alla volta degli Stati Uniti pena il rischio di essere respinti. Washington tentò anche di tenere lontani i rifugiati dal proprio confine meridionale, creando all’estero centri specifici dove vagliare le richieste d’asilo; inoltre, ancora una volta si utilizzò la Guardia nazionale con funzioni di sostegno logistico al confine; e, soprattutto, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali (giugno 2024), Biden firmò un controverso ordine esecutivo grazie al quale sarebbe stato possibile limitare le richieste d’asilo in presenza di un numero eccessivo di attraversamenti illegali del confine.
In generale, il «border enforcement» ha portato i migranti a reindirizzare i propri flussi in aree desertiche più remote e meno accessibili, facendo lievitare i costi dei trafficanti di esseri umani che li accompagnano oltre confine (oggi a emigrare sono sempre più persone provenienti dall’America centrale piuttosto che messicani). Drammatico il costo anche in termini di vite umane: secondo un’indagine pubblicata dal «New York Times» nel 2017 ben 6000 persone fra il 2000 e il 2016 sono morte nel tentativo di attraversare il confine.
Dai Texas Rangers alla Border Patrol: breve storia del razzismo anti-messicano
Dalla nascita del confine fra Messico e Stati Uniti e sino alle sopracitate limitazioni degli anni Venti, l’informalità degli spostamenti dei messicani oltre il loro confine settentrionale e i ridotti controlli in ingresso furono favoriti dagli imprenditori agricoli statunitensi che erano sempre alla ricerca di manodopera a basso costo. Ciò non significa che i messicani venissero esentati da forme di controllo razzializzato e di “disciplinamento” dei loro corpi (per riprendere la categoria elaborata dal filosofo francese Michel Foucalt). Infatti, sulla base di una presunta superiorità del ceppo anglosassone, i messicani erano identificati come appartenenti a una “razza mista” che mescolava “tratti” spagnoli a quelli delle popolazioni native. Tale pregiudizio trovava espressione in una serie di stereotipi che associavano il messicano alla criminalità, alla pigrizia, all’inaffidabilità e alla sporcizia. Etichette, quindi, che “legittimarono” già la guerra del 1846-1848 per l’affermazione della cultura anglosassone, la quale avrebbe dovuto imporsi anche a scapito dei messicani che scelsero di rimanere nei territori sottratti al Messico dagli Stati Uniti. Sfruttando quanto stabilito dal Trattato di Guadalupe-Hidalgo, nella maggior parte dei casi questi decisero di acquisire la cittadinanza statunitense rinunciando a quella di origine. Ciò non li esentò da violenze, vessazioni, soprusi (spesso avallati dai tribunali locali) che spinsero molti a rinunciare alle proprietà, talvolta fatte proprie dagli statunitensi grazie anche a calcolate politiche matrimoniali.
Simbolo delle politiche di controllo del confine e di “disciplinamento” dei corpi dei messicani furono i Texas Rangers, squadre di uomini armati che in Texas si arrogarono il diritto di pattugliare il territorio statale contro la presenza di soggetti “indesiderabili” quali nativi, messicani e fuorilegge. Questi non esitarono nemmeno a impedire il voto agli statunitensi di retaggio messicano. Nati nel 1823 quando ancora il Texas apparteneva al Messico, i Rangers presero parte al conflitto del 1846-1848, unendosi poi ai confederati durante la Guerra Civile statunitense. Negli anni Ottanta dell’Ottocento divennero una polizia statale, rimanendo in vita sino al 1935.
In generale, la violenza anti-messicana era assai diffusa nel Sud-Ovest degli Stati Uniti e si caratterizzava per linciaggi, l’allontanamento forzato dalle abitazioni, la confisca delle terre o l’imposizione della segregazione razziale. Questa serie di violenze generalizzate e brutali, che si sarebbero protratte fino al XX secolo, fu infine denunciata a partire dagli anni Settanta del Novecento da giornalisti investigativi che hanno iniziato a raccontare degli abusi perpetrati a spese dei migranti alla frontiera dagli agenti del Border Patrol.
Seppur in questo contesto discriminatorio, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale di solito ai migranti messicani l’accesso al paese non veniva negato (maggiori difficoltà erano sperimentate dagli immigrati di origine asiatica, da molti anglosassoni considerati culturalmente e razzialmente “inassimilabili”). La razzializzazione dei messicani trovò, però, applicazione generalizzata nei decenni successivi al crollo della borsa di Wall Street del 1929, quando in migliaia furono deportati o indotti a partire. E poi con l’Operation Wetback (1954), che portò all’arresto e all’espulsione verso il Messico di centinaia di migliaia di “irregolari”. Anche quei migranti che presero parte ai Bracero Programs (1942-1964), ovvero a programmi di migrazione assistita dal Messico agli Stati Uniti, furono fatti oggetto di pratiche invasive di controllo delle loro condizioni di salute in quanto considerati potenzialmente “infetti”. Inoltre, sin dalla sua nascita (nel 1924) il Border Patrol impose il proprio potere attraverso abusi e forme di violenza per preservare la “bianchezza” delle comunità di confine. Pratiche protrattesi sino a oggi: durante il primo mandato di Trump fece grande scandalo la politica, utilizzata come deterrente, di separare i figli dai genitori che tentavano di attraversare il confine e di trattenerli in centri di detenzione diversi, cosa che ebbe un inevitabile impatto psicologico devastante sulle famiglie.
Simbolo delle politiche di controllo del confine e di “disciplinamento” dei corpi dei messicani furono i Texas Rangers, squadre di uomini armati che in Texas si arrogarono il diritto di pattugliare il territorio statale contro la presenza di soggetti “indesiderabili” quali nativi, messicani e fuorilegge. Questi non esitarono nemmeno a impedire il voto agli statunitensi di retaggio messicano. Nati nel 1823 quando ancora il Texas apparteneva al Messico, i Rangers presero parte al conflitto del 1846-1848, unendosi poi ai confederati durante la Guerra Civile statunitense. Negli anni Ottanta dell’Ottocento divennero una polizia statale, rimanendo in vita sino al 1935.
In generale, la violenza anti-messicana era assai diffusa nel Sud-Ovest degli Stati Uniti e si caratterizzava per linciaggi, l’allontanamento forzato dalle abitazioni, la confisca delle terre o l’imposizione della segregazione razziale. Questa serie di violenze generalizzate e brutali, che si sarebbero protratte fino al XX secolo, fu infine denunciata a partire dagli anni Settanta del Novecento da giornalisti investigativi che hanno iniziato a raccontare degli abusi perpetrati a spese dei migranti alla frontiera dagli agenti del Border Patrol.
Seppur in questo contesto discriminatorio, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale di solito ai migranti messicani l’accesso al paese non veniva negato (maggiori difficoltà erano sperimentate dagli immigrati di origine asiatica, da molti anglosassoni considerati culturalmente e razzialmente “inassimilabili”). La razzializzazione dei messicani trovò, però, applicazione generalizzata nei decenni successivi al crollo della borsa di Wall Street del 1929, quando in migliaia furono deportati o indotti a partire. E poi con l’Operation Wetback (1954), che portò all’arresto e all’espulsione verso il Messico di centinaia di migliaia di “irregolari”. Anche quei migranti che presero parte ai Bracero Programs (1942-1964), ovvero a programmi di migrazione assistita dal Messico agli Stati Uniti, furono fatti oggetto di pratiche invasive di controllo delle loro condizioni di salute in quanto considerati potenzialmente “infetti”. Inoltre, sin dalla sua nascita (nel 1924) il Border Patrol impose il proprio potere attraverso abusi e forme di violenza per preservare la “bianchezza” delle comunità di confine. Pratiche protrattesi sino a oggi: durante il primo mandato di Trump fece grande scandalo la politica, utilizzata come deterrente, di separare i figli dai genitori che tentavano di attraversare il confine e di trattenerli in centri di detenzione diversi, cosa che ebbe un inevitabile impatto psicologico devastante sulle famiglie.
Oltre la frontiera e oltre i limiti: consenso e proteste tra 2024 e 2025
Rilevazioni del febbraio 2024 del think tank Pew Research Center hanno mostrato come per quasi l’80% degli intervistati i migranti che tentavano di attraversare il confine meridionale rappresentassero una «crisi» o un «problema importante». Ancora un 80% riteneva che Biden non avesse gestito adeguatamente la frontiera. Ciò ha avuto delle ricadute elettorali, tanto che nel 2024 la candidata democratica (poi sconfitta) alla presidenza Kamala Harris ha visto ridursi considerevolmente anche il tradizionale consenso degli ispanici, perdendo addirittura la maggioranza del voto maschile latino. I democratici non hanno vinto neppure nei loro bastioni (comunità a maggioranza ispanica) al confine meridionale lungo il Rio Grande in Texas.
Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha deportato circa 230.000 persone arrestate all’interno del paese e altre 270.000 al confine. Allo stesso tempo il numero di persone che tentano di attraversare il confine è crollato: come conseguenza meno persone sono state arrestate e deportate dalla frontiera rispetto agli anni precedenti. In aggiunta, 40.000 persone sono rientrate nelle loro nazioni dopo aver firmato un programma di “auto-deportazione”, ricevendo così un sostegno finanziario. Il numero delle espulsioni è stato quindi 540.000, meno però degli ultimi due anni di Biden quando gli attraversamenti al confine avevano raggiunto dei picchi record. Il tasso di deportazione di persone con precedenti penali è raddoppiato, ma è sestuplicato quello di chi non aveva commesso reati. Secondo i sondaggi, metà degli statunitensi sostiene le deportazioni e la gestione trumpiana del confine con il Messico, ma la maggioranza (63%) non approva i violenti raid contro gli immigrati “clandestini” nelle città statunitensi degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), le cui operazioni hanno causato l’uccisione di due manifestanti (cittadini statunitensi) a Minneapolis. Queste iniziative hanno incrinato anche il consenso degli ispanici: secondo un rapporto del Pew Research Center del novembre 2025, il 71% ritiene che l’amministrazione stia “facendo troppo” per la deportazione degli immigrati che vivono illegalmente negli Stati Uniti.
Il clima di paura creatosi rispetto alla presenza degli “stranieri” sta scoraggiando l’ingresso di turisti e studenti internazionali, da sempre importanti asset economici per gli Stati Uniti. Mentre chiudiamo queste righe, si profila un ulteriore test, rappresentato dai mondiali di calcio co-organizzati da Canada, Stati Uniti e Messico: sarà interessante vedere se nell’estate del 2026 le politiche trumpiane scoraggeranno anche l’arrivo e la partecipazione dei tifosi negli stadi delle città statunitensi.
Aprile 2026
Immagine: la barriera che segna il confine USA-Messico sulla spiaggia tra San Diego e Tijuana.
Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha deportato circa 230.000 persone arrestate all’interno del paese e altre 270.000 al confine. Allo stesso tempo il numero di persone che tentano di attraversare il confine è crollato: come conseguenza meno persone sono state arrestate e deportate dalla frontiera rispetto agli anni precedenti. In aggiunta, 40.000 persone sono rientrate nelle loro nazioni dopo aver firmato un programma di “auto-deportazione”, ricevendo così un sostegno finanziario. Il numero delle espulsioni è stato quindi 540.000, meno però degli ultimi due anni di Biden quando gli attraversamenti al confine avevano raggiunto dei picchi record. Il tasso di deportazione di persone con precedenti penali è raddoppiato, ma è sestuplicato quello di chi non aveva commesso reati. Secondo i sondaggi, metà degli statunitensi sostiene le deportazioni e la gestione trumpiana del confine con il Messico, ma la maggioranza (63%) non approva i violenti raid contro gli immigrati “clandestini” nelle città statunitensi degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), le cui operazioni hanno causato l’uccisione di due manifestanti (cittadini statunitensi) a Minneapolis. Queste iniziative hanno incrinato anche il consenso degli ispanici: secondo un rapporto del Pew Research Center del novembre 2025, il 71% ritiene che l’amministrazione stia “facendo troppo” per la deportazione degli immigrati che vivono illegalmente negli Stati Uniti.
Il clima di paura creatosi rispetto alla presenza degli “stranieri” sta scoraggiando l’ingresso di turisti e studenti internazionali, da sempre importanti asset economici per gli Stati Uniti. Mentre chiudiamo queste righe, si profila un ulteriore test, rappresentato dai mondiali di calcio co-organizzati da Canada, Stati Uniti e Messico: sarà interessante vedere se nell’estate del 2026 le politiche trumpiane scoraggeranno anche l’arrivo e la partecipazione dei tifosi negli stadi delle città statunitensi.
Aprile 2026
Immagine: la barriera che segna il confine USA-Messico sulla spiaggia tra San Diego e Tijuana.
Bibliografia essenziale
Peter Andreas, Border Games: Policing the U.S.-Mexico Divide, Cornell University Press, Ithaca 2009 (seconda ed.).
Claudia Bernardi, Una storia di confine. Frontiere e lavoratori migranti tra Messico e Stati Uniti (1836-1964), Carocci, Roma 2018.
Francisco Cantù, Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera, Minimum fax, Roma 2019.
Jorge I. Dominguez, Rafael Fernandez De Castro, The United States and Mexico: Between Partnership and Conflict, Routledge, New York 2009.
Kelly Lytle Hernández, Migra! A History of the U.S. Border Patrol, University of California Press, Berkeley 2010.
Stefano Luconi, La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump, terza edizione, Le Monnier Università, Milano 2026.
Stefano Luconi, Matteo Pretelli, «Nazione di immigrati» o «fortezza America»? Gli Stati Uniti e le minoranze etniche nel XXI secolo, Mondadori Università, Milano 2024.
Tony Payan, The Three U.S.-Mexico Border Wars: Drugs, Immigration, and Homeland Security, Praeger, Westport 2006.
L’autore. Matteo Pretelli insegna Storia dell’America del Nord all’Università «L’Orientale» di Napoli. I suoi principali interessi di ricerca sono l’emigrazione italiana negli Stati Uniti e le relazioni fra Italia e Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: (con Stefano Luconi) «Nazione di Immigrati» o «Fortezza America»? Gli Stati Uniti e le minoranze etniche nel XXI secolo, Mondadori Education, Milano 2024; (con Francesco Fusi) Soldati e patrie. I combattenti alleati di origine italiana nella Seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 2022; (con Lucia Ducci e Stefano Luconi) Le relazioni tra Italia e Stati Uniti: dal Risorgimento alle conseguenze dell’11 settembre, Carocci, Roma 2012; L’emigrazione italiana negli Stati Uniti, il Mulino, Bologna 2011; Il fascismo e gli Italiani all’estero, CLUEB, Bologna 2010. In questo spazio online ha pubblicato Te la do io l’America! Le relazioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti dall’Ottocento ai giorni nostri (novembre 2025).
Claudia Bernardi, Una storia di confine. Frontiere e lavoratori migranti tra Messico e Stati Uniti (1836-1964), Carocci, Roma 2018.
Francisco Cantù, Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera, Minimum fax, Roma 2019.
Jorge I. Dominguez, Rafael Fernandez De Castro, The United States and Mexico: Between Partnership and Conflict, Routledge, New York 2009.
Kelly Lytle Hernández, Migra! A History of the U.S. Border Patrol, University of California Press, Berkeley 2010.
Stefano Luconi, La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump, terza edizione, Le Monnier Università, Milano 2026.
Stefano Luconi, Matteo Pretelli, «Nazione di immigrati» o «fortezza America»? Gli Stati Uniti e le minoranze etniche nel XXI secolo, Mondadori Università, Milano 2024.
Tony Payan, The Three U.S.-Mexico Border Wars: Drugs, Immigration, and Homeland Security, Praeger, Westport 2006.
L’autore. Matteo Pretelli insegna Storia dell’America del Nord all’Università «L’Orientale» di Napoli. I suoi principali interessi di ricerca sono l’emigrazione italiana negli Stati Uniti e le relazioni fra Italia e Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: (con Stefano Luconi) «Nazione di Immigrati» o «Fortezza America»? Gli Stati Uniti e le minoranze etniche nel XXI secolo, Mondadori Education, Milano 2024; (con Francesco Fusi) Soldati e patrie. I combattenti alleati di origine italiana nella Seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 2022; (con Lucia Ducci e Stefano Luconi) Le relazioni tra Italia e Stati Uniti: dal Risorgimento alle conseguenze dell’11 settembre, Carocci, Roma 2012; L’emigrazione italiana negli Stati Uniti, il Mulino, Bologna 2011; Il fascismo e gli Italiani all’estero, CLUEB, Bologna 2010. In questo spazio online ha pubblicato Te la do io l’America! Le relazioni diplomatiche tra Italia e Stati Uniti dall’Ottocento ai giorni nostri (novembre 2025).