Guide TV. Il Giorno della memoria nella televisione italiana (2001-2025)
A cura di Elena Cadamuro
La televisione ha avuto un ruolo cruciale nel delineare le forme della celebrazione del 27 gennaio e i repertori di voci e parole, suoni e immagini che hanno sostenuto e sostengono la memoria della Shoah e della deportazione. I palinsesti televisivi degli ultimi venticinque anni possono essere utilizzati come fonte per studiare come e che cosa sia ricordato, e soprattutto i meccanismi di funzionamento della giornata stessa nel rapporto tra cultura di massa e politiche della memoria. Questioni e fonti di una ricerca in corso.
Senza un cerimoniale, ma con un palinsesto
Sono trascorsi venticinque anni dal 27 gennaio 2001, ovvero dalla prima celebrazione ufficiale, in Italia, del «Giorno della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti», istituito con la legge n. 211 il 20 luglio 2000.
A differenza di quanto accade in altri Paesi in cui si prevede per legge lo svolgimento di un rito pubblico ufficiale con la partecipazione del governo, il Giorno della memoria italiano si distingue per la mancanza di un centro commemorativo unitario e per l’assenza, sempre nel testo di legge, di indicazioni precise rispetto a come questa data debba essere celebrata. La legge del 2000 si limita, infatti, a indicare che, in occasione del Giorno della memoria, debbano essere «organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione» (art. 2). Non vengono però fornite indicazioni sulle precise modalità di svolgimento di queste iniziative, né sugli spazi o sui soggetti che dovrebbero attivarsi. A eccezione di un riferimento esplicito al coinvolgimento delle scuole di ogni ordine e grado (su cui torneremo), la legge lascia ampio spazio a qualsiasi attore voglia prendere parte alla pratica commemorativa.
Dal 2001 a oggi, questo impianto di legge si è tradotto in un moltiplicarsi e frammentarsi di iniziative pubbliche e private, che sono venute soprattutto dalle associazioni della società civile, e in cui la televisione ha giocato un ruolo chiave. Spazio di approdo di un sistema mediatico e culturale sviluppatosi ben prima della commemorazione ufficiale, il piccolo schermo ha svolto una funzione di organizzazione della memoria, offrendo un palinsesto laddove mancava un rito.
Seguire lo svilupparsi della programmazione televisiva per il Giorno della memoria è allora uno degli elementi che maggiormente consentono di cogliere i meccanismi di funzionamento di questa giornata in termini di consumo culturale, prima ancora che di politica della memoria, e di ricostruire il sistema in cui, nel tempo, si sono inserite le diverse memorie veicolate attorno alla giornata.
A differenza di quanto accade in altri Paesi in cui si prevede per legge lo svolgimento di un rito pubblico ufficiale con la partecipazione del governo, il Giorno della memoria italiano si distingue per la mancanza di un centro commemorativo unitario e per l’assenza, sempre nel testo di legge, di indicazioni precise rispetto a come questa data debba essere celebrata. La legge del 2000 si limita, infatti, a indicare che, in occasione del Giorno della memoria, debbano essere «organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione» (art. 2). Non vengono però fornite indicazioni sulle precise modalità di svolgimento di queste iniziative, né sugli spazi o sui soggetti che dovrebbero attivarsi. A eccezione di un riferimento esplicito al coinvolgimento delle scuole di ogni ordine e grado (su cui torneremo), la legge lascia ampio spazio a qualsiasi attore voglia prendere parte alla pratica commemorativa.
Dal 2001 a oggi, questo impianto di legge si è tradotto in un moltiplicarsi e frammentarsi di iniziative pubbliche e private, che sono venute soprattutto dalle associazioni della società civile, e in cui la televisione ha giocato un ruolo chiave. Spazio di approdo di un sistema mediatico e culturale sviluppatosi ben prima della commemorazione ufficiale, il piccolo schermo ha svolto una funzione di organizzazione della memoria, offrendo un palinsesto laddove mancava un rito.
Seguire lo svilupparsi della programmazione televisiva per il Giorno della memoria è allora uno degli elementi che maggiormente consentono di cogliere i meccanismi di funzionamento di questa giornata in termini di consumo culturale, prima ancora che di politica della memoria, e di ricostruire il sistema in cui, nel tempo, si sono inserite le diverse memorie veicolate attorno alla giornata.
Televisione e memoria della Shoah in Italia: alcune tappe prima del 2000
La storiografia internazionale ha da tempo messo in luce la centralità del mezzo televisivo nel determinare i modi in cui ricordiamo e commemoriamo la Shoah. Già alla fine del secolo scorso, lo specialista di studi ebraici Jeffrey Shandler osservava che, per comprendere quale significato assumesse l’Olocausto per le persone, fosse necessario sintonizzarsi prima di tutto sulla televisione.
Storia della televisione e storia della memoria della Shoah si sono infatti sviluppate in larga misura in parallelo, trovando negli anni Sessanta un momento di particolare accelerazione. Un passaggio decisivo in questo senso fu la copertura del processo per crimini di guerra contro Adolf Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nella primavera-estate del 1961, che rappresentò a tutti gli effetti uno dei primi eventi mediatici di portata internazionale: seguito in diretta da giornalisti e corrispondenti di numerosi paesi, Italia compresa, il processo venne filmato e le riprese vennero fatte circolare in oltre trenta Stati nel mondo.
Quasi vent’anni dopo, fu la miniserie televisiva statunitense Holocaust, diretta da Marvin J. Chomsky nel 1978, ad avere un impatto nettamente più ampio nel dibattito pubblico internazionale e nelle memorie collettive, raggiungendo nel corso degli anni successivi centinaia di milioni di spettatori in tutto il mondo. La serie arrivò in Italia nel 1979, con la messa in onda su Rai Uno tra il 29 maggio e il 19 giugno.
Secondo lo storico Emiliano Perra, fu però il 1997 a rappresentare per l’Italia il vero «anno della Shoah» in ambito televisivo. L’evento di maggiore portata fu la prima visione su Rai Uno del film di Steven Spielberg Schindler’s List (1993). In quell’anno, tuttavia, uscirono anche i film La tregua di Francesco Rosi (basato sull’omonimo libro di Primo Levi) e, specialmente, La vita è bella di Roberto Benigni. Questi prodotti vennero a loro volta ampiamente ripresi dalla televisione, affiancando la messa in onda di contenuti maggiormente dedicati all’approfondimento, come nel caso del documentario Memoria realizzato da Ruggero Gabbai sulle ricerche degli storici Marcello Pezzetti e Liliana Picciotto, andato in onda su Rai Due il 16 aprile di quello stesso anno.
Infine, è sempre il 1997 l’anno in cui, per la prima volta, la Rai costruì un intero palinsesto dedicato alla Shoah. In assenza, allora, di una data istituzionale unificante, la commemorazione venne collocata il 5 maggio, in coincidenza con Yom Ha-Shoah, giorno della memoria celebrato da Israele.
Storia della televisione e storia della memoria della Shoah si sono infatti sviluppate in larga misura in parallelo, trovando negli anni Sessanta un momento di particolare accelerazione. Un passaggio decisivo in questo senso fu la copertura del processo per crimini di guerra contro Adolf Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nella primavera-estate del 1961, che rappresentò a tutti gli effetti uno dei primi eventi mediatici di portata internazionale: seguito in diretta da giornalisti e corrispondenti di numerosi paesi, Italia compresa, il processo venne filmato e le riprese vennero fatte circolare in oltre trenta Stati nel mondo.
Quasi vent’anni dopo, fu la miniserie televisiva statunitense Holocaust, diretta da Marvin J. Chomsky nel 1978, ad avere un impatto nettamente più ampio nel dibattito pubblico internazionale e nelle memorie collettive, raggiungendo nel corso degli anni successivi centinaia di milioni di spettatori in tutto il mondo. La serie arrivò in Italia nel 1979, con la messa in onda su Rai Uno tra il 29 maggio e il 19 giugno.
Secondo lo storico Emiliano Perra, fu però il 1997 a rappresentare per l’Italia il vero «anno della Shoah» in ambito televisivo. L’evento di maggiore portata fu la prima visione su Rai Uno del film di Steven Spielberg Schindler’s List (1993). In quell’anno, tuttavia, uscirono anche i film La tregua di Francesco Rosi (basato sull’omonimo libro di Primo Levi) e, specialmente, La vita è bella di Roberto Benigni. Questi prodotti vennero a loro volta ampiamente ripresi dalla televisione, affiancando la messa in onda di contenuti maggiormente dedicati all’approfondimento, come nel caso del documentario Memoria realizzato da Ruggero Gabbai sulle ricerche degli storici Marcello Pezzetti e Liliana Picciotto, andato in onda su Rai Due il 16 aprile di quello stesso anno.
Infine, è sempre il 1997 l’anno in cui, per la prima volta, la Rai costruì un intero palinsesto dedicato alla Shoah. In assenza, allora, di una data istituzionale unificante, la commemorazione venne collocata il 5 maggio, in coincidenza con Yom Ha-Shoah, giorno della memoria celebrato da Israele.
Dal 2001: uno spazio televisivo che si dilata
Dal 2001 in poi, il palinsesto televisivo ha riservato al Giorno della memoria uno spazio quantitativamente rilevante e in costante crescita, sebbene spesso «fragile, troppo definito dalle “emozioni”», come ha osservato lo storico David Bidussa interrogandosi su che cosa sarebbe stato della memoria della Shoah dopo la scomparsa dell’ultimo testimone.
Si è trattato di uno spazio che, in questi anni, è andato ampliandosi, sconfinando ben oltre il giorno stesso e arrivando a coprire diverse settimane, in sintonia con un più ampio contesto di produzione culturale a sua volta sempre più dilatato.
All’interno del palinsesto televisivo, questa estensione si è tradotta in una produzione ampia e differenziata, pensata per fasce e tipologie di pubblico diverse. In questo processo è emersa una distinzione significativa in termini di investimento sul tema tra televisione privata – gratuita e a pagamento – e televisione pubblica: se nel primo caso l’attenzione crescente si è tradotta soprattutto in una più ampia offerta di materiale cinematografico e nelle sue repliche, nel secondo si è privilegiata la costruzione di programmi e prodotti pensati specificamente per la televisione, dando vita a un panorama complessivo ampio e variegato in termini di proposte.
Infine, questa dilatazione va letta non tanto in termini di un aumento della quantità delle iniziative all’interno dei singoli canali del palinsesto, quanto piuttosto dal punto di vista della moltiplicazione dei luoghi in cui esse hanno trovato spazio. Occorre infatti tenere conto che, sullo sfondo, si è assistito a un incremento dell’offerta, legato alla crescita delle emittenti televisive, che ha a sua volta interagito con l’espansione delle piattaforme di streaming e con l’entrata in campo di ulteriori nuovi schermi, in particolare quelli dei social media.
Si è trattato di uno spazio che, in questi anni, è andato ampliandosi, sconfinando ben oltre il giorno stesso e arrivando a coprire diverse settimane, in sintonia con un più ampio contesto di produzione culturale a sua volta sempre più dilatato.
All’interno del palinsesto televisivo, questa estensione si è tradotta in una produzione ampia e differenziata, pensata per fasce e tipologie di pubblico diverse. In questo processo è emersa una distinzione significativa in termini di investimento sul tema tra televisione privata – gratuita e a pagamento – e televisione pubblica: se nel primo caso l’attenzione crescente si è tradotta soprattutto in una più ampia offerta di materiale cinematografico e nelle sue repliche, nel secondo si è privilegiata la costruzione di programmi e prodotti pensati specificamente per la televisione, dando vita a un panorama complessivo ampio e variegato in termini di proposte.
Infine, questa dilatazione va letta non tanto in termini di un aumento della quantità delle iniziative all’interno dei singoli canali del palinsesto, quanto piuttosto dal punto di vista della moltiplicazione dei luoghi in cui esse hanno trovato spazio. Occorre infatti tenere conto che, sullo sfondo, si è assistito a un incremento dell’offerta, legato alla crescita delle emittenti televisive, che ha a sua volta interagito con l’espansione delle piattaforme di streaming e con l’entrata in campo di ulteriori nuovi schermi, in particolare quelli dei social media.
Prima e dopo il 2009
Come si è visto, la produzione relativa alla memoria della Shoah aveva avuto ampio modo di svilupparsi e radicarsi fin dagli anni Sessanta, trovando spazio significativo anche nel mezzo televisivo. La legge del 2000 creò un contesto nuovo, convogliando questa produzione attorno al 27 gennaio, intercettando e alimentando allo stesso tempo disponibilità e aspettative del pubblico in misura inedita e crescente nei venticinque anni che seguirono.
In questa progressiva dilatazione dello spazio riservato al Giorno della memoria, una data periodizzante è rappresentata dal 2009, anno in cui, prima di tutto, venne istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri il Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah, con il compito di assicurare una programmazione coordinata delle iniziative e delle cerimonie che nel tempo sarebbero state promosse da amministrazioni, associazioni, enti e organismi della società civile. Si può dire che il Comitato fu una risposta tardiva da parte delle istituzioni, volta a gestire e coordinare una produzione memoriale e mediatica che era ormai ampiamente diffusa.
Sebbene il Comitato non avesse finalità esplicitamente legate all’ambito televisivo, dal punto di vista delle celebrazioni televisive, a partire dal 2009 si assiste a un salto di scala nella programmazione dedicata al Giorno della memoria, successivo all’aumento già significativo dei contenuti legati alla memoria della Shoah registrato in seguito all’introduzione della legge del 2000.
Il 2009 rappresenta peraltro anche l’anno in cui si concluse un’altra rilevante esperienza: il tentativo, avviato nel 2001, di dar vita a un rito pubblico unitario per il 27 gennaio, promosso non dalle istituzioni ma da enti della società civile legati al mondo antifascista ed ebraico: il Comitato permanente antifascista, in collaborazione con l’Associazione figli della Shoah e la Comunità ebraica di Milano. Questo tentativo indica l’esistenza di una ricerca di ritualità collettiva attorno alla giornata, ma anche la difficoltà di stabilizzarne una forma condivisa in questi termini (se non l’impossibilità, come mostra la chiusura di questa esperienza).
Da un lato, la crescita dell’attenzione istituzionale nei confronti del Giorno della memoria e, dall’altro, il venir meno di forme di commemorazione pubblica tradizionali hanno finito così per rafforzare il ruolo del sistema mediatico, e in particolare della televisione, che dal 2009 in poi divenne sempre più centrale nel dare forma alla ricorrenza. È soprattutto attraverso i palinsesti televisivi che la giornata trovò infatti uno spazio riconoscibile e una modalità stabile di celebrazione, assumendo un peso via via più marcato e pervasivo nello spazio pubblico.
In questa progressiva dilatazione dello spazio riservato al Giorno della memoria, una data periodizzante è rappresentata dal 2009, anno in cui, prima di tutto, venne istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri il Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah, con il compito di assicurare una programmazione coordinata delle iniziative e delle cerimonie che nel tempo sarebbero state promosse da amministrazioni, associazioni, enti e organismi della società civile. Si può dire che il Comitato fu una risposta tardiva da parte delle istituzioni, volta a gestire e coordinare una produzione memoriale e mediatica che era ormai ampiamente diffusa.
Sebbene il Comitato non avesse finalità esplicitamente legate all’ambito televisivo, dal punto di vista delle celebrazioni televisive, a partire dal 2009 si assiste a un salto di scala nella programmazione dedicata al Giorno della memoria, successivo all’aumento già significativo dei contenuti legati alla memoria della Shoah registrato in seguito all’introduzione della legge del 2000.
Il 2009 rappresenta peraltro anche l’anno in cui si concluse un’altra rilevante esperienza: il tentativo, avviato nel 2001, di dar vita a un rito pubblico unitario per il 27 gennaio, promosso non dalle istituzioni ma da enti della società civile legati al mondo antifascista ed ebraico: il Comitato permanente antifascista, in collaborazione con l’Associazione figli della Shoah e la Comunità ebraica di Milano. Questo tentativo indica l’esistenza di una ricerca di ritualità collettiva attorno alla giornata, ma anche la difficoltà di stabilizzarne una forma condivisa in questi termini (se non l’impossibilità, come mostra la chiusura di questa esperienza).
Da un lato, la crescita dell’attenzione istituzionale nei confronti del Giorno della memoria e, dall’altro, il venir meno di forme di commemorazione pubblica tradizionali hanno finito così per rafforzare il ruolo del sistema mediatico, e in particolare della televisione, che dal 2009 in poi divenne sempre più centrale nel dare forma alla ricorrenza. È soprattutto attraverso i palinsesti televisivi che la giornata trovò infatti uno spazio riconoscibile e una modalità stabile di celebrazione, assumendo un peso via via più marcato e pervasivo nello spazio pubblico.
Una memoria anche per dimenticare
Lo spazio televisivo in progressiva dilatazione che venne riservato, a partire dal 2001, al 27 gennaio non è uno spazio neutro dal punto di vista culturale e politico. È uno spazio che nel tempo si è popolato di contenuti diversi, che hanno contribuito a rendere più visibili specialmente alcune memorie rispetto ad altre.
In questi venticinque anni di commemorazione, tra i prodotti pensati per la televisione che hanno avuto maggiore visibilità in Italia vi è la miniserie di coproduzione Rai Fiction Perlasca. Un eroe italiano, diretta da Alberto Negrin. Trasmesse in prima serata su Rai Uno tra il 28 e il 29 gennaio 2002, le due puntate del film-tv ottennero un enorme riscontro di pubblico, raggiungendo il 43,81% di share. Giorgio Perlasca era stato un commerciante e funzionario italiano che, nel corso della Seconda guerra mondiale, mentre si trovava a Budapest, salvò la vita ad alcune migliaia di ebrei ungheresi. Ciò che il prodotto televisivo veicolava, era la storia di un «eroe italiano», o di un «Giusto tra le Nazioni», riprendendo il titolo conferitogli nel 1989 da Yad Vashem (Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme), attribuito a tutti i «non ebrei che rischiarono le loro vite per salvare gli ebrei durante la Shoah agendo disinteressatamente».
Tuttavia, Perlasca rappresentava un «eroe italiano» che aveva aderito al fascismo sino al 1938, come rivelavano le sue convinzioni politiche che lo avevano portato volontario in guerra sia in Etiopia sia in Spagna. In questo senso, si trattava di una memoria che risultava in forte sintonia con l’apertura prevista dalla legge istitutiva a ricordare in occasione del 27 gennaio anche quegli italiani che «in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Un’apertura, questa, che si combinava con un’importante assenza: la mancanza, cioè, all’interno del testo legislativo, di qualsiasi riferimento al ruolo attivo del fascismo nelle persecuzioni che culminarono con la Shoah.
In questo senso, la miniserie Perlasca costituisce un esempio emblematico del tipo di memoria che la legge istitutiva in qualche modo privilegiava: una memoria fondata sulla centralità delle vittime, anziché sui carnefici, in cui le responsabilità degli orrori della Shoah tendevano a essere ricondotti a una responsabilità esclusivamente tedesca, specificamente nazista, lasciando sullo sfondo il ruolo svolto dal fascismo e dallo Stato italiano. A essere favorita, invece, era una narrazione incentrata sulla rappresentazione dei cosiddetti «Giusti» e, più in generale, ancorata al mito del «bravo italiano» (quello stereotipo positivo per cui il «popolo italiano» sarebbe incline a una «mitezza» che lo renderebbe naturalmente solidale con le vittime e lo manterrebbe al riparo dal commettere o dall’essere complice di crimini e violenze).
In questi venticinque anni di commemorazione, tra i prodotti pensati per la televisione che hanno avuto maggiore visibilità in Italia vi è la miniserie di coproduzione Rai Fiction Perlasca. Un eroe italiano, diretta da Alberto Negrin. Trasmesse in prima serata su Rai Uno tra il 28 e il 29 gennaio 2002, le due puntate del film-tv ottennero un enorme riscontro di pubblico, raggiungendo il 43,81% di share. Giorgio Perlasca era stato un commerciante e funzionario italiano che, nel corso della Seconda guerra mondiale, mentre si trovava a Budapest, salvò la vita ad alcune migliaia di ebrei ungheresi. Ciò che il prodotto televisivo veicolava, era la storia di un «eroe italiano», o di un «Giusto tra le Nazioni», riprendendo il titolo conferitogli nel 1989 da Yad Vashem (Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme), attribuito a tutti i «non ebrei che rischiarono le loro vite per salvare gli ebrei durante la Shoah agendo disinteressatamente».
Tuttavia, Perlasca rappresentava un «eroe italiano» che aveva aderito al fascismo sino al 1938, come rivelavano le sue convinzioni politiche che lo avevano portato volontario in guerra sia in Etiopia sia in Spagna. In questo senso, si trattava di una memoria che risultava in forte sintonia con l’apertura prevista dalla legge istitutiva a ricordare in occasione del 27 gennaio anche quegli italiani che «in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Un’apertura, questa, che si combinava con un’importante assenza: la mancanza, cioè, all’interno del testo legislativo, di qualsiasi riferimento al ruolo attivo del fascismo nelle persecuzioni che culminarono con la Shoah.
In questo senso, la miniserie Perlasca costituisce un esempio emblematico del tipo di memoria che la legge istitutiva in qualche modo privilegiava: una memoria fondata sulla centralità delle vittime, anziché sui carnefici, in cui le responsabilità degli orrori della Shoah tendevano a essere ricondotti a una responsabilità esclusivamente tedesca, specificamente nazista, lasciando sullo sfondo il ruolo svolto dal fascismo e dallo Stato italiano. A essere favorita, invece, era una narrazione incentrata sulla rappresentazione dei cosiddetti «Giusti» e, più in generale, ancorata al mito del «bravo italiano» (quello stereotipo positivo per cui il «popolo italiano» sarebbe incline a una «mitezza» che lo renderebbe naturalmente solidale con le vittime e lo manterrebbe al riparo dal commettere o dall’essere complice di crimini e violenze).
Usi di una data
In un panorama così vasto e frammentato di iniziative, va ricordato che la memoria incentrata sulla figura dei «Giusti», e ancorata al mito del «bravo italiano» non è stata l’unica a essere promossa attorno a questa data del calendario civile.
Il 27 gennaio funzionò infatti prima di tutto come un dispositivo, come una piattaforma aperta che venne utilizzata da pressoché tutti gli attori in campo. Ne fecero uso anche settori legati al mondo antifascista, promuovendo forme di militanza democratica incentrate sulla difesa della memoria, tramite la quale potevano in questo caso essere rimesse al centro della giornata anche le responsabilità italiane e le colpe del fascismo.
La televisione si prestò a questi diversi usi del 27 gennaio nello spazio pubblico, fungendo, si potrebbe dire, da megafono per le più diverse prese di posizione espresse in occasione della commemorazione. Inseriti nel più ampio contesto politico nazionale e internazionale, tali interventi resero evidente l’impiego politico della giornata per obiettivi che andavano oltre la sola commemorazione, contribuendo a far rientrare all’interno del panorama del 27 gennaio anche memorie differenti da quella direttamente legata all’evento storico al centro della legge.
Varrà come esempio il discorso pronunciato da Silvio Berlusconi in occasione del 27 gennaio 2003, mandato in onda simultaneamente sulle tre principali reti Rai. Secondo lo storico Damiano Garofalo, esso segna il momento di avvio dell’utilizzo del Giorno della memoria, da parte della destra berlusconiana, come dispositivo di legittimazione della propria politica estera. A poche settimane dall’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione di paesi guidata dagli Stati Uniti, Berlusconi richiamò infatti, in quella occasione, la necessità di «neutralizzare» i (presunti) regimi ritenuti una minaccia per la pace mondiale, inscrivendo tali posizioni all’interno di un discorso incentrato sulla vaga e generica difesa della libertà di ogni essere umano.
Il 27 gennaio funzionò infatti prima di tutto come un dispositivo, come una piattaforma aperta che venne utilizzata da pressoché tutti gli attori in campo. Ne fecero uso anche settori legati al mondo antifascista, promuovendo forme di militanza democratica incentrate sulla difesa della memoria, tramite la quale potevano in questo caso essere rimesse al centro della giornata anche le responsabilità italiane e le colpe del fascismo.
La televisione si prestò a questi diversi usi del 27 gennaio nello spazio pubblico, fungendo, si potrebbe dire, da megafono per le più diverse prese di posizione espresse in occasione della commemorazione. Inseriti nel più ampio contesto politico nazionale e internazionale, tali interventi resero evidente l’impiego politico della giornata per obiettivi che andavano oltre la sola commemorazione, contribuendo a far rientrare all’interno del panorama del 27 gennaio anche memorie differenti da quella direttamente legata all’evento storico al centro della legge.
Varrà come esempio il discorso pronunciato da Silvio Berlusconi in occasione del 27 gennaio 2003, mandato in onda simultaneamente sulle tre principali reti Rai. Secondo lo storico Damiano Garofalo, esso segna il momento di avvio dell’utilizzo del Giorno della memoria, da parte della destra berlusconiana, come dispositivo di legittimazione della propria politica estera. A poche settimane dall’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione di paesi guidata dagli Stati Uniti, Berlusconi richiamò infatti, in quella occasione, la necessità di «neutralizzare» i (presunti) regimi ritenuti una minaccia per la pace mondiale, inscrivendo tali posizioni all’interno di un discorso incentrato sulla vaga e generica difesa della libertà di ogni essere umano.
Chi ricordare il 27 gennaio?
Nel corso di questi venticinque anni, all’interno del palinsesto televisivo, il ricordo del genocidio e delle persecuzioni subite dal popolo ebraico ha assunto un ruolo centrale rispetto al ricordo di altri soggetti coinvolti nell’evento, compresi quelli esplicitamente menzionati dalla legge del 2000, come i deportati militari e politici italiani.
Se si considerano i film e le serie più frequentemente mandati in onda in prima serata da Rai, Mediaset e Sky nei giorni della commemorazione, questa centralità appare evidente. Accanto al già menzionato Schindler’s List, ricorrono infatti in ordine di frequenza Il bambino con il pigiama a righe (2008), Il pianista (2002), il Perlasca di Negrin (2002), Il diario di Anna Frank (2008), La chiave di Sara (2010) e Il giardino dei Finzi Contini (1970).
Se si guarda invece a produzioni di natura diversa, riconducibili a iniziative promosse dalla società civile e successivamente riverberate dal mezzo televisivo, è possibile osservare una dinamica differente. Al di fuori del tessuto propriamente mediatico – per sua natura fortemente codificato e ancorato a una programmazione che, accanto alla continua riproposizione di apparenti novità, deve anche garantire la presenza dei «classici» – la commemorazione si è infatti progressivamente aperta anche alle memorie degli altri soggetti coinvolti nella Shoah, come nel caso di omosessuali, rom e sinti.
Si è trattato di un progressivo allargamento che è andato a intersecarsi con un altro meccanismo di funzionamento della memoria della Shoah, attivo anch’esso nel contesto del 27 gennaio, messo in luce in particolare dallo storico Guri Schwarz: l’impiego analogico di questa memoria, in base al quale la cosiddetta lezione universale della Shoah viene mobilitata e declinata in contesti altri, tendenzialmente legati al presente, con l’effetto di allargare ulteriormente il campo di “competenza” della giornata, facendo confluire all’interno delle celebrazioni nuovi soggetti, distanti dall’evento storico.
È quanto avviene, per esempio, nei «concerti per la memoria» che Rai 5 ha trasmesso dal 2014 al 2020 in prossimità della commemorazione, organizzati da associazioni legate al mondo ebraico con il supporto della Presidenza della Repubblica e del Consiglio dei Ministri. Se nelle prime edizioni questi eventi risultavano fortemente incentrati unicamente sul tema della Shoah e sull’esperienza di persecuzione subita dagli ebrei, nel tempo si sono aperti a forme di commemorazione più ampie. Emblematico, in questo senso, il concerto conclusivo dedicato alle storie di esilio, al cui interno rientravano «ebrei askenaziti e sefarditi, armeni, africani deportati come schiavi, italiani e irlandesi migranti», fino ad arrivare ai «profughi contemporanei».
Se si considerano i film e le serie più frequentemente mandati in onda in prima serata da Rai, Mediaset e Sky nei giorni della commemorazione, questa centralità appare evidente. Accanto al già menzionato Schindler’s List, ricorrono infatti in ordine di frequenza Il bambino con il pigiama a righe (2008), Il pianista (2002), il Perlasca di Negrin (2002), Il diario di Anna Frank (2008), La chiave di Sara (2010) e Il giardino dei Finzi Contini (1970).
Se si guarda invece a produzioni di natura diversa, riconducibili a iniziative promosse dalla società civile e successivamente riverberate dal mezzo televisivo, è possibile osservare una dinamica differente. Al di fuori del tessuto propriamente mediatico – per sua natura fortemente codificato e ancorato a una programmazione che, accanto alla continua riproposizione di apparenti novità, deve anche garantire la presenza dei «classici» – la commemorazione si è infatti progressivamente aperta anche alle memorie degli altri soggetti coinvolti nella Shoah, come nel caso di omosessuali, rom e sinti.
Si è trattato di un progressivo allargamento che è andato a intersecarsi con un altro meccanismo di funzionamento della memoria della Shoah, attivo anch’esso nel contesto del 27 gennaio, messo in luce in particolare dallo storico Guri Schwarz: l’impiego analogico di questa memoria, in base al quale la cosiddetta lezione universale della Shoah viene mobilitata e declinata in contesti altri, tendenzialmente legati al presente, con l’effetto di allargare ulteriormente il campo di “competenza” della giornata, facendo confluire all’interno delle celebrazioni nuovi soggetti, distanti dall’evento storico.
È quanto avviene, per esempio, nei «concerti per la memoria» che Rai 5 ha trasmesso dal 2014 al 2020 in prossimità della commemorazione, organizzati da associazioni legate al mondo ebraico con il supporto della Presidenza della Repubblica e del Consiglio dei Ministri. Se nelle prime edizioni questi eventi risultavano fortemente incentrati unicamente sul tema della Shoah e sull’esperienza di persecuzione subita dagli ebrei, nel tempo si sono aperti a forme di commemorazione più ampie. Emblematico, in questo senso, il concerto conclusivo dedicato alle storie di esilio, al cui interno rientravano «ebrei askenaziti e sefarditi, armeni, africani deportati come schiavi, italiani e irlandesi migranti», fino ad arrivare ai «profughi contemporanei».
Televisione e scuola al «passaggio di testimone»
Nell’ampia offerta che la televisione ha costruito attorno al 27 gennaio, un ruolo centrale in termini di rilevanza è stato occupato dalla programmazione pensata per le generazioni più giovani. Nell’indefinitezza della legge, l’unico riferimento esplicito riguarda il coinvolgimento delle scuole di ogni ordine e grado, che ha posto bambini e ragazzi al centro del dispositivo commemorativo, come soggetti al tempo stesso destinatari e portatori del messaggio pedagogico della giornata, fondato sull’idea che la preservazione della memoria di questo evento avrebbe dovuto scongiurare il ripetersi di tragedie simili in futuro. Come nel caso del Comitato istituito nel 2009, anche il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca intervenne con ritardo: quando emanò, nel 2018, le «Linee guida nazionali per una didattica della Shoah a scuola» la scuola si era già mossa da tempo, e anche la televisione aveva iniziato a rivolgersi al pubblico dei giovani e anche dei giovanissimi. Già nel 2003, per esempio, la puntata del 27 gennaio del programma per bambini Melevisione veniva dedicata al tema del censimento – con riferimento alla schedatura degli ebrei che in Italia aveva preceduto di poche settimane, nel 1938, l’emanazione delle leggi razziali –, introducendo in forma metaforica la circolazione di moduli finalizzati all’identificazione delle creature del Fantabosco «dotate di poteri magici».
Come nel caso del Comitato, anche l’intervento del Ministero nel coordinamento di queste iniziative determinò un ulteriore impiego di risorse in direzione dei più giovani. In questo contesto, la televisione continuò a rappresentare un luogo centrale nella produzione di materiali a finalità pedagogica, destinati poi a circolare anche all’interno delle scuole come strumenti didattici sin dalle elementari. È questo il caso del film d’animazione La stella di Andra e Tati, prodotto dalla Rai in collaborazione con Larcadarte e con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, presentato all’interno del palinsesto dedicato alla giornata promosso dalla Rai nel 2018. Il film ricostruiva la storia di Alessandra e Tatiana Bucci, sopravvissute da bambine alla deportazione ad Auschwitz, e parallelamente raccontava le vicende legate a un «viaggio della memoria» compiuto da una comitiva scolastica diretta verso lo stesso campo di sterminio, richiamando così una delle iniziative più frequentemente impiegate con finalità pedagogiche per le generazioni più giovani, ovvero le visite ai campi di concentramento e di sterminio, avviate in alcuni casi già negli anni Ottanta.
Come nel caso del Comitato, anche l’intervento del Ministero nel coordinamento di queste iniziative determinò un ulteriore impiego di risorse in direzione dei più giovani. In questo contesto, la televisione continuò a rappresentare un luogo centrale nella produzione di materiali a finalità pedagogica, destinati poi a circolare anche all’interno delle scuole come strumenti didattici sin dalle elementari. È questo il caso del film d’animazione La stella di Andra e Tati, prodotto dalla Rai in collaborazione con Larcadarte e con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, presentato all’interno del palinsesto dedicato alla giornata promosso dalla Rai nel 2018. Il film ricostruiva la storia di Alessandra e Tatiana Bucci, sopravvissute da bambine alla deportazione ad Auschwitz, e parallelamente raccontava le vicende legate a un «viaggio della memoria» compiuto da una comitiva scolastica diretta verso lo stesso campo di sterminio, richiamando così una delle iniziative più frequentemente impiegate con finalità pedagogiche per le generazioni più giovani, ovvero le visite ai campi di concentramento e di sterminio, avviate in alcuni casi già negli anni Ottanta.
La liturgia del palinsesto
Nel corso di questi venticinque anni di commemorazione del 27 gennaio, la televisione italiana, pubblica e privata, ha messo dunque a disposizione ampi palinsesti, differenziati per fasce di pubblico, offrendosi così come spazio di generazione e diffusione di memorie diverse, non sempre direttamente legate all’evento storico al centro della legge.
In questo processo, la televisione ha spesso svolto un ruolo anticipatore, sia sul piano della produzione e della diffusione dei contenuti, sia su quello della loro organizzazione attraverso i palinsesti, rispetto alle iniziative promosse dalle istituzioni. Queste ultime, più che orientare tali dinamiche, vi si sono progressivamente innestate. La televisione è divenuta infatti anche uno dei principali luoghi di rappresentazione delle commemorazioni istituzionali, fungendo da veicolo per i discorsi e i messaggi dei Presidenti della Repubblica, per la diffusione delle cerimonie ufficiali al Quirinale e delle visite ai luoghi simbolo della memoria.
Nel corso di questi venticinque anni, in assenza di indicazioni chiare da parte della legge e nel mancato consolidarsi di un rito commemorativo in senso tradizionale, la televisione ha finito così per svolgere una funzione che si potrebbe definire di “supplenza” del rito e del cerimoniale. Essa ha rappresentato uno spazio di approdo di un più ampio sistema mediatico e politico, contribuendo a dare forma e riconoscibilità a una data del calendario civile al cui interno hanno trovato posto memorie diverse, plasmandone forse la liturgia più condivisa.
Gennaio 2026
Immagine: il processo Eichmann trasmesso in televisione (1961).
In questo processo, la televisione ha spesso svolto un ruolo anticipatore, sia sul piano della produzione e della diffusione dei contenuti, sia su quello della loro organizzazione attraverso i palinsesti, rispetto alle iniziative promosse dalle istituzioni. Queste ultime, più che orientare tali dinamiche, vi si sono progressivamente innestate. La televisione è divenuta infatti anche uno dei principali luoghi di rappresentazione delle commemorazioni istituzionali, fungendo da veicolo per i discorsi e i messaggi dei Presidenti della Repubblica, per la diffusione delle cerimonie ufficiali al Quirinale e delle visite ai luoghi simbolo della memoria.
Nel corso di questi venticinque anni, in assenza di indicazioni chiare da parte della legge e nel mancato consolidarsi di un rito commemorativo in senso tradizionale, la televisione ha finito così per svolgere una funzione che si potrebbe definire di “supplenza” del rito e del cerimoniale. Essa ha rappresentato uno spazio di approdo di un più ampio sistema mediatico e politico, contribuendo a dare forma e riconoscibilità a una data del calendario civile al cui interno hanno trovato posto memorie diverse, plasmandone forse la liturgia più condivisa.
Gennaio 2026
Immagine: il processo Eichmann trasmesso in televisione (1961).
Per approfondire
Il testo della legge 20 luglio 2000, n. 211, che ha istituito il Giorno della memoria è disponibile online.
Un progetto sviluppato dalle Università di Padova e di Genova (finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca) ha raccolto sul sito calendariocivile.it materiali relativi alla commemorazione del 27 gennaio, comprese notizie sui palinsesti televisivi (dal 2014). Il sito mette a disposizione materiali di approfondimento (a partire dai testi di legge e dalle pubblicazioni ufficiali) su tutte le ricorrenze del calendario civile italiano. Nell’ambito dello stesso progetto di ricerca – a cui questo articolo è legato – sono stati raccolti anche i dati relativi alle messe in onda sui canali Rai, Mediaset e Sky di film e serie televisive trasmessi in prima serata nelle settimane attorno al Giorno della memoria. Limitandosi ai prodotti menzionati nel testo, e considerandoli in ordine di frequenza, emergono: Schindler’s List, di Steven Spielberg, 1993 (11), Il bambino con il pigiama a righe, di Mark Herman, 2008 (9), Il pianista, di Roman Polański, 2002 (7), Perlasca. Un eroe italiano, di Alberto Negrin, 2002 (7), Il diario di Anna Frank, di Jon Jones, 2008 (6), La chiave di Sara, di Gilles Paquet-Brenner, 2010 (5) e Il giardino dei Finzi Contini, di Vittorio De Sica, 1970 (5). A commento di questi dati che possono apparire esigui, va segnalato che, nel caso del Giorno della memoria, la fascia oraria del palinsesto maggiormente occupata dalla messa in onda di prodotti originariamente pensati per il cinema non è la prima serata, bensì la seconda serata o, molto spesso, le fasce notturne. Le prime serate, quando non sono già occupate da trasmissioni previste dalla programmazione ordinaria, sono più spesso dedicate a programmi realizzati ad hoc.
Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che istituisce il Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah (11 maggio 2009) è disponibile online.
I due episodi della miniserie Perlasca. Un eroe italiano di Alberto Negrin (2002) sono disponibili su Raiplay.
Il testo del messaggio pronunciato da Silvio Berlusconi il 27 gennaio 2003 è ancora disponibile online sul sito dell’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (ANED), ripreso allora dal sito della Presidenza del consiglio.
Le «Linee guida nazionali “Per una didattica della Shoah a scuola” (30 gennaio 2018) sono disponibili sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Il film di animazione La stella di Andra e Tati, regia di Rosalba Vitellaro e Alessandro Belli (2018) è disponibile su Raiplay.
Un progetto sviluppato dalle Università di Padova e di Genova (finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca) ha raccolto sul sito calendariocivile.it materiali relativi alla commemorazione del 27 gennaio, comprese notizie sui palinsesti televisivi (dal 2014). Il sito mette a disposizione materiali di approfondimento (a partire dai testi di legge e dalle pubblicazioni ufficiali) su tutte le ricorrenze del calendario civile italiano. Nell’ambito dello stesso progetto di ricerca – a cui questo articolo è legato – sono stati raccolti anche i dati relativi alle messe in onda sui canali Rai, Mediaset e Sky di film e serie televisive trasmessi in prima serata nelle settimane attorno al Giorno della memoria. Limitandosi ai prodotti menzionati nel testo, e considerandoli in ordine di frequenza, emergono: Schindler’s List, di Steven Spielberg, 1993 (11), Il bambino con il pigiama a righe, di Mark Herman, 2008 (9), Il pianista, di Roman Polański, 2002 (7), Perlasca. Un eroe italiano, di Alberto Negrin, 2002 (7), Il diario di Anna Frank, di Jon Jones, 2008 (6), La chiave di Sara, di Gilles Paquet-Brenner, 2010 (5) e Il giardino dei Finzi Contini, di Vittorio De Sica, 1970 (5). A commento di questi dati che possono apparire esigui, va segnalato che, nel caso del Giorno della memoria, la fascia oraria del palinsesto maggiormente occupata dalla messa in onda di prodotti originariamente pensati per il cinema non è la prima serata, bensì la seconda serata o, molto spesso, le fasce notturne. Le prime serate, quando non sono già occupate da trasmissioni previste dalla programmazione ordinaria, sono più spesso dedicate a programmi realizzati ad hoc.
Il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che istituisce il Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah (11 maggio 2009) è disponibile online.
I due episodi della miniserie Perlasca. Un eroe italiano di Alberto Negrin (2002) sono disponibili su Raiplay.
Il testo del messaggio pronunciato da Silvio Berlusconi il 27 gennaio 2003 è ancora disponibile online sul sito dell’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (ANED), ripreso allora dal sito della Presidenza del consiglio.
Le «Linee guida nazionali “Per una didattica della Shoah a scuola” (30 gennaio 2018) sono disponibili sul sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Il film di animazione La stella di Andra e Tati, regia di Rosalba Vitellaro e Alessandro Belli (2018) è disponibile su Raiplay.
Bibliografia essenziale
David Bidussa, Il mito del bravo italiano, il Saggiatore, Milano 1994.
David Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Einaudi, Torino 2009.
Calendario civile europeo. I nodi storici di una costruzione difficile, a cura di Guido Crainz, Angelo Bolaffi, Donzelli, Roma 2019.
L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989, a cura di Filippo Focardi, Bruno Groppo, Viella, Roma 2013.
Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, Laterza, Roma-Bari 2013.
Filippo Focardi, Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe, Viella, Roma 2020.
Damiano Garofalo, Temporal Cross-References and Multidirectional Comparisons: Holocaust Remembrance Day on Italian State Television, «Quest. Issues in Contemporary Jewish History», 10, 2016, pp. 144-160.
Robert S.C. Gordon, Scolpitelo nei cuori. L’olocausto nella cultura italiana (1944-2010), trad. di Giuliana Olivero, Bollati Boringhieri, Torino 2013 (ed. or. The Holocaust in Italian Culture, 1944-2010, Stanford, Stanford University Press, 2012).
Andrea Minuz, La Shoah e la cultura visuale. Cinema, memoria, spazio pubblico, Bulzoni, Roma 2010.
Emiliano Perra, Conflicts of Memory: The Reception of Holocaust Films and TV Programmes in Italy. 1945 to the Present, Peter Lang, Oxford 2010.
Emiliano Perra, La Shoah nella televisione italiana, in Storia della Shoah in Italia. Vicende, Memorie, Rappresentazioni, 2 voll., a cura di Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Simon Levis Sullam, Enzo Traverso, UTET, Torino, 2010, II, pp. 435-444.
Valentina Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Bruno Mondadori, Milano-Torino 2012.
Guri Schwarz, Il 27 gennaio e le aporie della memoria, «Italia contemporanea», 296, 2021, pp. 100-123.
Guri Schwarz, Un antirazzismo commemorativo. La Shoah, i migranti e i demoni dell’analogia, «Italia contemporanea», 297, 2021, pp. 145-179.
Jeffrey Shandler, While America Watches: Televising the Holocaust, Oxford University Press, New York 1999.
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Jeffrey Shandler, While America Watches: Televising the Holocaust, Oxford University Press, New York 1999.
L’autrice
Elena Cadamuro ha conseguito il dottorato in Storia all’Università di Genova nel 2024, dove attualmente è assegnista di ricerca in Storia contemporanea. Ha lavorato nel coordinamento delle attività per l’Osservatorio su Storia e memoria della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, oltre che nel team curatoriale di M9 – Museo del ’900 di Mestre. I suoi interessi di ricerca riguardano la memoria del colonialismo italiano e la memoria della Shoah in Italia, nel loro intrecciarsi con la storia del pensiero razzista e antirazzista nell’Italia repubblicana, con particolare attenzione alle politiche della memoria e ai linguaggi visuali della cultura di massa.