Fiumicino 1985. Che genere di evento spartiacque?
Amoreno Martellini, Annibale alle porte. L’attentato di Fiumicino nel 1985 e la costruzione dello stereotipo dell’immigrato-terrorista, Il Mulino, Bologna 2025, 208 p. Scheda a cura di Davide Serafino.
Nel dicembre 1985, l’aeroporto di Fiumicino fu teatro di un grave attentato, condotto da un gruppo armato palestinese. Sono eventi che in genere la storiografia studia nell’ambito del terrorismo e delle relazioni internazionali, o della questione israelo-palestinese. In un libro recente, Amoreno Martellini, che insegna Storia contemporanea all’Università di Urbino, li affronta in una prospettiva originale, osservando una conseguenza di lungo periodo che questo tragico episodio ebbe sulla società italiana. Secondo Martellini, l’attentato a Fiumicino fu cruciale nel processo di costruzione dello stereotipo dell’«immigrato-terrorista» nella seconda metà degli anni Ottanta, destinato a condizionare le politiche e il discorso pubblico sulle migrazioni nei decenni seguenti, fino ai giorni nostri.
L’oggetto della ricerca
Il 27 dicembre 1985 un gruppo armato palestinese, il Consiglio rivoluzionario di al-Fatḥ, guidato da Abu Nidal, assaltò, a colpi di kalashnikov e di bombe a mano, gli sportelli della compagnia aerea israeliana El Al e di quella americana TWA presso l’aeroporto di Roma-Fiumicino, provocando decine di feriti e tredici morti – il numero delle vittime sarebbe aumentato nei giorni successivi –, a cui ne vanno aggiunti altri tre tra gli assaltatori. Più o meno in contemporanea, la formazione armata colpì l’aeroporto di Vienna, causando tre morti e una quarantina di feriti. Le due stragi rappresentarono il culmine di una serie di attentati e di omicidi, connessi alla delicata questione israelo-palestinese, che avevano investito con frequenza crescente le principali città europee. È da questo tragico episodio che prende avvio il volume di Amoreno Martellini, Annibale alle porte, che ha l’obiettivo di ripercorrere il processo di costruzione dello stereotipo dell’immigrato-terrorista, un chiaro esempio di uso pubblico e politico del tema delle migrazioni (p. 10).
Attingendo a fonti d’archivio, dibattiti parlamentari e stampa, la ricerca non si focalizza sulla strage o sui processi migratori, ma sulla genesi dello stereotipo che, a partire da quel momento, sarebbe diventato sempre più centrale nel dibattito pubblico italiano, cioè quello dell’immigrato visto come un terrorista (potenziale). La realtà, però, ci dice come le migrazioni non siano la causa del terrorismo, ma semmai che il terrorismo rappresenti una causa delle migrazioni: «oltre il 70% delle morti dovute ad atti di terrorismo nel mondo – scrive Martellini – si concentrano in alcuni di quei paesi da cui partono i più massicci flussi migratori» (p. 9).
Attingendo a fonti d’archivio, dibattiti parlamentari e stampa, la ricerca non si focalizza sulla strage o sui processi migratori, ma sulla genesi dello stereotipo che, a partire da quel momento, sarebbe diventato sempre più centrale nel dibattito pubblico italiano, cioè quello dell’immigrato visto come un terrorista (potenziale). La realtà, però, ci dice come le migrazioni non siano la causa del terrorismo, ma semmai che il terrorismo rappresenti una causa delle migrazioni: «oltre il 70% delle morti dovute ad atti di terrorismo nel mondo – scrive Martellini – si concentrano in alcuni di quei paesi da cui partono i più massicci flussi migratori» (p. 9).
Una tappa del discorso sugli «stranieri» in Italia
L’episodio di Fiumicino ebbe un ruolo fondamentale nel far emergere la «questione stranieri», spesso declinata con accenti razzisti, e nell’imporla come una sorta di emergenza permanente. Secondo l’autore, infatti, l’attentato fu «uno di quegli eventi che hanno la forza di creare una periodizzazione» (p. 15) nel processo di criminalizzazione dei migranti. Rappresentò l’inizio di un rapporto nuovo tra la società italiana, il sistema mediatico e il mondo dell’immigrazione poiché fornì il pretesto per dare fiato a una narrazione distorta, fino a quel momento rimasta sottotraccia, che sovrapponeva perfettamente la figura del migrante (anzi, dell’immigrato o dell’«extracomunitario») a quella del terrorista, e per assecondare un approccio al tema delle migrazioni declinato in termini di ordine pubblico e osservato esclusivamente attraverso le lenti deformanti della cronaca nera e del terrorismo. Dopo la strage si affermò un sentire comune per il quale il fenomeno migratorio doveva essere «represso e non gestito» e lo strumento legislativo sarebbe dovuto servire sostanzialmente a questo scopo (p. 68). La facile sovrapposizione tra migrante e terrorista e la costruzione di un nesso causale tra le due figure permise a una parte del mondo politico di «lucrare immediati dividendi politici ed elettorali» e spinse «il dibattito pubblico ad evitare di affrontare la questione nella sua complessità» (p. 10), orientandosi solamente sulla necessità di controlli in entrata, che il più delle volte si rivelarono inadeguati allo scopo. L’autore peraltro non approfondisce il confronto con un clamoroso precedente, l’attentato all’aeroporto di Fiumicino del dicembre del 1973, confronto che avrebbe aiutato a evidenziare meglio come il contesto sociale e politico, che una dozzina di anni prima aveva generato risposte differenti, avesse svolto un ruolo di primo piano in questo processo.
La costruzione del «nemico interno»
A partire da quell’episodio, gli immigrati furono sempre più spersonalizzati – le ragioni della scelta o della necessità di migrare interessavano a pochi – e ridotti a una massa informe, rappresentati come un vero e proprio esercito nemico all’interno della comunità, una «quinta colonna» (p. 13) pronta a intervenire e a colpire in qualsiasi istante. Come ammoniva Salvatore Scarpino sul quotidiano «Il Giornale», il nemico straniero, l’Annibale citato nel titolo del volume, «non è alle porte, lo avevamo già in casa, mimetizzato tra i fuoricorso e i mercantucci bonari che hanno trasformato tante nostre piazze in una parodia dei souk di Aleppo e di Kairuan» (p. 79). Presto in quasi tutti i quotidiani, indipendentemente dall’orientamento politico, le metafore della guerra, del nemico interno, del virus da debellare, dell’Europa come campo di battaglia la fecero da padrone. A queste metafore veniva contrapposto la stereotipo di un Paese «accogliente, ospitale, aperto a tutti, forse anche troppo» (p. 80). La strage di Fiumicino avvenne in un periodo di svolta dei processi migratori e, più in generale, della storia italiana, rappresentato dalla trasformazione, prima lenta e poi sempre più impetuosa, dell’Italia da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione, ma le modalità con cui fu approcciato l’episodio inquinarono irrimediabilmente il dibattito pubblico e la «presa di coscienza del fenomeno immigratorio da parte della società italiana passò attraverso il filtro deformante della cronaca nera» (p. 11).
La costruzione discorsiva dell’immigrato-terrorista si arricchì inoltre di un elemento nuovo, cioè quello religioso. Fu con l’attentato di Fiumicino che l’identità religiosa dei migranti, prima poco considerata nei commenti politici, divenne un elemento centrale nella costruzione mediatica della loro immagine (p. 106).
La costruzione discorsiva dell’immigrato-terrorista si arricchì inoltre di un elemento nuovo, cioè quello religioso. Fu con l’attentato di Fiumicino che l’identità religiosa dei migranti, prima poco considerata nei commenti politici, divenne un elemento centrale nella costruzione mediatica della loro immagine (p. 106).
«Pulendo il sottobosco si evitano gli incendi»
Alle ricadute politiche dell’attentato di Fiumicino è dedicato il terzo capitolo del volume. Le indagini successive alla strage si risolsero in una serie di controlli a pioggia sugli stranieri che, più che portare all’arresto di presunti terroristi, finirono per colpire la marginalità sociale. La ratio di questi controlli a tappeto rispondeva all’idea che per evitare il divampare dell’incendio nel bosco, cioè il terrorismo, fosse necessario bonificare il «sottobosco» rappresentato dall’immigrazione (p. 101). Martellini rileva che questa logica non fu diversa da quella usata negli anni Settanta per affrontare il terrorismo interno di matrice politica: la metafora equivalente del sottobosco da bonificare per evitare l’incendio era allora l’acqua da prosciugare, cioè il contesto in cui trovava protezione il terrorismo, per catturare i pesci, cioè i militanti dei gruppi armati (p. 107). Il tentativo di colpire la rete di protezione dei terroristi attraverso le retate nel mondo dell’immigrazione irregolare si sarebbe dimostrato, però, fallimentare (p. 118).
La necessità di mostrare fermezza e celerità nell’affrontare la situazione da parte della politica produsse una reazione «più rabbiosa che razionale», più adatta a mostrare «la faccia cattiva dello Stato che a trovare soluzioni razionali» (p. 124). Il giorno dopo l’attentato, l’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro parlò di tre questioni da affrontare: la regolamentazione del lavoro degli stranieri, le questioni connesse al diritto d’asilo e il legame tra presenza straniera in Italia e ordine pubblico (p. 124).
Sarebbe stata quest’ultima a prendere la corsia preferenziale; infatti, nel gennaio del 1986 Scalfaro annunciò alla stampa un disegno di legge per regolarizzare l’ingresso e il soggiorno degli stranieri in Italia che avrebbe sostituito le legge del 1931. Il disegno di legge sarebbe stato presentato alle Camera nell’aprile del 1986, ma non sarebbe mai stato approvato a causa della caduta anticipata del governo. Nel frattempo, la questione venne gestita attraverso lo strumento delle circolari ministeriali che, nei fatti, resero l’immigrazione clandestina un reato e i migranti senza documenti dei criminali. Le prime espulsioni dei migranti irregolari raccolsero il plauso di una parte della stampa, mentre vennero contestate dai radicali e da alcune aree di ispirazione cattolica o comunista.
Procedette invece per via legislativa la regolamentazione del lavoro degli stranieri, questione su cui, da un paio di anni giaceva in Parlamento una proposta di legge, che aveva come primo firmatario il democristiano Franco Foschi, per gestire e regolamentare il lavoro degli immigrati stranieri in Italia. La proposta muoveva da due presupposti: la necessità di regolarizzare i clandestini presenti sul territorio, sia per controllarli, sia per controllare più efficacemente i nuovi arrivi, e l’estensione agli stranieri degli stessi diritti di cui godevano i lavoratori italiani in tema di previdenza, assistenza, diritti e formazione. L’attentato impresse un’accelerata e il disegno di legge di Foschi venne approvato nel dicembre del 1986.
La necessità di mostrare fermezza e celerità nell’affrontare la situazione da parte della politica produsse una reazione «più rabbiosa che razionale», più adatta a mostrare «la faccia cattiva dello Stato che a trovare soluzioni razionali» (p. 124). Il giorno dopo l’attentato, l’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro parlò di tre questioni da affrontare: la regolamentazione del lavoro degli stranieri, le questioni connesse al diritto d’asilo e il legame tra presenza straniera in Italia e ordine pubblico (p. 124).
Sarebbe stata quest’ultima a prendere la corsia preferenziale; infatti, nel gennaio del 1986 Scalfaro annunciò alla stampa un disegno di legge per regolarizzare l’ingresso e il soggiorno degli stranieri in Italia che avrebbe sostituito le legge del 1931. Il disegno di legge sarebbe stato presentato alle Camera nell’aprile del 1986, ma non sarebbe mai stato approvato a causa della caduta anticipata del governo. Nel frattempo, la questione venne gestita attraverso lo strumento delle circolari ministeriali che, nei fatti, resero l’immigrazione clandestina un reato e i migranti senza documenti dei criminali. Le prime espulsioni dei migranti irregolari raccolsero il plauso di una parte della stampa, mentre vennero contestate dai radicali e da alcune aree di ispirazione cattolica o comunista.
Procedette invece per via legislativa la regolamentazione del lavoro degli stranieri, questione su cui, da un paio di anni giaceva in Parlamento una proposta di legge, che aveva come primo firmatario il democristiano Franco Foschi, per gestire e regolamentare il lavoro degli immigrati stranieri in Italia. La proposta muoveva da due presupposti: la necessità di regolarizzare i clandestini presenti sul territorio, sia per controllarli, sia per controllare più efficacemente i nuovi arrivi, e l’estensione agli stranieri degli stessi diritti di cui godevano i lavoratori italiani in tema di previdenza, assistenza, diritti e formazione. L’attentato impresse un’accelerata e il disegno di legge di Foschi venne approvato nel dicembre del 1986.
Il razzismo nella società italiana
Nell’ultimo capitolo è affrontato il tema del rapporto tra gli italiani e il razzismo. Nel volume emerge come il ricorso retorico al passato migratorio degli italiani non venne usato tanto per contrastare gli atteggiamenti razzisti presenti nella società italiana, quanto semmai per allontanare il sospetto che gli italiani potessero essere razzisti e, dunque, respingere con sdegno l’accusa di xenofobia. Nonostante l’interrogativo sulla possibilità che gli italiani potessero essere razzisti si fosse sempre risolto in una «sbrigativa risposta negativa e autoassolutoria» (p. 157), nella società italiana cominciò a serpeggiare un «malcelato atteggiamento di intolleranza, di xenofobia, quando non di aperto razzismo» (p. 165). La questione venne affrontata dalle inchieste, uscite tra gennaio e febbraio del 1986, di tre settimanali, «L’Europeo», «Panorama» e «L’Espresso» che svelarono la cruda realtà sociale ed esistenziale dei migranti, fatta di violenze e abusi, di sequestri dei documenti da parte dei datori di lavoro e di totale mancanza di diritti. Insomma, forme contemporanee di schiavitù.
Al di là di queste inchieste giornalistiche, Martellini non approfondisce le modalità con cui una parte della politica e della società civile cercò di respingere e smontare lo stereotipo del migrante-terrorista e tutto ciò che ruotava attorno a esso, come la sensazione di insicurezza, più percepita che reale, dei cittadini o le richieste ossessive di «città sicure». L’autore avrebbe potuto indagare più a fondo questo aspetto, per esempio accordando un po’ più di spazio a quegli attori – giornalismo, società civile, partiti politici, realtà del terzo settore, associazionismo – impegnati a contrastare la deriva razzista o, quantomeno, a fare informazione in modo intellettualmente più onesto.
Il volume si chiude, simbolicamente, con la vicenda di Jerry Essan Masslo, il migrante sudafricano che portò avanti un’importante battaglia per il riconoscimento del diritto d’asilo, forzando i vincoli della «riserva geografica» che garantiva la possibilità di richiedere asilo politico solamente ai cittadini dei Paesi dell’Europa dell’Est. Masslo nell’estate del 1988 aveva fatto il bracciante, per la raccolta dei pomodori, a Villa Literno in condizioni di lavoro durissime, alloggiando in baracche fatiscenti nei pressi dei campi, dormendo a terra, senza luce né servizi igienici. Anche l’estate successiva il giovane aveva fatto ritorno nella cittadina campana dove, però, aveva trovato un clima diverso: da un lato erano cresciuti intolleranza e razzismo nei confronti degli stranieri che furono costretti con minacce e violenze a stare lontani dal centro abitato, dall’altro lato i migranti che lavoravano nei campi cominciarono a prendere coscienza delle condizioni di sfruttamento a cui erano sottoposti, tanto da spingerli a rivolgersi al sindacato. La notte tra il 24 e il 25 agosto cinque giovani irruppero nella baracca dove Masslo dormiva insieme ad altre ventotto persone e con spranghe e armi pretesero che i migranti consegnassero loro i soldi che avevano con sé. La situazione degenerò rapidamente e i rapinatori, «mossi da un coagulo di violenza gratuita, razzismo e familiarità al crimine» (p. 185), spararono sui migranti colpendo a morte Masslo e ferendo un compagno. L’episodio destò notevole sdegno e partecipazione nella società civile, ma venne anche sfruttato dalle forze politiche per liquidare la legge Foschi da parte del nuovo ministro dell’Interno Antonio Gava e per spingere verso una distinzione tra cittadini comunitari ed extracomunitari e l’adozione del «numero chiuso» per i migranti.
Martellini si ferma dunque all’assassinio di Masslo, frutto avvelenato della narrazione che aveva accompagnato l’attentato di Fiumicino, ma avrebbe potuto spingersi almeno fino alla legge Martelli del 1990, a cui è dedicato solo un rapido cenno in conclusione, la quale, per la prima volta, disciplinò in modo organico l’immigrazione e l’asilo politico e rappresentò il punto di arrivo del dibattito degli anni precedenti, ma che fu anche il modello per le successive leggi in materia, come la Turco-Napolitano del 1998 e la Bossi-Fini del 2002.
Al di là di queste inchieste giornalistiche, Martellini non approfondisce le modalità con cui una parte della politica e della società civile cercò di respingere e smontare lo stereotipo del migrante-terrorista e tutto ciò che ruotava attorno a esso, come la sensazione di insicurezza, più percepita che reale, dei cittadini o le richieste ossessive di «città sicure». L’autore avrebbe potuto indagare più a fondo questo aspetto, per esempio accordando un po’ più di spazio a quegli attori – giornalismo, società civile, partiti politici, realtà del terzo settore, associazionismo – impegnati a contrastare la deriva razzista o, quantomeno, a fare informazione in modo intellettualmente più onesto.
Il volume si chiude, simbolicamente, con la vicenda di Jerry Essan Masslo, il migrante sudafricano che portò avanti un’importante battaglia per il riconoscimento del diritto d’asilo, forzando i vincoli della «riserva geografica» che garantiva la possibilità di richiedere asilo politico solamente ai cittadini dei Paesi dell’Europa dell’Est. Masslo nell’estate del 1988 aveva fatto il bracciante, per la raccolta dei pomodori, a Villa Literno in condizioni di lavoro durissime, alloggiando in baracche fatiscenti nei pressi dei campi, dormendo a terra, senza luce né servizi igienici. Anche l’estate successiva il giovane aveva fatto ritorno nella cittadina campana dove, però, aveva trovato un clima diverso: da un lato erano cresciuti intolleranza e razzismo nei confronti degli stranieri che furono costretti con minacce e violenze a stare lontani dal centro abitato, dall’altro lato i migranti che lavoravano nei campi cominciarono a prendere coscienza delle condizioni di sfruttamento a cui erano sottoposti, tanto da spingerli a rivolgersi al sindacato. La notte tra il 24 e il 25 agosto cinque giovani irruppero nella baracca dove Masslo dormiva insieme ad altre ventotto persone e con spranghe e armi pretesero che i migranti consegnassero loro i soldi che avevano con sé. La situazione degenerò rapidamente e i rapinatori, «mossi da un coagulo di violenza gratuita, razzismo e familiarità al crimine» (p. 185), spararono sui migranti colpendo a morte Masslo e ferendo un compagno. L’episodio destò notevole sdegno e partecipazione nella società civile, ma venne anche sfruttato dalle forze politiche per liquidare la legge Foschi da parte del nuovo ministro dell’Interno Antonio Gava e per spingere verso una distinzione tra cittadini comunitari ed extracomunitari e l’adozione del «numero chiuso» per i migranti.
Martellini si ferma dunque all’assassinio di Masslo, frutto avvelenato della narrazione che aveva accompagnato l’attentato di Fiumicino, ma avrebbe potuto spingersi almeno fino alla legge Martelli del 1990, a cui è dedicato solo un rapido cenno in conclusione, la quale, per la prima volta, disciplinò in modo organico l’immigrazione e l’asilo politico e rappresentò il punto di arrivo del dibattito degli anni precedenti, ma che fu anche il modello per le successive leggi in materia, come la Turco-Napolitano del 1998 e la Bossi-Fini del 2002.
Annibale a scuola
Annibale alle porte si presenta come contributo con un focus preciso e originale – l’attentato all’aeroporto di Fiumicino come passaggio cruciale nella costruzione dello stereotipo del migrante-terrorista – attraverso cui l’autore affronta uno dei temi centrali del mondo presente, cioè le relazioni tra terrorismo, immigrazione e discorso pubblico in Italia. La sua riflessione mostra come, a partire da un episodio preciso, si sia costruita una narrazione egemonica, che perdura tutt’oggi, che vede nell’immigrazione esclusivamente una minaccia incombente. In questo senso, l’attentato del 27 dicembre 1985 non è stato una causa scatenante, ma un passaggio chiave, un punto di non ritorno nel processo di criminalizzazione dei migranti.
La ricerca di Martellini, sia per i suoi agganci con l’attualità, sia per la chiarezza espositiva, il linguaggio accessibile e una struttura che facilita la comprensione anche da parte di lettori non specialisti, potrebbe rappresentare un valido spunto, a cavallo tra storia, educazione civica, sociologia e diritto, per riflettere a scuola su come un evento traumatico (l’autore non li affronta, ma gli esempi potrebbero essere anche altri, si pensi all’11 settembre 2001) abbia plasmato l’immaginario collettivo e abbia avuto un impatto duraturo sulla percezione pubblica. In tal senso, Annibale alle porte potrebbe essere inserito facilmente all’interno di moduli interdisciplinari su alcune tematiche di grande attualità, come le migrazioni, la costruzione degli stereotipi e il ruolo dei media, e ancor più dei social media, nell’assecondare e diffondere paure e timori.
Dicembre 2025
Immagine: un accampamento di migranti.
La ricerca di Martellini, sia per i suoi agganci con l’attualità, sia per la chiarezza espositiva, il linguaggio accessibile e una struttura che facilita la comprensione anche da parte di lettori non specialisti, potrebbe rappresentare un valido spunto, a cavallo tra storia, educazione civica, sociologia e diritto, per riflettere a scuola su come un evento traumatico (l’autore non li affronta, ma gli esempi potrebbero essere anche altri, si pensi all’11 settembre 2001) abbia plasmato l’immaginario collettivo e abbia avuto un impatto duraturo sulla percezione pubblica. In tal senso, Annibale alle porte potrebbe essere inserito facilmente all’interno di moduli interdisciplinari su alcune tematiche di grande attualità, come le migrazioni, la costruzione degli stereotipi e il ruolo dei media, e ancor più dei social media, nell’assecondare e diffondere paure e timori.
Dicembre 2025
Immagine: un accampamento di migranti.
Per approfondire
Il nome di Jerry (o Gerry) Masslo si è inscritto, faticosamente, nella memoria collettiva italiana. A lui sono dedicate alcune vie e piazze (periferiche), per esempio a Casal di Principe (Caserta) e a Rovigo.
Sul portale Raiplay è disponibile una serie di videodocumenti (servizi dei telegiornali dell’epoca) sulla sua tragica vicenda e le reazioni che ne seguirono.
Sul portale Raiplay è disponibile una serie di videodocumenti (servizi dei telegiornali dell’epoca) sulla sua tragica vicenda e le reazioni che ne seguirono.