Genocidio: istruzioni per l’uso di un concetto

Paolo Fonzi, Genocidio. Una storia politica e culturale, Laterza, Roma-Bari 2025, XII, 215 p. Scheda a cura di Cecilia Molesini

Paolo Fonzi, professore di Storia contemporanea all’Università Federico II di Napoli, propone una breve sintesi di storia culturale del termine «genocidio», mettendo in luce i vari modi in cui è stato declinato in ambiti diversi (diventando anche un campo di specializzazione degli studi storici), e le tensioni a cui è sottoposto nel discorso pubblico e politico, nei dibattiti accademici, nelle aule dei tribunali internazionali e, più in generale, nell’arena delle relazioni internazionali. In conclusione emerge l’interrogativo di se e come si può utilizzare universalmente un concetto forgiato dalla cultura occidentale in primo luogo per la Shoah, assurta allo stesso tempo a evento incommensurabile per eccellenza.

 

Un tentativo di fare chiarezza

Il volume di Paolo Fonzi, uscito nel settembre 2025, affronta un tema di stringente attualità, richiamando fin dalle prime pagine i conflitti che ancora si svolgono sotto i nostri occhi – l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, gli attacchi di Israele su Gaza dopo l’attentato organizzato da Hamas il 7 ottobre 2023 – che hanno sollevato discussioni – non solo accademiche, ma di rilevanza per il diritto internazionale – sulla legittimità di ricorre alla categoria di «genocidio» per descrivere e qualificare gli eventi in corso. L’esito tuttavia non è un instant book polemico, ma una solida ricostruzione della storia di questa categoria e del suo uso, che illustra i capisaldi di un dibattito in corso su diversi piani, amplia la visuale – suggerendo un orizzonte globale – e aiuta a formulare o riformulare i propri quesiti.

L’autore dichiara subito che, a suo parere, l’interrogativo se un fenomeno sia o non sia un genocidio è concettualmente mal posto perché la nozione stessa di genocidio è controversa e priva di una definizione univoca e universalmente condivisa (p. V). Proprio con l’obiettivo di fare chiarezza in un ambito tanto dibattuto quanto ancora faticosamente definibile, nasce questo libro, che esplora l’evoluzione storica, politica e culturale del concetto di genocidio, evidenziandone la natura complessa e fluida. «Multiforme», «sfuggente», «fluttuante» sono tra gli aggettivi a cui ricorre l’autore nel corso del volume, proprio a indicare come «genocidio» non sia una categoria fissa ma un «oggetto» sottoposto a un costante processo di negoziazione a causa del suo intimo legame con la dimensione politica, del potere, della memoria storica e delle culture identitarie.

Il volume si articola in due sezioni principali: «Il concetto e i suoi problemi» e «Riconoscere un genocidio». La prima è dedicata appunto all’analisi del concetto di genocidio, di cui si esaminano le origini, legate allo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e al processo dei gerarchi nazisti a Norimberga, e le modalità di utilizzo nei decenni successivi, in particolare nel contesto della Guerra fredda. Nella seconda sezione, invece, Fonzi analizza come i Paesi occidentali abbiano costruito un canone dei genocidi, imperniato sul riconoscimento della memoria dell’Olocausto come paradigma del male assoluto. In questa seconda sezione, l’autore affronta tre casi di studio specifici: il genocidio armeno, la vicenda dei greci espulsi dall’Asia Minore tra il 1914 e il 1923 e la carestia ucraina del 1932-1933.

 

Luci e ombre di un concetto non solo giuridico

L’autore puntualizza che la sua «non [è] una ricerca di cosa sia genocidio ma piuttosto una storia culturale di tale concetto» (p. 109). In questa prospettiva, Fonzi si propone di analizzare l’uso del termine nel corso della storia, nonché gli obiettivi perseguiti dai vari soggetti che ne hanno elaborato definizioni differenti. Tale scelta metodologica trova fondamento nell’idea che «la categoria di genocidio [sia] un campo di tensione su cui gruppi e soggetti diversi proiettano visioni del mondo, paure, traumi, sdegno» (p. IX).

Il concetto di genocidio fu formulato nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin (1900-1959), sulla base di un’analisi delle politiche di occupazione nei Paesi invasi dalla Germania nazista. Sebbene incluso nella formulazione delle accuse ed evocato più volte nel corso del dibattimento dal procuratore capo Robert Jackson (1892-1954), esso non venne però inserito nei verdetti finali del processo di Norimberga (1945-1946), cosa che porterà Lemkin a definire il giorno del verdetto come «il più nero» della sua vita. La formalizzazione del concetto nel diritto internazionale avvenne solo nel 1948 con la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio delle Nazioni Unite. Tuttavia, scrive Fonzi, il termine non è squisitamente giuridico, bensì assume significati diversi in base al contesto e alla discussione politica.

L’autore si sofferma quindi sui processi di affermazione, regressione, intenso dibattito e utilizzo politico che il concetto di genocidio ha subito dalla Guerra fredda ai nostri giorni. Nel suo percorso di analisi, Fonzi affronta vari conflitti internazionali che hanno contribuito a riaprire il dibattito sul genocidio. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, per esempio, il caso del Biafra (teatro di un tentativo di secessione dalla Nigeria, sfociato in una sanguinosa guerra civile) ha mostrato come il ricorso al linguaggio del genocidio sia strettamente connesso alle rivendicazioni di indipendenza di gruppi etno-nazionali. Simile, da questo punto di vista, – ma meno seguita sia dal dibattito pubblico sia da quello accademico – è stata la guerra che ha portato all’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan nel 1971. Accanto al Biafra, anche il lungo conflitto in Vietnam ha riportato il tema del genocidio al centro del dibattito pubblico e segnato una tappa fondamentale nello sviluppo di una cultura dei diritti umani. Negli anni Settanta, infatti, si afferma un’opinione pubblica globale sempre più attiva, espressione di quella che Samuel Moyn, studioso di storia dei diritti umani, ha definito «l’ultima utopia», ovvero l’aspirazione a un mondo più giusto fondato sulla promozione dei diritti umani. In questo contesto, la tutela dei diritti non è più demandata esclusivamente agli Stati, ma anche alle organizzazioni sovranazionali e alla mobilitazione dei cittadini. È in questi stessi anni che Amnesty International, fondata nel 1961, viene insignita del premio Nobel per la pace (1977).

Tuttavia, sarà solo a partire dagli anni Novanta, in concomitanza con le guerre nell’ex Jugoslavia, che il concetto di genocidio, fino ad allora prevalentemente impiegato in ambito politico, entrerà finalmente anche in quello giudiziario. Questo processo culmina nel 2002 con l’istituzione della Corte penale internazionale. Lo sviluppo della giustizia penale internazionale si intreccia con quello degli interventi umanitari, la cui legittimità è stata però sempre più contestata. Numerosi Paesi denunciano infatti tali interventi come forme di neocolonialismo e criticano la pretesa dei governi occidentali di stabilire unilateralmente le condizioni che ne giustificherebbero l’attuazione.

 

Un concetto di cui la storiografia potrebbe fare a meno?

Nel dibattito storiografico, alcuni studiosi hanno avanzato critiche radicali alla categoria di genocidio, arrivando persino a proporne l’abbandono. In particolare, lo storico tedesco Dirk Moses, il più noto tra gli esperti di genocidi, evidenzia come il concetto, così come formulato nella Convenzione del 1948, semplifichi e de-politicizzi i fenomeni di violenza di massa, tra cui l’Olocausto (Fonzi fa riferimento al volume The Problems of Genocide, vedi bibliografia). Tali fenomeni, interpretati come il risultato di un odio razziale irrazionale diretto contro gruppi inermi, vengono privati di tutta la loro dimensione politica e strategica. Secondo Moses, inoltre, il concetto di genocidio è viziato da una prospettiva eurocentrica, frutto di un linguaggio elaborato dai vincitori della Seconda guerra mondiale che avrebbero rifondato l’ordine internazionale su nuove basi morali e giuridiche attraverso la costruzione di un’immagine dell’«altro» (in questo caso la Germania nazista) come simbolo di inciviltà e barbarie rispetto all’Occidente democratico-liberale. Molteplici sono le posizioni e le interpretazioni proposte dai vari studiosi a riguardo, a dimostrazione del fatto che negli ultimi anni il concetto di genocidio e i genocide studies più in generale sono oggetto di un profondo ripensamento critico.

 

Come si riconosce un genocidio?

Nella seconda parte del libro, l’autore «impugna la lente d’ingrandimento per osservare in modo più dettagliato alcuni casi specifici» con l’obiettivo di analizzare sulla base di quali fattori e in quali contesti determinati eventi siano stati riconosciuti come genocidi (p. 113). Prima di affrontare i casi del genocidio armeno, dell’espulsione dei greci dall’Asia Minore e della carestia ucraina, l’autore si sofferma sui due piani principali (quello giuridico e quello politico) secondo i quali un evento può essere considerato genocidio. Dal punto di vista giuridico, il riconoscimento può avvenire attraverso una sentenza di un tribunale, internazionale o nazionale, che ne accerti la conformità alla Convenzione del 1948. Naturalmente le decisioni delle corti internazionali, come la Corte penale internazionale o la Corte internazionale di giustizia, hanno maggiore peso in termini di autorità e impatto rispetto a quelle nazionali. Accanto a questa dimensione vi è quella politica in cui il concetto di genocidio è utilizzato nel dibattito pubblico e può essere oggetto di risoluzioni da parte di governi, parlamenti nazionali o organismi sovranazionali come l’ONU o l’Unione Europea. Tali risoluzioni hanno un valore variabile, più o meno vincolante, e possono influenzare interventi umanitari, politiche della memoria e misure di riparazione.

Fatte queste premesse, Fonzi esamina in dettaglio i tre casi studio, ripercorrendone i fatti, le principali interpretazioni storiografiche, le politiche dell’oblio e i tentativi di costruzione della memoria. Ciascun caso permette di approfondire un aspetto specifico della questione: dal legame tra il riconoscimento del genocidio e gli interessi di politica estera, alla connessione tra la memoria legata agli spostamenti di popolazione e il linguaggio del genocidio per concludere con il ruolo della memoria del genocidio nella definizione di un’identità nazionale post-sovietica.

 

Un concetto da «de-provincializzare»

Nelle conclusioni Fonzi riprende un recente articolo del già citato Moses, che ha scosso la comunità internazionale degli studiosi di genocidio perché attacca la cultura della memoria tedesca, che si fonda sull’unicità dell’Olocausto, accusandola di limitare le possibilità di altri popoli di denunciare le violenze di cui sono (stati) vittime. Questo atteggiamento, secondo Moses, assume tratti neocoloniali perché tende a elevare l’esperienza storica dei popoli occidentali a modello di riferimento mentre, a suo parere, è necessario oggi «de-provincializzare» (ovvero, secondo un suggerimento ripreso dagli studi post-coloniali, di decostruire la presunta universalità del pensiero «occidentale») la categoria di genocidio e superare il tabù della comparazione con l’Olocausto al fine di globalizzare la storiografia e pluralizzare le prospettive interpretative. In questo modo, il concetto di genocidio potrebbe diventare uno strumento utile per ripensare la cultura della memoria dei traumi collettivi includendo altre forme di violenza di massa e le rivendicazioni di riconoscimento avanzate da popoli non europei.

In questo senso, il libro di Fonzi fornisce un efficace quadro teorico per poter affrontare anche casi che non vengono direttamente analizzati nel testo. Esso si presenta come un valido strumento per fare chiarezza in una questione complessa e articolata: non offre soluzioni definitive, ma solleva nuove domande e invita chi legge a confrontarsi con le molteplici variabili che caratterizzano fenomeni come le violenze di massa, gli spostamenti forzati di popolazione e gli stermini.

Gennaio 2026

Immagine: una donna inginocchiata vicino a un bambino morto, vicino ad Aleppo, durante il genocidio armeno del 1915-1923. Foto dall’archivio dell’American Committee for Relief in the Near East.

 

Per approfondire

Il libro di Samuel Moyn a cui si allude nel testo è The Last Utopia. Human Rights in History, Harvard University Press, Cambridge, Mass. 2010.

L’articolo di Dirk Moses all’origine di tante discussioni è uscito nel 2021, sotto il titolo The German Catechism sulla rivista online svizzera «geschichte der gegenwart», ed è disponibile online. Nello stesso anno era uscita la sua monografia Id., The Problems of Genocide. Permanent Security and the Language of Transgression, Cambridge University Press, Cambridge 2021.

Con «de-provincializzare» Fonzi traduce il «deprovincialize» utilizzato da Moses. Val la pena ricordare che all’inizio del XXI secolo, lo storico indiano Dipesh Chakrabarty propose il concetto di «provincializzazione» dell’Europa (e del mondo «occidentale»), per superare un presunto universalismo che in effetti è una costruzione eurocentrica (si veda in italiano Dipesh Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, trad. dall’inglese di Matteo Bortolini, Meltemi, Roma 2004; ed. or. in inglese 2000).

Al libro di Fonzi si possono affiancare almeno:

Bernard Bruneteau, Il secolo dei genocidi, trad. di Alessandra Flores d’Arcais, ed. it. a cura di Marcello Flores, il Mulino, Bologna 2005 (ed. or. 2004);

Marcello Flores, Il genocidio, il Mulino, Bologna 2021;

Norman M. Naimark, La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea, trad. di Sergio Minucci, Laterza, Roma-Bari 2002 (ed. or. 2001);

Jacques Sémelin, Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, trad. di Valeria Zini, Einaudi, Torino 2007 (ed. or. 2005);

Enzo Traverso, Gaza davanti alla storia, Laterza, Roma-Bari 2024.