Donne che sfidano l’autorità. Venezia, XVI secolo

Alessandra Celati, Donne che creano disordine. Storia di Caterina e altre eretiche nel Cinquecento, Einaudi, Torino 2025, XXXIII, 273 p. Scheda a cura di Eleonora Faricelli

Alessandra Celati, studiosa della storia del dissenso religioso e dei movimenti ereticali nell’Italia del Cinquecento, affronta un ambito particolare della ricerca su questi temi: come le idee riformate furono recepite e vissute da donne «comuni», di condizione umile. Le scelte maturate sul piano religioso si intrecciarono a quelle compiute in altri ambiti, dalle relazioni matrimoniali alle condizioni di lavoro: furono dunque donne che provarono a sfidare gli ordini costituiti, affrontandone e subendone le conseguenze.

 

Donne «comuni» di fronte alla Riforma

Negli studi di storia sulla Riforma protestante in Italia, le donne sono state molto spesso tenute ai margini dell’analisi. La riflessione si è piuttosto concentrata sulla partecipazione delle nobildonne al movimento riformatore italiano. Ma quale fu il ruolo delle donne appartenenti ai ceti popolari, che pure presero parte al fermento religioso del XVI secolo? Il libro di Alessandra Celati, Donne che creano disordine, si propone di rispondere a questa domanda. L’analisi, che si colloca all’incrocio tra storia religiosa, storia sociale, storia delle donne e storia di genere, indaga un campo ancora poco esplorato ma di grande interesse: la specifica risposta femminile alla Riforma e il modo in cui essa influì sulla vita delle donne.

La predominanza di studi concentrati su uomini dipende dal fatto che il «contagio ereticale», così come emerge dalle carte inquisitoriali, appare prevalentemente come un fenomeno maschile. Inoltre, l’eresia era percepita come un peccato intellettuale e, per questa ragione, le donne – ritenute inferiori per natura – non venivano considerate capaci di prendervi parte attiva (assai diverso era il caso della «stregoneria», accusa che colpì quasi esclusivamente le donne). Per questo stesso motivo quegli studi che hanno esplorato il mondo femminile hanno privilegiato il coinvolgimento di figure aristocratiche nel processo di diffusione delle idee riformate, come nel caso emblematico della duchessa di Ferrara Renata di Francia, vicina al riformatore Giovanni Calvino.

Donne che creano disordine, invece, a partire dall’analisi delle carte dell’Inquisizione, restituisce il coinvolgimento delle donne comuni, approfondendo il rapporto che esse intrattennero tanto con la famiglia quanto con le istituzioni. Al centro del libro vi sono figure provenienti dalla Repubblica di Venezia e, in alcuni casi, dalle aree limitrofe, osservate in un arco cronologico relativamente ristretto, compreso tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta del Cinquecento.

 

La testimonianza di Caterina davanti all’Inquisizione

Il volume si articola in cinque capitoli e prende le mosse dalla vicenda di una giovane donna, Caterina Colbertalda. Proveniente dal contado veneziano, Caterina si trasferì in città nel 1549, quando venne assunta come cameriera presso la famiglia Maggi. Si dà il caso che i suoi padroni Vincenzo, diplomatico bresciano, e la moglie Lucrezia Pansa fossero vicini agli ambienti eterodossi veneziani. Le poche notizie disponibili non permettono di stabilire se Caterina avesse maturato simpatie per le nuove idee religiose già in precedenza o se l’incontro con i Maggi – al centro di una vasta rete di uomini e donne sensibili alla Riforma – sia stato decisivo.

Durante il periodo di servizio presso la famiglia, Caterina fu trattata, come avveniva in questi casi, come un membro della famiglia, certo collocata sul fondo della gerarchia familiare, comunque come una persona di cui potersi fidare. Probabilmente per questo la giovane condivise, più o meno attivamente in questa fase, gli interessi religiosi dei suoi padroni. Fu lo stesso Vincenzo, in linea con quanto accadeva per le giovani donne provenienti dal contado e impiegate presso famiglie cittadine, a procurarle marito: Pietro De Megis. Egli era un «alchimista, distillatore e medico empirico romano» (p. 21) che conosceva il Maggi perché entrambi condividevano le medesime idee religiose, vicine ai circoli anabattisti veneziani. Tra il 1552 e il 1553 i due convolarono a nozze e già pochi mesi dopo il De Megis le fece pressioni affinché lasciasse la casa dei Maggi. Caterina acconsentì e seguì il marito in diverse dimore di fortuna versando in una condizione di semi povertà, mentre l’uomo rivelava tutta la sua indole violenta e prepotente.

Ormai fuori da casa Maggi, priva del lavoro che le aveva consentito di racimolare la dote nonché privata dell’affetto di Lucrezia e Vincenzo, che pure l’avevano accolta, Caterina fu chiamata dall’Inquisizione a deporre nel processo per eresia intentato contro i suoi ex padroni, nel frattempo fuggiti da Venezia per motivi religiosi. È in questa circostanza che conosciamo meglio la sua vicenda: il suo interrogatorio confermò al Sant’Uffizio i sospetti sui Maggi. Caterina raccontò quanto sapeva anche sulle loro frequentazioni tradendo, di fatto, l’amicizia che si era venuta a creare. Non è possibile stabilire se la sua testimonianza fosse il risultato delle pressioni del marito – che sarebbe stato processato per gli stessi motivi l’anno successivo – oppure del timore suscitato dall’Inquisizione. Ciò che è certo è che nella sua deposizione emerge non solo il profilo religioso della famiglia presso cui lavorava, ma anche la sua stessa parabola esistenziale, segnata da dubbi e incertezze che si sarebbero risolti pochi anni dopo.

 

L’anabattismo a Venezia

Ma in cosa credevano Caterina, Pietro, i Maggi e molti altri come loro? Il secondo capitolo si concentra sull’anabattismo, movimento ben radicato in Italia – soprattutto a Venezia e nei territori circostanti – già dagli anni Trenta del Cinquecento. Esso assunse tratti radicali, giungendo a negare la validità del battesimo imposto ai bambini, ritenuti privi di una fede consapevole, e sostenendo la necessità del battesimo adulto come scelta volontaria. A ciò si accompagnavano il rifiuto delle istituzioni politiche e religiose e la ricerca di forme di uguaglianza sociale dalle conseguenze spesso radicali: il dissenso travalicava dunque l’ambito strettamente religioso per passare nel campo politico. Erano dottrine «pericolose» anche per il «buon ordine» sociale e istituzionale. La repressione dei gruppi anabattisti superstiti in Italia si intensificò soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta del Cinquecento, anche in seguito alla chiusura del Concilio di Trento nel 1563.

 

Caterina, diventata «la Sartora», davanti all’Inquisizione come imputata

Fu in questo contesto che Caterina approfondì progressivamente le proprie convinzioni eterodosse (è la materia del capitolo terzo). Subito dopo l’incarcerazione del De Megis, infatti, era entrata in contatto con alcune famiglie patrizie veneziane e aveva rafforzato i legami con Gian Battista Michiel, già intimo di Lucrezia Maggi negli anni precedenti e vicino agli ambienti anabattisti cittadini. Sicuramente entro il 1559 però si sposò nuovamente con Francesco Sartore, proprietario di una sartoria presso la quale anche Caterina iniziò a lavorare. Questa nuova unione fu assai diversa dalla precedente e Francesco lasciò libera la moglie di agire con estrema autonomia, anche in campo religioso. Cosa che Caterina, che cominciò a farsi chiamare la Sartora («sarta» in veneziano), fece in compagnia di vecchi e nuovi amici, tra cui il Michiel. L’approfondimento religioso ebbe però un epilogo tragico: sia Caterina sia Gian Battista furono accusati di eresia e processati, rispettivamente nel 1574 e nel 1575.

Le idee della Sartora, per come emergono dagli interrogatori che subì, erano caratterizzate da un marcato anticlericalismo, dal rifiuto del sacramento della confessione e dall’opposizione ai precetti alimentari cattolici. Durante il processo, tuttavia, la diffusione della peste colpì la città: Caterina morì nell’agosto del 1575, prima della conclusione della sua vicenda giudiziaria.

 

Caterina e le altre

Gli incartamenti processuali conservati presso l’Archivio di Stato di Venezia custodiscono storie di altre donne che conobbero percorsi analoghi a quello della Sartora.

Non lontano dall’abitazione di Caterina, si trovava la spezieria delle Due Colombine, centro di una vasta rete di eterodossi. Tra i suoi protagonisti figurava uno dei proprietari, Marcantonio, che aveva intrapreso una relazione con la giovane Marita e la sposò nonostante le resistenze del fratello di lei. Sebbene Marcantonio fosse noto per le sue simpatie luterane, Marita non aderì alle scelte religiose del marito. La sua vicenda mostra una modalità – tutt’altro che isolata – di convivenza religiosa all’interno del nucleo familiare, intermedia tra la piena condivisione delle convinzioni eterodosse e il conflitto aperto che spesso sfociava in fratture o denunce al Sant’Uffizio.

Capitava spesso, nelle famiglie che si trovavano a condividere fedi diverse, che fossero le donne a denunciare i propri mariti alle autorità, ma non fu questo il caso né di Marita né tanto meno di Aquilina Loschi. Rimasta vedova dopo un primo matrimonio, Aquilina si risposò nel 1557 con il medico Vettor Calvi. La relazione fu però segnata da tensioni religiose: mentre il marito era noto per la sua irreprensibile ortodossia, Aquilina era considerata una «luterana». L’ostilità fu tale da indurla ad abbandonare il tetto coniugale nel 1568. Le sue convinzioni eterodosse emersero infine con chiarezza: Aquilina fu incarcerata e processata. Durante il procedimento si difese con decisione, ammettendo le proprie idee. Anche lei si ammalò in carcere, dove morì poco dopo, rifiutando fino all’ultimo il sacramento della penitenza nonostante le ripetute visite del confessore (capitoli IV e V).

 

Un diverso modo di leggere la Riforma, e la repressione, in Italia

Donne che creano disordine si presenta così come un mosaico di storie femminili appartenenti a contesti sociali differenti. Le protagoniste sono però tutte di estrazione popolare, e dalle carte processuali che le riguardano emergono i loro vissuti personali e lavorativi, informazioni che consentono di entrare nella quotidianità di donne coinvolte, in modi diversi, nella circolazione delle idee eterodosse. Le loro esperienze permettono di cogliere possibili spazi di autonomia e di negoziazione, naturalmente senza che ciò si traduca in una reale parità con gli uomini.

Nel complesso, il lavoro di Alessandra Celati offre un diverso punto di vista rispetto agli studi sulla Riforma protestante in Italia, spostando l’attenzione dalle figure femminili più note ai percorsi di donne comuni, spesso visibili solo attraverso le fonti inquisitoriali. Il volume consente così di approfondire temi centrali della storia religiosa e sociale del Cinquecento – la circolazione delle idee, il rapporto tra fede e vita quotidiana, le dinamiche familiari – attraverso una prospettiva capace di restituire complessità e dignità ai soggetti storici femminili.

 

Marzo 2026

Immagine: l’Archivio di Stato a Venezia, dove sono conservate le carte inquisitoriali da cui è possibile ricostruire le vicende di donne sospettate di eresia tra Cinquecento e Settecento.

 

Per approfondire

In merito alla documentazione utilizzata da Celati, si tenga presente che nel Cinquecento l’Inquisizione a Venezia operò come tribunale ecclesiastico formalmente dipendente dalla Congregazione del Sant’Uffizio a Roma, ma fu sottoposta a un forte controllo da parte del governo ducale. Il collegio inquisitoriale includeva magistrati laici veneziani (i Savi all’eresia), che garantivano la supervisione della Repubblica e limitavano l’autonomia dell’inquisitore. Il Consiglio dei Dieci vigilava sulle procedure, subordinando arresti e decisioni all’autorità civile. L’Inquisizione veneziana si configurò così come uno strumento adattato agli equilibri politici e alla sovranità della Serenissima. Il ricchissimo archivio che si accumulò nel corso di circa due secoli e mezzo (dal 1541 alla fine della Repubblica nel 1797), composto per lo più di carte processuali, è una delle fonti privilegiate per lo studio della repressione delle idee e dei comportamenti eterodossi in Italia.

Rimandiamo anche alla scheda di un classico sul tema della presenza protestante in Italia, il volume di Silvana Seidel Menchi, Erasmo in Italia (1987), pubblicata in questo spazio online sempre a cura di Eleonora Faricelli.